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Salvatore Papa

A Gaza il sistema educativo è al collasso

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La distruzione quasi totale di scuole e università nella Striscia di Gaza ha riportato al centro il concetto di “scolasticidio”, la cancellazione sistematica del diritto all’istruzione. Mentre centinaia di studenti palestinesi cercano di lasciare il territorio per proseguire gli studi, in Italia i corridoi universitari attivati nel 2025 si scontrano con ostacoli burocratici e diplomatici che ne limitano l’efficacia. Tra bandi confusi, visti difficili da ottenere e partenze bloccate, il futuro accademico di molti giovani resta sospeso.

Tra le molte e pesanti eredità che il genocidio dei palestinesi rischia di lasciare alle prossime generazioni, ce n’è una che non è stata ancora codificata dalle leggi internazionali: lo scolasticidio. Il termine fu utilizzato per la prima volta nel 2009 dalla studiosa Karma Nabulsi, durante i giorni dell’offensiva israeliana denominata Operazione Piombo Fuso. Già allora, Nablusi aveva compreso che la distruzione sistematica di scuole e università in tutta la Striscia rientrava in un piano molto più ampio di quello materiale, poiché colpiva la capacità stessa dei gazawi di costruire il proprio futuro. 

“Il ruolo e il potere dell’istruzione in una società occupata” spiegava “sono enormi. L’istruzione apre possibilità, apre orizzonti. La libertà di pensiero contrasta nettamente con il muro dell’apartheid, i posti di blocco, le prigioni soffocanti. […] Mentre noi li studiamo, gli israeliani non sanno nulla di chi siamo veramente. Ma in fondo sanno quanto sia importante l’istruzione per la tradizione palestinese e per la rivoluzione palestinese. Non possono sopportarlo e devono distruggerlo”.

Oggi quelle parole ritornano in tutta la loro drammatica attualità. Secondo un rapporto del 2025 dell’European Training Foundation – l’agenzia dell’Unione Europea che si occupa di istruzione, formazione professionale e mercato del lavoro nei paesi vicini all’UE – quasi l’intero sistema scolastico e universitario di Gaza è stato distrutto o gravemente danneggiato. Nella primavera del 2025, 778 scuole su 815 – circa il 95,5% di tutte le strutture scolastiche – avevano subito danni. Lo stesso destino è toccato alle università e ai college.

Inizialmente, ci sono stati diversi tentativi di continuare le lezioni online, ma gli sforzi sono stati vanificati dalle continue interruzioni di corrente e da infrastrutture di comunicazione ridotte al minimo. In questo scenario, per molti studenti – e per migliaia di altri gazawi – l’unica possibilità rimane lasciare Gaza.

A differenza di quanto avviene in altri contesti di guerra, per i quali sono stati predisposti strumenti stabili come le borse annuali MUR-CRUI destinate a studenti con protezione internazionale, “per i palestinesi però non esistono corridoi accademici strutturati”. A sostenerlo è Elisa Ragli di PASS (Palestinian Support Student), una rete di volontarie sparse in tutta Italia, nata per accompagnare studenti e artisti palestinesi nel percorso di candidatura a borse di studio e programmi di mobilità, cioè permettere loro concretamente di lasciare Gaza.

È proprio grazie alle pressioni dal basso attivate sia all’interno delle università sia, all’esterno, da gruppi informali come PASS che a maggio 2025 è nato il progetto IUPALS (Italian Universities for Palestinian Students), pensato facilitare l’accesso degli studenti palestinesi ai corsi universitari in Italia. L’iniziativa è coordinata dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), in collaborazione con il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. IUPALS ha offerto circa 150 borse di studio per studenti residenti nei territori palestinesi, distribuite tra 41 atenei. Le borse, che si aggirano attorno ai 12 mila euro, dovrebbero coprire le tasse universitarie, l’assicurazione sanitaria e l’alloggio. Il problema, però, ripete Elisa Ragli, è che le stesse università italiane “non hanno la più pallida idea di come far uscire gli studenti da Gaza”.

“I bandi” sottolinea “sono fatti malissimo. Scadenze diverse, procedure caotiche, documenti differenti da presentare. Ma soprattutto emerge la quasi totale assenza di comprensione delle condizioni locali specifiche”.

Per ottenere un visto è, infatti, richiesto l’impossibile, ovvero recarsi in un ufficio del Consolato italiano che si trova fuori da Gaza, a Ramallah, in Cisgiordania. Stesso discorso vale per l’autenticazione dei titoli accademici, nonostante sia risaputo che nessuno possa uscire dalla Striscia. Anche solo l’invio dei documenti via mail è spesso un’impresa, perché presuppone una connessione internet stabile che, quando esiste, è un lusso.

“A parte alcuni atenei che si sono dimostrati più flessibili e disponibili cercando fondi aggiuntivi e ampliando le graduatorie con borse equivalenti,” aggiungono Laura Nozza ed Elisabetta Paolini di PASS “per la maggior parte si sono irrigiditi su una burocrazia che di fatto è stato un alibi per costringere le persone a rinunciare”.

E fuori dal perimetro delle università, la situazione è persino più fragile. IUPALS ha, infatti, lasciato scoperti i settori cosiddetti AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica), cioè le Accademie e i Conservatori, che si sono dovuti attivare con bandi ad hoc finanziati da fondazioni, associazioni e donazioni private. Per artisti, musicisti, attori e scrittori la situazione è stata quindi ancora più critica.

Così anche per Fouad Khader, musicista e operatore culturale, che già dopo i primi bombardamenti non aveva più un posto dove stare. Racconta di essere stato costretto a spostarsi più di 35 volte con la moglie e i tre figli, vivendo in rifugi, tende e strutture di fortuna, ma continuando, nonostante tutto, a lavorare con bambini e ragazzi nei centri per sfollati, tra corsi di canto, laboratori artistici e attività educative. Poi finalmente è arrivata l’occasione che aspettava da tempo: grazie all’aiuto di PASS e due borse di studio della Fondazione MERU di Bergamo e della Fondazione Finanza Etica, Fouad è riuscito a iscriversi al biennio in sound design del Conservatorio di Bologna. Tutto era già pronto, anche un alloggio messo a disposizione da una donatrice attraverso il supporto della rete Bologna per Gaza. Ma poi la situazione si è improvvisamente arenata e le comunicazioni con l’Ambasciata si sono interrotte.

Esistono però anche casi virtuosi, a partire da quello della Statale di Milano che è stata capace di assegnare 31 borse, più di qualunque altro ateneo in Europa. “Abbiamo avuto tantissime domande, più di 600” afferma il prorettore Stefano Simonetta. “È stato, quindi, molto impegnativo e anche doloroso selezionare gli idonei, perché li avremmo voluti prendere tutti. A oggi ne sono arrivati solo 21. Hanno storie drammatiche, ma sono contenti e grati e noi siamo molto orgogliosi di averli qui”.

Solo a ottobre scorso, infatti, il Ministero degli Affari Esteri italiano è riuscito a trovare una soluzione tecnica al rilascio dei visti. Dopo un accordo con l’esercito israeliano, un primo gruppo di persone è stato caricato su alcuni autobus e scortato dai droni fino al confine, dove ha finalmente ricevuto i documenti. Da lì è iniziato un viaggio lunghissimo verso la Giordania: oltre venti ore di pullman per percorrere un tragitto brevissimo, interrotto, peraltro, dagli spari dei cecchini.

Secondo quanto comunicato dalla Farnesina, grazie ai “corridoi universitari” a oggi sono arrivati in Italia 157 studenti.

“Alcuni, soprattutto tra i primi,” ricorda Ragli “erano scheletrici, c’erano casi disperati. E anche una volta arrivati, nulla è stato semplice. Tutto è continuato a ricadere sulla buona volontà della società civile. Volontari, docenti e piccole organizzazioni hanno costruito reti, raccolto fondi, trovato alloggi, accompagnato gli studenti passo dopo passo”.

Le cose non vanno meglio nel resto dell’Europa. Basti sapere che dal 7 ottobre 2023 l’Italia è il Paese dell’Unione che ha evacuato più palestinesi, circa 1650 persone. Un dato che nella sua evidente esiguità dice già molto. 

Piuttosto emblematico è stato, ad esempio, l’atteggiamento della Francia che, a seguito di alcuni messaggi antisemiti postati da una studentessa palestinese beneficiaria di borsa di studio, ha scelto di sospendere tutte le evacuazioni. “A giudicare da tutto, viene facile pensare” osserva Ragli “che da queste parti non è lo status di vittima il criterio base per ottenere aiuto, ma quello paternalistico del merito”.

Nel frattempo, a Gaza, decine di studenti e artisti (165, dice l’ultima nota della Farnesina), molti dei quali già selezionati dai vari bandi, restano bloccati dal muro della burocrazia. Alcuni, sostengono i volontari, sono addirittura morti. E con il passare dei mesi, e con il calo dell’attenzione pubblica internazionale provocato dall’ultima tregua, le cose si sono complicate ulteriormente, aggiungendo nuovi livelli di difficoltà e di cinismo.

Come ha denunciato la scrittrice Widad Tamimi, a diverse persone già nelle liste di evacuazione non è stato consentito di portare con sé i propri figli, costringendole così a rinunciare alla partenza. Una scelta, quella del Ministero degli Affari Esteri, che secondo alcuni giuristi contrasterebbe con la Convenzione europea per i diritti umani e con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Tra gli studenti e le studentesse dei Conservatori e delle Accademie, invece, nessuno è ancora riuscito a raggiungere l’Italia, sebbene a dicembre scorso la CRUI abbia diffuso una circolare che permette di includere le loro borse all’interno del progetto IUPALS.

C’è anche Nagham Karajeh, che studiava giornalismo e media all’Università Al-Israa e stava svolgendo alcune ricerche sulla condizione femminile e dell’infanzia a Gaza. Con l’inizio della guerra, racconta, l’ateneo è stato completamente distrutto e raso al suolo dall’esercito israeliano: “Dopo la distruzione dell’università non è stato possibile proseguire nemmeno a distanza: per il primo anno le comunicazioni sono state totalmente interrotte. Eravamo senza elettricità, internet e rete mobile. Non esisteva più una vita normale, le uniche attività quotidiane erano raccogliere legna da ardere e andare a prendere l’acqua”. Da mesi Nagham cerca di raggiungere l’Italia per riprendere gli studi, ma anche lei sta perdendo le speranze. È riuscita a iscriversi al Politecnico delle Arti di Bergamo, al corso di tecniche audiovisive per il web, con il sostegno del Sermig di Torino e il supporto dell’Accademia di Belle Arti G. Carrara e della Caritas di Bergamo, che si sono attivate per accogliere lei e la sua famiglia – il marito e i loro tre figli. Eppure è ancora lì. 

Osama Mansour studiava, invece, Medicina all’Università Al-Azhar. La sua situazione personale è precipitata quando la sua casa è stata bombardata: nell’attacco ha perso un fratello e una sorella, e lui e suo padre sono rimasti feriti. Nel settembre 2025 l’Università di Teramo gli ha offerto una borsa di studio per studiare Biotecnologie, ma oggi è nel medesimo limbo di Fouad, Nagham e tanti altri: “Vivo in una tenda, senza le condizioni minime per una vita dignitosa. Il valico di Rafah è quasi completamente chiuso e l’unico modo per uscire sarebbe un’evacuazione organizzata dall’Ambasciata italiana a Gerusalemme. La cosa più dolorosa” dice rammaricato “è aver visto i miei compagni di studi lasciare Gaza e iniziare il loro futuro accademico, mentre io resto qui, bloccato. Questa opportunità rappresenta non solo la continuazione dei miei studi, ma anche la mia unica possibilità di mettermi al sicuro dopo tutto quello che ho perso”.

Intanto i corsi sono già iniziati e il 31 gennaio è scaduto il termine per la formalizzazione delle iscrizioni all’attuale anno accademico. 

“I nostri ragazzi rimasti a Gaza aspettano da ottobre e tra poche settimane comincia il secondo semestre” lamenta il prorettore Simonetta. “Non hanno chiesto aiuto: glielo abbiamo offerto noi. Abbiamo fatto un bando, loro hanno partecipato e sono stati selezionati. Hanno visto partire i loro compagni e poi a un certo punto si è detto: ora basta. E questo è inspiegabile e non fa onore all’Italia. Anche perché non parliamo di migliaia di persone, ma di poche decine”.

Per sbloccare la situazione, nei giorni scorsi ha ripreso quota un appello rivolto al Ministero degli Affari Esteri e alla CRUI e firmato da docenti, volontari e associazioni affinché le procedure di evacuazione vengano snellite e i giovani studenti della Striscia di Gaza possano trovare in Italia un luogo sicuro. È possibile firmarlo qui.

Salvatore Papa

Salvatore Papa è caporedattore di «Zero» a Bologna. Si occupa e scrive di cultura, luoghi ed eventi.

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