Sempre più di frequente, sui social ci si imbatte in foto e in citazioni di Sylvia Plath, spesso usate a sproposito e con intenti motivazionali. Ma se la riduzione a slogan ne sgonfia la reale portata poetica, la tenace persistenza online dell'autrice della Campana di vetro dimostra la capacità della sua scrittura di dare voce al dolore e all'inadeguatezza. Anche delle nuove generazioni.
Da qualche anno, varie volte al giorno, scorrendo Instagram mi imbatto in Sylvia Plath. A volte è una fotografia in bianco e nero: quasi sempre guarda oltre l’obiettivo, con uno sguardo dolce, malinconico, un po’ distante; il rossetto scuro, i capelli voluminosi. Altre volte il suo nome mi guarda dal dorso consumato di uno dei suoi libri, fotografato su una coperta, o su un treno, o accanto a una tazza di tè. Ancora più spesso, però, la trovo dentro a un meme. In una vignetta, una ragazza dice che se avesse una macchina del tempo tornerebbe agli anni Sessanta per portarle degli antidepressivi; in molti altri, viene appaiata a personaggi come Lana Del Rey, la scrittrice Ottessa Moshfegh, oppure ad album dei Deftones e dei Radiohead, o ancora a oggetti come una lattina di Coca Zero, una radio d’epoca, un chai latte con il ghiaccio, delle scarpe stringate.
Plath, insomma, è diventata da tempo la santa patrona delle “sad girl”, un termine che indica, specialmente per internet, un tipo di giovane donna tendenzialmente colta, malinconica, con una predilezione per la musica triste, i romanzi con protagoniste spigolose, le fotografie sgranate, i caffè freddi e le citazioni sulla solitudine. Prima di arrivare su Instagram e TikTok, la sad girl era ovunque su Tumblr, quella piattaforma che tra il 2010 e il 2018 ha funzionato come incubatore di un’intera estetica della malinconia giovanile femminile, e in cui Plath occupava un posto d’onore insieme a Lana Del Rey, ai film di Sofia Coppola e ai maglioni troppo grandi.
Nata nel 1932 e morta suicida nel 1963, Plath si inserisce in questa costellazione in modo quasi naturale. La campana di vetro, il suo unico romanzo, racconta in prima persona la discesa di una giovane donna brillante nella depressione e poi nel tentativo di suicidio, e lo fa con un tono lucido, ironico e diretto, privo di qualsiasi retorica: Esther osserva il proprio crollo con lo stesso sguardo tagliente con cui giudica il mondo intorno a sé, e questo rende il suo dolore immediatamente riconoscibile a chi ha provato cose simili. Le poesie di Ariel, una delle sue collezioni più amate, fanno qualcosa di simile in forma più estrema, trasformando la rabbia e la disperazione in immagini violente e memorabili. È una scrittura che dà parola a stati d’animo solitamente taciuti, e che parla soprattutto a chi è giovane e si sente incompreso e un po’ disperato. A questo si aggiunge il fatto, non secondario, che Plath è morta quando era ancora giovane e bellissima.
Non stupisce, allora, che quando a fine marzo di quest’anno è stato annunciato un nuovo adattamento cinematografico de La campana di vetro la reazione online sia stata enorme. Nelle ore successive il nome di Plath ha inondato ogni piattaforma: c’era chi discuteva del casting (la protagonista sarà Billie Eilish), chi ripostava poesie, chi ricordava di aver letto il romanzo a quindici anni e di non essersi mai del tutto ripreso. Era la conferma di qualcosa che chi frequenta certi angoli di internet sapeva già: Plath non viene percepita come una scrittrice morta sessant’anni fa, ma come una voce contemporanea che, in un certo senso, aleggia sulla cultura pop come un fantasma.
Mentre era in vita, in realtà, Sylvia Plath era un’autrice quasi sconosciuta. Nata a Boston, figlia di un entomologo di origini tedesche morto quando lei aveva otto anni, crebbe in una condizione di dignitosa povertà. Vinse una borsa di studio alla Smith College, poi un Fulbright che la portò a Cambridge, dove conobbe il poeta Ted Hughes, che sposò nel 1956. Nel 1960 pubblicò il suo primo libro di poesie, Il colosso, con una buona ma modesta accoglienza critica, e nel frattempo ebbe due figli. Nel 1962 Hughes la lasciò per un’altra donna.
La campana di vetro – il romanzo autobiografico che racconta il crollo nervoso e il tentativo di suicidio della sua alter ego Esther Greenwood, ambientato negli Stati Uniti degli anni Cinquanta – uscì il 14 gennaio 1963 sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas. Plath morì l’11 febbraio 1963, tre settimane dopo la pubblicazione del romanzo. Il libro non sarebbe uscito negli Stati Uniti con il suo vero nome fino al 1971: tutta la sua fama è postuma.
Nell’ultimo periodo della sua vita, Plath cuciva i vestiti ai figli, scaldava la casa col carbone, affrontava da sola la separazione in un appartamento londinese senza telefono. Era l’inverno del 1962-63, quello che nelle cronache meteorologiche viene ricordato come il più rigido del Novecento britannico. “Oggi viene percepita come questa donna glamour che ha purtroppo avuto un crollo nervoso”, mi ha detto Emily Van Duyne, studiosa di Plath e autrice di Loving Sylvia Plath: A Reclamation, un saggio del 2022 che esamina come la scrittrice sia stata mitizzata e ridotta nel corso dei decenni. “Ma non era assolutamente così”.
La sua mitizzazione, però, cominciò quasi immediatamente. Sei giorni dopo la sua morte, il critico Al Alvarez pubblicò sull’«Observer» un “poet’s epitaph”, un necrologio che diceva quasi nulla della vita di Plath e riportava quattro delle sue ultime poesie, le più buie, senza contestualizzarle. Tre anni dopo uscì negli Stati Uniti Ariel, la raccolta di poesie che Plath aveva scritto nei mesi precedenti alla morte e che Hughes aveva curato e pubblicato postumo. La recensione su «Time» descrisse Plath come “a fire-breathing dragon” che aveva lasciato “a burning river of bale across the literary landscape”: un drago sputa-fuoco, un fiume di bile ardente sulla scena letteraria.
Questa immagine di Plath quasi fantastica, come se anziché una donna fosse qualcosa di preterumano, la quintessenza del romanticismo, è quella che è arrivata al grande pubblico fino ad oggi. Negli anni Settanta una serie di critiche femministe di primo piano – Marjorie Garber, Sandra Gilbert, Harriet Rosenstein, nomi che oggi occupano posizioni centrali nella storia della critica letteraria americana – lavorano seriamente sulla sua opera, cercando di restituire complessità a un ritratto che è già diventato caricaturale. Van Duyne dice che il loro lavoro è stato importante, ma che “non ha mai ottenuto l’attenzione che meritava”.
Gran parte della narrazione pubblica su Plath – e della gestione della sua eredità letteraria – fu invece responsabilità di Ted Hughes. Per trentacinque anni dopo la morte della scrittrice, suo ex marito ebbe il controllo totale del suo archivio: decise cosa pubblicare e quando, curò le edizioni delle poesie, si tenne stretto i manoscritti. Il problema, spiega Van Duyne, è che Hughes non era un editore – era un poeta, con una laurea in antropologia e teologia – e aveva interessi personali ed emotivi nel materiale che gestiva, oltre che finanziari: stava crescendo i figli, e i diritti sulle opere di Plath erano una fonte di reddito importante. “È stato semplicemente un cattivo amministratore della sua eredità”, dice Van Duyne.
Il risultato fu che per decenni le edizioni critiche serie tardarono ad arrivare, e nel frattempo si consolidò una narrazione comoda, semplice e potente: quella della bellissima e tormentata, il genio che ci ha lasciati troppo presto, la fiamma che non poteva non estinguersi. Un genere di narrazione che, peraltro, scagiona chiunque la conoscesse quando era in vita da qualsiasi responsabilità. I critici e gli appassionati che l’hanno mitizzata in quel modo – e molti dei principali architetti del mito di Plath nei primi anni Sessanta e Settanta erano anche suoi amanti, una circostanza che Hughes si preoccupava di tenere nascosta – avevano tutto l’interesse a costruire un personaggio da romanzo piuttosto che una persona reale. Van Duyne, che nel suo libro argomenta che Plath era vittima di violenza domestica da parte di Hughes, è particolarmente netta su questo punto: la “inevitabilità” del suicidio di Plath è una costruzione narrativa, non un dato biografico.
C’è poi il caso del poema Edge, scritto sei giorni prima della morte e sistematicamente letto come una nota di addio. Hughes lo mise come penultimo poema nella sua edizione di Ariel, contribuendo a quella lettura. Van Duyne la vede diversamente: “È chiaramente lei che si prende gioco del modo in cui gli uomini potenti pensano alle donne tragiche”. Il poema si apre con il verso “The woman is perfected” – la donna è perfezionata, resa perfetta – e descrive il cadavere di una donna avvolta in una toga, con accanto i corpi dei suoi due bambini morti, ciascuno raggomitolato come “un serpente bianco” accanto a una piccola brocca di latte ormai vuota. È un’immagine che non descrive un suicidio moderno in un appartamento londinese, ma una scena da tragedia classica: la donna nella toga con i serpenti rimanda, secondo molti critici, alla morte di Cleopatra, la regina egizia che secondo la leggenda si tolse la vita facendosi mordere da un aspide. Per Van Duyne, e per molti studiosi che hanno lavorato sulla poesia, quell’immagine è un’allusione letteraria deliberata, una messa in scena ironica dell’idea stessa di “donna tragica perfetta nella morte” – non un resoconto di ciò che Plath stava pianificando di fare. Per il resto, non sappiamo quali fossero le sue intenzioni per quel testo, perché morì prima di poterle spiegare. Tantissimi, però, continuano a leggerlo come una lettera di suicidio.
Tutto questo, naturalmente, precede internet di decenni. Quando Tumblr diventa, intorno al 2010, la piattaforma preferita di una generazione di adolescenti anglofone con gusti letterari sofisticati e un rapporto complicato con la propria salute mentale, il materiale grezzo su cui lavorare è già abbondante: fotografie celebri, poesie che parlano di morte e dolore con estrema chiarezza, un’intera biografia costruita intorno al tema della donna incompresa che finisce per soccombere al peso della propria sensibilità.
Van Duyne cita quello che è il suo esempio preferito di chiara decontestualizzazione dell’opera di Plath: la citazione “kiss me and you will see how important I am”, che circola su Instagram come un’affermazione seduttoria. In realtà, dice Van Duyne, Plath scrisse quella frase a ventidue anni, nei suoi diari, mentre descrive una festa a Cambridge in cui si trovava circondata da studenti ubriachi e snob, ed è una frase che lei mette in bocca a loro: una parodia della loro autocompiacenza, non una dichiarazione d’intenti propria.
Non sempre si tratta di un vero e proprio fraintendimento. La frase “the great tragedy of my life is having been born a woman”, per esempio, viene citata ovunque, di solito senza fonte e su sfondi malinconici. Plath la scrive a diciassette anni, ed è l’inizio di un lungo passaggio nei diari che Van Duyne descrive come “molto Simone de Beauvoir”: un’analisi politica delle costrizioni che il genere impone alle donne della sua epoca, il desiderio di essere libera, di fare la giornalista, di dormire nei campi, la frustrazione di dover proteggere la propria castità in un’America maccartista. Estrapolata, la frase non viene ribaltata di senso come la precedente – Plath intendeva davvero quello che dice – ma subisce un destino che tocca a moltissimi artisti celebri, da Oscar Wilde a Frida Kahlo: ridotta a slogan, perde lo spessore del ragionamento da cui proviene e diventa una delle tante citazioni intercambiabili sulla malinconia femminile che circolano online.
Il caso più clamoroso, però, è quello della metafora dell’albero di fichi. Nel settimo capitolo de La Campana di vetro, Esther Greenwood immagina la sua vita come un albero di fichi in cui ogni ramo è un futuro possibile:
“Vidi la mia vita ramificarsi davanti a me come il verde fico della storia. Dalla punta di ogni ramo, come un fico maturo e purpureo, un meraviglioso futuro mi faceva cenno e ammiccava. Un fico era un marito e una casa felice e dei bambini, un altro fico era una famosa poetessa, un altro fico era una brillante professoressa, un altro fico era Ee Gee, la straordinaria redattrice, un altro fico era Europa e Africa e il Sudamerica, un altro fico era Constantin e Socrate e Attila e tutto un gruppo di altri amanti dai nomi stravaganti e dalle professioni originali, e un altro fico era una campionessa olimpionica di canottaggio, e al di là e al di sopra di questi fichi c’erano molti altri fichi che non riuscivo ancora a distinguere chiaramente. Mi vidi seduta nel mezzo di quest’albero di fichi, a morire di fame, solo perché non riuscivo a decidermi per quale dei fichi avrei scelto. Li volevo tutti quanti, ma sceglierne uno significava perdere tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì seduta, incapace di decidere, i fichi cominciarono a raggrinzire e ad annerire, e uno per uno, plop, caddero a terra ai miei piedi”.
È una delle immagini più citate della letteratura americana del Novecento, e spesso a sproposito. Nel 2024, per esempio, divenne un meme virale su TikTok: le utenti, prevalentemente ragazze giovani, pubblicavano foto di un ramo di fico con ogni frutto etichettato con uno dei loro sogni futuri, accompagnate dall’audio di qualcuno che legge il passaggio ad alta voce. Il trend si chiama “my fig tree” e nel giro di poche settimane i video più popolari accumulano milioni di visualizzazioni. Il trend ha prodotto anche guide per “scegliere il tuo fico”, ovvero contenuti motivazionali che usano l’immagine di Plath per incoraggiare le ragazze indecise sulla carriera.
Il problema, osserva la professoressa di Letteratura inglese dell’Università di Sheffield Elisha Wise in un articolo dedicato al fenomeno, è che l’audio usato nei video spesso si interrompe prima che i fichi cadano. Prima, cioè, che la citazione finisca male. Nel trend, la metafora dell’albero di fichi diventa un’immagine dell’imbarazzo della scelta, dell’ansia di chi a vent’anni ha davanti troppe strade possibili e teme di imboccare quella sbagliata. Ma nel romanzo, sottolinea Wise, Esther non è paralizzata perché ha troppe opzioni tra cui scegliere. Non è l’eccitazione vertiginosa di chi ha mille strade davanti e fatica a decidere quale percorrere per prima, ma piuttosto l’incapacità di muoversi di chi guarda quelle stesse strade e non riesce a desiderarne nessuna abbastanza da incamminarcisi. La differenza è sottile ma decisiva: nel primo caso il problema sono le possibilità, troppe e tutte attraenti; nel secondo è il fatto di sentirsi immobile, incapace di prendere una qualsivoglia scelta.
Nelle pagine che precedono il passaggio, Esther si è appena definita “dreadfully inadequate”, terribilmente inadeguata, e ha raccontato di non essere mai stata davvero felice dopo i nove anni. La metafora, in quel contesto, non descrive un dilemma su cosa fare da grandi, ma il modo in cui la depressione svuota di senso anche le possibilità più desiderabili: i fichi non marciscono perché Esther è troppo esigente, ma perché lei è troppo immobilizzata per allungare la mano. Letta come consiglio di orientamento – scegli un fico prima che caschino tutti – la frase non viene capovolta di senso, ma perde proprio la cosa che la rende così potente e così precisa.
È lo stesso meccanismo che governa quasi tutta la presenza di Plath nella cultura pop contemporanea. La poetessa, per esempio, viene regolarmente accostata a cantanti che condividono una certa estetica della malinconia femminile glamour. In una canzone recente, per esempio, Lana Del Rey ha detto di sentirsi “24/7 Sylvia Plath”. Lady Gaga in Dance in the Dark cita esplicitamente Plath tra le donne con vite tragiche. E l’anno scorso, l’autrice e critica letteraria Maggie Nelson ha scritto The Slicks, un saggio breve e provocatorio in cui accosta Plath a Taylor Swift come “bersagli gemelli dell’impulso patriarcale a sminuire il lavoro creativo delle donne”. Van Duyne, però, sottolinea che “Plath e Lana Del Rey e Taylor Swift non hanno quasi nulla in comune in termini di esperienza di vita”.
Quello che rende possibile questo continuo accostamento di Plath a cantanti e personaggi contemporanei, e che spiega almeno in parte perché la sua immagine circoli così facilmente online, è una ragione molto concreta, quasi banale: il suo aspetto. Plath era alta un metro e ottanta, molto magra, con capelli folti e voluminosi e labbra spesso dipinte di colori accesi. “Amava i fiocchi di neve nel tardo autunno, il rossetto rosso e lo smalto rosso. Aveva piccole ballerine rosse e un cerchietto rosso e una cintura rossa di pelle”, racconta Van Duyne. Alcune delle fotografie più famose la mostrano in posa, con quello sguardo un po’ distante e la bocca vistosa, in un’epoca in cui le donne belle non erano necessariamente fotografate così. “Alla gente piace quella roba”, dice Van Duyne, con pragmatismo. “Ovviamente”.
La ricercatrice, comunque, non è convinta che la trasformazione di Plath in meme sia necessariamente negativa. Le opere di Plath hanno una “straordinaria capacità di dare voce alla sofferenza delle persone che vivono l’esperienza della suicidalità”: una capacità rara, dice Van Duyne, e preziosa. “La cosa un po’ frustrante”, aggiunge, “è quando vedo account Instagram con decine di migliaia di follower che vanno a visitare la sua tomba e poi descrivono in modo del tutto inesatto quando e in quale stato mentale ha scritto certi libri”. Ma, nel complesso, dice di non aver nessun problema con i meme: “se anche una persona su cento che trova Plath su Instagram finisce per leggere la biografia di Heather Clark o i lavori di Gail Crowther, il saldo è positivo. Ogni generazione trova qualcosa di nuovo da amare in lei. E per me questo è bello, ed emozionante”.