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Tommaso Gori

Salario minimo o salario giusto? Il gioco semantico che colpevolizza la povertà

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Con i salari italiani fermi da oltre trent'anni e il potere d'acquisto in caduta libera, il passaggio politico dal salario minimo legale alla retorica del "salario giusto" istituzionalizza la precarietà. Il mantra neoliberale della meritocrazia scarica così la responsabilità della miseria sui singoli individui, giustificando disparità fiscali e tutele per i grandi patrimoni mentre l'Italia si assesta tra i paesi europei con il più alto tasso di sfruttamento e lavoro povero.

Ci è stato raccontato che la natura umana sia intrinsecamente capitalista: guidata dallo spirito d’impresa, dalla competizione e dell’accumulazione della ricchezza. Ci è stato detto che la storia fosse finita: che, con la sconfitta dell’Unione Sovietica, il realismo capitalista avesse dimostrato definitivamente di essere non solo il sistema economico vincente, ma l’unica alternativa possibile. I commissari del Capitale amano presentarsi come uomini pragmatici dal pensiero duro in grado di affrontare e gestire la cruda realtà del mondo. Eppure il capitalismo – non meno nella sua versione statale cinese, ormai prossima a prendere il sopravvento, che nel suo modello americano ormai prossimo al collasso – si fonda su una serie di fantasie talmente ingenue da risultare quasi affascinanti. Il realismo capitalista, come il realismo socialista, consiste nel “dare un volto umano” e nel naturalizzare un insieme di determinazioni politiche. Peccato che, lungi dall’essere un sistema spontaneo, le fantasie capitaliste abbiano costantemente bisogno di violente politiche di austerità per mantenere i lavoratori subordinati ai profitti della classe imprenditoriale. Negli ultimi decenni, la violenza di tali politiche ha assunto forme sempre più oscene. A oggi, dodici individui concentrano nelle proprie mani una ricchezza superiore a quella dei quattro miliardi di persone più povere del mondo, due miliardi delle quali vivono in uno stato di insicurezza alimentare. Questo non accade a causa dell’avidità, né rappresenta una disfunzione del capitalismo. Al contrario, è la naturale evoluzione del sistema stesso, progettato per garantire la massimizzazione dei profitti di una ristretta élite economica. Così, il ruolo dello Stato democratico, lungi dall’essere il garante dei diritti dei cittadini, è quello di proteggere il mercato e mantenere la maggior parte dei lavoratori subordinati alle esigenze della classe imprenditoriale. 

È proprio in questo scenario che si collocano le recenti politiche del governo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nessun salario minimo, nessun intervento significativo sulla concentrazione della ricchezza, ma una politica che continua a privilegiare la tutela dei grandi patrimoni. Una direzione intrapresa prima con il Decreto Lavoro e poi ribadita all’assemblea di Confcommercio. Nel frattempo, i salari italiani restano fermi da oltre trent’anni e la ricchezza continua a concentrarsi nelle mani di pochi. Al netto dell’inflazione, le retribuzioni non hanno recuperato il terreno perso dagli anni Novanta e, tra il 2019 e il 2024, il potere d’acquisto si è ridotto di ulteriori 7,1 punti percentuali. Ormai termini come lavoro povero, precarietà e contratti pirata sono diventati parte del lessico quotidiano. Sul versante opposto, il 5% più ricco delle famiglie italiane controlla oggi circa metà della ricchezza nazionale e ha assorbito il 91% della crescita economica registrata negli ultimi quindici anni. 

L’aumento della precarietà lavorativa e l’accumulazione di ricchezza nelle mani dei super-ricchi rappresentano due facce della stessa medaglia. Sono l’espressione più evidente della natura estrattiva del sistema economico neoliberale: un modello che tende a giustificare la disuguaglianza come il prodotto di meriti e decisioni individuali, oscurando il ruolo strutturale del capitalismo nella produzione di povertà. D’altronde, il delirante mantra meritocratico recita: ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e tutti godiamo del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi – che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili. Si tratta di una narrazione parziale e fuorviante che consente a chi si arricchisce di legittimare qualsiasi livello di disuguaglianza senza metterne in discussione le cause strutturali, ad esempio i privilegi educativi, patrimoniali e via dicendo. Allo stesso tempo, attribuisce la responsabilità della povertà agli individui stessi, presentandola come il risultato di carenze personali in termini di impegno, talento o competenze. La favoletta della meritocrazia neoliberale sta oggi giungendo a un vicolo cieco, poiché sempre più persone notano uno scarto evidente tra la promessa di mobilità sociale e una realtà segnata da precarietà lavorativa e disuguaglianze economiche.

Con essa viene meno anche la stessa teoria fondante del neoliberalismo, la “trickle-down economics” o “economia dello sgocciolamento”, secondo cui ridurre tasse per imprese e grandi patrimoni favorirebbe investimenti, crescita economica e creazione di posti di lavoro, con benefici che finirebbero per sgocciolare verso il resto della società. Il caso della crisi finanziaria del 2008 è stato emblematico: molti governi sono intervenuti con ingenti finanziamenti pubblici per salvare le banche che avevano contribuito a provocarla con l’erogazione di mutui ad alto rischio. Il ragionamento era: una volta rinvigorite con denaro liquido, le banche avrebbero ripreso a concedere credito, a investire nell’economia reale e a stimolare occupazione, salari e prosperità diffusa. Tuttavia, la promessa si è rivelata in larga parte illusoria, poiché i benefici si sono concentrati ai vertici del sistema finanziario senza tradursi in un miglioramento delle condizioni economiche della popolazione.

In Italia, questa narrazione ha ridefinito il ruolo dello Stato da garante dei diritti a garante dei profitti, tollerando e facilitando la diffusione di salari insufficienti a garantire una vita dignitosa. Per giustificare una pratica tanto antisociale si è arrivati a normalizzare l’idea che la riduzione del sostegno ai più poveri fosse il prezzo da pagare per garantire crescita e competitività. Da Margaret Thatcher a Donald Trump, i governi neoliberali di entrambi i colori politici hanno adottato politiche fiscali favorevoli ai redditi più elevati, sostenendo che trasferire maggiore ricchezza verso le fasce più abbienti avrebbe generato vantaggi per il resto della società. Questo modello economico sta alla base delle disuguaglianze nel nostro paese, dove l’1% dei più ricchi paga, in proporzione, meno tasse del restante 99% dei contribuenti. E così anche Giorgia Meloni, che con alcune manovre fiscali – in particolare la riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro – ha prodotto benefici crescenti all’aumentare del reddito. Viene premiata la fascia che guadagna oltre i 50 mila euro con ben 1.440 euro in più all’anno, penalizzando al contempo quella più impoverita sotto i 35mila euro di reddito. 

Il tema del reddito è così tornato al centro del dibattito pubblico, anche alla luce del decreto lavoro approvato dal governo Meloni il primo Maggio. Il decreto ha di fatto aggirato il salario minimo con un gioco semantico, puntando invece sul cosiddetto “salario giusto”, legato ai livelli medi dei contratti collettivi, e agganciato ai criteri di accesso ai bonus giovani, donne e disoccupati. La politica lavorativa introdotta dalla premier non ritiene che un salario “dignitoso” debba essere garantito per legge, bensì concesso sotto forma di bonus, favore o regalo da parte della classe manageriale; di fatto, condannando le lavoratrici e i lavoratori a vivere indebitati e/o a vivere una vita domestica e sociale al di sotto degli standard minimi. In Italia, questo decreto continua a sostenere la crescita della disuguaglianza retributiva che, stando ai dati di Oxfam, tra il 1990 e il 2018 ha incrementato la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato dal 26,7% al 31,1%.

Nel frattempo, in Europa si è rafforzata l’idea che il salario minimo e le politiche occupazionali siano strumenti necessari per ridurre la povertà e la disuguaglianza lavorativa: secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, fino a 18,5 milioni di persone potrebbero riscattarsi uscendo dalla soglia di povertà se queste politiche venissero applicate entro il 2030. La Francia punta da anni su uno dei sistemi più consolidati del continente, con uno stipendio minimo ancorato automaticamente all’inflazione e all’andamento dei salari; la Germania ha introdotto il Mindestlohn nel 2015, aumentando progressivamente il minimo salariale fino agli attuali 12,82 euro lordi l’ora; la Spagna, invece, ha scelto una strategia più aggressiva, raddoppiando il salario minimo tra il 2018 e il 2023. 

Mentre in alcuni Paesi europei sono state adottate misure concrete a tutela dei lavoratori, in Italia l’opinione pubblica continua a domandarsi se un salario minimo possa davvero contribuire a riequilibrare le disuguaglianze sociali. Questa assenza lascia spazio a un mercato del lavoro in cui prosperano contratti pirata, caporalato, lavoro nero e salari inferiori alla soglia necessaria per condurre una vita dignitosa. Stando a Eurostat, l’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di sfruttamento lavorativo in Europa. A inizio mese, la strage di Amendolara, dove sono stati uccisi quattro braccianti vittime di caporalato, Waseem Khan, pakistano, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, tutti e tre afgani, ci ricorda come lo sfruttamento in italia non sia soltanto un tragico episodio ma il sintomo di un sistema economico basato sullo sfruttamento dei lavoratori poveri. Un modello produttivo in cui la riduzione del costo del lavoro diventa spesso una condizione per mantenere competitività e profitto.

Il provvedimento del Primo Maggio non obbliga le imprese che applicano “contratti pirata” ad adeguarsi ai minimi salariali, ma si limita a escludere queste ultime dagli incentivi fiscali. Un meccanismo che non elimina il vantaggio economico del lavoro a basso costo e lascia quindi intatta la convenienza delle imprese a offrire salari inadeguati. Il risultato è una guerra al ribasso, con una diminuzione dei salari dell’8,1% dal 2000 al 2023, a fronte di una crescita media del 5,3% nell’Eurozona. A oggi, l’Italia è tra i pochi Paesi europei privi di un salario minimo legale, insieme all’Austria, alla Danimarca, alla Finlandia e alla Svezia. Bisogna considerare però che nei sistemi nordici la contrattazione collettiva si regge su sindacati forti e su un’alta copertura, riducendo al minimo il rischio di dumping salariale e di lavoro povero. In Italia, invece, la debolezza organica del mondo sindacale e la normalizzazione dello sfruttamento lavorativo rendono più fragile la tutela salariale e meno efficace la sola mediazione collettiva. Resta da chiedersi se l’introduzione del salario giusto non sia l’ennesima trovata neoliberista per allargare ulteriormente la forbice delle disuguaglianze sociali. 

Tommaso Gori

Tommaso Gori è giornalista e ricercatore presso il centro sperimentale di Research Architecture, Goldsmiths University of London. Collabora con diverse riviste.
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