L'amore è una prigione di velluto: il bellissimo "Priscilla" di Sofia Coppola - Lucy
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Irene Graziosi

L’amore è una prigione di velluto: il bellissimo “Priscilla” di Sofia Coppola

05 Settembre 2023

Sofia Coppola ha fatto un film impeccabile che racconta la parabola di un amore e di una donna fino alla fine dell'illusione.

Unghie smaltate che sprofondano nella moquette, ciglia finte scolpite dal mascara, rossetto cremoso, occhi vuoti e bistrati, porcellane dai bordi dorati e ciocche intrappolate da bigodini, come a evocare l’analoga prigionia della loro proprietaria, Priscilla Beaulieu, che avrà luogo di lì a poco, quando conoscerà in una base militare americana in Germania Elvis Presley, già divo e di parecchi anni più grande di lei, che ne ha appena quattordici. 

Nel biopic su Priscilla Presley di Sofia Coppola in concorso a Venezia 80, Elvis è il tenebroso Jacob Elordi di Euphoria e Priscilla è interpretata dalla debuttante Cailee Spaeny. Sono entrambi perfetti: lei impacciatamente bellissima e delicata nel trasmettere la solitudine di Priscilla, lui succube delle sue stesse nevrosi in un modo talmente naïf da suscitare compassione anche quando manipola la sua giovanissima fidanzata. 

Il film riesce a raccontare questa relazione come se a intesserla fossero persone normali, dove la fama di di Elvis fa breccia nella vita dei due amanti solo quando Priscilla apre un giornale scandalistico e scopre un tradimento o entra negli uffici manageriali dell’uomo che ama, che si trovano all’interno della celebre Graceland, la villa di lui a Memphis. A tratti pare che non sia neanche la vita di Priscilla a essere protagonista, piuttosto la sua solitudine, che forse colpisce anche perché molti di noi hanno avuto modo di intuirla nello sguardo di alcune donne di altre epoche, quando il matrimonio era una conchiglia vuota. 

Nel 1959, quando Priscilla ed Elvis si incontrano a casa di lui, lei ha quattordici anni e lui dieci di più. Lei è innamorata di lui ancora prima di vederlo, e quando lui la nota a malapena riesce a spiccicare parola. C’è un momento, in queste scene iniziali, in cui lui le chiede di seguirlo al piano di sopra, nella camera da letto, e sul volto di Priscilla compare solo per un istante una maschera di paura che viene subito ammansita da Elvis, un dettaglio che prelude a ciò che attende la ragazza una volta che si sarà consacrata al suo amore adolescenziale – spesso ciò che brilla con più intensità nel presente coincide con ciò che il tempo renderà logorante.

È il 1962 quando Priscilla, neanche diciottenne, strappa ai suoi genitori il permesso di volare dalla Germania al Tennessee per vivere con i Presley, che più che una famiglia sono una cooperativa in cui gli affetti e le convenzioni intime sono in parte sostituiti dai legami professionali che la gestione dell’artista implica. I colori si fanno più intensi, la musica più piena quando Priscilla è al fianco dell’uomo che ama, che purtroppo per lei è quasi sempre via, su set cinematografici, in tour, circondato da attrici splendide e assediato da fan che gli mandano giarrettiere in pizzo; a Priscilla dunque non resta che galleggiare in questa casa color crema, nelle camere ovattate dalla tappezzeria pesante immerse nella penombra, dove la ragazza, a cui è stato proibito di invitare chicchessia nella villa e che comunque non riuscirebbe a trovare amiche disinteressate alle sue conoscenze, pare fluttuare, distratta solo da abiti, trucco, capelli. Ma neanche questi passatempi sono davvero suoi, perché è Elvis a dirle come acconciarsi, tingersi e vestirti; una sorta di direttore artistico della vita di lei, che malgrado tutto, o forse a causa di tutto, continua a venerarlo. Lei ci prova a trovarsi un’occupazione, ma lui è netto: “Me or the career”. E mentre i capelli artificialmente corvini di lei durante gli anni ‘60 crescono in altezza e in volume, le telefonate tra gli amanti distanti si fanno disarmoniche, frustranti, i sentimenti sbilanciati tra lei che ne dichiara troppi e lui che si sottrae alla risposta con il silenzio.

Eppure l’isolamento di Priscilla non è mai condannato o giudicato, perché Coppola ha la sensibilità di capire che l’Amore offre la felicità sul palmo della mano aperta mentre nasconde la solitudine nel pugno chiuso. E così la regista è affettuosa e protettiva nei confronti di entrambi i suoi protagonisti, che sorprende anche a giocare, come quando i due si fotografano a vicenda seminudi, e questa nudità, sensualissima, è anche tenera e intima, lontana dagli sguardi predatori che si sono posati sulle attrici in altri film in concorso.

Sebbene il film sia affollato di amici di Elvis, servitù di Elvis, assistenti di Elvis, familiari di Elvis, insegnanti di Priscilla, compagne di Priscilla, lo sguardo dello spettatore è tutto per lui, come se anche noi amassimo lui e basta, cancellando ciò che lo circonda  per farlo splendere ancora di più. Elvis, di cui intuiamo le fasi artistiche solo dalle prove d’abito che avvengono nei salotti di Graceland; Elvis, sempre più grande, sempre più famoso, sempre più dipendente da eccitanti e sonniferi; Elvis, dotato di una sua dolcezza, che spesso emerge subito dopo i momenti più brutali, momenti che intaccano un poco alla volta le pareti spesse dell’illusione costruite da Priscilla. 

Priscilla è la storia di una donna ma è anche un film d’amore, una parola (e quindi un genere) sempre più difficile da individuare e descrivere, e su questa difficoltà mi sono spesso interrogata. L’intimità è un territorio ambiguo, violento, tenero e immorale, come lo sono i desideri, e di questi desideri pare che il cinema e la letteratura ultimamente abbiano paura, come se mostrarli implicasse necessariamente una coraggiosa denuncia o una silenziosa connivenza con il crimine che l’umanità commette da sempre.

E infatti in conferenza stampa un giornalista ha chiesto a Sofia Coppola se secondo lei questo film fosse femminista, dati gli aspetti anche oscuri della relazione che metteva in scena. La regista ha risposto di no, è la storia di una donna innamorata come ne esistono infinite altre, ed è stata questa universalità ad averla colpita quando ha letto per la prima volta il memoir di Priscilla Presley da cui è tratto il film: la storia di una ragazzina che si tramutava in una donna scoprendo la spietatezza delle illusioni, la fine delle fiabe, il diventare madre e l’abbandono definitivo del sogno della giovinezza, per accettare finalmente ciò che resta. E così, quando chiedono a Priscilla Presley, seduta in prima fila, cosa l’abbia commossa di più del film, questa risponde senza un attimo di esitazione: “la fine”.

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e vicedirettrice di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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