Riprendersi la libertà di esistere - Lucy

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Riprendersi la libertà di esistere
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Irene Graziosi

Riprendersi la libertà di esistere

Stranieri a noi stessi di Rachel Aviv, edito da Iperborea, è un libro che racconta e riflette la straordinaria complessità della nostra psiche oltre la diagnosi psichiatrica.

27 Gennaio 2024

Qualche volta, mentre vivo, mi addormento. Da che ne ho ricordo, è stato così. Interi periodi che possono durare mesi o anni e che equivalgono a sprofondare in un liquido vischioso, caldo e umido. Non sono periodi che definirei infelici. Io e una mia amica, commentando queste giornate che ci accomunavano, trascorse sdraiate a non fare nulla, sedate dal ronzio di una serie tv in sottofondo o di un disco le cui armonie erano logorate dall’ascolto, le chiamavamo “bolle dissociative”. Non c’era tristezza; non c’era nulla. 

Qualche volta, assediata dal lavoro e dal succedersi rapidissimo di tutte le personalità che occorrono per lavorare e vivere, parlare con sconosciuti, affermare la mia volontà, scivolare da un piano all’altro, intuire ciò che gli altri mi stanno comunicando, mi dimentico delle persone che amo. Le vedo come ripetizioni di se stesse, come se sulla loro profondità avessi appiccicato lo sticker della silhouette che gli appartiene, costringendole a farle aderire alla versione che ho di loro, la meno stancante per me da elaborare. 

Entrambi gli stati appena descritti, se esposti in certi termini e modellati al punto giusto, potrebbero essere sintomi di disagio psichico, che magari accorpati porterebbero a una diagnosi: assenza di energia, di creatività, ritiro sociale, incapacità di vedere l’altro, proiettare sull’altro se stessi. Per questo, durante i miei vent’anni mi sono stati prescritti parecchi farmaci: stabilizzanti dell’umore, benzodiazepine, sonniferi per l’insonnia. In alcuni casi sono stati d’aiuto, in altri per niente. In tutti i casi, però, so che le mie aspettative riguardo la loro assunzione erano molto precise: mi avrebbero fatta stare meglio. Meccanicamente meglio. Chimicamente meglio. Il malessere mi era, in fondo, estraneo. Non dipendeva da me o da ciò che mi circondava, dipendeva da qualcosa di molto più semplice da domare: le molecole.

Leggere Stranieri a noi stessi, di Rachel Aviv, edito da Iperborea, ha nominato qualcosa che forse non ero mai riuscita a nominare, pur avendo studiato psicologia e neuroscienze, pur avendo letto infiniti saggi accademici che spiegano l’eziologia dei disturbi mentali, che narrano di casi clinici, libri che illustrano la storia degli studi sulla psiche, che raccontano le diatribe filosofiche e delineano i modelli per comprendere la mente. Il saggio racconta la storia di Ray, Bapu, Naomi, Laura, Hava e di Aviv stessa. Questi protagonisti sono diversissimi tra loro: Ray è un medico americano che d’un tratto si deprime, e il suo percorso terapeutico si dipana lungo il confine tra psichiatria e psicoanalisi negli anni Settanta, quando coloro che erano a favore dei farmaci e coloro che erano contrari si scontravano sulla pelle dei pazienti. 

Bapu, forse la donna a cui ci si affeziona di più, è zoppa e benestante e vive in Tamil Nadu quando viene data in sposa a un uomo che non la ama; maltrattata dai parenti che vorrebbero la sua eredità e soffocata dai ruoli femminili tradizionali, Bapu è certa di sentire accanto a sé la presenza divina e scappa per vivere come mendicante nei templi e abbandonarsi alla devozione, ricevendo in cambio della sua scelta una diagnosi di schizofrenia, i cui sintomi, in India, hanno spesso a che fare con il misticismo. 

Laura invece è una ragazza americana senza alcun problema: bella, benestante, intelligente, rispetta tutte le aspettative sociali che l’hanno accompagnata fin dalla nascita. Ma cosa rimane di lei, quando ciò che ha ottenuto non ha mai coinciso con un suo desiderio profondo? Laura vuole essere medicata, vuole ingoiare le sue pasticche, dà ragione ai medici: “Sono bipolare, certo”, “Sono borderline, non c’è dubbio”. È grata che siano altri a dirle chi è, è grata che qualcuno riconosca la sua sofferenza, vuole essere brava anche nella malattia, e smania dalla voglia di essere la paziente perfetta. 

Tutte le persone raccontate sono state medicate, diagnosticate, rinchiuse e, soprattutto, non sono mai state viste. L’invisibilità medica è solo l’ultimo stadio di un percorso lungo una vita in cui non si è stati riconosciuti, dagli altri o da se stessi. A quanti di noi è successo, in forme più lievi, in modi meno violenti, di sentire improvvisamente di star vivendo una vita che non è la propria? Quanti di noi qualche volta hanno la sensazione di vivere fuori da se stessi? Quanti di noi, in ragione del proprio aspetto, del colore della pelle, del proprio passato, del genere, dell’età, si sono sentiti appiattiti dai propri interlocutori? E quanti di noi incontrando qualcuno facilmente categorizzabile non lo hanno riconosciuto come umano, vivo, diverso?

Questo non è un libro antipsichiatrico, né accusatorio nei confronti di qualsivoglia filosofia di cura, né un libro che favoreggia la medicalizzazione della psiche. È un libro che cerca di tenere assieme tutto: la persona, il suo vissuto, il contesto da cui proviene, la sanità – pubblica o privata che sia –, il carcere, i farmaci, le terapie e la storia delle discipline legate alla psiche. E così, quando tutti i frammenti della vita di queste persone si ricongiungono nel contesto storico e sociale che li contiene, chi legge ha la sensazione che la bolla del proprio mondo emotivo venga punta da uno spillo che la fa esplodere e subito si viene inondati da un sentimento di compassione e simpatia umana per se stessi e per gli altri. 

La scrittura di Aviv non cede mai al pathos. Nitida e minimale, lascia che sia il lettore a riempire le ellissi che non colma. Non ha una tesi, non scivola nella retorica che ammanta la salute mentale. Racconta ciò che è per come è, concedendo alle vite dei suoi soggetti di spiegarsi da sole. E spesso, ciò che emerge dalla libertà data a queste vite, è ciò che la società si aspetta da certi individui: dalle donne ambiziose e benestanti che siano felici del proprio privilegio, dalle donne povere e nere che siano pazze e arrabbiate, dalle donne indiane che siano madri silenziose e devote ai doveri di casa. La storia dell’autrice stessa è alonata dal dubbio di cosa si dovrebbe essere: nel momenti in cui Aviv assume un farmaco antidepressivo, conosce un mondo emotivo, affettivo e umano pieno di gioia e di esuberanza, eppure continua a chiedersi se questa sensazione non sia artificiale, pure quando da essa deriva il suo desiderio di avere figli e portare a termine una gravidanza. 

Chi siamo noi davvero? Siamo i nostri traumi? I nostri squilibri chimici? Siamo le nostre scelte, siamo le vite che viviamo? Siamo i farmaci che prendiamo, siamo le persone che ci circondano? Quanto di noi è artefatto e frutto dei fantasmi della società che si insediano nei nostri corpi da piccolissimi e quanto di noi è ciò che davvero volevamo essere?

Se Aviv raccontasse le storie di ciascuno di noi, scopriremmo che siamo tutte queste cose assieme, che si tengono più o meno in equilibrio, a seconda di variabili, tempi e relazioni diverse. Lo psicoanalista Philip M. Bromberg diceva che la salute mentale è la capacità di rimanere negli spazi tra realtà diverse senza perderne alcuna. Talvolta questa è una capacità che vacilla, e allora pensiamo di essere una sola cosa, gli altri ci trattano come fossimo una sola cosa. Forse la sofferenza psichica coincide con questo: la perdita della libertà di essere infinite cose assieme e la negazione della libertà altrui di fare lo stesso. 

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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