Lavoreremo ancora in ufficio tra qualche anno? Nel dubbio, un catalogo di dinamiche e tipi da ufficio per non scordarci come eravamo (soprattutto nel peggio).
Prima cosa fondamentale: le mani avanti, le mie. Per carità, con questo caldo e la voglia di non fare niente chi vuole scrivere e chi lo legge il millesimo articolo sul remote working contro l’ufficio? Io no.
C’è da morir di noia solo a sentire un’altra volta che noi lo chiamiamo smart ma non è smart perché sei reperibile tale e quale al te stesso in ufficio del 2007, solo che lavori dalla cucina e sei – povero fesso – solo la figurina Pokemon edizione deluxe del nuovo capitalismo cognitivo, che ora si fa in tuta, caro Marx, alienati e contenti.
Non voglio toccare nemmeno con la canna da pesca il “nuovo equilibrio vita-lavoro”. Sono pieni i documenti strategici delle imprese, che non vogliono un mondo migliore per gli schiavi, vogliono solo tenersi gli schiavi bravi, ma nessuno ha capito bene come fare per evitare che diventino mercenari. Perché i bravi giovani si sono fatti tutti astuti, contrattano allo sfinimento. E succede perché si può: da qualche anno l’assottigliamento demografico ha portato i primi effetti. Il lavoro c’è, le persone mancano. Se scarseggiano le persone (cominciamo già a essere meno di vent’anni fa) aumentano le possibilità per tutti: il mercato del lavoro ha cambiato verso al manico del coltello. Restano, ultima arma dei capitalisti, solo gli stipendi bassi come potere di ricatto del plutocrate.
Adieu, posto fisso
L’altro fatto è che il posto fisso comincia a scricchiolare. Qualche giorno fa sono andata a una conferenza in cui si parlava dell’ultima utopia: come rendere attrattivo il ritorno in ufficio dopo questi anni troppo remoti. Figurati. Chi ci torna, in ufficio. Nemmeno se metti l’albero di Natale, il cinema e la palestra e offri il servizio ristorante che ti prepara pure la cena delivery a 4 euro. Non ci tornano nemmeno se regali l’asilo, il supermercato e il calzolaio. Qualcuno – giuro – ha pure il carrettino del gelataio d’estate vicino alla macchinetta del caffé. Quanto vorrei ci fosse qui mio nonno per raccontarglielo. Niente da fare. La gente vuole stare a casa sua, che ci vuole a capire?
Poi c’è la nuova generazione, anzi non solo la nuova, amante dei cazzi propri svolti in isolamento: non sono pigri e neanche asociali, sono solo convintissimi che l’ufficio sia una tassa che gli vogliono appioppare. Una generazione che ha imparato a considerare come fatica sospetta ogni presenza fisica non strettamente necessaria. Perché vestirsi, uscire, prendere un mezzo, sorridere a gente che hai scelto, mangiare da una scatoletta di avanzi, quando si può fare tutto senza muoversi e senza vedere nessuno? Fin qui, la richiesta è legittima. È che è anche sparita la copula in ufficio, grande calamita nei tempi passati e rovina di tante case. Ai giovini non interessa più: né la scrivania del carrierista, né la copula.
Tutto perfetto, questo mondo nuovo di dipendenti sparsi ovunque, Una ricerca pubblicata su «Science» da Natalia Emanuel, Emma Harrington e Amanda Pallais ha messo insieme i dati di cinque grandi sondaggi americani, fra il 2011 e il 2024, escludendo gli anni anomali della pandemia, su oltre 588 mila lavoratori. Il risultato è questo: chi lavora in professioni compatibili con il remoto passa più tempo da solo e mostra più segnali di disagio psicologico rispetto a chi lavora in presenza.
Nel sottogruppo di chi vive da solo gli effetti sono più marcati: più stress, più visite psichiatriche, più prescrizioni di antidepressivi e ansiolitici. Negli ultimi anni, circa un quarto dei lavoratori da remoto che vivevano soli dichiarava di trascorrere l’intera giornata senza nessun contatto di persona. Una giornata intera senza il fastidio minimo e vitale dell’altro: qui ci arrivo anche io alla diagnosi, e cioè che la solitudine certi giorni è un giulebbe, certi altri una iattura, e sono di più i secondi.
Naturalmente si sono affiancati altri studi correttivi: c’è chi osserva che non distinguere abbastanza fra lavoro completamente remoto e lavoro ibrido rischia di confondere fenomeni molto diversi. C’è chi ricorda che il lavoro da remoto può ridurre lo stress, alleggerire i costi e migliorare la vita familiare. C’è Nicholas Bloom, economista di Stanford, che da anni studia il fenomeno e sostiene una banale e perfino lucida conclusione: la cosa migliore per la salute mentale (qualunque cosa sia) è lasciare scegliere le persone. Sempre legare l’asino dove decide il padrone.
(questi dati li ho letti perché erano raccolti in un recente articolo del Post, citiamo?)
Mi sbrigo a concludere la premessa: a che servono gli studi sull’aumento delle depressioni, dell’alcolismo e dell’isolamento? Sul peggioramento della competenza, sul fatto che se non ti vedono, nessuno ti conosce resti un numero e nessuno è mai diventato qualcuno non levandosi il pigiama? A niente, non servono a niente. Lasciateci in pace, dicono i lavoratori remoters. Nelle metropolitane e sulle tangenziali mai più, se mi rivuoi alla scrivania non mi ci vedrai vivo, piuttosto mi dimetto.
Questa è l’acqua però le aziende hanno capito che il remoto non ingrana, e rivogliono indietro i corpi dei lavoratori. Ci si sforza di capire. Riunioni con i consulenti: lo psicologo del lavoro e l’avvocato (io) dovrebbero trovare la pozione magica. Non la troviamo.
La novità è che esiste – si è costituito spontaneamente e funziona in modo atomistico e indipendente – un sindacato senza tessera, invisibile e va come una locomotiva. Non fa i cortei, non serve scioperare, ha l’arma di fine-del-mondo: “Me ne vado”. Se mi riporti in quella stamberga, mi avrai col Linkedin aperto-a-nuovi-lavori dal giorno dopo.
Sappiamo che ormai, nei colloqui di lavoro, la domanda non è più “quanto si guadagna?”, né “che prospettive di crescita ci sono?”. Si comincia con: “Quanto smart c’è?”. Fateli scegliere, e resteranno a casa sempre. Chi ha ragione (il lavoro remoto salva/rovina) lo vedremo più avanti, ora nessuno lo sa, è la vita da cavie che facciamo da vent’anni.
Così, prima che l’ufficio finisca per sempre – e qui comincia questo articolo – ha senso forse farne un piccolo catalogo. Altrimenti si rischia che i ragazzini guardino Fantozzi come se fosse tutto inventato.
I grandi classici
Impiegato pedina con coscienza
Lavoratore senza speranze. Il ragionier Ugo Fantozzi non ha possibilità di carriera, non ha uno stipendio decente, non ha possibilità altrove e quindi ha perfezionato quello che gli americani chiamano quiet quitting: faccio il minimo e aspetto le 17 tutti i giorni. Ha imparato a mettere la sveglia all’ultimo minuto, va ai pranzi e cene aziendali, alla proiezione della corazzata Potëmkin. C’è questo vecchio sentimento da ufficio che ora è sparito: compiacere i capi. Il sum dignus dello stipendio. Ci si salvava in pochi modi. Per fare in modo che la vita non diventi impossibile, Fantozzi si è innamorato di una al piano di sopra, che non solo non corrisponde, manco lo vede.
Impiegato pedina senza coscienza
Filini. Anonimo ma con più brio. Vuole esistere per la comunità quindi socializza, anche troppo. Sotto la superficie niente, nessuno immagina che vita abbia, a nessuno importa immaginarla.
Il Sotto-boss
Non ha una marcata intelligenza ma un discreto istinto da pescecane sì. Il Calboni. Una prepotenza da teppista gli consente di avere la sua piccola ragnatela di poteri, che sfrutta, insieme al carisma maiale da predone da bar. Oggi non solo non avrebbe spazio, verrebbe segnalato alle risorse umane al primo sguardo molle su una ragazza e licenziato con procedimento disciplinare. Quando vado nelle aziende per la consulenza parità di genere e varie cose etiche, alla domanda “ci sono stati casi di dipendenti coinvolti in episodi di molestie negli ultimi due anni?” la risposta è sempre un sorriso molto neutro e molto muto, nei sottotitoli ci leggi “sono tutti morti”.
Miss Quarto Piano
La Signorina Silvani. Altro stupendo personaggio giunto al termine di carriera. È un fossile anche l’antica istituzione postconiugale, oggi guardata con sospetto deontologico, ma per decenni motore di produttività. Il flirt d’ufficio. “Hai visto la mail?”, “Ci sentiamo dopo per allinearci?”. “Dove vai a pranzo? Dai, usciamo”. E così sopravvivevano matrimoni e noie bestiali. Adesso la relazione inshore è contro il codice etico, specie nel caso superiore-gregario: segnalato immediatamente al whistleblowing da anonimi per favoritismi e zozzerie amministrative, si verrà mandati a casa: convocati dagli HR che – con le pupille a punta – chiederanno se preferisci il marchio licenziato o dimissionario, imbecille impara a tenerti su le mutande.
I Classici Contemporanei
Il Fitness-Pazzoide
L’ufficio è solo l’intervallo che lo separa dalle due ore disciplinatissime in palestra. A pranzo scarta due scatoline preparate la sera prima, è tutto bianco: pollo del supermercato, riso. Gran compatimento dei vicini che lui confonde per invidia del suo corpo forgiato e tirato a lucido: tutti intorno sanno che è una fissazione temporanea. Ci passano tutti i ragazzi, gli anni in cui fai il maggiordomo di te stesso, con quel fisico sì quasi perfetto, ma a che prezzo di mantenimento. E mica puoi durare così in restrizione per sempre, uomo-bresaola. A cena non mangi e non bevi, non sei di nessun interesse nella conversazione, finché cominci ad accorgerti che i meno belli ballano di più.
Il riunionista
Siccome fa pochissimo, indice riunioni per simulare attività. In questo millennio ha le call. La riunione inutile sfortunatamente con il remoto prospera. Io le riunioni me le ricordo com’era una volta il padel, scuse da tradimento, la riunione prima non esisteva perché dovevi spostare troppa gente, gente che poi doveva parcheggiare, e diventava impraticabile. Sono quattro anni che recuperiamo le riunioni finte che non abbiamo fatto negli ultimi quaranta.
L’Enigma
Persona che non parla mai e personaggio inquietante. In ufficio stava lì, muta, competentissima o completamente assente, impossibile stabilirlo. Mai un pettegolezzo, le battute non la fanno ridere, non prendeva posizione. Produceva file e poi spariva. Era un mistero seduto. Il remoto l’ha moltiplicata e quindi resa definitiva: microfono spento e iniziali sullo schermo. Poi scopri un giorno che è un genio o la figlia triplo cognome di amici dell’amministratore delegato che gli hanno prestato i soldi.
L’Animale-al-piano-alto
Capo tiranno, mostruoso. Il commento più frequente su di lui è: non è possibile. Non è possibile essere così fissati coi soldi, non è possibile restare insensibile alle lacrime degli altri, non è possibile non essere terrorizzati da quest’odio che confluisce verso la sua direzione. C’è purtroppo un contro effetto favorevole: sotto di lui, in una sottile e fortissima alleanza, gli altri impiegati dimenticano guai domestici e rivalità passeggere, non si lamentano più e fanno fronte comune in difesa, si spalleggiano e s’aiutano. L’azienda va bene e la benzina è il terrore. Si crea quindi, solo su quel potere marcio, l’ideale di colleganza virtuosa. Unico caso di ufficio in cui ci si voleva bene. Che metafora stortissima.