Il cantante e attore ripercorre, in una conversazione intima, cinquant’anni di vite artistiche: dal giorno in cui scoprì la propria povertà a quella in cui si palesò la sua vocazione alla scrittura; il giorno in cui Goffredo Fofi gli infuse coraggio con il suo riconoscimento, fino a quelli dell’invenzione pop napoletano cui si sono ispirate (e ancora si ispirano) generazioni di neomelodici.
Il mio primo pensiero per Nino D’Angelo riguarda necessariamente il segno nativo e battesimale delle vite immaginarie degli artisti.
Tutte quelle vite, insomma, offerte al pubblico attraverso le opere; e però anche attraverso la figura che ciascuno di noi immàgina sia all’origine delle opere che intercettiamo, attraversiamo, frequentiamo. (Che amiamo, in sostanza).
E per Nino D’Angelo quest’appropriazione fittizia si moltiplica negli anni: perché non solo ogni figura che ha incarnato nel tempo, da quel 1976 dell’incisione di ’A storia mia (’O Scippo) a oggi, cinquant’anni dopo: vive ogni volta il paradosso di essere in qualche modo apripista e però perfettamente ricevibile nel presente che s’è creata― Ma anche la trasformazione di quelle stesse figure (il bambino prodigio della canzone napoletana, il divo delle sceneggiate, il mito pop musicale e cinematografico di Un jeans e una maglietta; e poi l’autore di Tiempo e di Vita, il compositore di Tano da morire, il protagonista sanremese di Senza giacca e cravatta, il “world musician” di Terranera e vìa e vìa elencando): è difficilmente catalogabile al di fuori dell’unico elemento comune di un’infinita, mai appagata, geniale e febbrile curiosità. Sempre mescolata a quel desiderio di essere amati per quello che facciamo; che non va mai confuso con il suo contrario: fare quello che facciamo per essere amati. (E solo nel primo caso, sia chiaro, si tratta di arte).
Incatalogabile, Nino D’Angelo, di là dai luoghi comuni di chiunque tenti (o abbia tentato) di abitarlo dentro un qualche cliché.
I più sprovveduti, ad esempio, continuano a confondere i piani storici considerandolo uno dei neomelodici; magari il primo, piegandosi a una tarda condiscendenza. Senza rendersi conto che il fenomeno neomelodico così come lo conosciamo è figlio della fine del secolo scorso; e che tra il cadere degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta il pop dei Righeira, le colonne sonore dei Fratelli La Bionda e la musica tamburina dell’Immenso Battiato condividevano – con private variazioni d’arte – lo stesso clima musicale sintetizzato.
Per cui ascrivere un’ipotetica neomelodicità a Nino D’Angelo: che nello stesso periodo di tempo (e di azione) scalava le classifiche in napoletano ma era comunque cittadino dello stesso comune musicale (seppure di un altro quartiere) è un errore di valutazione figlio di un luogo comune.
‘Luogo comune’ è un topos tradotto che da sempre, sfuggente, circonda e avvolge Nino D’Angelo. Solo: varia nel tempo. Trasformandosi quindi in un luogo comune proteiforme che non fa che sottolinearne la particolarità.
E se questo è il primo pensiero (strutturato, ad albero: ma sempre un pensiero di partenza): il mio primo ricordo di Nino D’Angelo risale ai primi anni Ottanta. Il 1982 di ’Nu jeans e ’na maglietta e il 1983 del film quasi omonimo.
Me lo fece conoscere, bene, una delle sue più grandi fan italiane, mia cugina Roberta. Mia perfetta coetanea, cresciuta a Bruxelles per motivi di lavoro famigliare; e di ritorno in quegli anni nella comune patria d’adozione, l’Umbriatoscana di Piegaro e di Valiano (più o meno) dei nostri genitori.
Undicenni entrambi (più o meno): lei viveva un’infatuazione artistica e (non me ne vorrà, spero, se smàschero le sue passioni preadolescenziali) e un innamoramento vero e proprio per Nino D’Angelo.
Così con lei mi sono avventurato tra i versi di quest’artista che, a differenza dei pur apprezzati Michele Zarrillo di Su quel pianeta libero e Enzo Malepasso di Amore mio, cantava con uno spiccato mood partenopeo; e interpretava la resa cinematografica presente di una delle mie più grandi passioni di sempre.
Sì. Perché era un periodo, quello tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie: in cui i fasti sanremesi mi forgiavano insieme con De André, la grande stagione della musica d’autore, i lacerti di opera lirica dei cenni baritonali di mio padre, Jannacci e Vecchioni, Cochi e Renato, Celentano Guccini e il primo Paolo Conte. E: insieme con tutto questo – e la definizione non aveva nessun giudizio dentro di sé: era soltanto categoriale – i musicarelli. Quelli che, solo da qualche tempo, sono stati ribattezzati film musicali.
Così: il me bambino idolatra – ogni volta a suo modo – di Katharine Hepburn e di Totò, di Guerre stellari e di James Stewart, di Magnani e Mastroianni e Gassman: viveva le sue vite cinematografico-televisive estive barcamenàndosi tra l’eterno Don Camillo, Franchi e Ingrassia; i film con Morandi e Caselli, Efrikian e Bobby Solo.
E Un jeans e una maglietta con Nino D’Angelo.
Prima o poi scriverò – lo dico da anni – una mia monografia sui musicarelli. A partire dagli ur-musicarelli internazionali e primigenî: i film di Elvis Presley. Fratelli rivali, Il delinquente del rock and roll, l’amatissimo Blue Hawaii. E poi i nostri primi versi: I ragazzi del juke-box, Juke box-Urli d’amore e l’immortale Urlatori alla sbarra con Chet Baker addormentato nella vasca da bagno.
Ecco.
I film di Nino D’Angelo erano per me, negli anni Ottanta, la resa attuale e presente di quelle storie datate, e in bianco e nero, con Gino Bramieri e Raffaele Pisu a contendersi l’amore del loro figlio (e nipote) Gianni Traimonti alle prese col servizio militare in Non son degno di te e In ginocchio da te.
Ed è con quest’altalena di lieto fine (Un jeans e una maglietta e I promessi sposi; Scaramouche e Aggiungi un posto a tavola) e di devastazioni finali, o storie irrisolte o malinconiche (Improvvisamente l’estate scorsa e Rugantino; Nell’anno del Signore e State buoni se potete) che io mi crescevo addosso la mia privatissima e segreta formazione di lettore; e di scrittore.
Poi, negli anni, l’inafferrabile figura di Nino D’Angelo si sarebbe concretizzata in tutte le sue metamorfosi. L’inno di Goffredo Fofi a Tiempo; Miles Davis che, in un taxi a Palermo, impazzisce d’amore per la musica che sente alla radio e corre alla Vucciria a comprare Nino D’Angelo; poi la bellissima intervista di Veronesi per Magazzini Einstein, Il cuore altrove di Avati; e Lagioia e Ciabatti, nel tempo.
Avrei saputo quasi per caso – se poi esiste il caso – che la sua adolescenza è vissuta a Montegabbione, a pochi chilometri dal centro del centro del mio cuore geografico.
Ma dentro di me permane quell’imprinting lontano di fascinazione per l’artista Nino D’Angelo che mi confermava, già nei primi anni Ottanta, quella stessa emozione che poi avrei trovato teorizzata magnificamente da Trintignant nella Terrazza del Maestro Scola: popolare non è mai volgare.
Così, oggi, mentre mi preparo a parlare con Nino D’Angelo per questa chiacchierata che in qualche modo salùta i suoi cinquant’anni di vite artistiche: mi dico che quello che voglio fare, con lui, di là dalle figure pubbliche che ha interpretato, dalla sua storia privata comunque romanzesca: è parlare di arte.
Di cosa sia l’arte per Nino D’Angelo. E quanta fatica abbia fatto, una volta scoperta dentro di sé, per farla crescere e dargli spazio; e come. Soprattutto come. Visto che fa sempre testo la magnifica frase «Genius is twenty per cent inspiration and eighty per cent perspiration» citata da Eco nelle magnifiche Postille.
E però. Visto che siamo figli del nostro tempo; e che sono giorni che si parla a sproposito di ultimi e di artisti che si sono fatti da sé (senza peraltro mai pensare al mònito, sempre in agguato, di Gaber e Luporini); di povertà brandita e di riscatto. Visto che il mito della povertà come fame d’arte sta diventando peggio di un luogo comune: proprio un tentativo di potere di appropriarsi anche di quella che da sempre è reale prerogativa – attenzione: mai voluta: non confondiàmo – dei poveri in tutte le sue forme, ovvero la fame. (Di Tutto: anche d’arte; e d’amore).
Visto che in realtà tra le figure più grandi della storia dell’umanità (da Catullo a Schopenhauer, da Virginia Woolf a De André) non ci sono state solo le povertà proverbiali di Melville e i debiti di Balzac: e che l’arte dipende dal genio, non dalla sola povertà. (A voler bandire tutt’i luoghi comuni).
Visto che mi frullano delle frasi significative nella testa, tutte d’artista.
Stephen King con variazione su Coco Chanel: “nessuno è mai troppo magro né troppo ricco. E se dici il contrario, vuol dire che non sei mai stato né grasso né povero”.
Benigni, al tempo dell’Oscar per La vita è bella: che ha ringraziato “per sempre” i suoi genitori per avergli “fatto il più bel dono della» sua «vita: la povertà”. E, ancora, un’intervista a Joyce Carol Oates per «Vanity Fair»; in cui parla della sua infanzia protetta per negazione: “Ogni famiglia ha i suoi segreti e molti possono persino nascere da buone intenzioni, visto che è giusto proteggere i bambini da verità spiacevoli. In questo, io e mio fratello abbiamo vissuto un’infanzia molto protetta. Al punto che i nostri genitori non ci hanno raccontato tante cose, incluso che fossimo poveri”.
Ecco.
Proprio perché è un argomento a rischio, per me (che sottoscrivo tutt’e tre le citazioni mentre le ricordo): voglio sapere da Nino cosa sia per lui questo legame tra arte e povertà di cui tutti parlano; ma che non tutti, parafrasando Carmelo Bene, si sono meritati.
E di questo che voglio parlare, come prima cosa. Di arte. E di povertà.
Esordisco con l’azzardo in corsa di King, Benigni e J. C. Oates.
E mi accorgo che nel tono delle mie domande c’è un’oralità spontanea di fonemi rilassati che corrisponde alla sua: e che vorrei conservare, nella resa scritta dell’intervista. Per non perdere questo momento; questa immediatezza con cui ci parliamo.
Così.
Gli chiedo che sta succedendo, Nino?
Ora moltissimi artisti millantano una nascita povera che in realtà non hanno vissuto.
―Allora io vorrei parlare dell’importanza che ha avuto, per te, l’idea di renderti conto davvero di non avere gli stessi strumenti di altri per poter fare quello che volevi― È una domanda che mi sta a cuore per infiniti motivi… L’idea, cioè, di nascere e vivere in un ambiente in cui l’arte non era il primo dei pensieri― Ecco. Vorrei sentire da te la tua idea di arte a partire da Qui.
Allora― Innanzitutto secondo me dipende pure dall’età che uno ha. La mia povertà era una povertà di sessanta, settant’anni fa. È diversa dalla povertà di quelli che di anni ora ne hanno quaranta, o trenta. Perché una cosa è che tu sei povero e hai il telefonino e la macchina. E una cosa è che tu non puoi mangiare. Quello è un abisso.
Quindi anche nelle povertà― Ci sono povertà più ricche e povertà più povere…
Totò, per esempio. Ha raccontato molto la povertà, nei suoi film. Pensa a Miseria e nobiltà. Lo stesso Raffaele Viviani.
Ma la povertà di oggi è completamente diversa da quelle povertà lì. O da quella che ho conosciuto io.
A me la povertà mi ha tolto per esempio il diritto alla Cultura.
Io oggi sono cresciuto anche grazie a molte persone che frequento: che hanno studiato: e attraverso il loro linguaggio faccio mie delle parole. Ancora oggi, a settant’anni.
Però non per colpa mia. Perché Papà nun me poteva accattà manco i quaderni… Ecco: quella è la povertà. Mio padre non mi poteva comprare niente.
E però. Io dico sempre che col tempo la povertà è diventata una ricchezza. Uso sempre quest’espressione: “la ricchezza della povertà”.
Perché non mi sono mai vergognato di essere povero. E io di questa ricchezza della povertà― ne ho fatto tesoro. Perché la povertà, a modo suo, è qualche cosa di eccezionale sotto certi aspetti.
È la felicità: tu arrivi sùbito alla felicità quando non hai niente. E sai perché? Perché ti basta poco.
Vedi, il mondo: per certi versi è andato alla rovina perché ci sta troppo. Per trovare qualcosa che ti fa felice veramente oggi è difficile. Io non sarò mai felice come quando papà m’ha regalato la prima bicicletta, per esempio. Quella, era la felicità: altro che Ferrari.
E invece oggi nun me fa niente niente…
Un po’ perché magari posso averlo, quello che desidero… Però. Se mi dovessero chiedere i tuoi momenti di felicità quando sono stati? Quando ho fatto le prime canzoni, il primo successo… Sì. Ma soprattutto quando ho avuto la mia prima bicicletta.
Anche perché prima, mio padre, m’aveva portato già a vedere una bicicletta. Però: abìtuati, m’ha detto. Non so se un giorno te la posso comprare. Perciò “abìtuati a non averla. Ma quando ce l’avrai (se ce l’avrai) sarai più felice”.
Abìtuati a non averla―
Ecco. Oggi povertà e periferia secondo me sono le parole più strumentalizzate. Da tutti. Dalla musica, dagli scrittori. Da tutti.
C’è stato un periodo in cui erano tutti cantanti di periferia. E non erano mai stati in una periferia. Oggi sono tutti poveri: ma non sono mai stati poveri veramente.
Mentre Nino parla mi dico che i poveri non ostentano mai la povertà.
Non se ne vergognano. Ma non la ostentano mai. Così lo dico anche a lui.
La prima delusione della mia vita è proprio quando ho capito di essere povero. Quando mi è stato proprio detto.
Io sono cattolico; e da ragazzo ero nell’Associazione cattolica di San Benedetto, a Casoria. E quando arrivava Pasqua io andavo – credo si faccia ancora – nelle case delle persone a benedire, con il prete. E nel sacchetto delle offerte la gente metteva degli spiccioli. E quelli erano soldi che andavano alla chiesa e automaticamente ai poveri.
Un giorno, dopo la benedizione, siamo tornati in sacrestia con padre Piscopo, il prete. E io ho detto a padre Piscopo: “padre, questi sono i soldi che stavano nel sacchetto”. Lui li ha messi in una busta; io gli ho chiesto “dove li porto?”
E lui mi ha detto “pòrtateli a casa”. Io mi sono detto allora questo prete― e non solo lui: la chiesa è ladra… e non potevo stare zitto. “Scusi, padre: ma non erano per i poveri questi soldi?”
E lui mi ha detto: “perché? Tu cosa sei?”
E da quel momento è cambiata la mia vita da bambino. Perché ero ufficialmente povero.
Non ero povero solo perché sentivo di essere povero. C’è stata un’ufficialità. Io ero povero.
Povero e incazzato perché sono andato da mio padre e gli ho detto “Io non voglio essere povero!”
Perché anche tra i poveri c’era il più povero. Che veniva preso in giro dagli altri poveri.
E io non volevo essere povero. Questo è l’importante.
Molta gente finge di avere il mito della povertà e di essere (e addirittura voler essere) povero. Ma nessun povero vuole essere povero. È così. E il modo in cui Nino lo racconta è dirimente―
Visto che la povertà è un luogo comune in tutt’i sensi (anche perché è letteralmente, sempre: e proprio per questo, un luogo affollato), penso all’arte come momento di te stesso.
Ecco, gli chiedo.
Quand’è che hai il ricordo della prima poesia che hai scritto? Per questa idea di percorrere la tua arte, no? Tu come hai capito che desideravi scrivere poesie? Cioè: scrivere poesie che poi diventassero canzoni. Questo mi interessa molto. Sapere il tuo ricordo della prima volta che hai deciso di scrivere una canzone.
Più che della prima poesia― Ho un altro ricordo.
Praticamente per me l’italiano è stato sempre una lingua straniera. Da ragazzino. E questo perché a casa mia si parlava solo napulitano― per cui quando andavo a scuola non mi sapevo esprimere in italiano. Non era facile. Tutte le cose che scrivevo io le scrivevo già in napoletano. I compiti che facevo erano pieni di errori perché quando dal napoletano tu vuoi tradurre in italiano è tutta un’altra cosa.
E ricordo che scrissi un tema, il titolo era Parla di tuo padre, una cosa del genere.
Lo scrissi. Ed era pieno di errori. Ma la professoressa chiamò un suo collega. E gli disse “vieni qua, Eugenio… Ti devo fare vedere― Questo ragazzo fa molti errori: però guarda che scrive…”
E lì io comunque capii che avevo qualcosa da dire. Che tra l’altro colpiva gl’insegnanti. Ero più grande dell’età che avevo, per i concetti che esprimevo. Quelli di un adulto: de ’na persona grande.
Ed era quella la cosa bella, non erano gli errori. Per questo lei mi chiamava “il poeta che non sa parlare”. Da questo ho preso il titolo per il libro e per lo spettacolo.
Questa professoressa mi chiamava poeta quando ero ancora piccolo. E sai: quando c’è qualcuno che crede in te, specialmente per chi non ci crede nessuno…
Quando tu sei nessuno e c’è chi ti fa sentire anche solo per un minuto qualcuno. Questo ti aiuta.
E io naturalmente mi ci sono impegnato, nel tempo. Ho preso la licenza media. La professoressa, quando ho finito la terza media piangeva: perché voleva che studiassi. Che andassi al Liceo.
E mio padre purtroppo buonanima aveva bisogno di me. La mia famiglia aveva bisogno di me. E per me la famiglia è sempre stata al primo posto.
Era come― Vedi: prima la vita era una comunità, diciamoci la verità. Una comunità. Il palazzo in cui vivevi era una comunità. La gente. Per cui, una volta finita la terza media, c’erano delle regole.
Che faceva la famiglia, non solo lo Stato. Dopo la terza media devi andare a lavorare: perché devi aiutare papà che ha sei figli…
Nino, gli dico. Mentre parlavi hai detto questa cosa bellissima del trovare qualcuno che ti riconosce: che crede in te; e ti aiuta a credere in te stesso. “Ho trovato qualcuno che credeva in me”. E io mi ricordo una delle tue canzoni, bellissima, Musica, nell’album Tiempo…
Lui mi accenna i versi, “Musica, vecchia cumpagna…”
Io m’illùmino e insieme recitiamo i versi, riprendiamo da “cerco nu suon’ ’e pianoforte”: e poi continuiamo “me vesti ’e speranz’ e me puorti cu ’tte / addò tutto è magico, tutto è possibile…” Ma il verso fondamentale è proprio “e io torno a credere a ’mme”…
La musica come modo per credere in te. Ecco. Tu cominci da bambino, a cantare. L’impresario che descrive “le rose in bocca” della tua voce viene dopo: ma tu cominci da bambino, a cantare…
Io comincio a cantare, diciamo, tra i parenti. Quando si faceva un matrimonio, per esempio…
E qualcuno gridava “Nino, cantaci una canzone!”― Allora io salivo su questa sedia, perché ero piccolino: e non cantavo i Beatles, o i Rolling Stones. Ma nemmeno Morandi o Rita Pavone. Io cantavo Mario Merola, Sergio Bruni. Soprattutto Sergio Bruni, che era il mio mito.
E mio nonno non voleva! È stata la prima delusione che ho dato al mio grande nonno comunista, Gennaro. Gli ho dato una delusione enorme, perché lui mi vedeva come erede di Giacomo Rondinella, che era il suo cantante. Mio nonno era malato di Giacomo Rondinella… ’O chiagnazzaro lo chiamavano, a Giacomo Rondinella…
Qui Nino sorride e io penso a quanto l’inconscio collettivo possa essere, attraverso la lingua, al tempo stesso accogliente e sgradevole, geniale e spietato nel veicolarsi attraverso i soprannomi. Chiagnazzaro è chiunque pianga e si lamenti in modo esagerato e fastidioso. A me, romano, viene in mente il làscito del Cirifischio di Magni quando interrompe le lamentazioni autoflagellanti di Don Filippo Neri: «e vabbè ma nun ve la piàte così…»
E io, invece – continua Nino – quando nonno non c’era, mettevo di nascosto i dischi di Sergio Bruni: che mio nonno non sopportava. Perché mio nonno faceva parte del Comitato dei Festeggiamenti del nostro quartiere; e, ogni volta che veniva a cantare da noi, Sergio Bruni si rifiutava di cantare le canzoni di successo, o quelle che gli richiedevano. Voleva cantare solo le canzoni sue. E questo lo rendeva antipatico. Sergio Bruni è stato senz’altro il cantante più grande che abbia mai ascoltato. Però― era pure antipatico.
Cioè: lui voleva essere, antipatico. Lo faceva apposta, quasi per gioco: lui voleva essere così…
Ma tu hai onorato questa tua passione per Sergio Bruni… Hai inciso un album solo di canzoni sue…
Questo l’ho fatto tanto tempo dopo. Dopo tanti anni da quei dischi messi di nascosto a casa.
Ho cantato le canzoni di Bruni al San Carlo, in uno spettacolo con la regia di Roberto De Simone. Si chiamava Memento/momento per Sergio Bruni.
Ed è stato l’unico, credo, degli spettacoli sulla canzone napoletana degli ultimi trent’anni interamente dedicato a un autore della grandezza di Sergio Bruni―
La canzone napoletana adesso si sta riprendendo una sua popolarità: ma è più legata a un concetto generico che a canzoni significative.
Oggi si fanno le canzoncine. Oggi― è diventata un’altra cosa. Voglio dire: se vai a ascoltare una canzone napoletana: sono tutte uguali. Sono tutte colombiane: tutte del Sud America scritte in napoletano. Sono tutte cose fatte e rifatte che prima senti in italiano, poi le risenti in colombiano: poi le senti in napoletano.
Anche questo, gli dico, mi racconta molto te. Tu parli di “cose già sentite”.
Se guardo alla tua vita artistica: mi sembra ci sia sempre un eterno cambiamento. Ma questo non solo negli ultimi periodi: già a partire dal periodo delle sceneggiate, se non mi sbaglio. Tu arrivi alle sceneggiate e diventi subito un mito, a Napoli―
Guarda. Se penso al mio periodo delle sceneggiate la prima cosa che mi viene in mente è un giorno in cui ho visto un film con Gianni Morandi in televisione. Chimera. Mio figlio Toni era nato da poco. E in questo film c’è una scena finale in cui il medico chiede al marito della partoriente – che non sta bene: rischia di morire perché sta avendo un parto difficile – di scegliere, in caso di necessità estrema, tra la vita della mamma o quella del bambino…
Ecco. Io colpito da questa idea l’ho trasformata in una sceneggiata che in quel periodo fece un numero di spettatori incredibile. Tant’è che Merola, che era il re della sceneggiata (perché il vero re era Mario Merola), a «Domenica in», alla domanda di Pippo Baudo “… ma, Mario, c’è qualcuno che può diventare il tuo erede?”, Merola rispose “sì. Ce l’ho un erede. Si chiama Nino D’Angelo. È un ragazzino magro magro, di Napoli”. E da quel momento diventai un po’ il vicerè…
Se ci pensi anche i miei primi film riprendevano un po’ l’idea della sceneggiata.
Penso a Celebrità. L’Ave Maria. Ma in generale in qualche modo io dovevo sempre contendermi la fidanzata con qualcuno secondo lo schema di isso, essa e ’o malamente.
Proprio con Mario Merola mi sono dedicato alla sceneggiata vera e propria, con Tradimento e Giuramento. E Merola era veramente il numero uno.
Nun me permetterei mai di dire diversamente, perché Mario Merola era davvero il re della sceneggiata. Era irraggiungibile.
E proprio per questo cambiai genere. Non volevo essere il viceré per tutta la vita―
E proprio per questo cambiai genere, sottolineo.
Mi sembra anche qui che ci sia una linea che lega tutte le tue scelte.
Sì. Non volevo continuare con le sceneggiate. Che poi erano in qualche modo destinate a un pubblico adulto. Io volevo essere il cantante dei ragazzi, all’epoca.
Non ci riuscivo. E allora tentai di cambiare la canzone napoletana a modo mio.
E diventò una canzone― un po’ italianizzata. Pop.
Ecco: pop napoletano.
Non era più la canzone classica. Non aveva più una radice classica napoletana ma pop.
E lì ho indovinato. E ho avuto anche fortuna perché i ragazzi hanno capito.
Poi sai, i numeri― Non mi va mai di parlare di numeri: però alle volte i numeri ti servono. Perché quando tu vendi, poi, un milione di dischi…
E arriviamo a Un jeans e una maglietta. Al cinema.
Dopo i film con Mario Merola. La Titanus mi scoprì. Anzi: mi scoprì Lombardo che venne a Napoli per le prime dei suoi film e capì. E lì fu la mia salvezza; nel senso che passai subito a una distribuzione importante. Perché i miei primi film uscivano solo nelle sale di seconda visione. Poi avevano talmente tanto di quel successo che li mettevano in prima visione, ma partivano dalla seconda visione.
Qui Nino si ferma. Sorride. E mi dice.
Sempre un esame in più, Meacci. Io ho dovuto fare sempre un esame in più.
E io penso che è il superamento per eccesso dell’aforisma di Eduardo.
E glielo dico.
E continuo parlandogli di un mio puntiglio di sempre.
Ecco, Nino, gli dico. Tu hai parlato dell’invenzione del pop napoletano. E questo si lega a una cosa che mi ossessiona da tempo. Quando dicono che “Nino D’Angelo è neomelodico”. Magari il primo dei neomelodici. Ma è una cosa che da sempre non mi torna―
―Ti dico subito questa cosa.
Allora. La parola neomelodico; e il genere neomelodico nascono nel 1995. Io faccio il primo cambiamento con ’Nu gelato e ’nu cafè. Da allora al 1995 passano più o meno quindici anni. Quindi: che cosa è successo? È successo che tutti quei ragazzini che le mamme li accompagnavano a scuola la mattina e gli mettevano a Nino D’Angelo nella testa… Hanno cominciato a riprendere quelle stesse cose― e allora è diventato tutto uguale.
Ma io avevo inventato questo genere pop: che piaceva a chi sì e a chi no, non era questo il problema― ma lo facevo solo io.
Ero io. Ero Nino D’Angelo. Ero riconoscibile― non solo per il caschetto, o per il look…
Ma io sono stato solo io e non m’hanno mai dato del neomelodico, in quegli anni. Io ero il cantante pop della musica napoletana.
Questo, almeno fino a Fofi.
Nino cita Goffredo Fofi nei giorni di luglio in cui si staglia un anniversario triste. E tutt’e due ci imbrogliamo di parole. Poi è lui a riprendere il discorso.
―Ma tu lo sai quanto l’ho amato. Io devo la mia carriera a Goffredo Fofi. La mia vita di artista― Lui mi ha dato la licenza di un artista che tutti potevano ascoltare. M’ha dato la sua parola: che è valsa tanto, per tutti quanti. E soprattutto mi ha dato il coraggio.
Goffredo era come un padre. Quando io gli dicevo “Goffrè, ma che significa questa cosa?” Devi leggere! Mi diceva. Cioè: era uno che m’ha spronato, pure, ad andare a cercare delle cose, sai?
Perché non è che io ho letto miliardi di libri, non ho― non ho la cultura: e però Goffredo è uno che ci ha messo la faccia, per me. E io lo ringrazierò per tutta la vita.
Perché, senza chiedermi niente, se n’è uscito con “Ciuccolatina d’a ferrovia è una delle quattro canzoni napoletane più grandi del Novecento”. Ci ha messo la faccia. Per me.
Oggi per tutti è facile dire delle cose belle su di me― perché dopo le parole di Goffredo la gente è andata a vedere i testi… S’è messa a leggere quello che scrivo. E s’è aperto tutto un mondo diverso.
Senza mai rinnegare quello che ho fatto. Perché la vera radice mia comunque rimane quella del pop napoletano. La radice. Sopra ci ho costruito diciamo qualche cosa di diverso, magari più importante: però la radice è quella.
Non faccio in tempo a farmi rotolare nella testa quell’andare a cercare delle cose di cui ha parlato Nino: che è Nino stesso a raccontarmi.
―Ho avuto il piacere di conoscere Peter Gabriel: di ascoltarlo, grazie al mio batterista, Agostino Mennella. E Peter Gabriel mi ha sconvolto la vita! È stato il mio maestro. Perché io alla World Music non ci sarei mai arrivato da solo. Perché nessuno me l’aveva fatto conoscere.
E così quando l’ho ascoltato e mi sono accorto che questo signore, con quattro accordi, faceva dei capolavori… Mentre noi ci trovavamo ancora a gestire l’inciso, la strofa, il ritornello…
Ho imparato anche a mettere dei suoni diversi, mi sono innamorato delle chitarre portoghesi― senza mai andare in Portogallo, capito? Conoscendo Giulietta Sacco, che era l’Amàlia Rodrigues della canzone napoletana― io ho conosciuto un mondo, s’è aperto un mondo. Ho cominciato ad ascoltare i cantanti di tutto il mondo e a contaminare, nei miei arrangiamenti. Anche grazie a Nuccio Tortora, che è il mio arrangiatore.
―Di quell’altro Nino D’Angelo sono rimasti i miei meraviglio anni Ottanta: che sono diventati anche uno spettacolo. Che è stato un grandissimo successo, sì. Ma comunque il mio sogno è andare in un teatro. Il Teatro. Si canta in teatro. Il Teatro è la Casa degli Artisti.
Il mio sogno è di andare in teatro, un giorno, con quattro strumenti. E cantare le mie canzoni. Anche quelle che― anche gl’insuccessi…
Tu sai che io fatto un disco, dieci anni fa, intitolato I miei insuccessi.
E ho raccolto tutte le canzoni che non conoscevano nemmeno quelli che mi amavano. Canzoni in cui avevo comunque anticipato delle cose.
―Tu mi chiedevi, prima, del ricordo delle mie prime canzoni. Ma nelle mie canzoni ci sto sempre io, dentro. Io non sono “un poeta che s’immagina il tramonto”. Io il tramonto lo immagino nella mia vita: il mio tramonto.
Con gli occhi di quel ragazzino che nun aveva niente: e non gliene fregava niente neanche del tramonto, perché aveva altri problemi…
Ecco, Nino. Ora che quel ragazzino è arrivato a Tiempo, nel ’93, che è un disco bellissimo, diciàmolo. C’è Tiempo, c’è Musica; c’è Vita. C’è, appunto, Ciucculatina d’’a ferrovia. Visto che in questa chiacchierata racconto anche la mia vita con te: allora per me ci fu la conferma di questa tua curiosità di fondo. Ma: come vissero il cambiamento i tuoi estimatori che erano abituati a un altro genere di musica? Quali furono le reazioni di quelli che ti amavano, questo vorrei sapere…
Quel disco per me è bello perché è il disco del cambiamento, no? Però― è anche un disco molto triste. Perché io venivo da una depressione forte. Mia madre era morta. E io non avevo sopportato questa cosa. Per cui― Ci sono stati due motivi all’origine della depressione. La morte di mia madre. E il fatto che non riuscivo ad arrivare a tutti. Quindi… il caschetto reprimeva un po’, secondo me, le cose belle che facevo.
Allora m’è venuta una grande depressione. E Tiempo è proprio il frutto di quei momenti difficili, brutti― che è anche difficile raccontare. Però. In quel disco si dice «Emilia― si scetava ’a matina ‘mbress»… Quella era mia madre.
Ma quel disco se non sbaglio si apre però con un Buongiorno, vita. Proprio il primo verso del disco.
È perché― perché stavo uscendo: avevo visto la luce: avevo rivisto quella magnifica luce che si era spenta. Meglio: intravedevo quella luce; avevo intravisto la vita un’altra volta.
E quindi scrivo “Buongiorno vita / ca staie trasenno dint’ a tutt’ ’e case / e staie purtanno ’o sole ’e stamatina”… e chiudo il parlato con “Pe mme tu ’o saie sì l’ùrdema befana / ca ogni matina m’accarezza l’uocchie / e me regala ’a voce ’e mamma mia…”
In quel disco c’era molto mia madre. È la mia mamma, quel disco. Per questo, pure, è venuto un disco forte. La morte di mia madre m’ha cresciuto. In un anno m’ha cresciuto: m’ha dato la forza di cambiare. Mia mamma mi ha dato la forza di fare quello che volevo fare io, senza fregarmene se vendevo un milione di dischi o ne vendevo diecimila.
Difatti, quando lo portai a Goffredo Fofi dissi “Professore…”, perché io a lui lo chiamavo professore― Dissi Professore finalmente ho fatto un disco che le piacerà sicuramente.
Lui andava di fretta perché doveva andare a Roma, io avevo la conferenza stampa a Mergellina, dove sta l’Acquario. Dissi: “se vi piace, venite. Pure due minuti: venite. Se non vi piace: nun fa niente. Nun venite”.
Fino all’una Goffredo non era arrivato per cui avevo pensato che il disco non gli era piaciuto.
A un certo punto, come in una nuvola di luce, compare Goffredo Fofi col bastoncino, entra, viene al tavolo e dice tre parole. Dice delle cose belle su di me. Che ero un personaggio… Lui diceva sempre― mo’ me viene in mente una parola che lui usava, proletariato.
Io ho imparato la parola proletariato da Goffredo Fofi.
Gli facevo: “Goffrè allora io sono proletariato?” e lui rideva molto per questa cosa.
E quel giorno disse “in questo disco c’è una delle quattro canzoni napoletane più belle di sempre, si chiama Ciucculatina d’’a ferrovia: ascoltàtela. Quello è Nino D’Angelo”.
E mi cambiò proprio la vita. In un attimo tutti quelli che fino ad allora mi avevano snobbato: si sono incuriositi, ovviamente― e hanno trovato, in quei dischi che facevo, qualche cosa di bello.
Per cui da allora ho cominciato io stesso a fare delle scelte anche diverse, no? Come cantante. Come attore. Ho avuto la fortuna di fare il film con Avati. Ho vinto il David di Donatello per Tano da morire.
Queste cose non capitano mica così… È Goffredo, che ci ha presentato, a me e Roberta Torre: eravamo due pupilli di Goffredo, entrambi.
E Roberta, prima di fare Tano, fece un documentario, La vita a volo d’angelo. Che tra l’altro era pure molto bello.
Che andò a Venezia, tra l’altro.
Sì. L’anno prima a Venezia. Poi l’anno dopo sempre a Venezia con Tano da morire. Venezia mi ha portato sempre fortuna. E anche a Toni, adesso, con il documentario, Nino. 18 giorni.
Sto pensando che tu hai lavorato come attore con tuo figlio Toni già dal primo film, Una notte―
Sì. E però avevamo giurato di non fare mai… Di correre ognuno nei suoi binari―
―Però è bellissimo, mi ricordo… tu in pratica interpreti il tassista di Miles Davis…
Miles Davis, sì. A Nino viene da sorridere. Miles Davis, in effetti, ancora prima di Fofi. Perché si era proprio negli anni Ottanta. Era proprio caschetto, pieno caschetto… E c’è stato questo tassista palermitano che ascoltava la mia musica e a un certo punto abbassò la radio. E invece Miles Davis, con un gesto della mano: “No no, alza, alza… alza il volume…”
E il tassista lo portò a comprare le mie cassette, alla Vuccirìa.
Solo: erano finite le cassette originali e comprarono quelle false.
Me l’ha raccontato proprio il tassista. Che era malato di Nino D’Angelo…
Da appassionato di Miles Davis e di Nino D’Angelo questa fusion siciliana mi sembra un racconto giusto, dico a Nino.
Tu sai, continua lui, che uno che mi ha parlato poi dopo anni di Miles Davis è stato Billy Preston?
Il quinto Beatles. Il tastierista dei Beatles, che ha suonato nel mio gruppo. Ha fatto quattro concerti con me, a Napoli. Io l’avevo preso con me perché era un grande artista ed era un nome della musica: ma la gente a Napoli non lo conosceva e non lo riconosceva. La gente che seguiva la canzone napoletana non aveva idea di chi era Billy Preston…
Io gli facevo suonare sempre l’introduzione dei Beatles―
E qui ho il privilegio di sentire Nino che accenna l’intro di Don’t let me down.
(Almeno credo: perché Billy Preston riarrangiava da par suo e quindi potrebbe, Nino, citarmi un altro virtuosismo e io sbagliare nell’interpretarlo: ma è comunque un’emozione).
E lui mi confermò, dice Nino dopo la divagazione prestoniana, che Miles Davis, a casa sua, quando facevano le feste tra amici: praticamente ascoltava (e faceva ascoltare) tutta la musica che esiste.
Americana, indiana, europea― e mettevano pure la musica di Nino D’Angelo…
Mi dico che alla base dell’arte c’è sempre una curiosità divorante. Per questo chiedo a Nino della sua vita nel tempo dopo Tiempo.
Da Tiempo in poi c’è stata una maturazione costante, di tipo differente: ma sempre nel segno della curiosità― Hai sempre fatto delle cose seguendo le tue curiosità musicali, le tue nuove curiosità artistiche.
Sì. È vero. Sono molto curioso.
Premette Oggi dall’alto della mia età: e ne sorride. Poi continua.
―Io penso che quel ragazzo col caschetto era già curioso prima… Perché lui, il Nino D’Angelo degli anni Ottanta, aveva cambiato – a modo suo! – la canzone napoletana. A modo suo: poi poteva piacere o no, questa è un’altra cosa. Però comunque faceva una cosa diversa da quella che facevano gli altri.
E il momento più difficile è stato, durante il cambiamento: far credere di nuovo in me il pubblico per quello che facevo negli anni Novanta.
Perché: sì, ero arrivato a Goffredo Fofi. Però adesso dovevo trovare della gente, un pubblico, che credesse che quella era arte, non era una musica così.
E allora: mi propongono di fare Sanremo. E io dico: “io ci voglio andare a Sanremo, però ci voglio andare con la musica che faccio oggi”.
E mi ricordo: la sera che vinsi il David di Donatello: poi, la notte tardi, scrissi Senza giacca e cravatta. Chiamai la RTI, che era la mia casa discografica di quel momento: e il direttore della RTI, Magrini, venne apposta da Milano a Roma per sentire questo brano. Rimase incantato: e mi disse facciamo Sanremo.
E io mi sono trovato a Sanremo.
La sera prima della finale, m’hanno detto che avevo vinto il premio della Critica. La sera dopo, questo premio― Chissà…
Però. Non l’hanno potuta togliere, la bellezza della mia canzone…
Non li recitiamo, però in tutt’e due s’affacciano due versi per tutti gli artisti del mondo (a questo punto la povertà è solo una delle opzioni): «―’A musica vullente te bruciava a dint’ / e tenive a ’mme comm’ultima speranza».
Senti Nino, dico. Io vorrei concludere questa chiacchierata con una cosa molto recente. Mi sono divertito molto a sentire, in questi giorni, La Costiera Amalfitana. (Soprattutto “Guardame / I’ t’avevo ritt’ ’o mare / M’è purtat’ all’Idroscale… / ’A Costiera Amalfitane nun t’ ’a può portà a Milane…”).
E però: sai perché te lo dico? Perché ho letto un articolo di Barbara Visentin sul «Corriere della sera» e ci ho trovato una serie di cose che tu hai detto che m’ha fatto pensare “Vedi? Nino è questa cosa da sempre”. Come hai detto tu: già dai tempi del pieno caschetto.
“Ho fatto poche collaborazioni nella mia vita», dici nell’articolo, «mi piace cantare da solo e onestamente non sono molto d’accordo con tutti questi duetti, è diventato tutto troppo uguale”.
Ecco, mi sono detto. Vedi: questo è essere un’artista. Differenza. Diversità. Andare contro tutto quello che è uguale o addirittura troppo uguale a tutto il resto…
A me, dice Nino, mi piace l’uguaglianza umana. L’uguaglianza: quella umana.
L’uguaglianza artistica non esiste.
Poi. Non ho amato mai le gare. Io penso che un artista della mia età oggi si deve divertire. Oggi deve cantare per i bambini: per i vecchietti. Si deve divertire. Sono fuorigara, l’ho detto anche alla radio. A me me piace cantà.
Chi mi segue ancora, se vuole sentire qualche disco mio: l’anno prossimo per i miei settant’anni faremo questo grande concerto al «Maradona», spero di fare un disco nuovo all’altezza: ma poi mi voglio divertire… Basta.
Diamo spazio a tutti sti guaglioni che vèneno. Spero di contribuire alla crescita di qualche canzone; e di fare ancora qualche canzone bella.
Perché adesso, negli ultimi tempi, come diceva Bennato, sono veramente solo canzonette…
Poi il bello è che― lo dice uno come me che è nato, con le canzonette… però: allora le facevo solo io… Erano tutti cantautori. Oggi invece solo canzonette.
La differenza: che quando facevo le canzonette io, negli anni Ottanta, ero solo io a farle. Ma ero quello là che doveva prendersi tutt’i cazzotti― adesso purtroppo sono tutte così.
I cantautori. C’erano i Battiato, i Fossati… Tutt’i cantautori che abbiamo avuto in Italia. Oggi è diventato tutto un unico ritmo che si deve ballare.
Le canzoni sono diventate brutte come noi.
Noi esseri umani. Ci rispecchiano, le canzoni.
Non vogliamo pensare, andiamo di fretta. Oggi ci vogliono cinque minuti. Si mette un beat.
Ci metti quattro parole.
Non c’è anima.
Anima. Non c’è anima.
È solo fatto per i soldi. È solo fatto per fare più like.
E poi: c’è anche questa differenza che oggi basta mettere un dito sul telefono: e si ascolta una canzone―
Prima la gente doveva andare nei negozi di dischi. Doveva scendere di casa, doveva avere i soldi― doveva andare nei negozi, scegliere e comprarsi un disco.
È cambiato tutto. Sono tempi imparagonabili.
Musicalmente, artisticamente. Perché allora c’era una fucina di artista. Non lo so adesso.
Non che non ci siano autori bravi, oggi: è chiaro.
Ma: secondo me, se vogliamo ricominciare, se vogliono ricominciare a tirare fuori la musica, gli autori – perché io penso che ci sono ancora degli autori bravi― bisogna ricominciare veramente a scrivere le canzoni.
―Mi mancano i cantautori. Mi mancano i Fossati, i De Gregori. Mi mancano i De André. Mi mancano i poeti della parola. I poeti, quelli veri.
Io quando sento De André dico: “doveva essere immortale, De André. Nun pò murì mai, un poeta come De André”.
I poeti non dovrebbero morire mai.
De André… Battiato!― Non me ne vorrei dimenticare a nessuno… non dovevano morire mai.
Perché hanno lasciato un vuoto che adesso, per riempirlo― ci vogliono anni.
E ci vuole il coraggio di non pensare solo alle parole che ti portano un successo immediato…
Noi abbiamo cominciato quest’intervista con la povertà― Io ti ho detto: la povertà e le periferie. Basta. Ne abbiamo parlato. Fin troppo―
Non ti devo dire più niente.
Fino al 2 agosto il Festival della Marina di Villasimius, otto appuntamenti serali, a ingresso gratuito, in cui si alterneranno ritratti e conversazioni, tra artiste e artisti del mondo della letteratura, del cinema, del teatro e della musica, secondo un percorso disegnato dalla direttrice artistica Francesca Serafini.
Il 26 luglio Nino D’Angelo dialogherà con Elena Stancanelli in un incontro intitolato “Il poeta che sa cantare”.