Articolo
Irene Graziosi

Il problema del fare cultura sui social. Edoardo Prati e gli altri

Graziosi Cover

In un articolo apparso su «Il Foglio» vengono criticati alcuni giovanissimi che, attraverso i social, cercano di costruirsi una carriera credibile in ambito intellettuale e letterario. La risposta piccata di Edoardo Prati, uno dei protagonisti del pezzo, mette in luce alcuni aspetti amari della sua ascesa e di quella dei suoi colleghi. Aspetti che però, forse, neanche lui riesce a mettere davvero a fuoco.

Qualche giorno fa è uscito un pezzo di Michele Masneri e Andrea Minuz su «Il Foglio» che raccontava del fenomeno dei giovani opinionisti culturali – e poeti e autori, aspiranti o in via di realizzazione – che si sono affacciati da qualche anno sulla scena grazie soprattutto a una incessante attività sui social. In particolare venivano citati come esponenti di spicco di questa tendenza Edoardo Prati, Raffaele Giuliani, Riccardo Pedicone e Giorgio Maria Cornelio, ribattezzati maliziosamente “facce d’angelo”, perché accomunati da un aspetto efebico e innocente. L’articolo, in forma di dialogo, aveva il solito tono leggero e canzonatorio tipico dei due autori, che certo se non letti abitualmente possono apparire più velenosi di quello che sono – sono usciti d’altronde articoli ben più aggressivi nei confronti di Prati. Eppure quest’ultimo ha risposto su Instagram dopo qualche giorno con una stizza sproporzionata, segno che forse, come ha notato Lavinia Bianca, la sua rabbia si rivolge non tanto a Masneri e Minuz, ma a un sistema più complesso. Riporto qui il finale della risposta di Prati: 

M&M state tranquilli, non siete minacciati da noi perché noi non diventeremo mai scrittori o intellettuali, non ci è concesso. Infatti mentre voi scrivete i vostri articoli e i vostri libri, noi veniamo presi venduti e buttati nel cestino. Voi dai vostri editori venite letti, noi veniamo quotati.

Su di voi nel corso degli anni si è investito dal punto di vista culturale, siete stati formati, cresciuti, rimproverati, istruiti, vi è stato dato modo di applicare le vostre virtù e le vostre abilità, a noi no. Noi siamo, per la maggior parte, studenti universitari che sognano di fare il vostro lavoro. Ci siamo inventati un modo di farci sentire nella speranza che qualcuno ci aprisse le porte e ci aiutasse a crescere nei nostri obiettivi, ma dove voi avete trovato pagine da scrivere noi abbiamo trovato contratti, e ahimè, qualcuno lo abbiamo firmato nella speranza di aprirci una strada. Non siamo la stessa cosa cari Masneri e Minuz.

Quando qualcuno di noi alza la testa e dice di non voler essere la Wanna Marchi di sé stesso, viene eliminato.

Quando qualcuno di noi dice di non voler fare il video in cui corre nudo all’orizzonte mentre promuove la sua raccolta di poesie, viene eliminato.

Quando qualcuno di noi si classifica o si rifiuta di spendere più tempo ad imboccare l’algoritmo raccontandogli quanto tempo passa a scrivere o leggere e inizia a scrivere e leggere davvero, viene eliminato.

Quando il libro di uno di noi non raggiunge le cinquantamila copie che l’editore aveva preventivato, viene eliminato.

Quando qualcuno di noi si prende un mese per pensare, viene eliminato.

“Sono tanti, sono giovani e forti” scrivete all’inizio del vostro articolo, ma non siamo più di una decina. Non siamo giovani, siamo solo nati troppo tardi e non possiamo essere forti perché non c’è una casa per noi o una tradizione che ci difenda o qualcuno che ci prenda in bottega e investa su di noi.

Siamo nati troppo tardi e, ahimè, come dimostra il fatto che dopo essere stato sfidato su un quotidiano io sia costretto a rispondervi su Instagram, non giocheremo mai con voi, che invece siete tanti, un po’ stagionati e forti di quella tradizione novecentesca in cui all’ultimo siete riusciti ad inserirvi senza però essere stati in grado di portare avanti”.

Ho oramai molti più anni di Prati, eppure ciò di cui parla mi tocca, perché anche chi è nato negli anni ‘90 si è trovato verso i vent’anni a dover fare i conti con i social. Di più, temo che oramai quasi chiunque, quasi a qualunque età, lavorando in un contesto culturale – che ha oramai una natura anfibia, poiché spesso alla scrittura viene richiesto un supporto fisico, “un’ostensione del corpo” come la chiama Loredana Lipperini – si sia dovuto porre delle domande sul loro utilizzo e sull’immagine che si vuole proiettare nel mondo professionale e non. Eppure mi pare che malgrado l’indubbia intelligenza di Prati e degli altri citati, e malgrado la loro naturale dimestichezza con i social – manchi una visione più profonda di cosa significhi utilizzare questi mezzi per avere una carriera da così giovani. 

Innanzitutto, i social sono un palcoscenico – non a caso Edoardo Prati porta in giro degli spettacoli teatrali molto amati. Si sceglie la luce giusta, gli abiti giusti, gli occhiali giusti, e poi si comincia a parlare. Questo fa sì che automaticamente si diventi un personaggio, con caratteristiche fisiche riconoscibili, un certo tono di voce, un carattere squadrato che deve essere familiare e facilmente comprensibile per un’audience ampia. Credo ci sia anche un rapporto biunivoco tra personaggio e pubblico: via via che le due parti interagiscono, i contorni del personaggio e della sua prevedibilità si irrobustiscono. Edoardo Prati è bravo, perfetto per ciò che fa. Divulga la cultura classica italiana, scolastica e quindi popolare, con un familiare piglio âgé. È stato ospite fisso da Fabio Fazio – ora compare saltuariamente – conduce eventi importanti al Salone del Libro, ha collaborato con «Repubblica». È, cioè, diventato parte del palcoscenico nazionale. Lo è diventato giovanissimo, anche perché probabilmente assolve a un ruolo di cui il sistema mediatico italiano aveva bisogno: il “giovane vecchio” rassicurante, che ama la scuola e la cultura, che non si droga, che non va a ballare, che preferisce passare il sabato sera a leggere Lucrezio invece che uscire a bere fino a tardi, e che pure ama il pop e la trap – spesso infatti vuole nobilitare alcuni fenomeni “giovani” agli occhi di un pubblico più attempato con un linguaggio comprensibile. Va benissimo se questo è ciò che desidera essere. 

Ma, data la sua risposta, evidentemente Edoardo Prati non è contento di ciò che è, o meglio: quello che non è ma che vorrebbe essere è più importante. 

Lo capisco, perché i personaggi sono delle trappole, e lui è rimasto impigliato nei panni di quello che si è inventato. Inoltre a vent’anni il futuro è ancora sterminato, un futuro che per molti custodisce, almeno nelle fantasie, proprio quei beni di cui Prati già gode da giovanissimo. Suppongo debba essere faticoso pensare di dover interpretare un personaggio così a lungo, scoprendo che soldi e fama non riescono a colmare certi bisogni più profondi e intimi, che fondamentalmente consistono nell’essere presi sul serio, nel suo caso. Nell’essere riconosciuti. Ma chi prende sul serio un personaggio?

E soprattutto, come si fa a non essere più un personaggio? Prati sostiene, di fatto, che se si rifiutasse di interpretare se stesso, verrebbe eliminato. Ma da cosa? Dalle ospitate da Fazio, dal giornale per cui collabora che, si intuisce, non gli ha concesso di rispondere ai due giornalisti, relegandolo ancora una volta al suo ruolo mediatico, da enfant prodige un po’ altezzoso ma assieme accessibile e tenero. Un bambino al tavolo degli adulti, a cui qualche volta è concesso di deliziare i suoi commensali con la lettura ad alta voce di una poesia e poco più. E se si continua a chiedere agli adulti il permesso di leggere ad alta voce, difficilmente si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole.

Il problema mi pare allora cercare di capire, scrutando nei propri desideri, che cosa si vuole davvero, cosa non facile a vent’anni. Ad ogni modo, se si cerca il successo molto giovani in ambito culturale e intellettuale – dove per ovvie ragioni il tempo è spesso un aiutante prezioso per sviluppare una visione del mondo via via più complessa e dove, di solito, c’è un cursus honorum – allora i social, abbinati a un buon istinto, sono ottimi alleati. Ma se si vuole costruire una professionalità che non viva prevalentemente della propria immagine, del proprio personaggio, allora le cose si fanno più complicate. 

Ho pensato molto a questi temi, perché io stessa, poco meno di dieci anni fa, mi sono trovata ad avere molti follower – niente in confronto ai numeri che si vedono ora, ai numeri di Prati e via dicendo – e a notare l’effetto di questi numeri. Ricevevo molte proposte di libri e di lavori che mi chiedevano di essere il personaggio che interpretavo, quasi senza accorgermene, sui social. Per un po’ sono stata tentata dall’accettare tutto quello che mi veniva offerto – tra cui anche abiti, scarpe, borse, soldi per promuovere questo e quello. Poi mi sono resa conto di una cosa semplice, e che però a volte è difficile comprendere davvero: per gli altri – anche per noi stessi, a dire la verità – siamo ciò che facciamo. Non siamo quello che pensiamo di essere o quello che vorremmo essere. I nostri talenti sono quelli di cui gli altri possono fare esperienza.

Da questo ne consegue che se si trascorre la maggior parte del tempo sui social, il lavoro sono i social. Se si vive sui social mentre intanto si desidera scrivere o essere un intellettuale, per gli altri si è comunque qualcuno che sta sui social. Per diventare scrittore o intellettuale bisogna studiare, leggere e scrivere. Bisogna anche evitare di essere ovunque e di accontentare un ampio pubblico di utenti, perché per sviluppare delle buone idee c’è bisogno di solitudine, per non cadere nella naturale e umana tentazione di indossare pensieri già smessi da altri. Tutto questo spesso richiede tempo, che è esattamente ciò che i social sottraggono.

E certo, bisogna anche scendere a patti con altri due elementi, spesso legati: i soldi e la fama.

Di recente, per lavoro, mi sono trovata a leggere due cose. La prima è l’autobiografia di Doris Lessing, la seconda è la biografia di Marianne Ihlen, grande amore di Leonard Cohen. Una cosa che mi colpisce sempre quando leggo le vite di intellettuali, scrittori e artisti del Novecento è la loro consapevolezza rispetto al fatto che essere intellettuali, scrittori e artisti spesso prevedeva anche l’arte di arrangiarsi, il rischio di non avere una stabilità economica. 

Ovviamente erano altri tempi, tempi in cui, nel caso di Cohen e Ihlen, si poteva acquistare una casa nella remota isola di Idra senza acqua corrente o elettricità per 1400 dollari. Si era spiantati, ma lo si era in un mondo che lo permetteva. L’ingiustizia è che, mentre il mondo si è contratto ed espanso allo stesso tempo, diventando più complicato, più ossessionato dalla sicurezza, meno libero e sicuramente più costoso, la traiettoria di chi scrive o fa arte non è poi cambiata così tanto: si deve vivere nell’incertezza che quello che si scrive o si pensa possa non essere così prezioso per gli altri. 

Prati in buona sostanza scrive che Masneri e Minuz sono dei privilegiati, perché si sono formati in un momento in cui chi si affacciava al mondo letterario, giornalistico e culturale veniva preso sul serio. Ma nessuno, in un mondo precedente ai social network, a vent’anni e senza aver scritto libri importanti o aver compiuto un percorso accademico di un certo tipo, sarebbe arrivato in prima serata sulla Rai o avrebbe presentato eventi prestigiosi in contesti letterari. Oltretutto, Edoardo Prati arrivato a questo punto guadagnerà ben di più di non solo tutti coloro che, alla sua età, sognano una carriera nel mondo delle lettere, ma anche di coloro che una carriera l’hanno costruita in epoca diversa. Sarebbe disposto a rinunciare a tutto questo per perseguire ciò che dalla sua risposta sembra desiderare?

Forse, la paura di Prati dell’essere “eliminati” non è altro che la paura di tutti coloro che vogliono essere artisti o intellettuali: non riuscire a vivere della propria arte o delle proprie idee, se non scendendo a compromessi che non soddisfano appieno. Ma bisognerà pur correre il rischio di non firmare i contratti delle grosse case editrici, di rifiutare di essere schiacciati sul proprio personaggio per compiacere un’audience sempre più numerosa, in nome di ciò che si crede e si spera di essere. Altrimenti non si sta giocando per davvero, ma solo a fare finta. E questo, per chi lavora con l’arte e le idee, non ha alcun senso.

Irene Graziosi

Irene Graziosi è scrittrice. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

Icon Diamond Yellow

Newsletter

Le vite degli altri

Le vite degli altri è una newsletter che racconta di vite che non sono la nostra: vite straordinarie, bizzarre o comunque interessanti.

La scriviamo noi della redazione di Lucy e arriva nella tua mail la domenica, prima di pranzo o dopo il secondo caffè – dipende dalle tue abitudini.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00