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Dario Morgante

Perché parlare di remigrazione è diventato normale? 

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Oggi idee di estrema destra come la remigrazione sono entrate nel linguaggio quotidiano e vengono persino presentate come proposte pragmatiche. Questo è potuto accadere perché da più di dieci anni sono in costante aumento sentimenti di odio, violenza e invisibilizzazione delle persone migranti.

Il 13 giugno 2026 il centro di Roma assomiglia più alla mappa di un videogioco strategico che al consueto intersecarsi di vie, piazze, chiese e fontane. “Roma blindata”, titola «RomaToday». “Oggi quattro cortei. Pronti droni e duemila uomini”. Gli anarchici al Verano, gli antifascisti al Colosseo, i movimenti Pro Vita a San Giovanni e, a Prati, la manifestazione nazionale per la remigrazione. 

Arrivando a Piazza della Libertà, viene in mente una delle regole non scritte dell’organizzazione dei cortei: una bandiera per ogni partecipante e la piazza sembrerà subito più grande. Centinaia di vessilli tricolore sventolano, occupando ogni angolo, mentre dai megafoni risuonano i cori: “La nostra idea diventa azione, un solo coro: remigrazione” e “Dove sono gli antifascisti?” i quali, in realtà, non sono lontani. Due concentramenti animano la mobilitazione di risposta: uno nel quartiere San Lorenzo e l’altro, il più partecipato, che parte dal Colosseo. “Fuck Remigration”, recita lo striscione di apertura. Dietro sfilano, Cgil, Anpi, collettivi studenteschi, associazioni antirazziste e il movimento transfemminista Non Una di Meno.

A poche centinaia di metri, all’Auditorium della Conciliazione, Roberto Vannacci inaugura l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, nuovo soggetto politico di estrema destra. Tra i protagonisti della due giorni c’è anche Domenico Furgiuele, ex leghista, deputato e promotore, il 30 gennaio, della conferenza stampa sulla remigrazione alla Camera dei deputati, poi impedita da alcuni parlamentari dell’opposizione. Tra gli ospiti annunciati dell’iniziativa figuravano esponenti neofascisti come Luca Marsella, che in quel contesto ha dichiarato che “l’antifascismo è mafia”, e Jacopo Massetti, entrambi impegnati a guidare il corteo remigrazionista che sfila all’ombra del Cupolone. La sera Furgiuele sale sul palco dell’Auditorium. “Cari camerati”, esordisce davanti alla platea, “il nostro giorno è arrivato”. In un video diffuso da «L’Espresso», il deputato viene ripreso mentre si esibisce in un saluto romano davanti a una platea in visibilio.

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Foto di Dario Morgante

La remigrazione, parola fino a pochi anni fa confinata ai margini dell’estrema destra identitaria europea, oggi sfila per le strade della capitale, viene discussa nelle istituzioni e viene presentata come proposta politica pragmatica. Il suo sdoganamento non è il frutto di una rottura improvvisa: come nella sindrome della “rana bollita”, il limite di ciò che appare accettabile nel dibattito  sull’immigrazione si è spostato poco alla volta. Un lento processo che, undici anni dopo la fotografia di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni ritrovato senza vita su una spiaggia turca nel 2015, è caratterizzato da due fenomeni complementari: l’invisibilizzazione delle soggettività migranti e l’utilizzo di un lessico sempre più violento.

D’altronde, nulla si è mosso quando, nel febbraio 2026, l’ong Mediterranea Saving Humans ha denunciato che, durante il ciclone Harry nel Mediterraneo centrale, potrebbero essere state “oltre mille le persone disperse in mare”, parlando della “più grande tragedia degli ultimi anni”. Un fatto che non ha prodotto una reazione politica e simbolica paragonabile a quella seguita al naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando il governo proclamò il lutto nazionale e Papa Francesco denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza”. L’invisibilizzazione delle soggettività migranti non riguarda soltanto i morti alle frontiere, ma produce effetti concreti anche all’interno dei confini nazionali. L’ideologia remigrazionista, infatti, è solo l’esasperazione di un impianto normativo e culturale che già esclude colui che è percepito come straniero, come, ad esempio, nell’ambito dell’accesso alla giustizia.

“Il sistema non è costruito per garantire un esercizio generalizzato della tutela giurisdizionale. Al contrario, produce una selezione: alcune vittime vengono protette, altre restano esposte”. Per Francesca Vitarelli, assegnista di ricerca in diritto penale all’Università Statale di Milano, è qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti dell’attuale dibattito sulle migrazioni. La ricercatrice è tra le autrici del report Accesso alla giustizia per le vittime di reato con status migratorio irregolare a Milano, che analizza come la condizione di irregolarità incida profondamente sulla possibilità stessa di rivolgersi alle autorità, anche di fronte a gravi violazioni dei diritti.

La ricerca parla esplicitamente di Crimmigration, il “progressivo intreccio tra diritto dell’immigrazione e diritto penale”. “In Italia la legislazione ha sempre più utilizzato la sanzione penale come strumento di gestione dell’irregolarità”, spiega, “fino a prevedere reati che coincidono con la stessa condizione di presenza sul territorio. In questo quadro, denunciare un reato subito non è mai un atto neutro: comporta spesso l’esposizione a conseguenze amministrative e penali”.

Un passaggio centrale riguarda l’obbligo di denuncia che grava sui pubblici ufficiali. “La stessa autorità a cui una persona dovrebbe rivolgersi per essere tutelata è anche quella che ha il dovere di segnalarla. In queste condizioni, la denuncia diventa un rischio”, osserva Vitarelli. “Così si crea un paradosso”.

Intanto, in uno studio legale di via Rosalba Carriera, nel quartiere Giambellino, queste dinamiche costituiscono una sfida professionale. È lì che lavora l’avvocata Debora Piazza, in una delle aree più esposte alla narrazione securitaria di Milano. I suoi assistiti sono persone migranti, soggetti in condizioni di forte disagio economico e sociale, malati psichiatrici, donne transgender. Tra i fascicoli più rilevanti che oggi segue figurano quelli relativi alla morte di Ramy Elgaml e di Abderrahim Mansouri.

Nel procedimento sulla morte di Ramy, il diciannovenne ucciso a Milano al termine di un inseguimento dei carabinieri, Piazza assiste Fares Bouzidi, l’amico alla guida dello scooter rubato. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per Bouzidi e per il vicebrigadiere Antonio Lenoci, oltre che per sei appartenenti all’Arma indagati, a vario titolo, per falso, favoreggiamento e depistaggio. Diverso ma, per molti versi, speculare è il caso di Abderrahim Mansouri, la cui famiglia è difesa da Piazza come parte lesa. L’agente della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino è accusato dell’omicidio volontario del quarantunenne e della manipolazione della scena del crimine.

“Quando è uscita la notizia, esponenti politici come Meloni e Salvini hanno subito parlato di legittima difesa, dicendo: ‘sto col poliziotto senza se e senza ma’. Il processo, di fatto, era già finito prima ancora di iniziare”, osserva la difensora. “Si era imposta una narrazione semplice: uno spacciatore contro un poliziotto, quindi nulla da accertare”. L’evoluzione delle indagini ha però restituito un quadro più articolato: secondo quanto emerso, l’agente avrebbe avanzato richieste indebite di denaro o sostanze stupefacenti a persone in condizioni di marginalità e altri quattro membri della Polizia sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.

L’invisibilizzazione delle soggettività migranti è un tema che attraversa da anni il lavoro di Piazza. “Il primo caso mediatico di cui mi sono occupata è stato l’omicidio della donna transgender Samantha. Le sue amiche avevano paura di denunciare perché prive di permesso di soggiorno. Avevano paura delle conseguenze “, ricorda. Un timore che contribuì a rallentare l’accertamento dei fatti. “Quel procedimento ha mostrato quanto possa essere difficile, per alcune persone, accedere alla giustizia”.

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Foto di Dario Morgante

Una dinamica simile emerge anni dopo nella vicenda di Bruna, donna transgender picchiata da agenti della polizia locale a Milano nel maggio 2023. I video fatti  da alcuni studenti mostrano la donna a terra mentre viene colpita e immobilizzata. Il procedimento ha già portato alla condanna in primo grado di uno degli agenti e nelle motivazioni della sentenza il giudice parla di “violenza gratuita e inaudita”.

Poi il procedimento a carico di Massimo Adriatici, assessore alla sicurezza leghista del Comune di Voghera ed ex poliziotto. Il 24 febbraio 2026 viene condannato in primo grado a 12 anni di reclusione per l’omicidio volontario di Youns El Boussettaoui, cittadino marocchino di 39 anni che viveva una condizione di fragilità psichica. Per anni il caso resta intrappolato nella narrazione della legittima difesa. “Hanno iscritto la notizia di reato come eccesso colposo di legittima difesa fin dal primo giorno”, evidenzia Piazza. Dopo oltre tre anni di dibattimento, l’ordinanza della giudice Valentina Nevoso rompe con l’impostazione iniziale della Procura: il colpo non sarebbe stato il frutto di una reazione eccessiva, ma di una scelta riconducibile almeno alle forme del dolo eventuale. Una lettura che porterà alla riqualificazione dell’accusa e alla successiva condanna in primo grado per omicidio volontario.

“Youns era un malato psichiatrico che è stato ucciso barbaramente davanti a tutti”, rimarca Piazza. Sui casi recenti di Ramy e Mansouri la riflessione si allarga: “Non è corretto parlare di mele marce. Non sono episodi isolati, ma il riflesso di una mentalità sempre più diffusa, che legittima la supremazia del più forte e la violenza contro chi è fragile”. Una lettura che trova riscontro anche negli elementi emersi nel corso delle indagini sull’omicidio di Ramy. Tra gli atti compaiono messaggi WhatsApp scambiati da alcuni carabinieri, coinvolti direttamente o loro colleghi, con frasi come “Bravo, uno è troppo poco. Bisognerebbe farne fuori di più” oppure “bene”, alla notizia della caduta del ragazzo.

La morte del giovane milanese, di origini egiziane e cresciuto nel quartiere Corvetto, ha spaccato in due il Paese: da un lato la caccia ai “maranza”, l’odio islamofobo, il ritornello del “se l’è cercata”; dall’altro la rabbia e la frustrazione di intere generazioni costrette a fare i conti con un razzismo strutturale. Una polarizzazione che non resta confinata al dibattito pubblico, ma si riversa nelle piazze e nei quartieri. “Ramy è il simbolo di una frattura profonda che attraversa oggi la società italiana”, commenta Piazza. “Si sente dire ‘se lo meritava’. Youns perché disturbava, Bruna perché si prostituiva, Ramy perché era su uno scooter rubato. Ma parliamo di persone. Il fatto che qualcuno sia povero, fragile o marginale non può diventare una giustificazione della violenza subita”.

È anche così che la propaganda della remigrazione trova spazio e forza. Quando alcune vite vengono rese invisibili da dispositivi giuridici, ritenuti “democratici”, e poi trasformate, nel discorso politico, in un problema da rimuovere, anche l’idea della loro deportazione smette di apparire eccezionale. Scivolando lentamente entro il confine del possibile.

Dario Morgante

Dario Morgante è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Da giornalista freelance si occupa di repressione, questione palestinese e giustizia sociale.

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