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Valeria Verdolini

Il G8 di Genova non è stato un’eccezione, ma l’inizio di una cupa normalità

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Più che un’eccezione e una sospensione temporanea dello stato di diritto, il G8 di Genova è stato il laboratorio delle politiche securitarie di oggi. Ripensare a quanto è accaduto allora, significa cercare risposte utili a scardinare le ingiustizie che viviamo tutti i giorni.

Qualche anno fa mi trovavo al matrimonio di un caro amico d’infanzia. Ero con persone che avevo visto bambine e poi adolescenti, seduti sulla spiaggia, rilassati, a bere e scherzare. C’erano gli allievi di mio padre con cui mi sfidavo sugli autoscontri, i compagni del liceo, gli sposi, tutti cresciuti come me in provincia. Alcune di queste persone ho continuato a incrociarle negli anni, altre invece no. Tra queste che non sentivo più da tempo e non vedevo più dagli anni Novanta c’era F. 

F. è sempre stato un ragazzo timido, spesso preso di mira dai coetanei, ma con me ogni tanto parlava, anche perché io mi impegnavo molto, come per senso del dovere; non volevo rimanesse isolato, indietro rispetto agli altri. E dunque io lo ascoltavo, F., col suo modo di fare assieme ostentatamente gradasso e reticente, come di chi non riesce a dissimulare a lungo la sua vera natura. Anche sulla spiaggia, F., ormai adulto, voleva parlare con me. Nel 2001 aveva, come me, 19 anni. Stava finendo il servizio militare. Era finito nella “Celere”. A questo punto il suo racconto si fa confuso, e non solamente per le bollicine scolate troppo in fretta nell’umidità dei lidi ferraresi. F. inizia a raccontare, e in pochi passaggi mi dice che lui, in quell’estate del 2001, col suo reparto, era proprio lì, a Genova. Anzi, aggiunge che era entrato, impaurito, nella scuola Diaz. E poi quella paura, come il sangue venoso che diventa arterioso, e si era tramutata in rabbia cieca. Parlava col tono meccanico e distaccato del trauma, e aveva scelto noi, che non lo vedevamo da allora, per vuotare il sacco. La voce monocorde elencava le violenze compiute. C’era nei vocaboli scelti la continua distanza da ogni responsabilità: “si doveva fare”, “dovevamo proteggerci”, “avrebbero fatto lo stesso, loro, se avessero potuto”. Ogni giustificazione arrivava dopo un racconto di violenze irricevibile. Non era la prima volta che mi accadeva di dover sovrapporre a persone amiche sagome differenti, attribuzioni di fatti che mai avrei pensato potessero coincidere con la dolcezza e intimità del nostro rapporto , ma di quel racconto specifico, che ho in parte rimosso, mi rimane quel senso di freddo nell’umido della pineta, mentre il sole cala e nel tavolo a fianco si gridava “viva gli sposi”. 

A lui per primo ho pensato per scrivere, oggi, del G8 di Genova. Da quei giorni di luglio sono passati venticinque anni, ossia un tempo (forse) sufficiente perché una vicenda diventi storia. Le democrazie occidentali hanno una straordinaria capacità di convivere con le proprie ferite. Non le curano, ma le trasformano progressivamente in memoria pubblica, in anniversari, in cerimonie, in simboli condivisi. È ciò che gli studi sulla memoria chiamano, con qualche approssimazione, processi di monumentalizzazione. Il problema non è l’esercizio della memoria, l’atto di ricordare. Il problema arriva quando il monumento – anche simbolico – suggerisce che la ferita abbia smesso di produrre effetti sul presente, quasi che fosse guarita da sola. Per raccontare quello che è successo a Genova, le formule giornalistiche o pseudo-giornalistiche immediatamente successive ai fatti e poi utilizzate negli anni sono sempre state orientate a cristallizzarne l’orrore; tali modalità di espressione ci hanno indirettamente allontanato dalle cause e dalle forme di continuità che sono sopravvissute a quei giorni. La violenza ha faticosamente trovato un riconoscimento in alcune formule – enfatiche, espressionistiche, semplificatorie, definitive, spesso iperboliche o perifrastiche – come la “la macelleria messicana”; “la più grande sospensione dei diritti e della democrazia dalla fine della seconda guerra mondiale” che hanno anticipato le condanne tardive arrivate in sede processuale. La complessità di quei giorni e le trame che da lì si sono dipanate negli anni successivi, nonostante i grandi lavori ricostruttivi di storia e microstorie, hanno visto molti affondi nel passato ma meno ricuciture col presente. La domanda politica e sociale ossia cosa è accaduto davvero da allora ad oggi come processo diacronico lineare, e non come ieri/oggi e basta rimane una questione aperta e inevasa, quasi di difficile trattazione. In parte perché “l’allora”, per quel che riguarda i movimenti, si è interrotto, mentre i moti di apprendimento delle strutture del controllo si sono raffinati negli anni.

Questa modalità di pietrificazione ha un nome che è anche un sentimento: lo stupore. La parola stupore deriva dal latino stupor (a sua volta da stupere, “essere stordito” o “restare attonito”). Alla radice c’è un’idea molto fisica: indica originariamente l’essere “colpiti”, quasi pietrificati dalla sorpresa al punto da perdere momentaneamente la capacità di parlare o di agire.

Walter Benjamin scrive, nell’ottava tesi de Sul concetto di storia, che lo stupore per il fatto che certe cose siano ancora possibili non è uno stupore filosofico, ma storico. È il segno che non abbiamo compreso che la violenza è la relazione che lega un prepotente e un oppresso. Benjamin aggiunge che lo stato di emergenza è una regola: il suo misconoscimento annulla la ragione delle violenza. Questo passaggio ci aiuta a comprendere due aspetti centrali: il primo è quello di considerare la violenza come un’eccezione quando la sua matrice è in parte la regola; il secondo, a corollario, è la tendenza a continuare a stupirci di Genova, considerandola come un’anomalia della storia quando invece è più probabile che sia stata la prima onda lunga, lo tsunami di una marea che continua ancora oggi. 

Lo stupore, inoltre, immobilizza quasi quanto la paura. Per questo, se continuiamo a osservare Genova come un evento eccezionale, restiamo spettatori della violenza invece di riconoscerne la genealogia.

Come primo passo per comprendere questo processo di apprendimento, è necessario ripercorrere la vitalità della violenza subita. Un tornare sul passato riattivando la violenza negata, che ci permette di ritrovare il senso e prevenire le rimozioni: perché, a differenza della storia, quella violenza non è stata monumentalizzata in quei giorni, ma ha avuto una capacità generativa.

Genova ci insegna che la violenza illegittima, così come la pratica della tortura, non sono eccezioni delle strutture proprie della violenza legittima, ma ne sono mutazioni. 

A riprova di quanto appena detto e con sinistro tempismo, è l’uccisione nel pomeriggio di domenica di Abderrahim Fakir, che è morto mentre veniva immobilizzato da due agenti di polizia e da un terzo cittadino sotto gli occhi dei vicini e dei sanitari. Un’azione che ha ricordato quanto successo nel 2014 nel quartiere san Frediano di Firenze, dove aveva perso la vita nelle errate procedure di immobilizzazione Riccardo Magherini, e quanto successo nel 2022 a Igor Squeo (ma la lista di vittime della polizia è lunga). Proprio per quella morte nelle mani dello Stato l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La sentenza riconosce una responsabilità dello Stato a non aver formato i propri agenti, che applicano procedure così rischiose da cagionare la vita, come in queste di immobilizzazione e uso delle fascette di velcro, così come della French Body-cuff. Sono strumenti contenitivi ammessi ma, come prevedono le norme, ogni forma di contenzione (legale) dovrebbe essere accompagnata dalla misurazione dei parametri vitali ogni 15 minuti, oltre al fatto che solo in casi eccezionali e di necessità bisognerebbe ricorrere ad essa. Se le indagini che si apriranno saranno determinanti per capire le responsabilità e il dolo nella morte di Fakir, quello che sembra forse certo è la scarsissima formazione e  apprendimento delle tecniche necessarie per ridurre la violenza, agita in modo discrezionale rispetto sia alle forze disponibili che ai destinatari. Quest’arco è partito proprio in quei giorni, in ciò che è stato fatto in termini di pratiche e in ciò che non è stato fatto in termini di accountability delle violenze. 

Genova è stata, in concreto, un sinistro laboratorio di governo e disciplinamento del conflitto attraverso la violenza. Non è stato il primo, perché le prove generali c’erano state al No global Forum del marzo 2001 di Napoli, ma sicuramente è stato l’episodio più palese di violenza politica agita dalla polizia nella storia repubblicana. Quell’esperienza ha consolidato una grammatica del controllo che tende continuamente a produrre soggetti pericolosi e, insieme, forme sempre nuove di legittimazione dell’uso della forza attraverso un quotidiano meccanismo di ampliamento e normalizzazione.

Eppure ogni violenza, soprattutto quella esercitata dalle istituzioni, nasce (almeno nelle forme discorsive) dentro un discorso di necessità. Era esattamente ciò che restituiva il racconto di F. Ogni episodio era seguito dalla sua giustificazione. La paura (che c’era, senza dubbio) si è trasformata in una sorta di euforia, è diventata come un’autorizzazione morale alla violenza, così come l’obbedienza agli ordini è valsa come principio di assoluzione, e il contesto eccezionale nel quale è stata esercitata ha rappresentato un alibi alle peggiori nefandezze. La spiegazione più efficace di questo meccanismo l’ho trovata scritta per caso sulle pareti di Palazzo Steri a Palermo. Nelle celle dei condannati all’inquisizione, uno di loro, parlando delle torture, aveva inciso: “manca anima. “Manca anima” descrive il momento in cui l’altro smette di essere un soggetto e si trasforma in un bersaglio. È questa sospensione dell’empatia che rende possibile ogni violenza istituzionale. Una formula che sintetizza l’assenza di emozioni per l’altro di fronte alla sofferenza. Manca anima è la deumanizzazione, il principio alla base di ogni violenza.

Se da un lato le sentenze – parecchie – hanno ricostruito i fatti e quindi le responsabilità, in questi venticinque anni ci siamo chiesti infinite volte che cosa abbiamo imparato da quei giorni. È una domanda legittima, anche se come spesso accade, destinata a lasciare insoddisfatti. Per la mia generazione Genova ha rappresentato una frattura. In quei giorni, molti di noi hanno imparato, con la perentorietà dell’evidenza, che la democrazia non coincide con le sue forme. Abbiamo poi appreso che le garanzie costituzionali vivono in un equilibrio fragile e che i corpi (di polizia) che esercitano l’uso della forza sono legittimi ma non prevedono mai (o meglio, non hanno mai previsto nelle pratiche concrete) nessuna  capacità di fare ammenda (salvo in rarissimi casi) e di prevenire gli abusi. Abbiamo, negli ultimi 25 anni, verificato come la violenza istituzionale sia parte endemica delle istituzioni così come è endemica la loro capacità di camuffarla. Si tratta di un meccanismo che si palesa ai margini e diventa visibile soprattutto quando viene messa in discussione la loro stessa esistenza, quel crimen lesae maiestatis che esplicita la capacità di sopravvivenza del potere. Ogni potere coercitivo sostiene di esercitare la forza per impedire una violenza maggiore. È questa la sua promessa originaria. Il problema nasce quando la prevenzione diventa una giustificazione della coercizione e il rischio presunto sostituisce il fatto come criterio di legittimazione dell’intervento pubblico. È un meccanismo antico. Nessuna istituzione coercitiva si percepisce come arbitraria mentre esercita la forza. Al contrario, quanto più la forza appare legittimata, tanto più rischia di sottrarsi allo spazio del dubbio.

E quindi, ancora, è chiaro che più che una parentesi, Genova è stato il luogo in cui sono stati sperimentati dispositivi che allora apparivano eccezionali e che, nel tempo, sono progressivamente entrati a far parte dell’ordinario. 

Da allora il paradigma preventivo della difesa sociale ha progressivamente sostituito quello dell’accertamento del fatto. La prevenzione ha anticipato sempre più l’intervento repressivo: dalle prime misure emergenziali alle zone rosse, fino all’attuale discussione sul fermo preventivo, esteso persino ai minori, la soglia dell’intervento pubblico si è progressivamente spostata dal reato al rischio, dalla condotta alla possibilità che essa si verifichi.

Anche altri strumenti, che allora sembravano eccezioni legate alla gestione di un conflitto straordinario, sono stati progressivamente normalizzati. Dalla diffusione delle zone rosse (prima in Val Susa, e oggi in ogni città) alle forme di presidio militare del territorio, dal ricorso a figure operative come gli infiltrati trova oggi un corrispettivo nell’estensione delle discipline sugli agenti sotto copertura alla compressione del diritto di difesa nei contesti di piazza si è trasformata in una crescente difficoltà di esercitare effettivamente le garanzie processuali proprio nei luoghi in cui l’asimmetria di potere è più marcata; ancora, alcune pratiche un tempo percepite come abusi hanno trovato progressivamente nuove forme di legittimazione politica e simbolica.

Parallelamente, si è rafforzata una dinamica altrettanto significativa: l’espansione dei poteri coercitivi non è stata accompagnata da un analogo rafforzamento dei meccanismi di controllo. Alla crescita degli strumenti di intervento – dall’ampliamento delle tecnologie e delle dotazioni coercitive, come il taser, fino all’estensione dei poteri preventivi – non ha corrisposto un investimento altrettanto deciso nell’accountability, nella trasparenza e nella possibilità di accertare le responsabilità degli apparati. La forza è stata legittimata molto più spesso di quanto sia stata sottoposta a verifica.

È cambiato, infine, anche il rapporto tra delitto e pena. Sempre più frequentemente il diritto non interviene soltanto per giudicare un fatto, ma tende a costruire categorie di soggetti ritenuti intrinsecamente pericolosi. La responsabilità si personalizza: non si punisce soltanto ciò che una persona ha fatto, ma ciò che si presume possa diventare. È in questo slittamento, dalla condotta all’autore, dall’atto alla pericolosità, che il paradigma preventivo trova la propria espressione più compiuta.

Dovremmo imparare a diffidare della violenza quando viene esercitata nel nome della legge, dell’ordine, della sicurezza, della protezione collettiva, perché questi argomenti nel validarla ne invisibilizzano le dinamiche, e ne normalizzano le pratiche. Ed è proprio allora che una democrazia è chiamata a dimostrare la propria forza, una forza che si regge, in modo controintuitivo, sulla limitazione e riduzione della forza stessa; una forza che chiede di essere legittimata attraverso le procedure di controllo e di garanzia, non attraverso una richiesta di fiducia.

Ripensando a quella sera e alle parole di F., mi sono accorta che in quei giorni non abbiamo imparato soltanto noi, una lezione indimenticabile sulla democrazia e i suoi limiti, ma in modo paradossale, hanno imparato anche le istituzioni.

Gli apparati imparano sempre, sia come si può immaginare, dalle sconfitte e dagli errori quanto, e talvolta più, delle stesse società democratiche in cui si dispiegano; come amministrare il conflitto, come affinare le tecniche dell’ordine pubblico, come costruire narrazioni nelle quali la responsabilità si disperde fino a diventare impersonale. Gli apparati hanno appreso il valore politico dell’eccezione, la forza dell’emergenza, e la grandissima produttività della sicurezza come linguaggio di governo. Soprattutto gli apparati hanno verificato che il tempo consuma l’indignazione pubblica molto più rapidamente di quanto produca trasformazioni profonde. Ogni apprendimento istituzionale presuppone anche un apprendimento sociale. Le istituzioni non apprendono mai da sole. Ogni innovazione degli apparati produce anche un adattamento sociale, così come ogni adattamento sociale rende possibile un ulteriore apprendimento istituzionale. Si tratta di una relazione circolare: è così che muta il confine tra ciò che appare eccezionale e ciò che diventa normale. 

Forse è questa un’altra domanda che Genova continua a rivolgerci. Non se siamo ancora capaci di indignarci davanti alla violenza, ma siamo ancora capaci di riconoscerla fuori  dagli eccessi di brutalità di quei giorni? Perché se le violenze di piazza sono visibili e condannabili (basti pensare ai fatti di Torino, o alle proteste della Flotilla) abbiamo la medesima capacità di riconoscere la forza eccedente che modifica il nostro sguardo, quando ci convince che alcuni corpi possano essere trattati diversamente dagli altri senza che questo metta davvero in discussione l’idea che abbiamo della democrazia? Riusciamo a distinguere e condannare con la stessa veemenza la violenza sistemica e quotidiana che attraversa i margini? Perdiamo lo stupore, e ne veniamo allo stesso tempo sopraffatti. 

La tortura, l’umiliazione, la violenza illegittima non irrompono improvvisamente dentro istituzioni altrimenti sane, ma sono pratiche che nascono e prosperano dentro la grammatica della violenza legittima quando vengono meno i limiti espliciti nella fase di prevenzione, gli strumenti di controllo nella fase dell’azione, l’urgenza dell’accountability nelle fasi successive. 

Il conflitto sociale, da allora, ha progressivamente smesso di essere centrale nella tensione politica per diventare una questione di gestione delle forze, delle risorse e dei corpi, come in carcere. 

Forse soltanto l’ingiustizia subita riesce a indicare con precisione il luogo in cui una società smette di essere giusta. Non perché il dolore renda automaticamente più lucidi, ma perché mostra il limite che il potere ha oltrepassato. È per questo che la tradizione degli oppressi continua a essere una risorsa democratica da interrogare, poiché non custodisce soltanto la memoria della violenza, ma ci permette di immaginare un limite.

Una democrazia è tale perché educa continuamente i propri apparati a limitare la forza che essa stessa ha autorizzato, quella libertà dalle ingerenze del potere di cui parlava Norberto Bobbio.

E forse è proprio questa l’eredità più difficile di Genova, ossia l’averci mostrato che la tenuta democratica si verifica quando il potere limita la propria forza nei confronti di chi considera un nemico. È lì che si decide la qualità di uno Stato di diritto, ossia nella capacità di impedire che la necessità diventi una perenne giustificazione, che la sicurezza sia ormai l’unico linguaggio universale della politica e che la violenza, una volta autorizzata, finisca per apparire naturale.

Anche la piazza, in questi 25 anni, ha perciò cambiato di significato. Per lungo tempo è stata il luogo in cui la democrazia prendeva corpo, lo spazio in cui cittadini sconosciuti diventavano, almeno per qualche ora, un soggetto politico collettivo. Oggi, sempre più spesso, la piazza viene raccontata come un problema di ordine pubblico prima ancora che come esercizio di una libertà costituzionale. Il conflitto viene osservato attraverso la violenza che potrebbe produrre e non attraverso le domande politiche che lo attraversano. Lo sguardo si sposta dai contenuti ai dispositivi di contenimento, dalle ragioni della protesta alle transenne, ai caschi, alle zone rosse, ai fogli di via, ai divieti. La sicurezza finisce così per diventare il linguaggio attraverso cui interpretiamo il dissenso.

Eppure, se l’apprendimento degli apparati ha disarticolato il conflitto, spostando le piazze dalla politicità alla rabbia, dallo scontro alla diserzione, in quei cortei che si snodavano attorno a via Tolemaide, nei cori dello stadio Carlini, c’erano alcune delle possibili soluzioni alle questioni odierne (la guerra, la migrazione, la giustizia climatica, la giustizia sociale) che non siamo ancora riusciti ad apprendere. Ad esempio, non abbiamo ancora imparato che le lotte o sono globali o non sono, che esiste una comune matrice che unisce la domanda di giustizia sociale, che attraversa i movimenti di piazza e che le alleanze sono l’unico strumento capace di limitare i poteri neo feudali. Ancora, possiamo dirci che non abbiamo ancora imparato che allora come oggi la centralità della lotta di classe è spesso subordinata a lotte più veloci perché capire dove si sta e contro cosa si lotta è spesso più tempestivo che sviluppare una vera e propria coscienza di classe. 

E nelle forme più strette della gestione delle tensioni tra Stato e cittadini, dopo 25 anni forse possiamo affermare che, come collettività, non abbiamo ancora imparato a non credere agli apparati quando si ritirano in chiave auto difensiva e le difficoltà odierne dei processi per tortura ci raccontano che quell’esperienza non ha sedimentato un paradigma, così come non abbiamo ancora imparato a mettere in sicurezza le persone che denunciano in un quadro di asimmetria del potere. 

Sono queste sfide a lasciarci oggi di fronte al grande dilemma: continuare a stupirci senza agire, o guardare alla violenza e accettare che c’è un solo vero limite per fermarla: quei corpi in piazza, capaci di rivelarne i paradossi, di portare i segni fisici della violenza sistemica e simbolica e che attraverso quella corporeità incarnata, di mostrare il limite della violenza, di renderlo visibile e quindi arginabile. Inoltre, ieri come oggi, i corpi sono ancora l’unico strumento politico che abbiamo davvero capace di domandare altre forme di giustizia possibile. 

Valeria Verdolini

Valeria Verdolini è ricercatrice universitaria, sociologa, attivista e presidente di “Antigone Lombardia”. Ha scritto Abolire l’impossibile (2025, add editore).

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