Lo scandalo - Lucy

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racconto

Francesca Marciano

Lo scandalo

10 Luglio 2023

Una famiglia si riunisce a pranzo. Durante i preparativi, si fa largo un atroce presagio: e se fosse l'ultima volta?

Lo scandalo

Daria era venuta ad aiutare Noemi a preparare il solito pranzo domenicale per gli amici, un rito che si ripeteva da oltre venticinque anni sempre con le stesse persone. Erano amici parecchio più giovani di Noemi – dato che i suoi coetanei avevano iniziato ad annoiarla – perlopiù senza figli. Ormai il suo tajine di pollo con albicocche e limone confit era diventato leggendario, così come le sue  composizioni floreali e i martini miscelati alla perfezione. 

Stavano preparando la tavola nella grande cucina quando Daria le aveva chiesto:

“Cosa si prova a diventare vecchi? “

Forse Daria aveva notato un certo rallentamento, una fatica nei movimenti di Noemi, o forse era stata solo un’intuizione. Noemi aveva più di settant’anni.

Era una domanda piuttosto azzardata, ma Daria la conosceva abbastanza bene da sapere che non si sarebbe offesa. 

Negli occhi di Noemi passò un lampo divertito mentre disponeva con cura forchette e coltelli a lato dei piatti. Sarebbero stati otto, forse dieci se Giacomo avesse deciso di venire con la sua nuova ragazza.  Il pensiero che questo poteva essere uno degli ultimi pranzi domenicali che avrebbero trascorso insieme attraversò velocissimo la mente di Daria, che lo scacciò immediatamente. 

Noemi stava spostando i bicchieri da vino leggermente più a destra di ogni piatto, poi si era allontanata dal tavolo, per controllare che i posti apparecchiati fossero perfettamente simmetrici. 

“Ok, ti faccio un esempio: mi compro una grossa bistecca e la metto in freezer perché adesso non ho fame o semplicemente non ne ho voglia, ok?”

Daria versò dell’acqua in una brocca di ceramica con un motivo verde e viola quasi completamente sbiadito. Era un po’ sbeccata sul bordo ma a Noemi non importava nulla se tazze o stoviglie avevano delle crepe, lei prediligeva gli oggetti che avevano avuto una lunga vita. 

“Non ho idea quando la mangerò, ma ogni giorno continuo a chiedermi se è il caso di scongelarla o no. Insomma, la bistecca incombe, ci penso in continuazione. Che faccio, la mangio a pranzo?  A cena? Sarà ancora buona se aspetto ancora un po’? L’immagine di quel pezzo di carne nel mio congelatore non mi lascia in pace. Mi tormenta, capisci?”

“Addirittura?” 

“Certo! Quando ero giovane l’avrei tirata fuori e mangiata quando mi veniva voglia, senza pensarci due volte. Allora non avevo tempo di preoccuparmi di cosa c’era nel mio freezer. Avevo troppe cose più interessanti a cui pensare”. 

Daria aveva riso.

“Non c’è niente da ridere. Invecchiare è questo: derubare te stessa di quel poco tempo che ti rimane per ossessionarti dietro a una bistecca. È una cosa imbarazzante di cui mi vergogno moltissimo”.

Cinque mesi dopo Daria aveva aperto la porta ed era apparsa Leslie. Non si vedevano da prima del Covid, quando non si poteva più viaggiare. Leslie appariva leggermente diversa, aveva smesso di tingersi i capelli come tante altre donne avevano fatto durante il lockdown e aveva delle striature di grigio. Era ancora bella, sempre elegante a modo suo, con i suoi colori marroni e ocra,  le gonne lunghe e le giacche di seconda mano con le maniche arrotolate fino al gomito.

“Noemi sta morendo!” aveva annunciato Leslie a un pubblico invisibile, prima ancora che Daria la lasciasse entrare.  Le due donne si erano scambiate uno sguardo stupefatto, come se quelle parole fossero state pronunciate da una  divinità dell’Olimpo. 

“Sì, lo so”. 

In realtà Daria non lo sapeva. Aveva sì, preso in considerazione il fatto che Noemi potesse morire – certo era una possibilità tra le tante, dopotutto la sua era una condizione molto seria  – ma continuava a congelare il pensiero come si fa quando si blocca il fotogramma di un video sul computer. 

Leslie si era afflosciata sul divano.

“Scusami, sono esausta. Non ho chiuso occhio sull’aereo”.

Si era guardata intorno. “Che bella la tua casa. Ma cosa è cambiato in questa stanza? Mi sembra diversa”.  

“Ho comprato un nuovo tappeto e quella chaise-longue. L’ho presa in un mercatino dell’usato”. 

Era seguito un silenzio. Cosa dire dopo quell’annuncio? 

“Ti dispiace se fumo?”  

“Fai pure”. 

Leslie tirò fuori la busta di tabacco e arrotolò velocemente una sigaretta con le sue dita sottili. Si alzò e si diresse verso la finestra. 

“Sono venuta a salutarla,” disse, mentre espirava lentamente.

Leslie era venuta apposta fino da New York mentre Daria, che viveva a soli cinque chilometri da Noemi, faceva ancora finta di credere non c’era nulla di cui da preoccuparsi, che lei e Noemi avevano ancora tutto il tempo, che insomma, non c’era nessuna urgenza di salutarsi.

“Sabato scorso, abbiamo fatto una piccola passeggiata” disse Daria per giustificarsi. “Voglio dire, era un po’ debole e a un certo punto abbiamo dovuto sederci su una panchina, ma…” 

Leslie guardava ancora fuori dalla finestra gli alberi sottostanti. Non aveva risposto. 

“Vuoi un caffè? Una tazza di tè?”

“No, grazie, sono a posto così.”

“Allora hai deciso di andare da Giacomo? Guarda che puoi stare anche da me, te l’ho detto, mi farebbe tanto piacere.” 

“Sì grazie ma Giacomo ha insistito, è molto angosciato, lo sai com’è, se non sto  da lui si offende a morte. Vediamo cosa succede e se avrò bisogno di restare più a lungo verrò a dormire da te. Ma onestamente non credo che ci vorrà molto, Daria”.

“Davvero?”

“Ho parlato con il dottore. È stato molto chiaro. Dubito che potrò rivederla”.

 Daria scosse la testa.

“Oh.”

Già, il dottore. Daria non ricordava mai il suo nome. Negli ultimi due mesi c’erano stati molti medici: il dermatologo, il chirurgo, il radiologo, l’oncologo, e lei li aveva confusi l’uno con l’altro. O forse non aveva prestato abbastanza attenzione?

“Hai parlato con lui in italiano?”

“No, parla perfettamente inglese”. 

“E…?”

“È questione di giorni, Daria. Devi andare a salutarla. Dobbiamo farlo tutti. È importante che lo facciamo, lei avrebbe fatto lo stesso se qualcuno di noi…” 

Daria abbassò lo sguardo. 

“Lo sai com’è coraggiosa Noemi nei momenti cruciali”, disse Leslie.

E io non lo sono, pensò Daria.

Leslie tirò un’altra lunga boccata dalla sigaretta. 

“Hai una vista molto bella da qui, si vede così tanto verde che sembra quasi di essere in campagna”. 

“Sì, lo so. Sono stata molto fortunata con questo appartamento”.

Daria si accorse che Leslie si stava asciugando di nascosto una lacrima, mentre le dava ancora le spalle. 

Il caffè, il tè, Giacomo, l’appartamento, la vista, la chaise… il tutto mescolato a Noemi che stava morendo. Non era un’assurdità tutto questo?  Eppure, non appena finiva un funerale e si usciva dalla chiesa, la gente iniziava a ridere e a chiacchierare, tutti riaccendevano il telefono e controllavano i messaggi. Avevano bisogno di un po’ di sollievo. Era normale. Era umano. 

Era terribile. 

Qualche giorno dopo Daria aveva trovato Noemi a letto, poggiata su dei cuscini impilati contro la testiera. Si era messa un pigiama con un bizzarro motivo di scimmiette appese agli alberi. Sparsi sul letto c’erano  libri e riviste, sul comodino bottiglie e blister mezzi vuoti. Noemi era sempre lei, solo più pallida e con una cannula di ossigeno sotto il naso. 

“Eccoti qui” le aveva detto con un tono spensierato.

“Ciao”, aveva risposto Daria intimidita da quelle novità. Si era seduta cautamente in fondo al letto e si erano fissate per una manciata di secondi. Daria si era ben guardata dal chiedere “come stai?” o fare accenno alla cannula. Qualsiasi frase le veniva in mente le sembrò inopportuna. 

Improvvisamente, dopo vent’anni di amicizia, le parve che Noemi fosse migrata in un altro universo, sconosciuto e irraggiungibile. L’universo nel quale si viveva con quel pallore, con l’ossigeno, con quel pigiama assurdo.  

“Ti stanno bene i capelli,” era stata l’unica cosa che era riuscita a dire. 

“Sì, quando Leslie era qui ha insistito perché chiamassi Fabio, che è venuto  a casa, me li ha lavati e  mi ha fatto la messa in piega. Siamo d’accordo che verrà due volte a settimana  per monitorare la situazione”.

La situazione, ripetè Daria mentalmente. Sì, era una parola ragionevole per descrivere ciò che stava accadendo. Noemi si sfiorò i capelli biondo cenere perfettamente ravvivati dai colpi di sole. 

“Ha ragione Leslie, devo tenerli sotto controllo io, non credo che nessuno si prenderà la briga di farmi la messa in piega, dopo”.

Daria tentò un sorriso divertito, ma era sempre più a disagio.

“Il dottore è una persona stupenda, non l’hai mai incontrato vero? È molto favorevole alla morfina, quindi in questo momento sono abbastanza fatta. Sembra tutto molto facile da quassù”.

“Quassù dove?”

“Non saprei. In cima all’Himalaya?  In un posto bellissimo dove si vede tutto da una prospettiva diversa e molto dolce. Ovviamente so benissimo che devo tutto alla morfina. Ma per ora va bene così”.

“ Già”

“…e  so che sarebbe molto diverso se me la togliessero”.

“Probabile”.

“Ho detto al dottore che non avrebbe senso togliermela, dato che non ho bisogno di disintossicarmi”.

“Cioè?”

“Nel senso che posso tranquillamente assuefarmi, diventare una tossicodipendente e morire tossica. Tanto si tratterà di un ciclo molto veloce e la mia dipendenza non avrà conseguenze”.

Noemi aveva sorriso a Daria con una gran dolcezza, forse rendendosi conto che la stava spaventando. Aveva dato un colpetto sul letto con le dita, spostato una rivista e la carta stropicciata di una caramella. 

“Vieni qui, su. Sei così lontana”. 

Daria si era avvicinata. Avrebbe potuto prendere la mano di Noemi e tenerla tra le sue ma temeva che sarebbe stato un gesto troppo sentimentale. Era un gioco di equilibri millimetrici, bastava una mossa imprevista per farla scoppiare in singhiozzi, e doveva assolutamente evitarlo. Noemi detestava i drammi. 

“Prendi quella scatola. Quella sul tavolo, portala qui”.

La scatola era colma di vecchie fotografie: Polaroid sbiadite, piccole foto quadrate in bianco e nero con i bordi dentellati scattate negli anni venti o trenta, che ritraevano antenati sulla spiaggia in dei costumi da bagno accollati, gruppi di sciatori infagottati in maglioni di lana e calzerotti vecchio stile, stampe Kodachrome ingiallite che si arricciavano agli angoli, diverse foto di Noemi e Rupert trentenni, sdraiati su un divano, ubriachi, strafatti, o tutte e due le cose, altre più recenti scattate a qualche  Biennale accanto a una scultura gigantesca, Rupert in una giacca di pelle con uno spinello tra le dita, ripreso di lato con il volto sbiancato da un flash, Noemi seduta all’ombra di un albero accanto a una chiesetta, forse in un’isola greca, abbronzata, scalza, giovanissima.

Noemi sparpagliò le foto sul letto e fece ampio gesto circolare con la mano, come se stesse rimestando una zuppa. Ripeté il gesto un paio di volte borbottando qualcosa di incomprensibile, come se nel mescolare il passato con il presente stesse formulando un incantesimo, o almeno così sembrò a Daria. Noemi raccolse la foto che la ritraeva all’ombra dell’albero in Grecia. 

“Ero proprio bella, vero? Invece in quel momento mi sentivo una nullità. Odiavo le mie gambe e le mie tette, mi vergognavo di tutto. Che peccato”.

Daria sentiva che Noemi la stava spronando ad avere una reazione, ad affrontare il discorso, e la stava portando piano piano in quella direzione, ma non c’era niente da fare: Daria recalcitrava. 

“Forse sei stanca”, disse Daria, tentativamente, con uno strascico interrogativo alla fine della frase, per poi pentirsi subito. Perché non poteva comportarsi onestamente, come Leslie, che era venuta fino da New York e aveva affrontato insieme a Noemi ogni piccolo dettaglio del dopo, con la stessa cura con cui si progetta una festa, senza trascurare nulla, né il parrucchiere, i vestiti e la musica?

Noemi fece un lungo sospiro e si irrigidì come se si fosse stancata di quella ostinazione sorda.  

“Sì, sono stanca”, disse, e la sua voce si era fatta era più dura, più fredda. 

Ci fu una sospensione e Daria sentì qualcosa aprirsi lentamente sotto le costole. Una grande sfera di vuoto che le tolse il respiro. 

Improvvisamente Noemi le afferrò il polso con forza. 

“Smettila di far finta che non stia succedendo niente, perché dopo ti sentirai una merda, lo sai no? Guardami, è importante”. 

Daria voleva disperatamente scappare, ma Noemi non mollava la presa.

“Morire non è uno scandalo, Daria. “

“No, certo che non lo è. È solo che…”

“Ti ho lasciato tutte le mie posate e la mia collezione di bicchieri, anche quelli di Murano. Così ti dovrai ricordare di me ogni volta che apparecchi la tavola o ti ubriachi. Va bene?”

“Sì. Grazie”, mormorò Daria. (Grazie? Pensò. Cazzo, che scemenza). 

“E un po’ di soldi. Voglio che tu li spenda per un viaggio o per comprare qualcosa di bello che non puoi permetterti. Qualcosa di stravagante, esagerato, che ti renda felice.”

“Sì, ok”, sussurrò Daria e con la mano libera si asciugò gli occhi. Le lacrime le stavano scorrendo a rivoli sulle guance, scivolavano lungo collo, si insinuavano fin dentro la camicia. Noemi le stringeva ancora il polso.

“Non è uno scandalo, ok? ” ripeteva, ora con più forza. “Fingere che non stia succedendo non aiuta”.

Daria cercò qualcosa di profondo da dire, di significativo o semplicemente di autentico. Era arrivata così impreparata, sulla difensiva. Era patetico, essersi preoccupata di quali parole evitare, piuttosto che quelle da dire. 

La presa di Noemi si allentò. Ora era libera di andare. 

Libera, quando ormai era troppo tardi per dire qualcosa, quando aveva già fallito la sua missione. Aveva fatto fare tutto il lavoro a Noemi, come se fosse lei responsabile di mettere Daria a proprio agio visto che era lei a morire e – anche se è vero che morire non è uno scandalo  – la morte è sicuramente un argomento di cui si può parlare facilmente, tranne quando accade davvero. 

Francesca Marciano

Francesca Marciano è sceneggiatrice e scrittrice. Ha lavorato alla sceneggiatura de Il Sol dell’Avvenire (2023) di Nanni Moretti. Il suo ultimo libro è Animal Spirit (Mondadori, 2020).

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