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Irene Graziosi

Ventre

L'esordio oscuro di Della Cioppa interroga chi legge sulla violenza ancestrale delle donne.

23 Dicembre 2023

Margherita ha provato ad ammazzarsi con un overdose di Tavor senza riuscirci. Ora giace su un letto d’ospedale, consapevole di ciò che ha attorno ma impossibilitata a muoversi, in una condizione nota come locked in o, in italiano, “sindrome del chiavistello”. Può spostare lo sguardo e osservare ciò che la sua visuale le concede di vedere, ma sta ben attenta a non far sospettare a nessuno di essere vigile. Margherita viene visitata spasmodicamente da sua madre, donna prepotente e possessiva, e da Bianca, l’infermiera conturbante che si prende cura di lei. 

Durante la lettura di Ventre, esordio di Giulia Della Cioppa, edito da Alter Ego edizioni, si è immersi nel liquido amniotico, vischioso e amaro, che precede la nascita. Con il suo rifiuto di farsi scoprire sveglia, e quindi di concedersi, Margherita prova nella maniera più disperata a riacquisire il potere che le è stato strappato nel momento in cui, ventisei anni prima, è stata partorita da sua madre, che ora inzuppa il letto di lacrime di coccodrillo; ha cresciuto la figlia come un riflesso, una proiezione o un’appendice.

Nei ricordi di Margherita, le proprie azioni, pure quando provocatorie e maliziose, hanno come fine ultimo la separazione dalla madre: ma separarsi è impossibile quando i propri sforzi, di qualunque valenza e natura, sono orientati verso e contro colei alla quale si è unite. E se le nostre azioni esistono solo come reazioni a quelle altrui, come si può ricongiungersi con la propria verità? Impossibile. La madre l’ha provocata, divorata e ricattata, senza annichilirla mai del tutto proprio perché Margherita continuasse a fungerle da contrappeso: 

“Una sera d’inverno era certa che una delle due sarebbe morta, speravo lei. Mi afferrò da un polso e mi morse l’osso. Mi staccò un pezzo di pelle, non uscì il sangue, solo pelle viva, rosea, più scura del primo strato di epidermide. Mi guardava con gli occhi di una belva che più che non avere cibo per lei, deve procurarsene per i suoi piccoli. Gli occhi taglienti. Mi odiava per non essere riuscita a educarmi, forse odiava più se stessa e io ero lo specchio”.

Ogni donna diventa allora potenzialmente sua madre, perfino l’infermiera Bianca, a cui Margherita, pur scrutandola con curiosità, riserva lo stesso trattamento di sarcastica diffidenza che offre a chiunque le parli. Bianca però, più che una donna, pare un’entità, un simbolo. Margherita la descrive come una donna che quando prende o perde peso lo fa omogeneamente, tracciando così i contorni di una figura femminile senza caratteristiche distintive, universale. È Bianca l’unica ad accorgersi che Margherita è sveglia ed è anche l’unica a intuire ciò di cui la sua paziente ha bisogno: l’abbandono.

Il romanzo è animato da donne, le uniche in grado di improntarsi nella mente l’una dell’altra, sia in letteratura sia nella vita. Gli uomini sono sagome sfumate in lontananza. Eppure c’è una scena acuta, nella forma e nel senso, in cui Bianca viene sostituita da un infermiere maschio e chi legge ha per la prima volta davvero paura per Margherita e la sua impotenza, mentre osserva l’ombra dell’uomo agitarsi sul bianco dell’ospedale. Come se il dolore inferto dalle donne contenesse una sua dolcezza e fosse comprensibile istintualmente, mentre quello inflitto dagli uomini non trattenesse nessuna traccia di affetto. 

La scrittura di Della Cioppa è essenziale, misurata al millimetro per raccontare la scabrosità senza cedere al grottesco. La realtà concreta, biancastra e asettica dell’ospedale si mescola all’immaginario dell’autrice, che è invece popolato da elementi naturali impetuosi: corvi dal piumaggio lucido, balene rugose, rami protesi, fiumi che scorrono tra le pagine facendole pulsare e permettendo al lettore di respirare. L’autrice racconta che l’origine di queste immagini è da ricercare nella sua biografia: nata in provincia di Caserta, in campagna, si è sempre vergognata delle sue origini, finché queste non sono penetrate nella sua scrittura sotto forma di creature premonitrici. 

Si rimane con un dubbio: la protagonista Margherita si unisce al coro di ragazze che nei libri tentano di scomparire. Così come le donne di Moshfegh, Rooney, Cline (l’elenco è lungo) pare che all’essere donne giovani si accompagni una sensazione di atarassia, la ricerca dell’ottundimento dei sensi che, in nessuno di questi casi, è ricercato tramite sostanze diverse dagli psicofarmaci. Chissà perché sopraggiunge questo desiderio di sottrazione femminile proprio nel momento in cui, dopo millenni, le donne occidentali sono in larga parte libere di desiderare. Viene quasi da pensare che oltre la libertà non esista nient’altro per cui valga la pena vivere. 

Loro due danzano. Una danza di morte, loro due janare, si scambiano di posto e girano, prendono quello dell’altra. Nessuna delle due mostra il fianco, nessuna delle due abbassa la guardia. Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità, così come hanno insegnato tutto il resto. Ci deve essere stato un tempo in cui né uomini né animali sapevano cacciare, e dalla violenza e dalla nascita hanno imparato. Un corpo sanguinante esce da un corpo sanguinante. Spaventati e impauriti dal mostro-donna devono averne sovvertito la crudeltà. Fossi stato un uomo, ci avrei provato anche io. 

Irene Graziosi

Irene Graziosi è autrice, scrittrice e responsabile editoriale di Lucy. Il suo ultimo romanzo è Il profilo dell’altra (Edizioni E/O, 2022).

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