In Albania, migliaia di persone stanno protestando per impedire che la zona umida protetta di Zvërnec diventi un resort turistico ad opera di Ivanka Trump e Jared Kushner. Ma la “Rivoluzione dei fenicotteri” può essere l’inizio di una battaglia più grande contro le élite.
La “Rivoluzione dei fenicotteri” in Albania è un importante caso di lotta partita dalla difesa di un bene comune sempre più privatizzato, la spiaggia, per arrivare a opporsi alle prevaricazioni del potere e delle élite. Nei paesi affacciati sul Mediterraneo i movimenti per la tutela delle coste pubbliche sono numerosi e partecipati, ma in Albania si sono estesi per la prima volta a istanze politiche, economiche ed ecologiste.
La protesta è cominciata il 30 maggio, quando alcuni abitanti di Valona hanno abbattuto i recinti sorti all’improvviso sulla spiaggia di Zvërnec per delimitare il cantiere di un grande complesso turistico con alberghi, ville e banchine portuali. Le ruspe avevano già abbattuto alcune dune. Il resort di lusso è stato progettato dalla Zvërnec South Adriatic Development, un’azienda controllata da alcune holding olandesi e qatarine. La zona interessata è la grande area umida protetta di Vjosë-Nartë, con un ecosistema che ospita foche monache, tartarughe marine e oltre 200 specie di uccelli migratori tra cui i fenicotteri che hanno dato il nome al movimento. Il progetto immobiliare, che prevede un investimento di circa 4 miliardi di euro, è stato autorizzato dal governo albanese a gennaio 2025 con una deroga per allentare i vincoli sulle aree protette e accelerare le procedure burocratiche. È inoltre coinvolta la società di investimento Affinity Partners, riconducibile all’imprenditore edile statunitense Jared Kushner e alla moglie Ivanka Trump, figlia del presidente degli Usa Donald Trump. La coppia vorrebbe costruire un hotel da 10mila stanze nell’isola disabitata di Sazan, di fronte alla spiaggia di Zvërnec.
Le contestazioni si sono diffuse nel resto dell’Albania in seguito alla circolazione di alcuni video che documentano violenze contro gli attivisti. Un manifestante è stato trascinato per molti metri dal personale di sicurezza privato del cantiere davanti agli occhi della polizia, che non è intervenuta. Nei giorni successivi sono state organizzate manifestazioni molto partecipate nella capitale Tirana e nelle altre principali città, che stanno andando avanti da oltre due settimane. Migliaia di cittadini, soprattutto giovani, lottano per il destino di Zvërnec anche per ragioni simboliche, in quanto emblema di una più generale svendita naturalistica del paese e di una più diffusa corruzione del governo. La “Rivoluzione dei fenicotteri” non è stata appoggiata dal leader dell’opposizione Sali Berisha, che è un noto sostenitore di Trump, ed è rimasta un’iniziativa spontanea e trasversale che canalizza le richieste degli albanesi per “un modello alternativo di sviluppo, che rifiuta l’appropriazione oligarchica dello stato e collega la tutela dell’ambiente alla legittimità democratica”, ha scritto Lea Ypi.
Mentre la Commissione Ue ha ammonito l’Albania e la procura nazionale anti-corruzione SPAK ha avviato indagini sul progetto, il primo ministro albanese Edi Rama nega che il progetto abbia conseguenze negative per l’ambiente e ritiene che il resort sia strategico per lo sviluppo turistico del paese e la creazione di mille posti di lavoro. Il capo del governo ha delegittimato le proteste, affermando che se non ci fosse stato di mezzo il nome di Kushner “a nessuno importerebbe un cazzo del resort” e che gli oppositori stanno ostacolando l’obiettivo dell’Albania di aderire all’Unione europea entro il 2030. Ma la questione è molto più complessa.
Opponendosi alla privatizzazione di uno spazio pubblico, alla distruzione di un prezioso ecosistema e alla posizione del governo che difende gli interessi di un potente investitore straniero, la “Rivoluzione dei fenicotteri” sintetizza un’ampia serie di malumori diffusi anche nel resto d’Europa. Innanzitutto c’è quello contro i ricchi che accumulano soldi e potere, allargando sempre più il divario con le classi povere e sentendosi liberi di agire nella totale libertà di calpestare i diritti altrui. Il racconto di Ivanka Trump sulla scoperta dell’isola di Sazan è emblematico: “Eravamo sulla barca di un amico e ci siamo fermati per fare una nuotata. È così che l’abbiamo scoperta. Abbiamo nuotato fino alle isole, abbiamo fatto un’escursione a piedi nudi fino in cima e ne siamo rimasti semplicemente affascinati. Da allora non ci è più uscita dalla testa”. Trump e Kushner hanno quindi pensato di “realizzarne il potenziale” con un enorme progetto immobiliare che in realtà cancellerebbe la bellezza dell’isola per come l’hanno conosciuta loro stessi, oltre a sottrarla alla collettività. Un perfetto esempio di quello che Rinaldo Gianola definisce “capitalismo dei predatori” nel suo pamphlet Soldi! (e/o 2024).
C’è poi il fondamento ecologista del movimento. La “Rivoluzione dei fenicotteri” vuole difendere una delle ultime aree pubbliche e incontaminate della costa albanese, che a partire dagli anni Novanta è stata molto privatizzata e cementificata in nome dell’industria turistica. Il modello perseguito ha origine dall’occupazione fascista italiana, come spiega Matteo Lupoli in Ecologia e politica del turismo balneare. Natura e lavoro a buon mercato a Rimini e Durazzo (Orthoses 2026): “È in questa fase che si è consolidata una prima rappresentazione della costa come risorsa, spazio da rendere funzionale attraverso dispositivi tecnici, normativi e infrastrutturali, anticipando logiche che torneranno in forme diverse nel secondo Novecento”. Sul solco di questa influenza, dopo la caduta del comunismo nel 1991 le autorità albanesi hanno puntato sull’urbanizzazione della costa per favorire l’ipotetica crescita di un territorio considerato arretrato, esattamente com’è avvenuto in riviera romagnola nel secondo dopoguerra. La ricerca comparativa di Lupoli illustra bene gli effetti collaterali di questi processi. Seppure in due fasi storiche diverse, gli errori commessi sono gli stessi: la cementificazione e la privatizzazione del litorale uccidono la biodiversità, peggiorano le conseguenze del riscaldamento globale e aumentano le disuguaglianze. Inoltre il lavoro su cui si fonda questa industria è in gran parte sottopagato, irregolare e fondato sullo sfruttamento.
Le istituzioni albanesi e gli speculatori edilizi hanno idee vetuste di presunto sviluppo che trasformerebbero le coste del paese in una piccola Dubai dell’Adriatico. Al contrario, gli attivisti della “Rivoluzione dei fenicotteri” conoscono gli stravolgimenti provocati sull’altra sponda dalla colonizzazione delle coste e le distorsioni strutturali di questo modello. La penisola di Zvërnec è una delle poche aree umide del paese, che sono degli ambienti di enorme valore per la biodiversità, la protezione dalle tempeste e l’assorbimento di anidride carbonica, uno dei gas più climalteranti. Le aree umide occupano circa il 6% della superficie terrestre e stoccano il 30% di CO2, il doppio delle foreste di tutto il mondo, che coprono il 31% del pianeta. In Europa sono state dimezzate dal 1970 a oggi; difendere l’integrità di quelle superstiti significa ribadire che il loro valore ecologico è più importante rispetto ai posti di lavoro e agli introiti che potrebbe portare un resort turistico.
Per decenni l’industria turistica si è appropriata di preziosi ambienti costieri, compromettendone l’equilibrio ecologico nell’indifferenza generale. Ora la sensibilità popolare è cambiata. Molti cittadini sono consapevoli dell’importanza di difendere la libera fruizione delle spiagge e la tutela dell’ambiente litoraneo. Tali istanze ecologiste sono arrivate a intrecciarsi a quelle sociali, politiche ed economiche anche grazie alle parentele che i movimenti ambientalisti giovanili come Extinction Rebellion e Fridays for Future hanno generato con il femminismo e il pacifismo.
Ci sono vari motivi per cui questa tendenza è partita dalla linea di costa. Si tratta di uno spazio comune, transitorio e mutevole per natura, aperto sull’orizzonte e per questo molto apprezzato e frequentato dai cittadini; eppure è stato irrigidito e sottratto al pubblico uso perché vi si sono concentrati diversi appetiti. Come ha ricostruito Setha Low in Beach Politics. Social, Racial, and Environmental Injustice on the Shoreline (NYU Press 2025), negli ultimi 40 anni i processi di privatizzazione dei litorali sono accelerati in tutto il mondo e hanno coinciso con la costruzione di immobili residenziali, resort, alberghi e stabilimenti balneari che consentono solo ai proprietari o ai loro clienti di godere del litorale in esclusiva. Questa estesa antropizzazione ha creato lunghe barriere tra l’uomo e il mare. Nel 2006 l’Agenzia europea per l’ambiente ha calcolato che occupino il 50% delle coste nei paesi affacciati sul Mediterraneo, coniando il termine “Med Wall” per definire il fenomeno. Le amministrazioni pubbliche locali sono state protagoniste o complici di questo processo e ogni volta che i cittadini protestano, i politici si schierano a favore degli interessi privati. Di conseguenza lo scontento popolare aumenta perché i residenti non si sentono rappresentati da chi dovrebbe tutelare gli interessi collettivi e invece favorisce processi di colonizzazione che privilegiano i visitatori temporanei a scapito dei residenti.
I movimenti di opposizione sono sorti in molti paesi del Mediterraneo. In Italia nel 2019 è stata fondata l’associazione Mare Libero, che chiede una maggiore quantità di spiagge libere in un paese dove la quasi totalità della costa sabbiosa nelle zone di maggiore interesse turistico è occupata da concessioni. Nel 2011 gli stabilimenti balneari iscritti alla Camera di commercio erano 5.730, nel 2025 sono arrivati a 7.352, quasi il 30% in più nel giro di quindici anni. Eppure il 69% degli italiani pensa che ci siano troppi stabilimenti e che vadano ridotti per lasciare più spiagge libere accessibili a tutti, secondo un sondaggio Swg pubblicato la settimana scorsa. Mare Libero organizza iniziative simboliche di disobbedienza civile con attivisti che stanziano con il proprio ombrellone nelle spiagge in concessione. Per ora solo un politico di minoranza, il presidente dei Radicali italiani Matteo Hallissey, si è appropriato di questa istanza, ma per lo più realizzando video sui social che parlano alla pancia delle persone senza affrontare il tema nella sua complessità.
Anche in Grecia sono in corso molti processi di privatizzazione dei litorali, tanto che nel 2023 è nato il movimento della “Rivolta degli asciugamani” per rivendicare il diritto all’accesso libero e gratuito alle coste e per protestare contro le occupazioni abusive. In Spagna nel 2024 alcuni attivisti hanno occupato la spiaggia di Palma a Maiorca per chiedere di limitare il turismo e di favorire una maggiore disponibilità di spiagge per i residenti, e nelle Canarie è esploso un movimento contro la turistificazione dell’arcipelago e la costruzione di complessi immobiliari sulla costa.
Analoghe manifestazioni di protesta sono avvenute negli ultimi anni in Croazia, Montenegro, Cipro e Marocco, ma quella albanese è la prima a estendersi notevolmente per numero di persone coinvolte e trasversalità delle istanze. Sarà interessante vedere come si evolverà e se farà da esempio per gli altri movimenti nel resto del Mediterraneo che finora, pur intercettando un ampio consenso, sono rimasti più timidi e meno radicali. La “Rivoluzione dei fenicotteri” dimostra che la difesa dei beni comuni è essenziale per preservare i diritti e il rispetto degli individui e dell’ambiente, che l’idea di sviluppo non deve per forza coincidere col cemento e la distruzione della natura, e soprattutto che la protesta per la causa specifica delle coste può estendersi ad altri spazi di resistenza.