Fascisti verdi - Lucy
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Fascisti verdi
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Letto, visto, ascoltato

Ivan Carozzi

Fascisti verdi

In "Ecofascisti" Francesca Santolini ricostruisce il legame antico tra ecologismo e culture reazionarie per capire perché, oggi, l’estrema destra si sta riavvicinando alle questioni ambientali.

L’ecologia è di destra o di sinistra? Facciamo un passo indietro, ai tempi della prima Repubblica. Nel 1986 nasce in provincia di Savona, a Finale Ligure, qualcosa che prima non esisteva, un nuovo partito: è la Federazione delle Liste Verdi. Nel giugno dell’anno seguente si vota per le politiche. Al tramonto della prima repubblica, i Verdi entrano per la prima volta in Parlamento. Il simbolo sulla scheda elettorale è insolito e fanciullesco: un sole che ride. Ottengono 13 deputati e 1 senatore. Il capogruppo alla Camera è un fisico, Gianni Mattioli. In tv appare come un signore gentile, indossa spesso un papillon e sembra uscito da una sitcom inglese. 

Mattioli si è fatto le ossa nelle lotte ambientaliste contro l’apertura della centrale nucleare di Montalto di Castro, nel Lazio. La pattuglia Verde sbarcata a Palazzo Madama incarna una novità, una diversità, anche antropologica. Ci sono gli ambientalisti della prima ora e la crema della generazione che si è formata negli anni Sessanta e Settanta della contestazione, ma ripulita dalle scorie dell’estremismo marxista-leninista. I Verdi sono colti, non violenti, sorridenti, sono relativamente giovani e propongono un profondo e generale ripensamento della vita umana e del suo rapporto con la natura e le altre specie. Al Senato viene eletto Marco Boato, veneziano ma trentino d’adozione, laureato in Sociologia a Trento, dove accanto a Mauro Rostagno è stato uno dei fondatori del movimento della sinistra extraparlamentare Lotta Continua. 

I Verdi saranno presenti anche alle elezioni europee del 1989. A Bruxelles verrà eletto Alexander Langer, un cosmopolita pacifista e un intellettuale di raro spessore, una mosca bianca, già militante di Lotta Continua e fondatore in Alto Adige della lista Neue Linke – Nuova Sinistra. A lui si deve la proposta di modificare il motto olimpico citius, altius, fortius, “più veloce, più in alto, più forte”, in lentius, profundius, suavius, “più lentamente, più profondamente, più dolcemente”, come formula magica da usare e pronunciare in favore di un rinnovamento morale e politico, di un’autentica palingenesi. Si suiciderà il 3 luglio del 1995 a Pian dei Giullari, in provincia di Firenze, impiccandosi con una fune legata a una pianta di albicocche. Non poteva esserci messaggio di addio più amaro e crudele per un ambientalista. 

Questo lungo preambolo sulla nascita del partito dei Verdi italiani serve a ricordarci un dato di realtà, un fatto apparentemente ovvio: sì, possiamo dire che l’ambientalismo è una cosa di sinistra, è un sistema di pensiero creato nel laboratorio del progressismo, come reazione ai primi segnali della crisi ecologica. Ma se questa risposta sembra scontata, le cose, in realtà, non stanno solo così. Lo racconta bene un libro, Ecofascisti. Estrema destra e ambiente, appena pubblicato nelle Vele, la collana di saggi brevi di Einaudi. L’autrice del testo, Francesca Santolini, è un’esperta di temi ambientali e collabora con i quotidiani La Stampa e La Repubblica. 

Ecofascisti prima ricostruisce il legame antico tra ecologismo e culture reazionarie e poi offre una rassegna ampia e molto ben documentata sull’interpretazione della crisi climatica proposta oggi da pezzi diversi della destra radicale mondiale. Il libro cita esempi dove il confine tra riflessioni genuine e manipolazione ideologica è molto labile, come nel caso della cosiddetta “deep ecology”: una rilettura identitaria che vede nell’uomo bianco il solo esemplare della specie umana capace di vivere in armonia con la natura e l’unico in grado di salvare l’ambiente dalla catastrofe.  

Ma se c’è una tesi nel libro, forse è quella che possiamo cogliere in apertura del primo capitolo: “Essere compassionevoli in politica significa cercare una comprensione profonda dei problemi che affliggono la società, lavorare per soluzioni che tengano conto dell’umanità e della dignità di ogni individuo”. A differenza delle sintesi teoriche raggiunte dall’estrema destra, l’ecologia non può che partire da una coscienza compassionevole e solidale dei gravi squilibri provocati dalla questione ambientale. 

Ecofascisti è un testo breve, una novantina di pagine, ma denso, puntuale e ricco di sorprese, capace di sbrogliare i fili di una matassa molto aggrovigliata e di riportare in piena luce quell’intreccio imprevedibile e sotterraneo, fatto di furti, slittamenti, volgarizzazioni e appropriazioni, che costituisce da sempre il movimento caotico delle idee e che in questo caso riguarda le remote sorgenti dell’ambientalismo. Partendo dal termine “ecologia”, così aromatico e circonfuso di essenze controculturali, che non è stato coniato però da un docente dell’università di Berkeley o di Palo Alto, non è stato inventato dalla scapigliatura californiana degli anni Sessanta, nel bel mezzo del flower power e del risveglio hippie, ma risale al lavoro di uno zoologo e pensatore tedesco del Diciannovesimo secolo, Ernst Haeckel, nato a Potsdam nel 1834 e morto a Jena nel 1919. Haeckel restò folgorato dalla lettura di Charles Darwin, del quale fu un divulgatore entusiasta. Diventò in seguito il teorico di una nuova scienza moderna del rapporto tra gli organismi e l’ambiente, che chiamò “ecologia”, dal greco “oikos”, “casa”. 

Haeckel appartiene a un’affascinante classe di pensatori ottocenteschi, ritratti nei dagherrotipi e sempre sospesi in un chiaroscuro ideologico tipico del romanticismo, che allo studio delle scienze abbinano slanci misticheggianti e ansia d’infinito. È a quella leva di studiosi che dobbiamo molti dei presupposti teorici su cui si formeranno le destre nazionaliste d’inizio Novecento e i teorici del nazionalsocialismo. Il padre del termine “ecologia”, nel 1906 fu anche il fondatore della Lega monista tedesca, un pensatoio nel quale si fondevano scienza, filosofia e religione. Il monismo arrivò a immaginare riti e templi dedicati al culto della natura. Come scrive Santolini, è dentro questa atmosfera, in questa cornice intellettuale e sentimentale, che si forma anche il concetto etnonazionalista di Volk, ‘popolo’, insieme alla celebrazione del legame indissolubile tra il popolo e la terra, tra il popolo e il proprio “oikos”, ‘la casa’, il suolo che il popolo abita e si tramanda di generazione in generazione.

“Haeckel appartiene a un’affascinante classe di pensatori ottocenteschi, ritratti nei dagherrotipi e sempre sospesi in un chiaroscuro ideologico tipico del romanticismo, che allo studio delle scienze abbinano slanci misticheggianti e ansia d’infinito”.

È in questo stesso contesto che fioriscono tendenze e filoni di pensiero come il vegetarianesimo, che nutrono ancora oggi la nostra contemporaneità e che erroneamente tendiamo ad attribuire ai grandi mutamenti culturali degli anni Sessanta e Settanta e a classificare come un frutto collaterale del progressismo. Lo stesso Adolf Hitler, in realtà, fu vegetariano, così come Heinrich Himmler sperimentò la creazione di fattorie biologiche per la fornitura di erbe medicinali alle sue amate SS. È la cosiddetta ala verde del nazionalsocialismo:

“Nella formazione dell’ideologia nazista e nella sua attuazione pratica durante il Terzo Reich, infatti, le componenti che oggi convenzionalmente attribuiremmo a una attitudine ecologica hanno svolto un ruolo centrale, per quanto possa sembrare incredibile: gli ‘ecologisti’ nazisti trasformarono l’agricoltura biologica, il vegetarianismo, il culto della natura e di temi correlati in elementi chiave non solo nella loro ideologia ma anche nelle loro politiche di governo”. 

Ma soprattutto esiste nei nostri giorni un grande lavorio, di cui conosciamo ancora poco. La destra e il sovranismo sono interessate all’ecologia. Esiste un’attualità nel rapporto tra estrema destra e questione ambientale. Il libro se ne occupa in lungo e in largo, spaziando tra Stati Uniti ed Europa, tra Internet e mondo fisico, tra 4chan, testamenti on line di stragisti di massa e un vivace sottobosco editoriale (vedi Arktos, editore finlandese), indagando la superficie di un continente sommerso che potremmo vedere affiorare dalle acque nei prossimi anni. Ecofascisti rischia di essere profetico. I lettori militanti di Tolkien ritroveranno, chissà, un’arcana suggestione vegetale nella famosa riga “le radici profonde non gelano”. Del resto, l’emergenza climatica non può più essere negata. Il negazionismo climatico non premia più. Di conseguenza l’estrema destra si muove come un’avanguardia, costruendo una propria teoria ecologica, in attesa che qualcuno la declini in programma elettorale e la traduca in concetti comunicabili.

Finiranno i tempi delle idiozie becere e violente di Matteo Salvini in tv (“Cos’è il migrante climatico? Dove va? Se uno in inverno ha freddo e in estate ha caldo migra? […] Il migrante climatico è anche uno di Milano a cui non piace la nebbia?”) e magari avranno fortuna nuove coppie concettuali, come quella fissata lapidariamente in una frase di Marine Le Pen del 2019: “L’ambientalismo è il figlio naturale del patriottismo”.

Che cosa intendeva dire Marine Le Pen? Che la crisi ambientale esiste, ci riguarda e l’ambiente si tutela proteggendo i confini, contro i migranti che consumano le sempre più fragili e carenti risorse naturali, sottraendole ai legittimi proprietari, i custodi nativi. Ancora una volta il migrante è il capro espiatorio di un sistema che fatica a rifondarsi, nella difficoltà evidente di organizzare con rapidità la transizione energetica e di contrastare un ginepraio d’interessi particolari. È l’ideologia dell’ecobordering:

“L’ideologia dell’ecobordering trascura completamente la relazione strutturale fra i temi climatici e il modello di sviluppo dell’economia globale – da cui, oltre all’effetto serra, naturalmente, anche la deforestazione, l’inquinamento di aria e acqua, l’acidificazione degli oceani, la perdita di biodiversità, e cosí via. Ignorando questa relazione, l’ecobordering serve a camuffare le dinamiche del modello capitalista, nel tentativo di difendere politicamente lo status quo economico”.

Le pagine di Ecofascisti scavano nella storia tedesca a cavallo tra Ottocento e Novecento, tra romanticismo e derive nazionalsocialiste, riuscendo a individuare tendenze e correnti socioculturali che in forme diverse e innocue, probabilmente, sopravvivono ancora oggi. “Non c’è nazionalismo senza ambientalismo”, ha scritto nel proprio manifesto Brenton Tarrant, suprematista bianco autore di una strage in Nuova Zelanda, quaranta persone sterminate in una moschea nel 2019: “Il testo è pieno di battute su internet, di ammiccamenti all’estrema destra, ma anche di esortazioni all’azione, che rivelano il reale obiettivo dell’autore: creare proseliti […] Obiettivo, purtroppo, raggiunto. Qualche mese dopo la strage [..] un ventiduenne texano raggiunge un affollato centro commerciale di El Paso e uccide ventitre persone […] Crusius, infatti, ossessionato dai messicani tanto quanto Tarrant dai musulmani, descrive le vittime come ‘invasori’, portatori di una vera e propria ‘sostituzione etnica e culturale’, sottolineando la necessità di ‘sbarazzarsi di un numero sufficiente di persone affinché il nostro modo di vivere possa diventare piú sostenibile’. Perché ‘l’ambiente sta peggiorando di anno in anno’ e la causa è l’immigrazione che viene dal Messico”.

“Le pagine di ‘Ecofascisti’ scavano nella storia tedesca a cavallo tra Ottocento e Novecento, tra romanticismo e derive nazionalsocialiste, riuscendo a individuare tendenze e correnti socioculturali che in forme diverse e innocue, probabilmente, sopravvivono ancora oggi”.

La vastità della sfida posta dal cambiamento climatico ci stordisce e ci coglie impreparati. Per non finire pazzi, in assenza di ricette pratiche, cambiare, scoprire un nuovo atteggiamento morale – la compassione citata all’inizio di Ecofascisti – sembra il compito minimo che uno si può dare. Non è sufficiente, forse è perfino deprimente e mesto, ma è necessario, almeno per non lasciar gelare le nostre radici.

Questo contenuto è stato realizzato in collaborazione con La Content, agenzia di comunicazione e accademia di formazione sullo storytelling. Partner di Lucy per i corsi di scrittura.

Ivan Carozzi

Ivan Carozzi è giornalista, scrittore e autore tv. Ha curato la raccolta Che traccia hai scelto? (Utet, 2023).

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