Tra presunte conversazioni origliate, messaggi a giornalisti e pretestuose scuse per chiamare in causa Michela Murgia e il suo femminismo, una riflessione a freddo su cosa dice di noi quanto accaduto nelle scorse settimane.
Dunque, a Premio Strega concluso e a liquore sorseggiato davanti ai fotografi, si può scrivere infine di una polemica che ha coinvolto non solo due dei finalisti, ma una scrittrice morta, un’idea di femminismo e di attivismo, l’etica perduta del giornalismo e infine il modo con cui guardiamo alla letteratura.
Sono passate due settimane e qualche giorno dalla disavventura del pulmino diretto a Bisceglie, e scriverne adesso è il tempo giusto: perché uno dei problemi del mondo intellettuale è la spinta a dover intervenire immediatamente su ogni questione, di moltiplicare post e articoli pensosi o ardenti, perché se non ci si schiera subito ci annienta il terrore di finire nella lista dei cattivi, e dunque passare per reticenti, o fiancheggiatori, o al meglio per maestrine. Come diceva Mark Fisher, che citerò ancora, chi intende mantenere lo status quo fa leva sul senso di colpa: “Più colpevoli ci si sente, meglio è. La gente deve sentirsi in colpa: è segno che capisce la gravità delle cose. Va bene essere privilegiati, se ci si sente in colpa per il privilegio e si fanno sentire in colpa anche gli altri, in una posizione di classe subordinata”.
Il problema è che privilegiati si resta, e questa è una delle conseguenze di questa storia.
Per i pochi che non lo sapessero, sul pulmino diretto a Bisceglie viaggiavano quattro finalisti del Premio Strega: Matteo Nucci, Elena Rui e i due protagonisti della vicenda, Michele Mari e Teresa Ciabatti. Di qui in poi è tutto un “pare” e “si dice”, e già qui bisognerebbe ricordare che, almeno in teoria, il giornalismo si basa sulle fonti certe e sui virgolettati, ma è ormai evidente che la deontologia, come il diritto internazionale, vale fino a un certo punto. A quanto pare e si dice, dunque, Michele Mari, chiacchierando a voce alta con Elena Rui, racconta un episodio che riguarda Michela Murgia, Teresa Ciabatti lo prega di smetterla, lui rilancia con grevi considerazioni sull’aspetto fisico di Michela, che è il vecchissimo e noioso giochetto con cui si tacitano le donne da Aristotele in giù.
E però la discussione pubblica si inchioda quasi sempre sul corpo di Michela, e nei giorni successivi non si parla quasi d’altro, e naturalmente la condanna verso Mari è generale, e ci sono i soliti si dice e pare che lo vedono già fuori dallo Strega, finché la Fondazione Bellonci, dopo aver auspicato toni decenti nelle discussioni (anche private, si suppone), chiarisce che non è così. La polemica, lentamente, si spegne e finisce come sappiamo.
Restano però molti punti pericolosi, e invece di dimenticarli con i piedi a bagno nel mare vale la pena ricordarli. Partendo proprio da Michela.
La premessa non richiesta è che Michela era un’amica che ho amato moltissimo e che amo ancora, perché i morti si amano anche quando non ci sono. Dico di più: pochi giorni dopo il suo funerale ho ingaggiato una discussione rovente con alcuni intellettuali che non la disprezzavano sul piano fisico ma la sbriciolavano come scrittrice. Mi sono trovata sola in quel frangente, e non ho avvistato all’orizzonte neanche quell’amico di Michela che nei giorni scorsi ha scritto che gli intellettuali che non gridano allo scandalo sullo Strega favoriscono Vannacci (sic).
Ma non voglio essere ingiusta: ognuno e ognuna di noi pensa di essere stata la persona più importante per chi non c’è più, e probabilmente c’è una parte di verità in tutto questo, e sicuramente c’è sempre molto amore. Comunque, mi è rimasta una domanda che vale la pena formulare adesso: perché la difesa di Michela si è basata sul suo corpo, nella maggior parte dei casi, e in misura molto minore su quello che ha fatto e scritto? Michela era bella, hanno scritto tutte o quasi tutte. Ma ha importanza? Rispetto a quello che ha scritto e detto, è così rilevante? Ovvio, la negazione della bellezza è un argomento perfetto per chi usa il corpo per screditare, e la faccenda è misera, è ignobile e deprecabile da qualunque parte venga, dal commentatore social illividito a un vecchio presidente del consiglio fino, appunto, allo scrittore. Ma perché usare il corpo per controargomentare?
Poi c’è un’altra cosa, che da una parte testimonia – ed è bello –- l’amore collettivo che Michela ha saputo suscitare, ma contiene anche qualcosa di sbagliato, ed è il continuo ripetere Michela avrebbe fatto Michela avrebbe detto Giù le mani da Michela. Le mani su Michela, metaforicamente, le hanno messe in tanti, nel bene e nel male, ma forse questo è il momento di leggerla e rileggerla, e di non richiamarla continuamente indietro come Euridice in quella meravigliosa poesia di Carol Ann Duffy, La moglie del mondo, dove Euridice è tutta tranquilla nel suo oltretomba quando arriva lui, “il grosso O.” a riprendersela. E lei, che non ne vuole sapere ma è costretta a seguirlo, riesce a farlo voltare dicendogli “Orfeo, la tua poesia è un capolavoro”.
Perché vuole restare là.
Quanto talento hanno i morti.
I vivi camminano ai bordi di un vasto lago
vicino al silenzio saggio, sommerso, dei morti.
Bene, ogni tanto sogno che Michela lasci la curva della lemniscata dove si trova e appaia nel luogo del suo funerale, a piazza del Popolo, come Hari Seldon nella trilogia della Fondazione di Asimov, e dica: “Ma volete lasciarmi in pace?”. Perché non è detto che, da viva, avrebbe fatto quello che noi ci aspettiamo. Certe volte mi auguro che se, per un incantesimo o uno scambio equivalente, Michela fosse fra noi, avrebbe fatto uno dei meravigliosi colpi di testa che alcune anime lucenti riescono a compiere, uno scarto di lato, una fuga improvvisa che l’avrebbe liberata dal peso di dover dire, dover fare, doversi esporre in luogo degli altri.
Nella sua biografia postuma Ricordatemi come vi pare, nelle pagine finali dice:
“Non era sempre necessario essere magnifica, eroica. Sarebbe bastato anche meno. A cinquantun anni mi sento come se avessi bruciato troppo. Troppo tempo. Troppa energia. Come fossi stata una candela con due stoppini…Forse sarebbe bastato che non fossi io ogni volta quella che parlava per prima, quella che gridava più forte”.
Questa è una lezione che non abbiamo imparato, perché in questi tempi di disincanto continuiamo a cercare maestri, magari dimenticando quale sia il loro vero ruolo : forse, portarti sulla strada della conoscenza e sospingerti nel profondo di te e poi in avanti. In Guerre Stellari, l’ultimo compito del padawan prima di diventare cavaliere Jedi, è quello di guardarsi allo specchio nella “prova dello spirito”, laddove lo specchio è quello della propria anima, lato oscuro incluso.
Fra l’altro, la gran parte dei maestri del nostro immaginario, che siano da mangiare in salsa piccante o da sospingere al seppuku, sono maschi. Michela, in Chirù, ricordava che la parola “maestra” evocava non saggezza e forza e che non c’era, in questo termine, l’immagine di un vecchio Jedi, né un Albus Silente, né un Gandalf, né un Pai Mei. Maestra. Al massimo maestrina, e dunque supponente, inopportuna, presuntuosa: perché alle donne, in fondo, si chiede di essere rassicurati, e non messi alla prova, come i maestri fanno.
E dunque mi piace pensare che, se fosse viva, Michela sarebbe sfuggita anche alla definizione di maestra, e che magari oggi sarebbe in una casa su un fiordo a scrivere, o a fare birdwatching in Ontario insieme a Margaret Atwood, o un corso per pilota di astronavi. Ma non per scappare da un ruolo: semplicemente, perché avremmo dovuto imparare, noi, a prendere parola, e non delegarla ad altre e altri. Perché, come si vede, quando quell’altro o altra prendono una posizione che non ci piace fino in fondo, è facilissimo giustiziare il maestro o la maestra o l’idolo o la dannata immagine che ci rassicura che sì, siamo bravi. (Poi, ovviamente, se fosse viva continuerebbe nel 99% dei casi a fare e scrivere quel che ha sempre fatto e scritto, e probabilmente si sarebbe imbarcata sulla Flotilla o starebbe meditando un pamphlet su Trump. O chissà).
Detto questo, la vicenda del pulmino non è solo controproducente per il nostro rapporto con la memoria di Michela. È un’insidia, almeno secondo me, per i femminismi. È stata fatta un’affermazione, durante i giorni caldissimi della polemica, secondo la quale il vero femminismo è quello che scova e denuncia, in modo che le giovani generazioni sappiano di poter reagire quando vengono svilite se si usa il loro corpo come metro di paragone. Vero, giusto, saggio. Ma è un lavoro molto più lungo di una polemica social, e ben lo sa un’intelligenza ostinata come quella di Giulia Paganelli, Evastaizitta su Instagram, che su questo insiste da anni. Inoltre.
Quello che forse bisognerebbe passare alle giovani generazioni, ammesso che si debba a tutti i costi lasciare qualcosa, è che i femminismi sono anche allegria, gioia, desiderio, sessualità. Da questa storia, nata da un giro di messaggi vocali rimbalzati da un cellulare all’altro fino a capitare in quello della giornalista che l’ha tirato fuori (e su questo giuro che taccio, perché capisco che da quelle parti si scambi informazione culturale per “facciamo casino”, ma dovrebbero pure esistere un paio di basi che riguardano le fonti e le virgolette che dovrebbero prendere il posto dei condizionali), esce fuori altro. Su tutto, una cosa: è ovvio che le parole attribuite a Mari sono inaccettabili.
Ma è legittimo diffonderle? Perché, per come la vedo io, la discussione si è fatalmente spostata su questo, e il tema politico, quello che riguarda il corpo delle donne, è evaporato. Non è evaporata, invece, l’idea di un femminismo punitivo e immaginato come un tribunale permanente. Un “effetto miserevole della società dell’ipersorveglianza”, come ha scritto una femminista molto più radicale di me, Ilaria Durigon: “Come una parte del femminismo si sia trasformata nella psico-polizia dei pulmini è qualcosa che mi interroga nel profondo. Quali miserie femminili si annidano dentro a questi comportamenti? È il confinarci dentro il ruolo di vittime ad averci condotte fin qui? Quali benefici pensiamo di ottenere ricorrendo al potere pubblico della gogna? Quali vantaggi crediamo di guadagnare nell’impedire alle persone di esprimersi nei viaggi in pulmino (senza, peraltro, renderci conto che le ragioni reali di chi ha spifferato potessero essere altre)?”.
Ed è qui che mi rivolgo di nuovo a Mark Fisher, che nel 2013 scrive un lungo articolo, Uscire dal Castello dei Vampiri, che è stato spesso e volentieri utilizzato dalle numerose Brigate Voltaire liberal per sostenere il loro “oddio, non si può più dire niente”, ma che nei fatti sostiene che le lotte (di classe, di genere, di diritti) non si fanno dentro quel castello, non si fanno condannando, insultando, facendo roghi di libri.
“Il Castello dei Vampiri si nutre dell’energia, delle ansie e delle vulnerabilità dei giovani studenti, ma soprattutto vive trasformando le sofferenze di particolari gruppi – più “marginali” sono, meglio è – in capitale accademico. Le figure più lodate del Castello dei Vampiri sono quelle che hanno individuato un nuovo mercato della sofferenza: chi riesce a trovare un gruppo più oppresso e soggiogato di qualsiasi altro sfruttato in precedenza si troverà promosso molto rapidamente tra i ranghi”.
Fisher sostiene, in sintesi, che in questo modo non disturbi il sistema: lo nutri. E dice anche: “I membri del Castello dei Vampiri, piccoli borghesi fino al midollo, sono intensamente competitivi, ma questo viene represso nella maniera passivo-aggressiva tipica della borghesia. Ciò che li tiene insieme non è la solidarietà, ma la paura reciproca – la paura che saranno i prossimi ad essere smascherati, esposti, condannati”.
Ma uscire dal castello significa incontrare gli altri e le altre, metterci il corpo, appunto, guardarsi negli occhi, e soprattutto ragionare a lungo termine, capire che se io oggi rivendico di poter mandare un centinaio di vocali dove riporto le parole di uno scrittore, e quei vocali arrivano ai giornali, e i giornali ci vivono per giorni fregandosi le mani, apro un precedente. E quel precedente può riguardare chiunque di noi, perché se io chiacchiero con la mia vicina di sedile su un pullman o un traghetto e tre file avanti c’è un giornalista della «Verità» che diffonde quello che dico, chi sosterrà, dopo questa vicenda, che non può farlo? Tommaso Pincio ha parlato di squadrismo. E ha ragione.
E infine.
Non fa per niente bene alla letteratura, questa storia. Perché già da un pezzo l’influenza di scrittori e scrittrici sulla società reale è minima, eccezion fatta per coloro che sono “usciti dallo spettacolo”, per dirla alla Debord, e camminano nel mondo infischiandosene dei social e dei like. Mentre in ambito letterario è ormai crescente quella che ho già chiamato “l’ostensione del corpo di chi scrive” e per cui Gianluigi Simonetti ha usato la parola “idoli”. Ma chi scrive non dovrebbe essere un idolo, né un simbolo: perché far parlare il testo diventa più difficile, se chi scrive è ridotto a quello o quella con cui farsi un selfie , magari da tirar fuori in caso di decesso.
Bisognerebbe pensarci, quando si decide di partire in quarta contro qualcuno: bisognerebbe sapere quel che si fa, quali sono gli intenti, quali sono le strade possibili, le conseguenze soprattutto.
Non sono tempi in cui si può essere distratti (gentili sì, magari: ma la vedo difficile), a meno di non infischiarsene dell’idea comune di democrazia, e del fatto che alla fine di chi scrive è stata data l’immagine di gente che sta attaccata al telefonino a spettegolare, invece di provare a pensare in grande, provare a cambiarlo, quel mondo che brucia, o almeno a prendere un bicchiere d’acqua, uno solo, per provare a fermare le fiamme, invece di alimentarle nel posto sbagliato.