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Valentina Pigmei

“Scrivere è come cercare di condurre delle tigri in gabbia con un bastoncino”. Una conversazione con Guillermo Arriaga

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Di Messico e Stati Uniti, di frontiere geografiche e psicologiche, di violenza e animalismo. E ovviamente di scrittura e metodo. Una conversazione con lo scrittore e sceneggiatore messicano a partire dall'ultimo libro "El hombre".

Guillermo Arriaga mette in soggezione. Non solo per la statura imponente, le mani grandi, ma soprattutto per gli occhi grigi e lo sguardo vagamente intimidatorio. D’altronde, è  pur sempre l’autore di un libro indimenticabile come Il Bufalo della notte,  del capolavoro Il selvaggio, un romanzo tra i più cruenti della letteratura contemporanea, oltre che delle sceneggiature di Amores perros, 21 grammi e Babel, ovvero la “trilogia della morte” di Alejandro González Iñárritu. 

E tutto questo, quando te lo trovi davanti per un’intervista, lo sai. Quello che invece non ti aspetti è che Arriaga sia un uomo sereno, pacifico, affabile, per nulla tormentato. 

Guillermo, a quasi 70 anni, è un uomo allegro, curioso degli altri, affettuoso. Ha il gusto della battuta, e si racconta come un padre e, da un paio di anni, anche un nonno devoto. 

Alla nipotina adorata è dedicato il suo ultimo. colossale romanzo, El hombre (Bompiani, 848 pagine, traduzione splendida di Pino Cacucci): “A Rafaela che è riuscita a rendere migliore questo mondo”.

Nelle tasche dei suoi combat neri, Arriaga ha un sacco di oggetti: mazzi di chiavi, penne, una bottiglietta d’acqua, una scatolina di sale grosso. Che cosa te ne fai, gli chiedo. Mi piace, ogni tanto ne prendo un grano e lo mangio. Pare che questo sia il suo unico vizio, a parte la coca-cola. “Non bevo più alcol da quando a vent’anni a Città del Messico ho investito un uomo e l’ho ucciso. Dopo aver scontato 12 anni e 4 mesi di carcere sono uscito per buona condotta e non ho mai più toccato un goccio”, dice lanciandomi  un’occhiata intimidatoria di cui sopra. Tensione. L’interprete e la responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice e uno degli organizzatori del festival Encuentro di Perugia dove Arriaga è ospite  ammutoliscono. A me viene in mente che anni fa, quando lo intervistai a proposito di un altro suo romanzo, Salvare il fuoco, una storia per tre quarti ambientata in galera, lui mi disse che non era mai stato detenuto. Mentre tutti lo guardano comprensibilmente intimiditi, Arriaga racconta dell’incidente dilungandosi in dettagli macabri e sempre più inverosimili . Fino a che esplode in un grande risata: “Una volta in Brasile ho raccontato una storia simile davanti a una platea… ma quella volta  non ho mai smentito!”. Mentre tiriamo tutti un sospiro di sollievo penso che qualcosa di vero c’è nella storia che ci ha raccontato. Perché questo è il modo in cui lo scrittore messicano lavora: si siede al suo tavolo, si mette a scrivere, non hai idea di che cosa succederà ai suoi personaggi. Non pianifica nulla, nessuna scaletta, non progetta in nessun modo le sue complessissime architetture narrative. “I romanzi sono bestie affamate, hanno bisogno di essere nutriti da qualsiasi cosa tu abbia per le mani”.

Cosa intendi con “bestie affamate”?

Quando scrivevo Il selvaggio era come trovarsi in una foresta circondato da tigri e cercare, con grande fatica, di condurle in una gabbia con un bastoncino…  entra nella gabbia entra nella gabbia. Scrivere è nutrire quelle bestie feroci. 

El Hombre ha una struttura troppo complessa per credere che sia stato scritto senza uno scheletro…

Scrivo tutto nel modo in cui tu lo leggi, non ho pianificato nulla nemmeno stavolta… la storia si andava formando mentre scrivevo. Come se fossi anche io un lettore: mi siedo, scrivo e vedo cosa succede. 

El hombre si sviluppa su sei diversi piani narrativi che corrispondono a sei storie che compongono a loro volta il libro: le hai scritte separatamente e poi le hai intrecciate?

No! Sarebbe stato impossibile scrivere prima tutta una storia e poi un’altra. Te l’ho detto, la storia prende forma nel corso della scrittura. Del resto, il romanzo funziona come la dialettica, ogni parte è un’antitesi che poi si converte in tesi e così via, e questa è la struttura dell’opera.

….

Comunque, se non ci credi ho svariati molti testimoni e posso anche farti vedere le bozze!

Va bene, ci credo! Quanto hai impiegato a scriverlo?

Questo è il romanzo che ho scritto più velocemente, ho impiegato un anno e quattro mesi. Ma erano trent’ anni che volevo scriverlo. Per Il selvaggio ho impiegato cinque anni e mezzo e due anni e quattro mesi per finire Strane, un libro molto più corto. Sto imparando, hai notato? [ride

Sei cresciuto a Città del Messico in un quartiere violento, però sei andato in una scuola privata.

Mah, in realtà il mio quartiere non era pericoloso, semmai ero io a essere pericoloso… 

Sono cresciuto in una zona abitata dalla classe media, ma la maggior parte dei miei coetanei del barrio frequentava la scuola pubblica, mentre i miei genitori mi hanno mandato in una scuola privata con un grande sforzo economico. Ho vissuto una vita anfibia. Ho conosciuto due mondi molto diversi, e questo mi ha segnato profondamente.

Quanto hai vissuto negli Stati Uniti e perché sei tornato in Messico?

Mai più di un anno di seguito e sempre solo per lavorare ai miei film, ma non ho mai pensato di  lasciare il Messico, volevo che i miei figli crescessero vicino ai nonni. Non mi piaceva l’idea di perdere quel filo che mi collega alla mia famiglia.

El hombre parla della fondazione degli Stati Uniti e dell’origine del capitalismo americano. Saresti d’accordo se dicessi che il modo in cui sono nati gli USA spiega la mentalità del popolo statunitense e la situazione attuale? 

I problemi che riguardano la fondazione di uno stato prima o poi tornano a galla..  Una larga parte del sud-ovest degli Stati Uniti di oggi un tempo era Messico… si parla di un’area vastissima: California, New Messico, Nevada, Arizona e Utah, ma anche di gran parte del Colorado e del Wyoming. Del resto, pensa alle origini dei nomi, tutti spagnoli: “Arizona” viene “zona arida”, “Colorado” per la terra rossa; Nevada ovviamente rimanda alla neve.

Lo spoglio di quella parte di territorio messicano che a loro volta i messicani avevano rubato agli indigeni è un fatto che non si può dimenticare.

Forse era inevitabile che si arrivasse a questo scontro aperto tra amministrazione Trump e gli immigrati messicani… 

Il rapporto tra Stati Uniti e Messico è stato sempre molto difficile, indipendentemente da chi sia il presidente. Il messicano dice io non ho attraversato la frontiera ma è la frontiera che ha attraversato me. Le terre che ci sono state sottratte, molti di noi continuano  a considerarle messicane. Conosco persone che anche se vive negli Stati Uniti da sei generazioni continua a parlare spagnolo e continua a sentirsi messicana. Ho conosciuto il padrone di un ranch in Texas che ancora oggi, nonostante sia lì dai tempi del suo bisnonno, parla un pessimo inglese.

Questa frontiera è una ferita per voi messicani?  Sì, è una ferita che non si è mai cicatrizzata. Io ho voluto scriverne perché ci sono pochissimi romanzi che hanno trattato questo argomento. Curioso, perché questo è un momento cruciale e doloroso della nostra storia. C’è un libro della scrittrice messicana Carmen Boullosa che si intitola Texas e che non ho letto, ma è un romanzo storico, una sorta di contronarrazione rispetto al mito della rivoluzione texana. E poi c’è Adesso mi arrendo e questo è tutto di Álvaro Enrigue che ricostruisce proprio la storia di un popolo che scelse di estinguersi pur di non lasciarsi assoggettare. 

El hombre non è un romanzo storico, ma un’ucronia, come specifichi nell’incipit. Hai comunque fatto delle ricerche per scrivere di una storia articolata come quella della nascita degli Stati Uniti?

No, non ho fatto investigazioni.. È stata la vita che mi ha portato tutte le informazioni di cui avevo bisogno. Ad esempio, alla frontiera tra Messico e Stati Uniti andando a caccia  nello stato del Coahuila, uno degli stati di frontiera tra Messico e Stati Uniti, ho trovato delle frecce di Apache. Conosco bene anche il Texas dove ho lavorato nei campi di raccolta del cotone. Conosco Memphis, e il suo National Civil Rights Museum. Sono stato nel motel a ore dove è stato assassinato Martin Luther King. Il Lorraine Motel. Ho visitato la casa-museo di William Faulkner, sempre in Mississippi. Ma non vado mai nei posti con l’idea di fare ricerche o investigare. 

Però in questo libro ci sono tantissimi “fatti reali che non sono mai avvenuti” come ti piace dire… ci sono episodi dettagliati legati allo schiavismo, al colonialismo. Hai inventato tutto?

Sì. Tutto. Anche la storia degli schiavi educati nel convento.

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è il continuo ribaltamento morale: chi sembra vittima diventa carnefice, e viceversa.

Certo, perché la gente non è né buona né cattiva! Pensa a Don Vito Corleone de Il padrino… era un uomo malvagio, ma era un buon padre e un buon marito. Anche i narcotrafficanti messicani, se tu ci parli, scopri che sono ottimi padri e mariti. Io cerco sempre di non giudicare i miei personaggi. Se giudichi i tuoi personaggi hai perso la lotta in partenza. Devi amarli come fossero i tuoi figli e accettarli come sono.

Nei tuoi romanzi e nelle tue sceneggiature ci sono sempre personaggi in situazioni estreme; carcere, incidenti, morti sfiorate…

La risposta più onesta è che… non lo so. [Ride] Ernesto Sabato diceva che non sei tu che scegli le tue ossessioni ma le tue ossessioni che scelgono te, non è niente altro che l’inconscio che mi porta a scrivere di queste cose.

Gli animali compaiono spesso nei tuoi lavori : il lupo, i cani, le rane, gli animali selvatici… come mai?

Non lo so,  io sono un cacciatore  – anche se vado a caccia soltanto e rigorosamente con arco e freccia e caccio solo quello che mangio – ma amo gli animali di un amore profondo.

Che cosa risponderesti a un animalista se ti facesse notare che un cacciatore non può amare gli animali?

Per prima cosa l’animalista spesso non conosce gli animali. Finora in tutta la mia vita non ho mai incontrato un contadino che sia contrario alla caccia! Quasi tutte le persone che ho conosciuto che si dicevano animaliste o antispeciste non avevano nessuna conoscenza della montagna, della natura selvaggia, sono persone che abitualmente vivono nelle città e che non hanno conoscenza dell’ambiente naturale. Gli animalisti pensano di essere innocenti perché non uccidono gli animali ma ne uccidono tantissimi senza saperlo. La gente dice io sono vegano e non uccido animali, ma non è vero. Per piantare broccoli o cavolfiori si distruggono boschi interi e insieme alle piante viene fatta tabula rasa anche di tantissimi animali…

Tipo? 

Pernici, lepri, conigli, nidi di uccelli e quant’altro.

Parliamo della tua ossessione per la “J”… Hai chiamato gran parte dei tuoi personaggi del nuovo romanzo El hombre con nomi che iniziano per J ma anche in due dei tuoi romanzi più famosi i protagonisti si chiamano avevano l’iniziale J. Che cosa hanno in comune tutti questi personaggi con la J? Jesus? Jack London? 

[sorride]. Ma pensa, non ci avevo fatto caso. Te l’ho detto che scrivo come in trance. 

A proposito di Jack London, lo hai poi realizzato il tuo sogno del ranch con cavalli, mucche e anatre nello stato di Coahuila? 

In parte sì, ho un piccolissimo ranch con un pezzo di terra, ma a volte mi prestano un ranch molto più grande di 6000 ettari. Il Coahuila è senza dubbio il posto più bello del mondo! [in italiano].

Quali sono i posti che preferisci?

Dove mi sento a casa in Italia, in Brasile in Spagna, in Colombia e in Argentina. Pensa che l’Argentina è lontana dal Messico quanto il Messico è lontano dalla Spagna. E lo sai perché? Perché il Messico è in Nord-America, non in Sud-America.

In che senso?

Basta guardare la mappa: il Messico geograficamente fa parte del Nord America, mentre il Centro America inizia con Guatemala e Panama. Una volta un  italiano su Twitter mi fa: “Mi dicono che adesso siete in inverno in Messico?” E io gli rispondo: “Ma guarda che c’è lo stesso clima che c’è in Italia”. Noi messicani non siamo sudamericani!

Hai detto in una intervista a «Esquire» Spagna di avere scoperto di recente di avere un disturbo dell’attenzione. Ne sei sempre stato consapevole? Come si concilia questo disturbo la scrittura?

Quando ero piccolo per me andare a scuola era come ascoltare qualcuno che parlava in finlandese. Stavo lì a sentire delle persone che parlavano in finlandese! Anche adesso non capisco la matematica né le regole ortografiche, che so usare solo perché le conosco a memoria ma non perché le capisca.

E come hai fatto a diventare uno scrittore?

Perché quando non hai familiarità con la logica compensi con altre cose e io ho compensato con l’intuizione. Anche perché si scrive con l’intuizione non con la logica. Per questo sono in grado di scrivere un romanzo senza pianificare nulla. 

Ho letto Il Bufalo della notte e visto Amores perros 26 anni fa… Ieri ho rivisto un vecchio trailer e ho sorriso davanti alla frase di lancio del film: “L’amore… è un incidente… dal quale tutti usciamo feriti”.

Non è certo una frase che ho scritto io! L’avrà scritta qualcuno del marketing. Io non avrei mai potuto scriverla. Io sono un romantico. 

Ma è una frase romantica!

No, per niente. Per me l’amore è qualcosa che guarisce, non che ferisce. 

Ho saputo che hai fatto pace con il tuo ex collega e amico regista Alejandro González Iñárritu…

Sì, è vero, dopo vent’anni siamo tornati a parlarci, ora siamo in buoni rapporti. 

Farete un altro film assieme?

No!

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Valentina Pigmei

Valentina Pigmei è giornalista e consulente editoriale. Ha fondato l’associazione femminista “La città delle donne” e collabora a diverse testate.

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