Che succede se si torna per qualche tempo nell'isola di cui si è originari, Favignana, e ci si ritrova a fare la comparsa in un kolossal hollywoodiano? Un racconto personale che intreccia la memoria familiare, il lavoro sul set e una scommessa: quella di non abbandonare un territorio sospeso tra la speculazione e il bisogno di ritrovare la propria identità più profonda.
“Era l’inizio degli anni Novanta, in inverno. Una barca di pescatori si stava spingendo oltre Marettimo, nel canale tra la Sicilia e la Tunisia. Il mare era calmo, le reti si riempirono come non era mai successo prima. Con il baracchino chiamarono l’isola: avevano fatto la pesca miracolosa. Da terra, però, la risposta fu un’altra: tornate subito, sta arrivando una tempesta”.
Questa storia me la raccontò mio cugino una sera di marzo del 2025, seduti ai tavolini del New Albatros, l’unico pub a rimanere aperto a Favignana in inverno. Non so se sia vera. Sulle isole le storie di mare cambiano ogni volta che vengono raccontate, e finiscono sempre per assomigliarsi un po’. Ma tutte conservano un nocciolo di verità: servono a ricordare che il mare può concedere tutto e togliere tutto nello stesso giorno.
Mentre parlava, il pub si stava riempiendo di persone che fino a qualche settimana prima nessuno aveva mai visto sull’isola. Blundstone ai piedi, piumini neri, sigarette rollate. Producer, scenografi, falegnami, elettricisti, erano arrivati per costruire il set italiano di The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan. L’inverno di Favignana, quello che non conoscevo e che avevo sempre immaginato come un tempo sospeso, stava improvvisamente tornando a vivere.
Anch’io ero arrivato lì da poco. Avevo lasciato Roma pensando di fermarmi qualche mese, abbastanza da stare vicino a mio nonno negli ultimi tempi e capire che cosa sarebbe successo alle case di famiglia, una vecchia cava di tufo trasformata da lui, negli anni Sessanta, in un piccolo villaggio familiare. Non avevo un progetto preciso; soltanto la sensazione che, mentre nella mia vita di città molte cose stavano finendo, valesse la pena restare in un luogo dove forse ne stavano per cominciarne altre.
Per settimane l’elicottero non smise mai di andare avanti e indietro tra il forte di Santa Caterina e le tensostrutture costruite dietro l’ex Stabilimento Florio. All’inizio sembrava soltanto un rumore, poi diventò il suono dell’isola. Il forte, arroccato sull’unico monte di Favignana, veniva trasformato nel palazzo di Ulisse. Dietro l’ex tonnara, centinaia di artigiani costruivano arredi, capanne, colonne, armature. I bar riaprivano uno dopo l’altro. Al bancone si commentava l’arrivo della troupe con lo stesso misto di entusiasmo e diffidenza che accompagna tutte le fortune improvvise.
“Se d’estate siamo già pieni così”, diceva qualcuno, “figurati dopo il film”. Quella frase rimase a lungo sospesa nell’aria.
Vissuta con i nonni da bambino, Favignana aveva un altro sapore. Sapeva di brodo di pesce e tenerumi, di babbaluci raccolti in giardino dopo i temporali estivi, di cicli della natura e settimane che sembravano non finire mai. I turisti si chiamavano ancora villeggianti; restavano un mese, a volte due. Finivano per conoscere il pescivendolo, il benzinaio, il farmacista. Le serate passavano nell’arena Sant’Anna, un cinema all’aperto scavato dentro una cava di tufo, dove la comunità si ritrovava per recuperare i film usciti durante l’inverno.
Poi arrivarono i voli low cost, i weekend, i social. L’isola smise lentamente di essere un luogo da abitare e diventò un luogo da attraversare. Le botteghe lasciarono spazio ai locali; i menù iniziarono ad assomigliarsi tutti. Comparvero pinse, schiacciate, kebab di tonno. Poi il pistacchio. Non cresce a Favignana, eppure nel giro di pochi anni sembrava impossibile mangiare qualcosa che non lo contenesse. È la Sicilia immaginata da chi arriva. Ma gli affari sembravano andare a gonfie vele, e pareva che a tutti andasse bene così: la pesca miracolosa era in corso.
Prima le foto delle macchinette digitali caricate su Facebook, poi le Stories di Instagram, infine Hollywood. Tre modi diversi di produrre la stessa cosa: immagini. Favignana, lentamente, è diventata una scenografia. D’estate, nei giorni di punta, decine di migliaia di persone attraversano un’isola di diciannove chilometri quadrati, abitata d’inverno da meno di duemila residenti effettivi. Sbarcano al mattino, percorrono le stesse strade sterrate, fotografano le stesse calette, mangiano gli stessi piatti pensati per essere fotografati e ripartono poche ore dopo. L’isola continua a essere lì, ma sempre più spesso come sfondo.
Tutto questo ha portato lavoro – stagionale e sottopagato – agli abitanti dell’isola, finendo però per arricchire sempre di più pochissime tasche: quelle con interessi economici che arrivano dal mare per acquistare fondi commerciali e case, trasformandole in locali e airbnb i cui unici fruitori sono i turisti. All’emergenza abitativa comune a tutti i luoghi turistici, con affitti a lungo termine sempre più difficili da ottenere, si affianca la desolazione invernale: quando iniziano i primi temporali di ottobre, i locali abbassano le saracinesche lasciando l’isola deserta come un luna park dopo l’orario di chiusura.
Eppure nel marzo dell’anno scorso stava succedendo qualcosa di diverso. Hollywood aveva bisogno che Favignana tornasse a essereun luogo. Servivano falegnami, elettricisti, pescatori, sarte, autisti, muratori, cuochi, figuranti. Per qualche settimana l’economia estiva venne sostituita da un’altra economia, fatta di lavoro quotidiano e non di passaggio. Le persone ricominciarono a incontrarsi. L’inverno, che negli ultimi anni sembrava diventato soltanto il tempo dell’attesa, ritrovò un ritmo.
Decisi di restare, non potevo perdermi l’occasione di fare la comparsa. Quando mi convocarono per la prova costumi dentro l’ex Stabilimento Florio, mi sembrò di entrare in una piega del tempo. Lo stesso edificio che per oltre un secolo aveva organizzato la pesca del tonno tornava a essere il cuore produttivo dell’isola, questa volta per fabbricare un’altra materia prima: immagini. Mi misero addosso un’armatura, un elmo e una tunica. Mi intimarono di non tagliare barba e capelli fino alla fine delle riprese.
La prima convocazione fu alle cinque del mattino. Consegnammo i telefoni insieme ai vestiti. Solo più tardi mi resi conto di quanto quel gesto fosse insolito: per ore, nessuno avrebbe potuto fotografare ciò che stava succedendo. Aspettammo dentro una tensostruttura enorme, costruita per ospitare centinaia di comparse.
All’inizio regnava il silenzio. Poi qualcuno attaccò bottone; qualcun altro raccontò come e perché era finito sull’isola. Le conversazioni iniziavano a incrociarsi. Era la prima volta, dopo trentacinque anni di estati trascorse qui, che parlavo davvero con chi Favignana la abitava tutto l’anno. C’erano persone che erano rimaste, altre che erano tornate dopo anni passati all’estero. Altri ancora erano arrivati da città e Paesi di tutto il mondo, e avevano deciso di fermarsi proprio lì. Mi accorgevo di conoscere le loro facce, ma non le loro vite. Sapevo chi preparava il gelato, chi friggeva le arancine, chi serviva ai tavoli, ma non avevo mai saputo come si chiamassero. Una comunità che aveva perso quasi tutti i propri luoghi di incontro li ritrovava, paradossalmente, dentro un set hollywoodiano.
Quando finalmente ci chiamarono per girare la prima scena, aveva appena smesso di piovere. Scendemmo verso il Bue Marino in costume, attraversando il sentiero in silenzio. Poi il panorama si aprì. Davanti alla cava c’erano fuochi accesi, capanne di legno, la nave di Ulisse ancorata lì dove facevamo i tuffi da bambini. Matt Damon, travestito da mendicante, aspettava Telemaco – Tom Holland – davanti all’ingresso della grotta. Christopher Nolan, che solo pochi giorni prima era volato a Los Angeles per ricevere sette premi Oscar, dallo scoglio impartiva ordini alla troupe. Proprio in quel momento comparve un doppio arcobaleno. Nessuno aveva un telefono, non esiste una fotografia di quella scena. E forse è giusto così: le leggende non hanno bisogno di prove. Quando le riprese finirono, tornai a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa che andava oltre un film.
Mio nonno morì pochi mesi dopo, la cava non fu venduta. Ho lasciato definitivamente Roma, scegliendo di costruire il mio lavoro da remoto in modo da poter vivere sull’isola anche d’inverno, quando i bar chiudono, il vento torna a soffiare e il mare ricomincia a ricordare che qui non è mai stato soltanto uno sfondo. Non so se ha senso quello che sto facendo, ma sento che le mie battaglie stanno qui, in questo luogo sospeso tra la memoria di ciò che era e l’incertezza di ciò che diventerà.
Oggi The Odyssey è nelle sale. A Favignana, dove non esiste un cinema, per l’occasione ha riaperto un’arena estiva, chiusa ormai da anni. La domanda però non riguarda il cinema, ma quello che succederà dopo. Ogni luogo che diventa scenografia rischia di finire prigioniero della propria immagine. È accaduto a molte isole del Mediterraneo, potrebbe accadere anche qui. Oppure il film potrebbe essere l’occasione per costruire un altro turismo, meno interessato a consumare Favignana in una giornata e più disposto a fermarsi abbastanza da attraversarne, alla ricerca di Ulisse, anche il silenzio, il vento, l’inverno.
“La tempesta arrivò davvero” – concluse il racconto mio cugino quella sera di marzo. “La barca si rovesciò. Due pescatori si gettarono in acqua nel tentativo di raggiungere la costa a nuoto, ma non ce la fecero. Si salvò soltanto il terzo. Era l’unico che non sapeva nuotare. Rimase aggrappato allo scafo rovesciato per ore, finché qualcuno non lo trovò”.
A volte, credo, l’unico modo per salvarsi è non lasciare la presa.