Hanno fatto discutere le recenti dichiarazioni di Vincenzo Schettini, il docente di fisica molto seguito sui social che ha auspicato un futuro in cui monetizzare su piattaforme ad hoc il lavoro svolto per la scuola. Non è però il solo che confonde una funzione pubblica col profitto privato: in rete ormai imperversano insegnanti che postano i contenuti più diversi a partire dalle loro lezioni, spesso filmando gli studenti.
Prima o poi doveva capitare. In questa nuova era della leggibilità social, dove creator e influencer stanno precipitando nell’età del bronzo digitale, è arrivato anche il momento di sdoganare i teachtokers. Sono anni che molti docenti adottano, a vantaggio della propria didattica e del numero dei propri follower, linguaggi tipici dei creator, ma è da poco che la questione è passata dal vago entusiasmo – del tipo “che bello, avrei voluto anch’io un prof così” – all’atteggiamento di preoccupazione di fronte a quei professionisti che si atteggiano a influencer.
La polemica di questi giorni nasce da una dichiarazione del capostipite della categoria, ovvero Vincenzo Schettini, il prof di fisica dietro il profilo @LaFisicaCheCiPiace (due milioni di follower su TikTok, molti anche su YT e Ig, tre libri pubblicati con Mondadori Electa, uno spettacolo teatrale in tour per l’Italia). Durante una puntata di Bsmt di Gianluca Gazzoli, il prof dichiara che in futuro molti docenti sfrutteranno l’online per espandere la loro attività didattica, anche a pagamento, magari attraverso abbonamenti o altro. “perché la buona cultura non deve essere messa in vendita?”. Non si capisce se il suo sia un pastrocchio – confondere l’educazione aperta a tutti, come vuole la Costituzione, con le logiche del mercato del lavoro culturale – o, al contrario, una dichiarazione d’intenti. Sarà stato forse l’invito ad Atreju (dove ha partecipato, in qualità di divulgatore scientifico, a un panel contro l’uso delle droghe) a radicalizzarlo, ma a sentire le sue parole sembrano riecheggiare quanto dichiaravano Mastrocola e Ricolfi durante il Covid, quando proponevano di sfruttare la Dad per propinare in classe videolezioni dei grandi maestri della letteratura, molto più interessanti di quelle dei docenti. In ogni caso, una dichiarazione del genere svela quanto il lavoro e la divulgazione di molti teachtoker stiano spostando la figura del docente pericolosamente lontano dai valori comunitari dell’istruzione pubblica, per legittimare invece logiche di performance e guadagno.
Ma andiamo con ordine: se Schettini oggi è impegnato nei teatri per il tour del suo spettacolo “La fisica che ci piace” invece di trovarsi in classe, non è di certo un problema. Non stiamo qui a chiedere coerenza nella sua condotta lavorativa. Del resto, i docenti possono da sempre svolgere un secondo lavoro, esiste una legge che lo consente. Durante la mia carriera ho lavorato con farmacisti, ingegneri, tecnici di laboratorio, preparatori atletici, giornalisti. Per procedere con un secondo lavoro, a inizio anno il docente deve presentare in segreteria un’autorizzazione protocollata e firmata dal dirigente in cui si stabilisce che la seconda mansione non crea incompatibilità con il lavoro scolastico.
Per quanto riguarda i teachtoker di incompatibilità ce ne sono, però, parecchie. Tra queste, la più criticata dai detrattori, è stata l’abitudine – purtroppo diffusa – di filmare gli studenti in aula. Anche oggi, con la nuova circolare del ministero del 2024 che vieta l’utilizzo del cellulare in classe, molti docenti perseverano nella creazione di contenuti. I più accorti hanno smesso di farlo e hanno continuato la loro attività dentro le mura di casa, diventando a quel punto divulgatori e basta. La distinzione sembra evidente: quando sei sul palco o davanti alla videocamera di casa tua sei un divulgatore; quando entri in aula sei un dipendente pubblico investito di una funzione istituzionale.
Il concetto è però poco chiaro alla prof Barbella. Campana, docente di lingue (spagnolo, inglese e cinese), aveva iniziato il suo percorso social nel più classico e grossolano dei modi, ovvero condividendo quello che accadeva in classe senza, si presume, il consenso degli studenti. Si andava dalla pubblicazione dei voti dei compiti (che, ricordiamo, sono documenti ufficiali) col metodo “gratta e vinci”, fino al terribile trend “aspettativa contro realtà”.
A inizio anno, tutti i genitori sono tenuti a firmare una liberatoria per il consenso a riprese audio e video a scopo didattico dei loro figli – la cui condivisione può avvenire solo sulle piattaforme didattiche – ma non è questo il caso della prof Barbella, che ha utilizzato a lungo questi contenuti per aumentare l’engagement del suo profilo, che oggi conta più di cinquecentomila follower su TikTok.
Col tempo, e con la circolare del 2024 del ministro Valditara, ha dovuto suo malgrado ridimensionare la sua attività da creator e riposizionarsi: niente più video in classe, niente più caciara (un tempo sfruttava molto anche il napoletano dei suoi studenti e una certa faciloneria nei discorsi di incoraggiamento), oggi Barbella si presenta come esperta di metodologie didattiche e divulgatrice di temi che spaziano dall’orientamento scolastico al dibattito sull’abolizione della votazione numerica.
Come raccontato sulla pagina Instagram @cruxdesperationis, tra i primi detrattori illuminati a problematizzare la categoria teachtoker, molti post della prof Barbella appaiono pubblicati in collaborazione con un secondo account: “Metriotes Lab. Associazione Promozione Sociale”.
Nel 2023, su questo secondo profilo della prof comparivano esclusivamente foto di modelle che indossavano maglie e completi, gli stessi capi che la prof sfoggiava in alcuni video pubblicati sul suo profilo ufficiale. Ogni tanto, nei commenti ai post, appariva un link – profbarbella.it – che rimandava a uno shop online dove erano in vendita proprio quegli stessi articoli di abbigliamento.
Forse anche la prof, come fanno molti creator su TikTok, si era organizzata con uno shop online, soprattutto ora che la piattaforma non paga più semplicemente in base alle visualizzazioni? Non c’è nulla di male se un docente apre uno shop online – ho visto bidelle mercanteggiare borse e ricami sottobanco – o se apre un canale OnlyFans – cosa che qualche tempo fa aveva scandalizzato i genitori di una scuola primaria a Treviso. Se è vero che uno dei grandi problemi della scuola sono gli stipendi bassi dei docenti, la questione qui è etica: è giusto sfruttare studenti e spazi pubblici e abusare del proprio ruolo istituzionale per alimentare l’algoritmo di una piattaforma votata alla monetizzazione sulla produzione massiccia di contenuti? Davvero vogliamo associare la figura del docente, dell’educatore, alle logiche del profitto che caratterizzano gli influencer? Pur ammettendo l’esistenza del secondo lavoro, che fine ha fatto il concetto di incompatibilità?
Tutti abbiamo avuto esperienze negative a scuola. Abbiamo incontrato docenti severi, assenteisti, poco empatici, talvolta ingiusti. È anche su questa memoria condivisa che si innesta il successo dei teachtokers: fanno leva sulla nostra insoddisfazione e si presentano come l’alternativa, come il docente che avremmo voluto avere o che vorremmo per i nostri figli.
Propongono una retorica motivazionale che sugli schermi funziona perché isolata dal suo contesto: pochi minuti ben montati, una battuta efficace, un discorso motivazionale. A Napoli un’amica mi ha mostrato un docente che si riprende mentre spiega in classe ostentando il suo napoletano. Ma quella porzione di realtà nasconde la complessità del lavoro didattico – fatta di conflitti, stanchezza, tentativi, relazioni difficili. Questo non assolve i cattivi insegnanti che abbiamo incontrato, spiega però perché una narrazione imparziale trovi terreno fertile.
Ad aggravare la questione, poi, ci sono i cascami del fenomeno. Di fronte ai divieti dell’uso dello smartphone, qualcuno si attrezza per aggirarli. Nascono così i docenti che girano vlog della loro daily routine: niente studenti ma elenchi di mansioni – fotocopie, caffè al bar con la collega di spagnolo, un saluto alla 3C, pranzo con pane di segale e kefir all’avena e, nel pomeriggio, riunioni – patinate e commentate da una voce fuori campo. Scrollando su Tiktok mi è capitato già due volte di imbattermi in ex colleghi che si dilettano nella creazione di contenuti dove spiegano le equazioni. Mi è capitato perfino un video in cui un docente ballava con le sue alunne sulle note di un pezzo di Elodie.
Finché si tratta di goliardia può anche andar bene: ogni docente ha il proprio senso del pudore. Sta poi alla dirigenza occuparsi degli usi impropri degli smartphone. Ma se i dirigenti appoggiano il modello influencer – come nel caso della prof Barbella – si assumono una grossa responsabilità: quella di confondere l’attività educativa con quella della performance e della vendibilità. “Se a scuola abbiamo la prof più amata d’Italia avremo più iscrizioni” è un ragionamento demoralizzante, un altro tassello che complica un sistema già fragile.
Se c’è un motivo per cui ho iniziato a insegnare dieci anni fa era proprio per sottrarmi alle logiche agonistiche dell’azienda e vivere il lavoro dentro una dimensione relazionale, comunitaria, collegiale.
L’idea che un giorno, oltre alle scartoffie burocratiche, dovrò produrre contenuti per dimostrare di essere all’altezza del ruolo che ricopro mi appare come una distopia. Una scuola in cui si compete per visibilità invece che per qualità educativa non è la scuola che ho scelto.
Quella, se mai dovrà esistere, la lasciamo volentieri a chi si è perso tra follower e percentuali di engagement.