Pasquale: nato due volte - Lucy

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Andrea Piva

Pasquale: nato due volte

15 Febbraio 2023

Fino a trent’anni Pasquale ha viaggiato, esplorato e vissuto senza rimpianti. Poi, è cambiato tutto. Una conversazione sulle vite di un uomo straordinario.

Pasquale è barese, ha quarant’anni, è bello, charmant, piuttosto colto, molto intelligente. Ha finito controvoglia il liceo classico e non si è mai iscritto a un corso di laurea, ma è evidente come nel frattempo si sia coltivato per conto proprio. Ha la mente aperta e l’eloquio ricercato, in cui  si coglie la cadenza barese solo a sapere dove cercare. È un irregolare, un ribelle che si è formato anche in opposizione alla disfunzionalità affettiva della sua famiglia borghese, con cui ha sempre lottato e della quale ha amato appieno solo una nonna di origini greco-armene – irregolare come lui. È lei che gli ha trasmesso lo spirito d’avventura, l’amore per l’esotico, la fascinazione per il mondo della magia. La magia arcaica del mondo contadino, s’intende. Quella delle fatture e dei sortilegi.

Da ragazzo ha viaggiato molto, soprattutto verso l’Asia, dove ha anche vissuto e verso cui ha sempre sentito un’attrazione fatale. Non è uno nato per stare fermo. Nel 2009, a circa trent’anni di età, ha subìto una grave lesione midollare in un incidente stradale. C’è un prima e un dopo l’incidente nelle vite di quelli come lui, e lui è grato di avere vissuto perlomeno trent’anni in perfetta salute. Ha la sensazione di avere vissuto due vite, e non essendosi risparmiato nella prima, non ha rimpianti. “C’è chi il confronto tra i due stati non può farlo nemmeno”, mi dice a un certo punto, riemergendo da un pensiero assorto. 

Gran parte dell’indennizzo economico che ha ricevuto per l’incidente, di cui è stato vittima incolpevole, l’ha perso nel crack della Banca Popolare di Bari. Il resto l’ha salvato per un caso quasi fortuito, perché gli serviva come acconto per l’acquisto del posto in cui vive da solo, un appartamento semplice ma confortevole in un quartiere né centrale né periferico della Bari borghese. Lo psichiatra che lo segue da molti anni è un mio amico, è lui che ci ha introdotti. Me lo ha segnalato come persona molto interessante, e quando lo incontro ci metto un minuto a vedere che ha ragione. Parlare con Pasquale è stato per me molto istruttivo, oltre che piacevole a livello umano. Ho proprio imparato diverse cose che non sapevo.

Nel complesso quest’uomo posato e riflessivo mi ha dato l’impressione di soffrire enormemente la sua condizione attuale, ma anche di viverla con grande coraggio. Non è uno che si piange addosso. Non è uno che si è abbandonato. L’inglese ha un’espressione perfetta per quello che sto tentando di dire: nonostante tutto, he kept his shit together. Non so quanti al posto suo sarebbero rimasti tanto lucidi, tanto centrati, tanto curiosi.

È un pomeriggio piovoso e particolarmente freddo di novembre, e io mi presento a casa sua con una bottiglia di vodka, diversi pacchetti di patatine e nessun atteggiamento professionale. C’è un motivo per questo, oltre alla mia oggettiva scarsa professionalità in generale. Non conosco altre persone costrette alla sedia a rotelle, e preparandomi all’incontro mi sono scoperto un po’ in tensione perché non conoscendo bene i codici della sua condizione ho temuto di mancargli di rispetto, anche magari affettandone troppo, come ho sentito dire che succede. Quindi ho scelto l’informalità più radicale, a partire dalla dissennata scelta di presentarmi a un’intervista con un superalcolico, nella speranza di apparire almeno relativamente a mio agio e smaliziato. Nelle mie intenzioni il messaggio avrebbe dovuto essere una cosa come Guarda, sono scemo, se mi sbalio mi corigerai. Il mio amico mi ha descritto Pasquale come uno molto alla mano, fuori dagli schemi, e io punto su quello.

La questione di come rapportarsi con chi si muove in sedia a rotelle è in effetti la prima di cui parliamo.

Pasquale: nato due volte -

Pasquale: Ah, non hai idea. La gente qui in Italia ti tratta come se fossi un bambino. Per fortuna già se arrivi in Germania cambia tutto, là ti trattano come uno qualsiasi, anche se non ti conoscono, anche in mezzo alla strada, com’è giusto che sia. Non è che ti ignorano, ma per esempio se ti devono dare una mano lo fanno e basta, senza troppe cerimonie. Qui invece è una cosa ai limiti dell’incredibile. Se mi presento accompagnato da qualcuno a uno sportello, tipo all’ospedale, anche se parlo io in prima persona lo sportellista magari mi ascolta ma poi mica risponde a me: si rivolge alla persona che mi sta accanto, come se io non ci fossi, parlando in terza persona di me. Eppure lo vede benissimo che sono perfettamente in grado di intendere e di volere.

Andrea: Secondo te da cosa dipende? Mi rendo conto che è una questione culturale, ma secondo te c’è qualcosa di specifico alla nostra cultura che favorisce questo atteggiamento, e che per esempio non c’è in Germania?

P: Mi pare che alla base ci sia una questione di civiltà. E senso civico, che poi ovviamente sono cose correlate. Una popolazione con scarso senso civico quando costruisce fa quello che gli pare, pensa solo ai propri comodi e non anche al contesto in cui le cose che fa si inseriscono, e di conseguenza mette su un Paese pieno di sciatteria edilizia e di barriere architettoniche. Questo non favorisce la socialità di quelli nella mia condizione, perché uno prima di uscire ci pensa due volte, se deve lottare col mondo più del dovuto. Di conseguenza la gente non è molto abituata a vederci in giro, e non sa come comportarsi. Magari in altri posti la situazione è diversa in partenza, perché la legge è legge e la classe politica non si mette a fare condoni ogni cinque minuti, quindi uno prima di costruire male o contro la legge ci pensa due volte, e questo innesca una reazione a catena che poi porta la gente a trattarti come una persona e non come un bambino. Sto semplificando, ovviamente. Ma credo che tutto nasca soprattutto da lì. Poi ci sono anche altre ragioni. Mi rendo conto comunque che per chi non ci è abituato può essere spiazzante avere a che fare con uno in carrozza.

A: Tu la chiami così? Carrozza?

P: Tendenzialmente sì. La carrozza. Ogni tanto la mia signorina. (Ridacchia) Perché è l’unica che mi è rimasta sempre fedele. Mi sta sempre attaccata al culo. 

Sorrido anche io. La guardo. È compatta e stilosa.

A: Come sta messa Bari a barriere architettoniche? 

P: È migliorata, ma è comunque un disastro. Io sono spesso costretto ad andare sull’asfalto e non sui marciapiedi, e non posso entrare tipo nell’ottanta percento degli appartamenti perché quasi tutti i palazzi hanno una rampa di scale prima dell’ascensore.

A: Ma che cazzo. Lo fanno apposta? Tipo studiano come tenere fuori quelli che non possono fare le scale?

P: Eh, bello mio. Immagina come mi sento io che sono arrivato ai tremila in Himalaya con le Nike e oggi non posso salire i venti centimetri di un marciapiede o di un gradino. Le cose cambiano rapidamente nella vita.

Faccio un respiro. Lui ci scherza su. Sono io che accuso il colpo. 

A: E questa zona in particolare come sta messa?

P: Be’, per la media di Bari non è male, ma rimane difficile. Per farti il primo esempio che mi viene in mente, qua sotto c’è una banca, la mia attuale banca, e per entrare lì devo fare i salti mortali. 

A.: Non c’è lo scivolo?

P: Macché. Non gliene frega un cazzo a nessuno.

La gente qui in Italia ti tratta come se fossi un bambino.

A: A proposito di banche, so che tu sei rimasto coinvolto nel crack della Popolare di Bari.

P: Sì, ma francamente meno ne parlo meglio sto. È una cosa che mi fa molto soffrire, mi sento di fottere in modo assurdo.

A: Be’, ci credo. Se vuoi parliamo d’altro.

P: Mah, non lo so, forse può essere utile parlarne noi. I giornali hanno trattato la cosa per cinque minuti e poi basta.

A: Infatti io per esempio ne so poco.

P: Non mi meraviglia. Comunque alla fine sulla mia storia con la banca in verità c’è poco da dire. Avevo ricevuto una certa cifra d’indennizzo per l’incidente, una somma decente, che poi, decente: quanto vale il non potere più usare le gambe? Non basta tutto l’oro del mondo. 

A: Di quanto parliamo, se posso?

P: Hm, ti dico solo l’ordine di grandezza, ti va? Mi scoccia produrre numeri esatti.

A: Certo, non c’è problema.

P: Centinaia di migliaia di euro. Comunque, adeguata o meno che fosse, è sempre qualcosa. Non cambia la tua condizione ma aiuta, perché capisci che per me, per farti un esempio stupido, l’agio di potere prendere un taxi senza farmi i conti in tasca può essere decisivo per il mio umore, e anche per la mia voglia di uscire a prendere un po’ d’aria, dato che per prendere la macchina mia devo fare uno sforzo che non t’immagini nemmeno. 

A: È molto faticoso?

P: Eh, valuta che intanto ci devi arrivare, alla macchina, quindi sbattimenti e barriere architettoniche, e poi quando ci sei ti devi trasferire dalla carrozza al sedile, e poi mettere la carrozza in macchina, il tutto senza potere usare le gambe. E quando arrivi a destinazione, tutto daccapo. È faticoso sì. 

A: In media ogni quanto la usi?

P: Da quando sono tornato in Italia, qualche anno fa, non la sto usando proprio più. Comunque, tornando alla banca: io i soldi li tenevo parcheggiati in una cosa a prova di bomba perché non mi metto certo a speculare, figurati, manco ci capisco niente di finanza. Ma un giorno mi chiamano dalla banca perché mi vogliono parlare urgentemente, e mi fanno una capa tanta con queste benedette azioni della Banca Popolare, che secondo loro non possono mai perdere valore per questo e quell’altro motivo, mi fanno vedere grafici, statistiche, numeri a caso, mi richiamano, mi stanno addosso, e insistono talmente tanto che alla fine io acconsento a prenderle anche per sfinimento.

A: Ti va di dirmi quante ne hai prese?

P: Anche qui se per te va bene ti dico solo l’ordine di grandezza.

A: Vai.

P: Diverse centinaia di migliaia di euro.

A: Wow. Cioè, tutto quello che avevi?

P: Quasi. Per fortuna mi sono lasciato l’anticipo per l’acquisto di questa casa.  

A: Mamma mia. E sono tutti persi? Valgono proprio zero?

P:  Zero.

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A: Ma non è illegale una cosa così? Possono farti mettere tutti quei soldi in un prodotto loro? Poi per come me la stai raccontando ti hanno praticamente stalkerato per vendertele, no?

P: Be’, in teoria certo che sarebbe illegale. Io di giurisprudenza me ne intendo poco, ma come fa a essere legale ‘sta cosa?

A: Ma non esiste una qualche entità di vigilanza bancaria che controlla che queste cose non accadano?

P: Guarda, mi pare di sì, anzi, ci sarà senz’altro, ma come ti ho detto non sono molto esperto in materia, e francamente ho come un blocco, non riesco a ricercare notizie sulla cosa senza andare in tilt. Vabbè, comunque non lo scopriamo oggi che le banche fanno più o meno quello che vogliono, a quanto pare. Tu pensa che poi lo Stato è anche intervenuto a salvare l’istituto, cioè i posti di lavoro, ovvero i posti di lavoro di quelli che hanno fatto le porcate tipo questa, senza preoccuparsi minimamente di quelli come me, che della porcata hanno subìto le conseguenze.

A: Aspetta, non sono sicuro di avere capito bene. Se lo Stato salva la banca gli azionisti non prendono niente?

P: No. È quella la cosa ridicola. Gli azionisti non prendono niente. Zero. E non si tratta di spiccioli. Lo stato ci ha smenato più di un miliardo di euro, in quest’affare, che poi alla fine sono pure soldi nostri. Mo’ non è che io cerco vendetta contro chi ci lavora, a ‘sta diamine di banca, però così è proprio ingiusto.

A: Ma il consulente che te le ha proposte come si è giustificato?

P: E chi l’ha più visto? Da quando è successo il casino i dipendenti vengono trasferiti ogni tot mesi da una sede all’altra, proprio per evitare questo, credo. Se no la gente li ammazza. Di certo prima del casino io non ho mai visto nessuno che si trasferiva da nessuna parte. Lui comunque prima faceva l’amicone, figurati, poi puff!: svanito nel nulla. Pensa che quando è successo il casino a me manco mi hanno detto niente. L’ho saputo dai giornali, a frittata già fatta. Non hanno avuto manco la faccia di dirmelo.

A questo punto rimango proprio interdetto. Questa vicenda è surreale. E dolorosa. Chissà quanta povera gente ne è rimasta vittima. E per lui poi dev’essere stata una clamorosa beffa sull’ancora più clamoroso danno. Io ne avevo sentito parlare ma non immaginavo che fossero coinvolti in modo tanto diretto i privati risparmiatori. Ha ragione Pasquale a dire che se ne parla poco, soprattutto rispetto a quanto è grave. 

Mi viene in mente che forse è il momento adatto per il primo giro di vodka. Uno stacco ci sta tutto. Vado a prendere la bottiglia che ho messo in freezer dopo averla avvolta in un canovaccio bagnato (pratica del tutto inutile in un freezer non ventilato, scoprirò in seguito). Pasquale prende i bicchierini e due ciotole per le patatine, schizzando da una parte all’altra con la rapidità di un atleta. Ovviamente la casa ha un baricentro piuttosto basso, e più o meno tutto è a portata di mano di una persona seduta, ma fa comunque impressione vederlo sfrecciare così.

Quanto vale il non potere più usare le gambe? Non basta tutto l’oro del mondo. 

Torniamo nel soggiorno. La vodka è già abbastanza fredda. Facciamo un brindisi. A cosa? A niente. Ci stiamo simpatici, ci sembra sufficiente.

A: In sostanza una storia di merda mai vista. Ma gli hai fatto causa?

P: Mi sono costituito parte civile nei processi penali e civili contro la dirigenza, ma non so se ne uscirà mai qualcosa.

A: Vabbè, avverto in te proprio una forma di dolore quando ne parli. Direi che è abbastanza, scusa se ho insistito ma è una storia davvero grossa.

P: Figurati. Quando non ti voglio dire qualcosa o quando mi scoccia parlarne ti avviso io, non ti preoccupare.

Dopo avere bevuto un sorso di vodka, Pasquale si mette a squagliare quello che mi sembra del charas.

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A: Madonna, questo fumo ha un odore pazzesco.

P: È una bomba. Non per vantarmi, ma io fumo solo top quality. Per come sono fatto io, sotto un certo livello preferisco non fumare proprio.

A: Fumi molto?

P: Sì, ho sempre fumato molto, da quando ero ragazzino.

A: Le posso dire, queste cose?

P: Ci mancherebbe. Non faccio niente di male e ho sempre quantità minuscole.

A: Che ruolo hanno le sostanze psicotrope nella tua vita?

P: Be’, sono importanti.

A: Per via della tua condizione?

P: Ma no. Cioè: anche. Ma le avrei usate anche se non avessi fatto l’incidente. Credo siano una cosa importante nella vita, l’ho sempre pensato. A prescindere da tutto. Come l’amore, come il sesso, come l’amicizia.

A: Sono d’accordo. Ora per questa cosa che sto per dire non mi faranno mai più scrivere un pezzo finché campo, ma secondo me la vita senza sostanze psicotrope è una vita incompleta. Cioè, è ovvio che ci siamo proprio selezionati dal punto di vista evoluzionistico per potere entrare in stati alterati di percezione, quindi personalmente credo possa essere anche una vera e propria esigenza, un bisogno naturale, tipo l’amore o l’amicizia, come dici tu. E non farlo mai è come avere da qualche parte un occhio che non usi. Centinaia di milioni di anni di evoluzione buttati nel cesso.

P: (ride) Bell’immagine. Sono d’accordo. Ovviamente però ci vuole un’educazione all’uso delle sostanze, prima di darle in pasto alla gente, perché molte sostanze presentano rischi non da poco. La gente non è preparata, e le sostanze non sono tutte uguali. Certo, se la politica mette la testa sotto la sabbia cercando di negare il problema e pensando di risolverlo solo vietando le cose, senza distinzioni, poi la gente non ci capisce un cazzo e finisce che si fuma la colla come in Brasile, perché pensa che una cosa valga l’altra per appagare il bisogno che sente di trippare. Perché il bisogno comunque lo sente. E questo è un fatto storicamente provato. Non è che da quando fanno la guerra alla droga il consumo sia diminuito. Anzi. È solo peggiorato a livello qualitativo perché le sostanze sono in mano al mercato nero. Ovviamente però per iniziare a ragionarne in modo diverso ci vuole anche una cultura della riduzione del danno, e tante altre cose. È un discorso complesso.

A: Ah, questo è certo. Ma mi pare sia anche giunto il momento di iniziare a parlarne a livello collettivo in maniera adulta, senza isterie, basandosi più sulla scienza e meno su preconcetti morti e stramorti. Tu che sostanze preferisci? Ti va di parlarne?

P: Certo, come no.

Secondo me la vita senza sostanze psicotrope è una vita incompleta.

Pasquale alza il suo bicchierino di vodka, lo guarda, lo fa basculare tenendolo con due dita, poi guarda me.

P: Questa, per dire, non sarà tra le migliori, ma è una sostanza che mi piace.

A: Hm. Anche a me alla fine piace, ma ho sentimenti misti sull’alcol, non lo so. Mi sembra più pericolosa di quanto si dia a vedere.

P: No, infatti, scherzi? L’alcol fa più danni e uccide più di ogni altra droga. Non la metterei tra le migliori. Di certo non tra le meno pericolose. 

A: Già, e dimmi delle migliori secondo te.

P: Per me la regina è senza dubbio l’LSD. Poi a seguire DMT e funghi. Poi MD e ketamina. Ma la ketamina mi sembra meno sacra, non so come dire. Mi piace molto, cioè l’esperienza è bellissima ma è come se fosse fine a se stessa. Invece con la DMT o l’LSD qualcosa te lo porti dietro anche dopo l’esperienza. A volte anche più di qualcosa. 

A: Ma hai sentito dei protocolli terapeutici a base di ketamina?

P: Sì, e francamente non so bene cosa pensarne. Alla fine siamo tutti diversi, no? Non metto in dubbio che la gente ne tragga beneficio contro la depressione, so che molti studi confermano che aiuta. Quindi, buon per loro. Quello che funziona per me, può non funzionare per te, e viceversa. Poi io lo dico da semplice consumatore occasionale, non da terapeuta. Magari invece anche su di me fa qualcosa nel post, e non me ne rendo neanche conto. 

A: Io personalmente in effetti a istinto la metterei nella categoria delle sacre, per usare il tuo termine. Cioè, credo che se un’esperienza è tanto bella e tanto potente in sé alla fine debba avere per forza qualche conseguenza positiva anche nei giorni post sessione. Almeno a livello inconscio… qualcosa farà per forza.

P: Sì, ha senso. Ti dicevo di una mia impressione, più che altro.

A: Altre sostanze ne hai mai usate?

P: Sì. Ma nella classifica le metto dopo, via via a scendere.

A: Anche il fumo?

P: No, il fumo no, il fumo in effetti è importante per me. 

A: Quindi a quali altre ti riferisci?

P: Diciamo che in passato non mi sono risparmiato. Ora non uso praticamente più niente, ma ho fatto anche uso di eroina, a un certo punto.

A: Davvero?

P: Sì. Quella è abbastanza una merda. Cioè, intendiamoci, in sé e per sé l’esperienza è bella, ma la sostanza si porta dietro una marea di problemi tostissimi. Poi vabbè, io non ero certo il tossico all’ultimo stadio. E non mi sono mai fatto nelle vene.

A: Come ti sei disintossicato?

P: Vuoi ridere? Quando mi sono svegliato dal coma dopo l’incidente. 

A: Wow.

P: Eh. E senza medicinali. I pezzi di merda lo sapevano benissimo che avevo le scoppiature ma non mi hanno voluto dare niente. A parte che si vede benissimo, ma gliel’ho detto io espressamente. Ma sai com’è qui da noi, se sei tossico devi solo morire. Sei un subumano e meriti di soffrire quanto possibile.

A: Cristo santo. Quindi ti sei fatto le scoppiature mentre dovevi anche affrontare le conseguenze dell’incidente per la prima volta?

P: Sì. Capisci quanta compassione umana hanno avuto?

A: Mamma mia. Ma poi ne sei uscito definitivamente?

P: Sì, quello è nel passato, per me. Ogni tanto ci penso. Ma per fortuna ormai è nel passato.

Ma sai com’è qui da noi, se sei tossico devi solo morire.

A: Ora dico una cosa infelice. Mi sarei aspettato che dato quello che ti è successo ti rituffassi completamente nell’eroina. 

P: No, macché. Ero troppo impegnato a lottare. L’eroina ti toglie la lotta. E oggi preferisco di gran lunga altre sostanze, come ti ho detto.

A: Senti, a proposito di questo. Una cosa un po’ delicata. Come immagini prima di vederti ho fatto un po’ di ricerca, e ho letto di uno studio, in verità adesso un po’ datato, che mette a confronto il livello percepito di benessere di gente che ha vinto la lotteria con quello di gente che ha subìto incidenti tipo il tuo. 

Vedo che Pasquale si allerta e incuriosisce. Gli leggo in faccia anche un certo sorriso un po’ inquietante. La cosa mi mette tensione. Non so bene come la prenderà. Ma ormai ci sono. Butto giù il mio secondo bicchierino di vodka in un sorso. 

A: Secondo lo studio, a tipo un anno dall’evento i vincitori di lotteria avevano un livello di benessere percepito minore di quello dell’altro gruppo. Pare sia una questione di soglie di adattamento e soglie di benessere. Secondo alcuni scienziati ognuno di noi ha una sua personale soglia di benessere percepito, e comunque gli vadano le cose gravita sempre più o meno attorno a quella. La soglia di adattamento invece entrerebbe in gioco per chi vince la lotteria: dopo un po’ alla cosa positiva ti abitui al punto che diventa ininfluente. Anzi, ti desensibilizza pure ai piccoli piaceri quotidiani che prima magari apprezzavi di più. Tu cosa ne pensi? La tua esperienza conferma o smentisce?

P: Francamente? Penso che sia una cazzata. Mi pare proprio una cazzata.

A: Fammi capire meglio.

P: Mi pare un po’ una speculazione retorica, cioè, suona logico e tutto ma boh. La mia esperienza dice tutto il contrario. Ti dico soltanto che di tutti quelli che stavano con me prima in terapia intensiva, e poi in riabilitazione, una quindicina di persone, tutti con lesioni midollari, siamo in tre in tutto a essere rimasti più meno integri mentalmente.

A: Wow. Davvero?

P: Sì, guarda, su quindici siamo rimasti in tre lucidi. E comunque pieni di problemi che la metà basta. Gli altri o si sono ammazzati o sono sbroccati o sono tossici all’ultimo stadio. È piuttosto sconfortante.

Pasquale: nato due volte -

Capisco che di questo argomento non voglio parlare più. In effetti mi rendo conto solo adesso del perché fossi in tensione già prima di parlarne. Inconsciamente mi rendevo conto che questa cosa può essere letta come offensiva, da uno nella sua condizione. Con tutto il tremendo lavoro che deve avere fatto su sé stesso per sopravvivere e adattarsi, con tutto il lavoro che sono sicuro debba fare ogni santo giorno della sua vita, arriva bello bello uno a dirgli che gli scienziati hanno deciso che non è merito suo ma di com’è fatto l’uomo. Sono sicuro che anche io direi: “Col cazzo!”.

A: Francamente avevo dubbi anche io. Sei religioso?

P: No. Ma sono un essere spirituale.

A: Credi in qualcosa di intangibile?

P: Credo nel karma. Non senza tentennamenti. Sai, a livello razionale certe volte mi dico che può essere solo un trucco che faccio a me stesso per stare meglio con la coscienza e con la mia condizione, ma io lo sento davvero a livello profondo. Credo di essere stato un pezzo di merda mai visto, in una precedente reincarnazione. Ora non voglio troppo scendere nel dettaglio, ma sento di avere causato molto dolore. Proprio terribile dolore. Roba a livello nazi. Sicuramente militare. Morti ammazzati e torture. Ne ho avuto diverse volte una visione molto viva. Quindi in qualche modo mi pare di stare espiando.

A: Minchia. Tostarella, questa cosa.

P: In teoria sì. Ma se credi nel karma alla fine lo accetti. È un percorso.

A: Mi viene in mente che molti parlano di riemersione di esperienze di vite passate in alcuni viaggi psichedelici. Io francamente non ci credo molto, ma per te che credi nel karma magari ha senso. In generale, tu come ti approcci all’esperienza dell’LSD? La vedi come una specie di rifugio colorato o come una sorta di terapia? 

P: Guarda, forse né l’una né l’altra cosa. Di certo non come un rifugio colorato, per usare la tua espressione.

A: Perché no di certo?

P: Perché per me trippare è una cosa molto molto ma molto provante a livello fisico.

A: A livello fisico?

P: Sì, quelli che hanno una lesione midollare soffrono un botto a livello fisico con gli psichedelici. Ti fanno venire gli spasmi, degli spasmi assurdi. Le gambe ti tremano e scattano in continuazione, io tremo tutto, per tutto il tempo. Infatti mi preparo sempre una serie di asciugamani perché sudo litri proprio. È una cosa tosta. Tieni presente che mi lego anche le gambe alla carrozza per farle stare ferme. Insomma, capirai, non lo faccio per divertirmi. Non è una giostra.

A: Ma se non è neanche terapeutico allora perché farlo, se soffri così tanto?

P: Be’, non ho detto che non è per niente terapeutico. Ma non lo vedo solo come una terapia, ecco. Io lo faccio soprattutto per interrogarmi su questioni importanti, per capire meglio la vita, l’esserci, la mia condizione. Per riflettere e per guardare le cose sotto una luce diversa. È un viaggio a tutti gli effetti, dentro te stesso e anche nel mondo. E un viaggio complicato non è meno interessante di un viaggio semplice. Poi non tutto quello che ti aiuta in qualcosa è terapeutico. Ma a questo punto potrebbe essere una questione anche terminologica.

A: Già. Ha senso. E capisco cosa intendi. Credo. Questa cosa degli spasmi non la sapevo proprio, comunque. Altro che paradiso artificiale. Ma senti, dato anche come va l’esperienza, tu ti sentiresti di consigliarla ad altri nella tua condizione?

P: Sai che non lo so? È terribile. Tanto terribile che non so se lo consiglierei. Forse lo consiglierei a chi ha già viaggiato prima della lesione. Ecco, magari quelli sanno già per cosa si prendono tutto lo sbattimento. Agli altri, francamente, non lo so. Non so se ho voglia di prendermi questa responsabilità.

A: Be’, se dici che però a te è tanto utile da indurti a sopportare tutti i devastanti effetti negativi che procura, forse ne può valere la pena. Ma neanche io riesco a farmene un’idea chiara, eh. Sto ragionando ad alta voce. Capisco che tu non voglia prenderti la responsabilità di consigliare una cosa tanto dolorosa, però forse anche chi non l’ha provato prima della lesione se sa a cosa va incontro e si prepara per bene può trarne qualche beneficio importante.

P: Questo è vero. Ma facciamo che l’hai detto tu.

A: No, guarda, facciamo che qui nessuno consiglia niente a nessuno e che ognuno fa quello che gli pare, purché non faccia le cose a cazzo e purché sappia a cosa va incontro e i rischi che si accolla. Del resto il mio motto nella vita è “prima di fidarti di qualcuno, informati per conto tuo”. Che ne dici?

P: Che è giusto, ma che bisogna pure saper scegliere le fonti di informazione. E non è detto che sia sempre facile.

A: Amen.

Quelli che hanno una lesione midollare soffrono un botto a livello fisico con gli psichedelici. Non è una giostra.

Pasquale sorride sornione e dà un tiro alla sua canna di charas.

A: Mi dici un fatto assurdo sul tuo incidente?

P: Cosa ti fa pensare che ce ne sia uno?

A: Boh. I grandi eventi hanno sempre qualcosa di assurdo.

P: È vero.

Sospira. Ci pensa su. Beve un sorso di vodka. Poi un po’ d’acqua.

P: Una mia zia era molto devota a Santa Rita da Cascia. Quando poteva, andava a visitare il santuario, e qualche volta mi ha pure portato con lei, quando ero ragazzino. Santa Rita da Cascia si commemora il 22 maggio, il giorno della sua morte. Un 22 maggio di tanti anni fa stavo su una grossa barca a motore, che per un guasto è esplosa, e io sono stato sbalzato di non so quanti metri in aria. Ricadendo mi sono distrutto. Ho rischiato di morire, mi sono fratturato tutto, ma mi sono ripreso senza conseguenze permanenti. Si è parlato di miracolo. Be’. Sai in che giorno dell’anno ho fatto l’altro incidente, tanto tempo dopo? Forse era anche lo stesso orario.

Pasquale sorride amaro. Io non so cosa pensare. La mia razionalità vacilla per un attimo. È solo un caso, mi dico. È certamente solo un caso. Però, che cazzo.

P: Io ancora devo capire bene cosa c’entri Santa Rita in tutto questo. Chissà se c’è un messaggio in questa storia, qualcosa da imparare. Qualcosa ci dev’essere, mi dico. Tu pensa che anni dopo l’incidente, il secondo, sono anche andato al santuario, in cerca di risposte. Stranamente, quel giorno non c’era nessuno, proprio nessuno. Fai conto che è una santa molto popolare, eh. Quel giorno eravamo solo io e la mummia, praticamente.

A: …E?

P: E niente. Non mi ha detto niente. Manco la mia suggestione ha fatto niente. Non ho avvertito nemmeno un refolo lontano di rivelazione.

A: I santi cristiani in genere proteggono una qualche categoria di persone. Santa Rita chi protegge?

P: Bella domanda. Forse la chiave sta lì. Santa Rita protegge le cause impossibili. I senza speranza. I solitari.

Pasquale se la ride. Io non so dove guardare, né dove mettere le mani. Sento partire un pensiero che non voglio portare a compimento. Mi scolo il terzo cicchetto di vodka, e sono già abbastanza brillo perché non bevo quasi mai e la vodka la sento subito. Ma è anche la storia della santa che mi ha stordito. Mi accorgo solo adesso che c’è della musica a basso volume nella stanza. Ce ne stiamo pensosi per un po’. Nonostante tutto, nonostante la mia curiosità molesta, c’è una bella atmosfera in questa casa. Penso che da questo incontro sto imparando un sacco di cose, e che forse prima di andarmene dovrei chiedergli dell’Himalaya, dell’Asia, del mese di coma che si è fatto dopo l’incidente, e della riabilitazione. Della sua vita a Berlino, della sua vita a Roma. Di quella volta che stava per sposarsi a Bangkok.

Ma si sta facendo tardi, e credo ci sarà tempo in futuro per le altre domande che mi sono rimaste in canna; qualcosa mi dice che io e Pasquale potremmo pure diventare amici, un giorno. Sempre che leggere questo pezzo non lo faccia incazzare. Può  essere. Sono un tipo poco professionale. Porto superalcolici a un’intervista. In un universo non lontano da qui la cosa è vista più o meno come è visto il portare dell’eroina in questo che crediamo di abitare noi.

Tutte le immagini sono di Mauro D’Alonzo.

Andrea Piva

Andrea Piva è scrittore, sceneggiatore e giocatore di poker professionista. Il suo ultimo libro è L’animale notturno (Giunti, 2017).

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