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Prima che chiudiate gli occhi
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Irene Moro

Prima che chiudiate gli occhi

L'esordio di Morena Pedriali trascina il lettore nell'universo culturale e simbolico dei Sinti, raccontando la storia di un popolo attraverso lo sguardo di Jezebel.

01 Dicembre 2023

A chi sta parlando? E in quale lingua? Me lo domando fin dalle prime pagine dell’esordio di Morena Pedrali Errani. Mi chiedo, anche, di che parla questo libro: forse di una fuga, o di una resistenza quasi animalesca, sensoriale. 

Di Prima che chiudiate gli occhi mi incuriosisce il contesto, poco esplorato: la persecuzione di Sinti e Rom a metà Novecento, raccontata da un’autrice a sua volta sinta e circense. Ma non trovo ciò che mi aspetto: chi legge e chi meglio comprende questa lingua così immediata è la me bambina, quella che risaliva al mattino presto le colline per sentire l’aria forte, l’odore pieno dell’umidità antelucana. 

Bambina è anche l’io narrante che apre questo romanzo, Jezebel: il suo mondo è una fitta rete di simboli, elementi naturali e rituali che impara dai gesti del padre, un uomo che appare e scompare tra racconto e ricordo, in una liturgia ritmata. Anche noi, come lei, fatichiamo a mettere in fila quello che le succede attorno, le sue impressioni. Jezebel impara presto a camuffare le sue origini, immergendosi con sempre maggiore consapevolezza nel destino del suo popolo, i sinti, chiamati alle armi e poi condannati alla persecuzione fascista. 

La fascinazione per uno sfondo mistico e parlante è quasi da subito sopraffatta dalla necessità di capire la voce, gli spazi, il tempo del racconto. I piani temporali si sovrappongono, l’ordine cronologico viene penetrato dall’alternanza di voci e momenti distanti tra loro, espediente utile a restituire il contrasto tra ciò che c’era (prima della persecuzione) e ciò che rimane o non c’è più (dopo la tragedia), ma che rende, a tratti, la lettura affannosa. 

È una scrittura rapida: un po’ riproduce la corsa della protagonista, un po’ si aggroviglia in simbologie sconosciute e resta lacunosa, come se qualcosa venisse sempre lasciato indietro. E qualcosa viene lasciato da parte, in effetti: la definizione di quello che accade, dell’oppressione del popolo di Jezebel. La guerra, nella prima parte del romanzo, è quasi del tutto tralasciata: 

Quasi non mi importa che ci sia la guerra, purché la facciano gli altri purché non tocchi noi che non c’entriamo niente e non la vogliamo. Quasi penso che possa finire di lì a qualche giorno. E anche se non finisce, che se la facciano pure gli altri, che ci lascino passare in mezzo come un fiume tra due trincee. Sarei solo fiume e mi basterebbe per sempre.

“È una scrittura rapida: un po’ riproduce la corsa della protagonista, un po’ si aggroviglia in simbologie sconosciute e resta lacunosa, come se qualcosa venisse sempre lasciato indietro”.

Jezebel però fugge con la sua famiglia e cerca di nascondersi, di camuffarsi, arrivando a sopportare in silenzio gli insulti e i soprusi dei proprietari dell’osteria dove è costretto a chiedere alloggio per il padre, gravemente malato. Padre che, seppur infermo, rimane saldo nel suo ruolo, portavoce di storie tramandate e di una morale che diventa, nel suo martellante ripetersi, il ritornello del romanzo; infatti le leggende sinti interrompono la narrazione a singhiozzi, segni premonitori e oracoli di una storia personale che si diluisce nel racconto collettivo, talora mescolandosi ad elementi naturali. 

Un po’ prevedibile, forse, la scelta di riservare il lato umano della guerra alla storia d’amore con Libero, figlio imberbe di un generale fascista che si invaghisce di Jezebel, che lui chiama Fiamma: solo una delle tante similitudini poco ricercate che modellano la loro storia. Sarà lui a nominare la guerra per la prima volta nel corso della vicenda  e, probabilmente, a introdurre la parola nella vita della ragazza. Di fronte ai piedi nudi e alle pozioni di Jezebel, lui ricambia con parole e libri. 

“Oggi Libero mi spiega la guerra. Me la spiega crudele, come solo lui sa essere, brusco e compunto (…) Non voglio sentire niente, voglio che i soldati non siano più reali e che non lo sia chi rimane ad aspettarli, ma lui sa ogni cosa (…) Io viaggiavo con i piedi, ma lui mi ha seguito con le parole, con infinite righe di libri divorati nelle sere d’estate, steso sul letto, immobile, come la statua e al tempo stesso, sempre un passo avanti a me.”

“Eppure quella violenza c’è e prende il sopravvento: la seconda parte del romanzo si illimpidisce, si placa il languido misticismo e affiorano i riferimenti storici”.

Infastidita e divertita, Jezebel-Fiamma deride le metafore che il ragazzo usa per comprendere ciò che lo circonda e che tramuta in “righe da mettere su carta”, in un suo personale “schema musicale”. Spartito che, in fin dei conti, somiglia all’intreccio di simboli annodati da Jezebel per spiegare la sua versione eterea di una realtà efferata. Chi, dunque, possiede la verità? E chi dei due è davvero libero? Chi fa della morte un tabù innominabile o chi ne subisce il fascino? 

Eppure quella violenza c’è e prende il sopravvento: la seconda parte del romanzo si illimpidisce, si placa il languido misticismo e affiorano i riferimenti storici. Il genocidio di sinti e rom, paragonato a una rosa a cui vengono strappati i petali, verrà ricordato con il nome di Porrajmos (’il grande divoramento’) o Samudaripen (’tutti uccisi’). Il linguaggio, il racconto e i pensieri di Jezebel maturano e si spogliano (ma solo in parte) dei loro simboli: la violenza la rende nuda, ma più consapevole. La rabbia di Jezebel-Fiamma, ormai cresciuta, la conduce a unirsi alla lotta partigiana. 

Al di là degli intrichi allegorici e sintattici, Morena Pedrali Errani ci mostra con candore ciò che sa di aver ereditato: una lingua, una lotta, infiniti rituali e storie. In Prima che chiudiate gli occhi ce ne racconta una, e vale la pena leggerla. 

Irene Moro

Irene Moro ha studiato Editoria e scrittura all’Università La Sapienza di Roma ed è project manager di Lucy.

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