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Enrico Deaglio

Ludwig ha vinto. “Fuoco Nero” di Alessandra Coppola racconta come

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E lo fa con una scrittura originale, ricordando le vittime degli omicidi oramai dimenticate.

Purtroppo soffro di una deformazione professionale; mi occupo, ormai da decenni, di “misteri italiani”, ovvero quel mondo di stragi, complotti, colpi di stato che costituiscono l’humus su cui è cresciuta l’Italia moderna. Come tutti gli altri affetti da siffatta tossicodipendenza, sono alla ricerca della “Verità”, che siamo convinti entità superiori – la CIA, la P2, il Terzo Livello… – ci vogliono negare; ci nutriamo di faldoni giudiziari dimenticati, archivi abbandonati, intercettazioni telefoniche in dialetto stretto, ma – come i vampiri tornati oggi di moda con Sinners –  abbiamo bisogno continuo di sangue fresco che ci trasformi in portatori sani di verità che non lo sono, in depistatori inconsapevoli… Il corpus che abbiamo di fronte è sterminato: i social, le memorie dei magistrati (tutti bravi, eh) e dei pentiti; lo stile, in genere, ricalca le veline della questura, è banale e piatto; però è un’industria. 

Questa premessa  per dire che ho cominciato a leggere Il fuoco nero. Storia della banda neo nazi Ludwig, di Alessandra Coppola, con un po’ di riluttanza. “Eccone un altro”, ho pensato. Nel nostro ambiente tossico, di libri che trattano dei misteri dimenticati italiani ne escono uno ogni quindici giorni. D’altra parte siamo il paese che ha reso croniche le commissioni stragi (una volta si diceva che al centralino della Commissione, ti rispondeva una voce di donna annoiata e strascicata: “Stragi…. Dicaaaa”).

E però, lo si capisce subito, il libro di Alessandra Coppola è diverso. Dev’essere perché Alessandra, nata e cresciuta a Napoli, capitale di un sud abituato al fantastico e al dubbio, e poi trasferita a Milano, in un mondo grigio e meccanico, ha nelle sue corde un modo di scrittura del tutto originale. Oppure dev’essere perché va dove altri hanno smesso di andare (un po’ come Truman Capote con In cold blood, vero e proprio atlante geopolitico di un’America sconosciuta, nei suoi criminali, così come nelle sue vittime); oppure perché ha annusato gli odori di cucina che piacevano tanto a Simenon e al commissario Maigret.

La storia che racconta, datata alla fine del secolo scorso, una piccola “memoria collettiva” la ricorda, ma vagamente. Nel nord est italiano, ma con propaggini fino a Milano (una provincia scossa dalla guerra fredda, le bande armate e dall’eroina) ci fu – in mezzo alle grandi stragi di piazza Fontana, e poi di Brescia e di Bologna – l’oscura attività di un gruppo “neonazista” che firmava le sue azioni con volantini in caratteri runici – la legge di Ludwig –  con un’aquila tenente tra i suoi artigli una svastica e Gott mit Uns come motto. Questo lugubre messaggio venne trovato, a mo’ di rivendicazione, per l’uccisione di due frati di campagna, padre Gabriele e padre Giuseppe, settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico, ammazzati a coltellate, per l’uccisione di un rom senza fissa dimora a Verona, nei pressi di una discoteca incendiata a Monaco di Baviera e, soprattutto per l’incendio del cinema “a luci rosse” Eros a Milano, il 14 maggio 1983, in cui morirono sei persone, che il volantino di  Ludwig definì “pervertiti, meritevoli di punizione”.

Li beccarono, infine, mentre erano al lavoro: i due (sebbene i testimoni riferiscono di aver visto tre uomini al Monte Berico e ancora tre uomini a Verona) stavano rovesciando benzina sulla moquette, per fortuna ignifuga, di una discoteca di Castiglion dello Stiviere, era il marzo 1984; la loro azione avrebbe potuto provocare decine di morti. Erano due ragazzi della Verona super ricca, Marco Furlan e Wolfgang Abel (tedesco di nascita), belli e di gentile aspetto, legati a circoli neonazisti, ammiratori del filosofo Julius Evola, seguaci di sette esoteriche, invasati, convinti di essere protetti e impuniti. Nei loro volantini si dichiarano nazisti, inviati da Dio (Gott mit uns) per purificare il mondo dalla sua depravazione; le loro amicizie, si scoprirà, erano tutte nel mondo di un folto gruppo di giovani di una Verona, di una Padova, di una Brescia, molto attratti (in anni di contestazione e liberazione) da idee reazionarie, copiosamente diffuse in provincia da personaggi come Pino Rauti, Franco Freda, Carlo Maria Maggi e tutti gli altri che rispondevano (come la giustizia molto faticosamente scoprì – ma con cinquant’anni di ritardo) ad un progetto ideologico piuttosto corposo, che purtroppo rivediamo nei simboli, nelle idee molto simili a quelle avanzanti in questo secolo. Si può aggiungere, però, che se la società civile – o anche solo la giustizia o la polizia o il giornalismo – non si accorse del fenomeno, questo era però ben noto all’Arma dei Carabinieri, di stanza a Verona con importanti compiti di difesa NATO di fronte alla prevista avanzata sovietica. Un ragazzo allora sedicenne, tale Marco Toffaloni, detto Tomaten perché aveva le gote rosse, è oggi, nel 2026 (!) sotto processo come colui che ha materialmente depositato la bomba in piazza della Loggia: agiva sotto l’egida dell’allora capitano, poi colonnello, poi generale dei carabinieri Francesco Delfino (e chissà se questo nome vi ricorda qualcosa…); un altro, il ventunenne Silvio Ferrari, quello che morì dilaniato dall’esplosione prematura della bomba che trasportava, era al servizio dello stesso futuro generale, cui forniva fotografie dei camerati che frequentava… 

Insomma, certe idee – il nazismo, l’arianesimo, l’antisemitismo – erano pane quotidiano tra i rampolli della borghesia del nord est. Ludwig apportò, all’ambiente, una novità che costava poco: il fuoco purificatore, ovvero la tanica di benzina.

“Li beccarono, infine, mentre erano al lavoro: i due (sebbene i testimoni riferiscono di aver visto tre uomini al Monte Berico e ancora tre uomini a Verona) stavano rovesciando benzina sulla moquette, per fortuna ignifuga, di una discoteca di Castiglion dello Stiviere”.

Il libro di Alessandra Coppola non spulcia segreti perduti nelle carte giudiziarie; fa piuttosto entrare in scena, con un brillante artificio letterario, personaggi veri che sembrano venire dal nulla: compare un vecchio sodale diventato un pacioso professionista; una strana donna, con evidenti poteri di seduzione, chiamata “sorella”, che ha due aiutanti, “fidanzato uno” e “marito due”, una setta che viene dall’oriente e porta pratiche esoteriche. Sembra la trama dell’originario Twin Peaks  di David Lynch – e il libro dovrebbe essere letto con il sottofondo della agghiacciante colonna sonora composta da Angelo Badalamenti, che scandisce i segreti di quel piccolo paese pulito, quasi in Canada, per scoprire i rapporti inconfessabili  tra padri e figlie. Lì, l’agente Cooper li andava cercando sotto le unghie delle ragazze morte; qui, per capire Ludwig – o perlomeno intuirlo – si sono mobilitati molti psichiatri, che hanno dichiarato la parziale infermità mentale dei due ragazzi, cui è seguito – siamo in Italia, pur sempre – il pentimento,  il percorso di riabilitazione e persino, per Furlan (Abel è morto in un incidente domestico), nel 2018, ospite in una comunità,  l’abbraccio di papa Francesco, al quale probabilmente nessuno aveva detto che a Padre Bison, a Trento, era stata riservata una fine “vampiresca”, di cui venne data la seguente spiegazione in una trasmissione televisiva:

Padre Bison fu ucciso da un punteruolo sormontato da un crocifisso, perché?

Voleva essere un simbolo di condanna

Perché, che aveva fatto?

A parer nostro non seguiva il vero Cristianesimo

Anticipatori di uno scisma nella Chiesa, in sostanza….

Dell’uccisione dei frati al Monte Berico e di Padre Bison  a Trento non restano che targhe sbiadite. Non è stata riservata loro la pratica per la beatificazione o la canonizzazione.

In realtà nessuna delle vittime di Ludwig è ricordata, e dire che alle loro azioni sono addebitati quindici omicidi. Nessuno ricorda il barbone cui venne dato fuoco in macchina, il cameriere ucciso perché omosessuale, la prostituta perché prostituta e, dal momento che il gruppo Ludwig non è mai stato riconosciuto come terrorista, nessuno compare negli elenchi ufficiali delle vittime del terrorismo. E nessun parente ha mai ricevuto alcun risarcimento. Oggi si direbbe che Ludwig lottava contro la cultura woke.

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E questo vale, soprattutto, per i sei morti del cinema  Eros, che allora, nel 1984, era situato al numero 101 di viale Monza, Milano, dove adesso ha sede la Chiesa Evangelica dello Spirito Santo, filiazione della potente Brasiliana Universal, ma che nel fatale pomeriggio di 40 anni fa proiettava Lyla profumo di femmina. La descrizione di questo luogo è l’inizio e la fine del libro, in una Milano ormai mezza cassintegrata dove i cinema a luci rosse sono tra i pochi luoghi in cui passare i lunghi pomeriggi per una classe operaia non più vincente.

Mi ricordo che negli anni Ottanta lavoravo per un settimanale che mi mandò, insieme al mio amico Toni Capuozzo, ad intervistare gli spettatori dei cinema a luci rosse. Naturalmente, nessuno accettava di parlare, ma a Toni capitò un tipo estroverso a cui chiese: “Scusi, ma lei, quando torna a casa, si sente più voglioso di fare l’amore con sua moglie?” E quello lo guardò un po’ triste: “Perché? Se vado a vedere un film western, poi torno a casa e mi metto a sparare?”

Nessuno li volle ricordare, forse perché troppo scomodo. Ludwig aveva vinto.  

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio è giornalista e scrittore. Ha collaborato con «il manifesto», «Epoca», «L’Unità» e altre testate. Ha diretto «Lotta Continua» e «Diario». Tra i suoi libri, Patria 1978-2008 (il Saggiatore, 2010) e, assieme a Ivan Carozzi, i primi due volumi del progetto C’era una volta in Italia (Feltrinelli, 2023).

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