Sulla carne coltivata dovremmo ascoltare la scienza e non la politica - Lucy

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Agnese Codignola

Sulla carne coltivata dovremmo ascoltare la scienza e non la politica

26 Gennaio 2024

Il governo italiano vuole opporsi alla produzione e alla diffusione della carne coltivata anche in Europa. Non è una buona notizia: rischiamo di perdere finanziamenti e lavoro, privando i consumatori di una scelta che è – secondo gli scienziati – sana, sostenibile e giusta. Tutto per difendere gli interessi delle lobby e in nome di una supposta “tradizione”. Riusciremo a cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Sono trascorsi più di dieci anni da quando, nel luglio del 2013, Mark Post, ingegnere tissutale dell’Università di Maastricht, ha presentato al mondo il primo hamburger di carne coltivata. Una polpa un po’ asciutta, ottenuta facendo crescere cellule staminali fatte differenziare in cellule muscolari. Pur essendo all’epoca ancora da ottimizzare, soprattutto per gusto e consistenza, quella polpa è stata a tutti gli effetti il prototipo di decine di prodotti che sarebbero venuti negli anni a seguire, alcuni dei quali sono oggi già in vendita in diversi Paesi.

Ho avuto modo di intervistare Post a più riprese, in questi anni, e mi ha sempre ripetuto una cosa: l’Europa si dovrà decidere. Oggi non può davvero più aspettare, perché l’assenza di una posizione chiara, e delle relative regole, sulla coltivazione della carne, sta frenando i ricercatori e gli investitori, e sta privando i cittadini di una scelta di consumo sostenibile, mentre il mondo accelera. 

È una prova cruciale (specialmente dopo il grottesco e ideologico divieto agli OGM del 2018, di cui l’Europa si è poi ampiamente pentita, e cui sta cercando di porre rimedio oggi con le norme sull’editing genetico). Perché farà capire se gli impegni del Green Deal, o quelli dell’Agenda 2030, sono parole vuote, slogan inermi di fronte agli interessi delle lobby dell’agricoltura e dell’allevamento, o se invece si intende davvero andare verso un mondo più sostenibile e più giusto, nel quale le proteine, la cui domanda è in crescita costante, arriveranno anche da fonti che non devastino ulteriormente il pianeta: la carne coltivata è sicura per la salute umana, può abbattere le emissioni, il consumo di suolo, di acqua, di energia elettrica – ed evita inoltre la sofferenza animale. 

Eppure il fronte contrario è ancora forte, alimentato dal grande sforzo comunicativo delle lobby dei produttori e appoggiato da molte correnti politiche che – contro la logica, la scienza, l’ecologia – preferiscono banalizzare il discorso, alimentare lo scetticismo e cavalcare il consenso.  

Lo scontro è già in atto. E l’Italia si è fatta subito notare, in questa battaglia di retroguardia, approvando una legge che vieta la produzione e la commercializzazione della carne coltivata. Poi però, il 23 gennaio scorso, il nostro paese è apparso tra i firmatari di una nota che chiede al Consiglio Agricoltura e Pesca dell’Unione Europea di basare le decisioni in merito su “solide informazioni scientifiche”. Potrebbe sembrare una bella novità, e un cambiamento radicale di prospettiva. Una giravolta schizofrenica, quasi, da parte del Ministero dell’agricoltura, delle foreste e della sovranità alimentare (qualunque cosa sia quest’ultima), che sarebbe la benvenuta, se fosse autentica. Purtroppo non lo è. Perché l’intento di quella nota non è davvero quello di chiedere di ascoltare la scienza – unanimemente favorevole alla coltivazione della carne – ma quello, paradossale, di cercare di delegittimare il processo citando, come vedremo, studi non attendibili. Si chiede più scienza per intendere l’opposto. I presupposti sono insomma i soliti: antiscientifici, distorti e paradossali; gli stessi che hanno già fatto conquistare al nostro paese le prime pagine dei media di tutto il mondo su questo tema, e non in quanto modello di modernità. 

Prima di entrare nel merito, è opportuno ricordare in quale contesto arrivi il documento, perché ciò che succede ogni giorno al di fuori delle stanze asfittiche del Ministero dell’agricoltura (e forse ora di palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea) rende ancora più straniante l’approccio sovranista al tema delle fonti alternative di proteine, rispetto alla realtà del resto del mondo. 

“Lo scontro è già in atto. E l’Italia si è fatta subito notare, in questa battaglia di retroguardia, approvando una legge che vieta la produzione e la commercializzazione della carne coltivata”.

La carne coltivata (di pollo) è già autorizzata a Singapore e in Israele (di pollo dal 2020, e di recente anche di manzo), mentre nel 2023 è arrivato il via libera dello US Department of Agriculture. Nel frattempo, le stesse aziende hanno fatto richiesta anche in Gran Bretagna e Svizzera, che stanno accelerando gli iter burocratici. In Gran Bretagna, per iniziativa dell’Università di Bristol, è nata la prima biobanca per cellule da coltivare a fini alimentari, in modo che i ricercatori possano procedere in modo più veloce e razionale, i produttori lavorare con cellule più che controllate e i consumatori sappiano esattamente che tipo di carne stanno mangiando.

I Paesi Bassi, dove tutto il settore è in grandissimo fermento, pur rispettando le leggi comunitarie, hanno varato una deroga alle stesse, per permettere i panel di assaggio, e agevolare così la familiarizzazione della popolazione con i nuovi prodotti. 

Inoltre, dopo Israele e Stati Uniti, diversi paesi come la Spagna, la Gran Bretagna e la Svizzera hanno avviato la costruzione dei primi bioreattori su scala industriale, perché danno per scontato che si giunga presto alle prime carni coltivate europee, e vogliono essere pronti, quando ci sarà da riempire i frigoriferi dei supermercati. 

Sul fronte della ricerca, poi, non passa settimana senza che non vi siano miglioramenti e proposte per coltivare proteine non solo di carne ma anche di pesce, di molluschi e perfino di insetti, e per ibridare queste proteine con quelle di origine vegetale e con i funghi. E alcune Università come la Tufts di Medford (Boston), hanno avviato il primo corso di laurea in agricoltura cellulare, per formare gli specialisti di domani.

In un mondo che crede quindi fortemente nella coltivazione alternativa delle proteine, solo i paesi dove le lobby degli allevatori determinano le scelte politiche, come l’Italia, cercano di ostacolare in ogni modo ciò che, in tutta evidenza, non si può fermare. Potrebbero comunque riuscire a rallentarne lo sviluppo o, peggio, a tagliare fuori l’Europa da un settore che, oltretutto, assicurerebbe migliaia di posti di lavoro qualificato, e sta già attirando da anni investimenti miliardari.

In che modo, lo fa capire la nota del 23 gennaio. Per esempio, i firmatari chiedono che l’agenzia per la sicurezza alimentare (EFSA) scriva le linee guida ispirandosi a quelle per l’approvazione dei nuovi farmaci: un’assurdità che nessun paese ha mai proposto prima, perché le carni coltivate sono alimenti, e in quanto tali dovranno sottostare alle già severe regole comunitarie sulla produzione di cibo, diverse rispetto a quelle, in questo contesto inapplicabili, dei farmaci. La richiesta, inoltre, non tiene conto del rapporto della FAO secondo il quale qualsiasi rischio potenziale “…è già ben noto, ed esiste altrettanto negli alimenti prodotti convenzionalmente” – non c’è quindi bisogno di sperimentazioni ad hoc, ma solo dei normali controlli. Perché non c’è alcuna ragione scientifica per pensare che la carne coltivata si comporti diversamente da quella classica, essendo costituita dalle stesse cellule.

“In un mondo che crede quindi fortemente nella coltivazione alternativa delle proteine, solo i paesi dove le lobby degli allevatori determinano le scelte politiche, come l’Italia, cercano di ostacolare in ogni modo ciò che, in tutta evidenza, non si può fermare”.

Chiedono poi una valutazione di impatto ambientale, facendo riferimento a un cosiddetto studio, del tutto screditato, condotto da alcuni ricercatori dell’Università della California di Davis finanziati dai produttori di carne tradizionale, mai uscito su una rivista peer review (dove i risultati sono cioè sottoposti a revisori anonimi, scienziati esperti del settore a cui viene chiesto di giudicare la qualità degli studi sottoposti). La ricerca era parte integrante di una campagna di disinformazione, come ha dimostrato la Changing Markets Foundation. Indicava impatti ambientali pesanti, per la carne coltivata, ed è presto diventata il mantra di tutti coloro che vi si oppongono. Esattamente come accaduto con la vicenda ormai storica della falsa correlazione tra vaccini e autismo, basata su dati inventati, pubblicati in un unico studio da un medico radiato, anche questa pubblicazione continua a rilasciare le sue emissioni tossiche. Ed è citata da chi, teoricamente, chiede pronunciamenti basati sulla scienza. 

In realtà, come attestano decine di altri studi e stime – quelli sì peer review – , rispetto alla carne proveniente da animali allevati, il calo delle emissioni è attorno all’80-90%, come quello del consumo di suolo e di acqua, e anche la necessità di energia elettrica è inferiore, come minimo del 40%.

La nota fa poi riferimento a uno degli argomenti che hanno più presa: quello delle sofferenze animali. Cita infatti l’impiego di siero fetale o FBS, cioè prelevato dai feti bovini, per i terreni di coltura. In realtà l’FBS è molto utilizzato nella ricerca di base, ma non dai produttori di carne coltivata, la maggior parte dei quali sta mettendo a punto sieri del tutto privi di sostanze animali, sia per ragioni etiche sia per motivazioni economiche, perché i sieri animali, oltretutto, sono troppo cari. Se si vuole considerare la sofferenza degli animali, si dovrebbe ricordare piuttosto che, solo in Europa, ogni anno 8,4 miliardi di animali vengono uccisi nei macelli.

“Sul fronte della ricerca, poi, non passa settimana senza che non vi siano miglioramenti e proposte per coltivare proteine non solo di carne ma anche di pesce, di molluschi e perfino di insetti”.

Infine c’è la battaglia terminologica: la nota chiede infatti che sia vietato chiamare la carne coltivata “carne” – dopo che uno scontro simile è già stato perso, in sede europea, per i sostituti vegetali della carne (ma è stata vinta in Italia, dove un apposito paragrafo è stato inserito nella famigerata legge). Il tema è centrale, perché anche per i prodotti futuri è necessario che le diciture e le etichettature siano chiare e trasparenti, per evitare ambiguità e rischi quali le reazioni allergiche. Ma è difficile pensare che si arrivi a vietare una denominazione che corrisponde alla realtà: la carne coltivata è carne a tutti gli effetti, e non si capisce come si potrebbe chiamare altrimenti. E infatti la comunità scientifica internazionale ha da tempo deciso che la denominazione corretta è carne coltivata, prodotta da agricoltura cellulare

Purtroppo la discussione arriva all’inizio di una campagna elettorale, nella quale agricoltori e allevatori, decisi a difendere fino alla fine un mondo destinato, come minimo, a un forte ridimensionamento, stanno facendo pesare tutto il loro potere, almeno in alcuni paesi. In altri, come l’Olanda e la Danimarca, si sta puntando decisamente verso la carne coltivata.

Purtroppo siamo sempre sotto elezioni, e per questo non si sente parlare molto di sostenibilità delle filiere alimentari, di innovazione o di proteine alternative, e si sente parlare in maniera ben più diffusa, invece, di tradizioni alimentari da preservare, costi quello che costi, in termini ambientali e di salute umana. Peccato che le tradizioni, in questo caso, non abbiano nulla a che spartire con la sostenibilità, con la scienza, con il futuro.

Agnese Codignola

Agnese Codignola è scrittrice, giornalista, divulgatrice scientifica. Il suo ultimo libro è Il lungo Covid. La prima indagine sulle conseguenze a lungo termine del virus (Utet, 2022).

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