Vasco Rossi - Il supervissuto, o di come diventai una vascolizzata - Lucy
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Vasco Rossi – Il supervissuto, o di come diventai una vascolizzata
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Letto, visto, ascoltato

Giada Arena

Vasco Rossi – Il supervissuto, o di come diventai una vascolizzata

Al netto di una veste indubbiamente celebrativa, la docuserie su Vasco Rossi è un prodotto sorprendente. Capita persino che, mentre scorrono alcuni materiali d'epoca, si possano avere delle epifanie.

Ammetto di aver sempre dato per scontato Vasco Rossi. Da quando esisto, lui è ovunque: le radio trasmettono le sue canzoni, i telegiornali raccontano i suoi tour trionfali, le sue frasi più suggestive vengono scritte sui muri e il suo nome tatuato sulla pelle dei fan. Vasco c’è sempre stato e, oltre a provare un generico affetto nei confronti di questa rassicurante presenza, non ho mai sentito il bisogno di approfondirlo. Ho dunque iniziato a guardare Vasco Rossi – Il supervissuto, docuserie/apologia appena uscita su Netflix, senza immaginare che ne sarei uscita vascolizzata.

Nei cinque episodi, chiaramente rivolti ai fan dall’artista, viene ricostruita la sua carriera con interviste alle persone più vicine e materiali inediti legati da un montaggio fin troppo serrato. La guida è dello stesso Vasco, il sopravvissuto – anzi, il supervissuto – che con la voce arrochita e un piglio da commedia all’italiana ripercorre settant’anni di vita spericolata piena di musica, amici, amori, droghe, figli, lutti e fan.

Ci sono gli esordi, in un’Emilia anni Settanta che è la stessa del primo DAMS, di Pier Vittorio Tondelli e degli Skiantos, terra di una rivoluzione culturale nuova e irriverente. L’anarchico Vasco allena le sue doti da intrattenitore sulle frequenze di Punto Radio, una delle prime radio libere a trasmettere in quegli anni: è lì che incontra gli amici di sempre come Gaetano Curreri (frontman degli Stadio nonché coautore di molti successi) o i chitarristi Maurizio Solieri e Massimo Riva. Intorno alle prime e già irresistibili canzoni di Vasco, nasce una comitiva di talentuosissimi scoppiati che accompagnerà il Blasco nel corso dei decenni successivi con sorprendente fedeltà.

I filmati in Super8 mostrano un palco pieno di ragazzini venuti dal nulla con i jeans stretti, le magliette lise e i capelli lunghi che, malgrado qualche virtuosismo chitarristico, suonano essenzialmente come dei punk. Davanti a queste immagini, sono stata colta dalla prima delle epifanie che hanno messo in discussione la mia percezione del Kom: a pensarci bene, lo spontaneismo del giovane Vasco Rossi è in fondo molto più punk dei Sex Pistols, notoriamente costruiti a tavolino dal manager Malcolm McLaren. Forse è una banalità, ma io, ex adolescente punk insicura che mai e poi mai avrebbe ammesso ad alta voce una cosa del genere, non ci avevo mai riflettuto.

La quintessenza artistica di Vasco, però, non è nel modo di suonare, ma nel ritornello da stadio e può trovare il suo trionfo solo nella fama nazionalpopolare – e infatti questa arriva nei primi anni Ottanta, complice la sua partecipazione, particolarmente goliardica, al Festival di Sanremo nel 1982. I media, di tutta risposta, iniziano a trattarlo da nemico pubblico: lo descrivono come un drogato, un provinciale, uno sboccato, un mezzo matto.

“Come nelle sue canzoni, quando ci innamoriamo siamo un po’ patetici, quando siamo tristi ci sentiamo accerchiati, quando siamo entusiasti vorremmo gridarlo, quando siamo soli cerchiamo qualcuno che ci assomigli”.

Vasco è un provocatore e gioca con la sua nomea, ma le leggende sul suo stile di vita da rockstar stereotipata sono quasi tutte vere: è proprio lui a raccontare che, nei primi anni Ottanta, la sua esistenza ruotava intorno al consumo di sostanze tanto da trascorrere “tre giorni sveglio e tre giorni a letto”, pronto a sacrificare la propria vita sull’altare del rock and roll. E qui c’è stata un’altra presa di coscienza: ho scoperto che quello che considero il picco creativo di Vasco, da Colpa d’Alfredo a Bollicine, è stato nutrito dal consumo smodato di anfetamine. (Lungi da me fare apologia dell’abuso di sostanze, ma da sobrio sarebbe stato difficile far uscire quattro dischi così in quattro anni.)

In effetti questa docuserie, nonostante non sia esattamente un prodotto per cinéphiles, ha il grande valore di indagare ciò che nutre l’immaginazione del cantautore italiano più amato degli ultimi cinquant’anni, un artista che, per intenderci, ha scritto in una manciata di minuti brani come Albachiara o Sally e che detiene il primato mondiale del concerto con il più alto numero di spettatori paganti, gli oltre 220mila di Modena Park.

“Le mie canzoni nascono da sole / vengono fuori già con le parole”, dice in Una canzone per te: come molti grandi artisti, Vasco sembra non riuscire a spiegare da dove venga la sua scrittura che è poesia popolare, l’ispirazione pare una magia. Ma poi trova una bella definizione e dice di scrivere pensando di parlare alla grande anima umana, quel patrimonio primitivo di emozioni che accomuna indiscriminatamente tutti noi, senza distinzioni di età, ceto o genere.

E allora tutti, come nelle sue canzoni, quando ci innamoriamo siamo un po’ patetici, quando siamo tristi ci sentiamo accerchiati, quando siamo entusiasti vorremmo gridarlo, quando siamo soli cerchiamo qualcuno che ci assomigli.

Insomma, Il supervissuto mi ha ricordato la magnificenza artistica di Vasco Rossi, tanto da spingermi a digitare su Google le parole “biglietti vasco San Siro 2024”. Mentre scrivo non sono ancora usciti, ma magari ci vediamo lì.

Giada Arena

Giada Arena è creative strategist e autrice di Lucy. Il suo podcast si chiama nuda e cruda.

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