Per anni abbiamo dato il tatto per scontato, e ora ci manca. Mentre cerchiamo di ridefinire i confini del consenso e della distanza fisica, la scienza prova a decodificare e ricostruire il nostro senso più sociale e sottovalutato.
E se il polpastrello venisse prima dell’occhio? Lo sosteneva già nel 1921 Filippo Tommaso Marinetti, presentando il manifesto del Tattilismo: “Gli esseri umani si parlano colla bocca e cogli occhi, ma non giungono ad una vera sincerità, data l’insensibilità della pelle, che è tuttora una mediocre conduttrice del pensiero”. Bisogna allora scuotere, rieducare questo senso narcotizzato. Diceva Marinetti: nel futuro saranno bandite le arti plastiche e si andrà a teatro a passare le mani su un nastro che scorrendo produrrà sensazioni tattili. Baci, strette di mano, rapporti sessuali: solo di questo dovranno sostanziarsi le relazioni tra gli individui.
Cosa resta della provocazione marinettiana poco più di un secolo dopo? Non molto: di certo non siamo diventati una società fondata sul tocco più che sullo sguardo. E però, seppur con tutt’altre forme, si può ammettere una progressiva rivalutazione del tatto.
Pablo Maurette, autore del volume Il senso dimenticato (Il Saggiatore), sostiene che il nostro tegumento non è mai stato del tutto assente dalle riflessioni di filosofi o dalla produzione letteraria e artistica – e ce ne offre alcuni pregevoli esempi: da Lucrezio che, riprendendo l’atomismo, arriva a porre il tatto all’apice dei sensi umani, passando per i poemi omerici profondamente intessuti di metafore tattili, le mirabili pagine di Moby Dick in cui Melville descrive con impeccabile accuratezza l’operazione per estrarre lo spermaceti dal cranio del capodoglio, per arrivare alle riflessioni di filosofi come Husserl, Merleau-Ponty, Michel Henry. Ma, allo stesso tempo, il tatto è sempre parso secondario rispetto alla vista o all’udito. Vi siamo immersi, dunque lo diamo per scontato. È stata la neuroscienza ad averne indagato in tempi più recenti la complessità e ad averci spiegato che i sensi non lavorano mai separatamente ma sempre come un sistema integrato. Anche se i recettori tattili sono stati individuati già dalla fine dell’Ottocento, è soprattutto a partire dagli ultimi decenni che si sono chiariti i meccanismi della trasmissione delle sensazioni. David Julius e Ardem Patapoutian, i due scienziati che hanno scoperto i recettori coinvolti nella percezione della temperatura e del tatto, sono stati insigniti del premio Nobel per la Medicina nel 2021. E un altro studio cruciale è stato quello che, tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila, ha chiarito il ruolo delle fibre C tattili (ovvero le fibre nervose che presiedono alle sensazioni di tipo affettivo, come le carezze): importante anche perché ha fornito una solida base biologica al cosiddetto “tatto affettivo”, visto per lungo tempo come ambito di pertinenza della sola psicologia.
Oltre al libro di Maurette, altre due pubblicazioni recenti – Storia naturale del tatto (Utet) di Laura Crucianelli e La pelle che pensa di Marta Paterlini (Codice edizioni) – ci conducono nell’esplorazione di questo senso con approccio interdisciplinare. E ci ricordano che la pelle è l’organo più esteso del nostro corpo – pesa nove chili e si estende per due metri – ma che è anche il più misconosciuto. Oppure che il tatto è primo dei sensi a formarsi e che ha delle implicazioni cruciali per il benessere di neonati e adulti. Di più: senza il tatto non si dà vita, come già argomentò Aristotele, che pure era un sostenitore del primato dell’occhio.
La pelle è dunque il nostro organo più “sociale”: è il filtro che ci separa dal mondo esterno ma è anche ciò che ci mette in comunicazione con quel che è fuori di noi, per questo su di essa si stratificano tanto significati fisiologici quanto significati sociali e culturali: l’affetto, l’attaccamento, la connessione emotiva, la paura, il rifiuto… Esiste un tocco magico, come quello dei re taumaturghi o dei guaritori-sciamani, eppure esiste il terrore del contagio. Ce ne siamo accorti con dolorosa prepotenza nel momento di massima deprivazione, ovvero durante la pandemia di Covid-19.
In quegli anni si è parlato molto dell’impatto psicologico della solitudine e della separazione dai propri cari; con il termine skin hunger si è definita la necessità fisiologica di mantenere un contatto con gli altri, emersa in modo pronunciato proprio a seguito della prolungata astinenza di quel periodo. Secondo uno studio pubblicato su Royal Society Open Science nel 2021, la privazione di contatto fisico intimo durante le restrizioni della pandemia avrebbe causato livelli maggiori di ansia e solitudine. Nei soggetti intervistati, inoltre, proprio la dimensione del contatto intimo diventava quella maggiormente desiderata.
Insomma, la relazione tra noi e il nostro tatto non pare essere andata nella direzione auspicata da Marinetti… ma come stanno davvero le cose?
Intanto c’è da dire che il timore della corporeità non è solo un frutto indigesto della pandemia: affonda le radici nella modernità, in quel distacco progressivo che si crea tra gli individui nel processo di civilizzazione. Simmel parlava di atteggiamento blasé dell’uomo metropolitano come risposta adattiva alla sovrastimolazione; Norbert Elias di una maggiore codificazione di ciò che è o non è appropriato nella gestione della presenza propria e altrui nello spazio condiviso.
Nel tempo, il solco tra le persone è diventato via via più profondo, e non solo per ragioni igieniche e mediche. La sensibilità rispetto alla violazione dei confini del corpo è aumentata enormemente e su quasi tutti i fronti. Le rivendicazioni di genere promosse dai movimenti femministi che rilanciano l’autodeterminazione e rifiutano l’oggettivazione del corpo femminile hanno messo all’angolo comportamenti di stampo patriarcale diffusi anche in ambiti insospettabili. Il #metoo ha innalzato il livello di guardia rispetto a ciò che può essere accettabile nel contatto fisico con l’altro e ha reso il concetto di consenso centrale nel dibattito. Un po’ ovunque nel mondo si è spostata l’asticella più su, chiamando – finalmente – abuso e violenza ciò che veniva taciuto per timore di ritorsioni, o chiamando molestie quelle che una certa cultura derubricava addirittura alla categoria di complimenti. E anche nella relazione pedagogica prevalgono atteggiamenti che fino a poche generazioni fa sarebbero stati visti come esempi di eccessiva indulgenza: a nessun maestro di scuola elementare oggi verrebbe in mente di battere con la verga le dita di giovani studenti. Le punizioni corporali sono state abolite in molti paesi del mondo e su di esse è calato lo stigma. Così come sono per fortuna una specie in estinzione – almeno pubblicamente – quei genitori che lodano la pratica dello “scapaccione” come un valido strumento educativo, a conferma del fatto che è cambiata la tollerabilità dell’invasione fisica pure nel contesto familiare.
È innegabile, tuttavia, che la tollerabilità del toccarsi varia al variare delle latitudini: nel suo libro Crucianelli parla di una classificazione delle culture come “ad alto contatto” o “a basso contatto”: nei paesi latini e mediterranei c’è una maggiore propensione alla fisicità rispetto a quelli del Nord Europa o agli Stati Uniti, ed esistono vari studi che mettono in relazione queste differenze culturali proprio con gli effetti indotti dalle diverse condizioni climatiche.
Infine, rei di aver sottratto la dimensione corporea ai rapporti sociali, sono sempre loro: i social media e in generale tutte le nuove tecnologie digitali, inclusa l’ultima ondata di intelligenza artificiale.
Qualche anno fa la studiosa di tecnologie Sherry Turkle ragionava criticamente sulla tendenza sempre più marcata di delegare alla macchina la nostra vita relazionale: non solo nella sua funzione di strumento che ci induce a privilegiare le interazioni mediate rispetto a quelle in presenza, ma anche assegnando alla macchina stessa delle caratteristiche umane (empatia, comprensione, ascolto). Turkle racconta la genesi del suo libro Insieme ma soli nella prefazione del 2019. Spiega che è nato nel momento esatto in cui si è resa conto di cercare una connessione con la macchina: quando cioè ha realizzato con sorpresa che i robot stessi riescono a toccare “i nostri tasti darwiniani”, portandoci a ritenere lo scambio simil-umano assimilabile a quello tra umani.
Per lungo tempo la tecnologia è stata principalmente alleata della vista e dell’udito. Con l’ampliarsi delle acquisizioni della medicina e delle neuroscienze, tuttavia, è nato un filone di ricerca piuttosto florido intorno al tatto artificiale e alla cosiddetta “tecnologia aptica” (la tecnologia che simula le sensazioni epidermiche). Con risvolti positivi per molti pazienti: pensiamo all’evoluzione di tutti gli apparati protesici, o alla pelle elettronica, all’utilizzo delle mani robotiche… O con risvolti più ludici o consumistici, come nel caso delle tecnologie che offrono possibilità di shopping più sinestetiche, permettendoci di saggiare il materiale di un certo prodotto, di valutarne il peso e la morbidezza, e così via.
Al dunque, insomma, forse la questione non è nemmeno più se sarà il tatto, come vagheggiava il Tattilismo, o la vista, a prevalere sugli altri sensi. È sempre meno importante stabilire se viene prima l’occhio, l’orecchio, la lingua, il naso o la pelle. Lavorano tutti insieme, ormai lo sappiamo. Il fatto è che i sensi umani in quanto tali, se da un lato restano l’archetipo ineludibile, dall’altro sembrano perdere consistenza. Forse la domanda più cogente per l’uomo del futuro riguarderà lo statuto dei sensi quando appartengono ad altre entità. Potremo ancora chiamarli così?
Il confine tra il nostro corpo e quello della macchina che, tranne ad alcuni visionari autori di romanzi di fantascienza, pareva invalicabile, sembra farsi sempre più permeabile. E va occupando anche il dominio che sembrava a noi più specifico, più personale e meno replicabile: quello della pelle. Ma basterà la pelle artificiale a placare la nostra primordiale skin hunger? E cosa accadrà se e quando il surrogato artificiale del complesso meccanismo umano sarà talmente buono da ingannarci, persino nella sfera tattile?