Piano B riporta in libreria La casa ai confini del mondo di Henry Beston. Pubblicato nel 1928 e ambientato a Cape Cod — "epicentro di un sisma letterario con cui si si plasmò l’arcipelago della letteratura ambientalista americana" — questo capolavoro del nature writing coniuga poesia e rigore scientifico per cercare nella natura una risposta al dramma della Grande Guerra. Anticipiamo un estratto dalla postfazione di Paolo Pecere.
Henry Beston presenta il promontorio di Cape Cod come “ultimo baluardo di un’antica terra ormai scomparsa”, una falesia che resiste ancora all’erosione, al mare che “sfida in battaglia la terra”, e dove “i ritmi solenni della natura, oggi calpestati con ottusità, vilipesi persino, qui trionfano nella loro libertà primitiva e sconfinata”. Nella prima pagina, come in una sinfonia, sono contenuti i temi principali de La casa ai confini del mondo (The Outermost House): la scelta di assestarsi in un luogo dove è possibile riscoprire valori che il presente non riconosce più, tornando a percepire i processi naturali, in un divenire che ha ritmi diversi rispetto alla storia umana. Il libro di Beston narra l’immersione in questi ritmi lungo l’arco di un anno solare, come il resoconto di una cerimonia d’iniziazione. Il racconto è composto con ricercata perfezione linguistica, è un riconosciuto capolavoro del nature writing, un’opera che è al tempo stesso letteratura e ecologia. Per comprenderla, bisogna cominciare da una prospettiva ecologica: come una pianta deve la sua esistenza a un complesso di fattori genealogici e ambientali, che cospirano a produrne la forma specifica, così quest’opera va compresa a partire dalle coordinate geografiche e storiche in cui si è sviluppata.
Beston trascorse un anno a Cape Cod tra il 1926 e il 1927, nella piccola casa che aveva fatto costruire l’anno precedente sulla spiaggia, e che chiamò Fo’ Castle, castello di prua. Durante quell’anno riempì taccuini di appunti, che confluirono nella stesura del libro nelle settimane successive. Non è possibile separare quella scrittura dal luogo in cui cominciò a prendere forma. Non si tratta solo dell’immersione nell’ecologia costiera, che attraversa tutta la narrazione. Fermiamoci per un attimo alla mappa: vi si può rintracciare una geografia poetica. Cape Cod è l’epicentro di un sisma letterario con cui si plasmò l’arcipelago della letteratura ambientalista americana: da qui, nel 1849, passarono Ralph Waldo Emerson – l’autore del classico del trascendentalismo americano Natura (1836) – e il suo pupillo Henry Thoreau, che aveva trascorso oltre due anni nella casa nel bosco costruita nella vicina Concord, da cui avrebbe ricavato Walden. La vita nei boschi (1854). Beston elaborò in nuove forme la loro esortazione a tornare a vedere la natura tornando ad abitarla.
Risaliamo la costa per cento miglia: al largo di Cape Ann spuntano dal mare i Dry Salvages, le tre rocce che danno il titolo al terzo dei Quattro quartetti di Thomas Eliot, pubblicato nel 1941. In questa poesia, acqua e divinità si sovrappongono. Andiamo ancora a Nord, per altri centocinquanta miglia: ecco Southport Island, dove visse la scrittrice e naturalista Rachel Carson – amica di Beston e ammiratrice della sua opera – ricavandone esperienze confluite nella sua trilogia sul mare (1941-1955), che si concluse con The Edge of the Sea (La vita che brilla sulla riva del mare).
Torniamo a Cape Cod, alla casa-prua di Beston, e andiamo a Ovest, riavvolgendo il tempo: in cinquanta chilometri arriviamo a New Bedford, il porto da cui parte il Pequod, la baleniera di Moby Dick. Melville scrisse il romanzo nel 1851 in una casa nell’entroterra, Arrowhead, non lontano da qui.
Unendo questi luoghi si forma una linea: su questo breve intervallo di costa, l’Oceano ha ispirato una serie di opere in cui l’incontro con l’acqua e le sue forme di vita diventa meditazione cosmica.
Percepire la Natura: tra scienza, poesia e metafisica
Beston riconosce che nel suo testo è al lavoro “la percezione meditativa del rapporto fra la ‘Natura’ (e includo in questo termine l’intero quadro cosmico) e lo spirito umano”. Di che si tratta? Leggendo il libro è possibile distinguere tre assi che convergono per formare la lingua di Beston: scienza naturale, poesia, metafisica.
“Una sorta di vocazione da naturalista” è ciò che convince Beston a stabilirsi nella casa sulla spiaggia, per conoscerne i luoghi e “condividerne la vita misteriosa e ancestrale”. Lo sguardo e il linguaggio naturalistico attraversano tutto il libro: Beston muove dalla “storia geologica” del promontorio, che è l’ultima appendice di una terra sommersa, confine in cui è inevitabile meditare sulla trasformazione continua dell’ambiente terrestre. Ogni fenomeno è scomposto nei suoi fattori, fino a quelli che stanno sotto la soglia della percezione umana. Un esempio è la percezione acustica di un’onda – proprio l’esempio che il filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz sceglieva per indicare la complessità nascosta in un ogni percezione. Il suono dell’onda che batte, secondo Leibniz, è in realtà composto da infiniti battiti di gocce. Beston lo scompone in tre momenti sovrapposti: lo schianto, lo “sfrigolare” dell’acqua in cui l’onda di dissolve, il “sibilo in dissolvenza delle lastre di spuma”. Quella che inizialmente appare come una totalità vaga e imponente si scioglie in una complessa meccanica, di cui i nostri sensi rintracciano solo alcuni tratti.
Ma il culmine di questo lavoro analitico è la descrizione della vicenda annuale di flora e fauna. Designando le specie con i loro nomi scientifici, Beston sfida l’imperizia di chi si affaccia su Cape Cod con l’equipaggiamento di categorie generiche, come “alberi” e “uccelli”. Così un interminabile catalogo degli uccelli segna l’inizio d’incontri prolungati: piovanelli, albastrelli, morette dal collare, pivieri e corrieri, mignattai, fregate, gabbiani, aquile di mare, storni, orchetti, picchi muratori pettofulvo, parule, sule, passeri cantori e passeri golabianca, dendroiche, franchicastani, migliarini di palude, smerigli, falchi, varietà di anatre e oche, corrieri canori, sterne e così via. La stessa esuberante molteplicità spicca dagli altri regni e famiglie del vivente.
Lo slancio naturalistico di Beston arriva a formulare con precisione un tema filosofico-scientifico oggi centrale, che nell’etologia dell’epoca era ancora largamente accantonato: la differenza delle menti animali. Osservando i voli degli uccelli, Beston vede costellazioni che si formano “in un istante, e in quell’istante si sviluppa una volontà propria”; di fronte a queste azioni collettive, lancia una sfida alla concezione meccanicista del comportamento animale:
Con quali mezzi, attraverso quali metodi di comunicazione questa volontà arriva allo stormo e fa sì che quindici o più piccoli cervelli la recepiscano e vi si uniformino in una frazione infinitesimale di tempo? Dobbiamo credere che questi uccelli siano tutti machina, come sosteneva Cartesio? Si tratta di meri meccanismi di carne e ossa così assolutamente identici che ciascun cervello, di fronte alle medesime forze ambientali, scatta automaticamente, in sincrono, come le ruote di un ingranaggio? Oppure esiste invece una corrente che scorre dentro di loro, fra di loro, nell’atto del volo? Anche i banchi di pesci compiono analoghi mutamenti di direzione.
Per Beston, non è possibile amare veramente un animale senza conoscerlo, né è possibile conoscere se non si sa distinguere e nominare almeno la sua specie, e quindi la sua origine, la traiettoria della sua vita, che collega l’angolo terreste in cui si trova l’osservatore umano con aree remote, dai Caraibi all’Artico, alla profondità degli oceani, da cui emergono banchi di aringhe, capodogli e piccoli organismi fosforescenti.
“Per comprendere il mondo la poesia è necessaria quanto la scienza”, chiarisce Beston. Da questa ineludibile dimensione scientifica della scrittura prenderà le mosse Rachel Carson, che nel suo discorso di accettazione de National Book Award, nel 1952, dirà: “Non esiste una letteratura della scienza separata da quest’ultima, perché lo scopo della scienza è scoprire e illuminare la verità, e questo è anche lo scopo della vera letteratura”.
Consideriamo quindi la poesia. In base a quanto abbiamo appena visto, in Beston, la poesia si trova anche nei passaggi di analisi naturalistica. Nel 1926, Beston scrive una nota in francese sul suo diario, definendo la sua opera come un “celebrare, svelare il mistero, la bellezza, e la mistica della Natura, del Mondo visibile”. Qui il naturalistica-mistico si rivela anche studioso di letteratura francese, e vengono in mente i versi di Baudelaire (1857): “La Natura è un tempio ove viventi pilastri mandano fuori a volte confuse parole; la attraversa l’uomo tra foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari”. Dalle Corrispondenze di Baudelaire sembrano tornare in Beston anche l’attenzione per la notte e per i profumi, che attraversa La casa ai confini del mondo.
Il risultato è un linguaggio animista: “I mari sono il sangue della terra e le maree, comandate da sole e luna, sono sistole e diastole del ciclo cardiaco del pianeta”. Ma come si compongono questi tratti eterogenei, quello scientifico e quello poetico? Si potrebbe osservare che, risalendo a Platone, l’immagine del cosmo come essere vivente è intrecciata fin dall’antichità all’idea di un’armonia matematica che gli scienziati moderni riscopriranno. Ma la genealogia da cui nasce la scrittura di Beston è più prossima: risale a Charles Darwin, naturalista-scrittore che nei suoi viaggi intervalla dissezioni anatomiche e ipotesi geologiche con esclamazioni di entusiasmo estetico e religioso. E prima ancora, al modello di Darwin, Alexander von Humboldt.
È Humboldt a comporre, nelle sue narrazioni di viaggio, il vitalismo metafisico di Schelling e lo sguardo tassonomico e misurante dell’empirismo scientifico, l’idea di Goethe per cui le forme della natura si trasformano e la prospettiva geografica per cui questa trasformazione dipende dall’interazione tra organismi e ambiente. Humboldt scompone l’impressione estetica nei suoi fattori invisibili, e così mira a una filosofia della natura, coronata da una concezione del cosmo come un Tutto pieno di vita. Il suo monumentale Cosmos. Saggio di una descrizione fisica del mondo (1845-1862), visto con le lenti delle distinzioni disciplinari contemporanee, può apparire come l’ultimo documento di una visione sinottica in cui arte e filosofia, letteratura e scienze potevano ancora essere unite. Beston riprende questa visione sinottica (e sinestetica) della filosofia naturale europea, intrecciando la scienza con l’entusiasmo speculativo per una “forza vitale concreta quanto il calore del sole” e per la notte in cui siamo ”pellegrini della mortalità in viaggio da un orizzonte a un altro attraverso spazio e tempo eterni”. La casa ai confini del mondo è il documento di come, nel XX secolo, quella visione è tornata a manifestarsi, per poi apparire sempre più importante fino a oggi, mentre l’ecologia è andata mostrando il suo lato critico e allarmante.
Ma leggere nella natura valori etici e religiosi, in quel libro del 1928, era per Beston anche la risposta a un dramma storico che resta all’orizzonte della narrazione: la Grande Guerra.