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Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

Igor Squeo è morto sotto la custodia dello Stato. Sua madre chiede giustizia anche per noi

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Niente è paragonabile allo strazio di una madre che piange la morte di un figlio. Ma quando quella morte è causata da chi dovrebbe proteggerlo, quello strazio è ancora più forte. Dopo la riapertura del caso relativo a Igor Squeo, trentareenne morto nel 2022 dopo il fermo della polizia in circostanze molto simili a quelle di George Floyd, la madre Franca Pisano ha indirizzato una lettera alle persone che le sono state vicine in questi mesi. Quelle parole chiedono di essere ascoltate e ci riguardano tutti.

C’è una sofferenza maggiore di quella che la lingua italiana esprime attraverso la parola dolore?  Sì, ed è strazio. Quest’ultimo termine aggiunge alla pena infinita provata l’idea e la crudeltà di una lacerazione. Uno strappo, una rottura, una pelle scorticata e una carne che sanguina. È un termine che sembra appropriato al sentimento di lutto di una madre per il proprio figlio, proprio perché si tratta di consanguinei e di due corpi che, dopo essere stati in un unico organismo, il ventre materno, si scindono per dare vita a due esseri umani.

Ecco, questo, è ciò che comunica il pianto di una madre davanti al cadavere del figlio, tanto più quando si tratta di una morte violenta: non solo la fine traumatica di una relazione, ma anche la sensazione di una ferita slabbrata e di una amputazione irreparabile. Come è il caso di Franca Pisano, annichilita nell’apprendere della morte del figlio Igor Squeo, appena più che trentatreenne (età intensamente simbolica). 

Si dirà, lo diciamo, lo abbiamo detto: è l’incarnazione della figura di Antigone. Giusto, ma solo fino a un certo punto. Nella tragedia sofoclea il conflitto più profondo e radicale si sviluppa tra una concezione intransigente della legge naturale e un’idea potenzialmente moderna di diritto pubblico. In realtà, una simile tensione non è quella che si è manifestata nella vicenda di Igor Squeo e in altre vicende simili. Come quella di Federico Aldrovandi (2005), Riccardo Rasman (2006), Aldo Bianzino (2007), Franco Mastrogiovanni (2009), Stefano Cucchi (2009), Michele Ferrulli (2011), Davide Bifolco (2014), Riccardo Magherini (2014), Andrea Soldi (2015), Enrico Lombardo (2019), Ramy Elgaml (2024), Moussa Diarra (2024) e in altre ancora: i familiari (donne, in particolare) che rivendicano verità e giustizia non lo fanno in nome di una concezione pre-pubblica e pre-statuale del diritto, bensì per ottenere l’applicazione di quella forma moderna di diritto positivo che è affermata dalla Carta costituzionale. 

La vicenda a cui facciamo riferimento oggi, dopo la riapertura del caso da parte della Procura di Milano, è così sintetizzabile: nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 2022, in un appartamento in via Dalmazia a Milano, interviene una volante della polizia. Squeo, che vive lì insieme a un altro inquilino, si trova in stato di agitazione a seguito dell’assunzione di cocaina. La polizia entra nell’appartamento e lo immobilizza, prima utilizzando l’arco di avvertimento del Taser, poi legandolo mani e piedi. Nel frattempo, accorrono altre tre volanti e il personale sanitario. Qui le testimonianze di chi si trova in casa divergono: secondo gli agenti del commissariato di Via Mecenate, Squeo continuava a essere fuori di sé e il contenimento, in posizione laterale di sicurezza, si era reso necessario. Secondo gli operatori sanitari, invece, l’uomo risultava non solo ammanettato ma anche in posizione prona e con almeno quattro agenti sopra la schiena e le spalle. Squeo è in evidente stress respiratorio, eppure gli agenti persistono nella contenzione e i sanitari, non monitorando l’ossigenazione, gli somministrano un sedativo, il Propofol, noto per la sua immediata efficacia ma anche per la sua potenziale pericolosità. Igor Squeo muore la mattina del 12 giugno, alle 6 e 45 dopo tre arresti cardiocircolatori. Il corpo appare martoriato, dal volto in giù, lungo tutta la schiena. Franca Pisano riceverà poco dopo una telefonata dal Policlinico di Milano: “Lei è la madre di Igor Squeo – sì sono io – suo figlio ha avuto un arresto cardiaco, è morto, se vuole venire”.

Se l’art. 27 della Costituzione è spesso citato per ricordare la direzione verso cui i costituenti avrebbero voluto che andasse la pena, il comma IV dell’art. 13 è stranamente poco ricordato. Esso recita: è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. Il testo si riferisce tanto alle persone recluse, quanto a chi si trova in stato di fermo, anche momentaneo, sotto la tutela dello Stato. L’impalcatura su cui i costituenti costruirono il principio dell’inviolabilità della persona, libera o detenuta, derivava dal fatto che molti di loro avevano subito le aberrazioni del Potere sul proprio corpo. Da Teresa Mattei, staffetta partigiana, che fu stuprata per una notte intera su un camion da militari tedeschi, ad Armando Fedeli, operaio comunista che sopravvisse alle sevizie fasciste nel carcere di Perugia, da Enzo Villani, socialista, che resistette alle torture nel carcere di via Tasso a Roma, a Sandro Pertini, che tra confino, galera ed espatrio subì 16 anni di violenze. E che, quando la madre, supplicò per lui la Grazia, disse che non avrebbe mai potuto accettare. In quanto ciò avrebbe significato “macchiare la mia fede politica, che più d’ogni cosa, della mia stessa vita, mi preme”.

Sono trascorsi quattro anni da quando Franca Pisano ha scoperto che il figlio è morto e che il suo corpo è stato sottoposto a violenza fisica e morale. E il tempo, con la sua brutale capacità di affastellare indistintamente qualunque avvenimento, anche i più tragici, non ha mitigato quello strazio. 

“A noi è rimasto solo uno shock incredulo e un dolore assoluto, continuo, al quale però, quasi subito, si affianca ed esplode la rabbia, così forte che riesce a coprirlo. Non mi hanno fatto vedere quella stanza, non prima di averne pulito il sangue. Poi – scrive Franca – ho voluto andarci. Era devastata. Quella finestra, ormai senza vetro, ripulita, ho voluto rimanesse spalancata, giorno e notte, con la luce accesa, per mesi, quasi volessi far uscire tutto. Sul televisore inciso il suo ultimo messaggio: LA DROGA È VELENO”. 

La lettera, indirizzata a coloro che in questi mesi le si sono stretti attorno, si conclude con un ricordo rivolto a chi ha conosciuto Igor prima che diventasse un caso di cronaca italiana. “Amici di Igor, vi ho visti crescere insieme, avete condiviso giochi, sogni, risate, pezzi di vita che nessuno potrà mai cancellare. Lui merita di essere ricordato per ciò che ha lasciato nel cuore di tutti quelli che lo hanno conosciuto. Io li rileggo spesso i vostri messaggi con i vostri racconti, sono bellissimi e mi fanno bene, era il nostro eroe. Mi dicono che ora è in pace. Ma io so e anche voi lo sapete, che non è così. Igor voleva continuare a viverla, questa vita così bella che amava ed è andata distrutta, cancellando la possibilità di riprendersela in mano e ricominciare da dove era rimasto.  Cosa è successo? Ce lo chiederemo sempre”. 

Cosa c’è di così potente in tali parole da renderle indimenticabili? Il fatto che esse sono tutte pronunciate al presente e che è proprio questo a renderle così intensamente politiche. Se da un lato la ricerca della verità non prevede pausa o silenzio, il dolore imporrebbe discrezione. Eppure, in questo breve scritto emerge la consapevolezza di un lutto strappato alla propria naturale riservatezza. Un lutto che diventa di tutti  perché non riguarda solo il corpo di suo figlio, ma anche le decine di altri corpi che nella storia di questo paese sono stati violati, traditi e dimenticati, quasi appartenessero a una classe sacrificabile. 

Se ascoltiamo con attenzione, si sentono echeggiare le parole di un’altra Deposizione e un altro Lamento. Risale al XIII secolo e fu scritto da Jacopone da Todi, ripercorrendo il martirio di Gesù e la sofferenza della madre: Figlio, chi t’ha ferito? /Figlio, chi t’ha spogliato? E mentre la folla, inferocita, ne chiede la crocifissione, la madre chiede di sapere la verità: Se gli togliete i vestiti/ lasciatemi vedere come lo hanno tutto insanguinato/infliggendogli crudeli ferite.

Nei secoli quello strazio è mutato nel linguaggio ma non nel contenuto e tracciare una linea comune tra le storie di violenza è anch’essa un’esigenza politica: riconoscere nella propria ferita quella dell’altro e da lì ripartire, affinché la solitudine non diventi abbandono e l’ingiustizia verso i morti non si trasformi ancora in crudeltà verso i vivi.  

Nel 2015, negli Stati Uniti, è stata fondata la Coalition of Concerned Mothers, che letteralmente si potrebbe tradurre in “Coalizione delle madri preoccupate”, se non fosse che il termine italiano non esprime la potenza che concerned vuole indicare. È una forma di preoccupazione attiva, consapevole, che si batte per la verità. La Coalizione nasce su spinta di Marion Gray-Hopkins a cui nel 1999 la polizia ha ucciso il figlio Gary. Nello spiegare cos’è questa coalizione una delle fondatrici ha detto che “non è un club di cui vogliamo far parte, piuttosto una necessità da cui non si può prescindere”. È questa una sensazione che Franca Pisano ripete spesso, quella dell’ansia di dover far qualcosa, di non lasciare nulla di intentato, ora che è rimasta sola con la storia di suo figlio. 

Nel 1978, a Milano, nei pressi del Centro Sociale Leoncavallo, quando vennero assassinati Fausto e Iaio la mobilitazione che ne seguì produsse una importante novità che avrebbe generato molti frutti. Tra essi, la nascita dell’associazione, tutt’ora attiva, delle Mamme del Leoncavallo. Una “necessità” di cui, purtroppo, non possiamo ancora fare a meno. 

Luigi Manconi

Già docente di Sociologia dei fenomeni politici e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato della Repubblica, è stato parlamentare e sottosegretario di Stato alla Giustizia. È editorialista per «La Repubblica» e «La Stampa». Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori (Garzanti, 2024).

Marica Fantauzzi

Marica Fantauzzi si occupa di progetti rivolti a minori in pena alternativa alla detenzione con l’associazione Arpjtetto e lavora con “A Buon Diritto” nell’ambito delle ricerche sui diritti umani in Italia. Inoltre è redattrice di Sveja podcast.

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