Dal ciclone Harry alle continue frane, passando per alluvioni, mareggiate ed erosione costiera: la Sicilia è ormai un laboratorio permanente della crisi climatica e dell’inerzia politica.
30 gennaio 2026, Letojanni, versante ionico della provincia di Messina.
Un video ritrae un gruppo di uomini calpestare detriti e assi di legno nei pressi di un litorale sabbioso. Una serie di palme, traballanti ma ancora in piedi, fanno da sfondo mentre, al centro della scena, camminano Matteo Salvini e Cateno De Luca. Il primo, si sa, è il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e segretario del partito Lega, già senatore, deputato ed europarlamentare. Il secondo è l’attuale sindaco di Taormina, segretario e fondatore del partito Sud chiama Nord, già sindaco di Messina, di Santa Teresa di Riva e di Fiumedinisi, oltreché deputato regionale per due mandati.
In questa zona della Sicilia orientale, De Luca ha costruito nel tempo una solida base elettorale, incarnando una sintesi peculiare tra il vecchio fare democristiano e l’individualismo populista del nuovo millennio, fondato sull’iper-esposizione mediatica e social. Attraverso un meccanismo rodato di elezioni, buon governo cittadino, dimissioni pilotate e candidature di uomini a lui vicini, il leader classe 1973, originario di Fiumedinisi, ha dato vita a quello che osservatori e oppositori definiscono ormai “sistema De Luca”, allineato in molti punti, ideologici e comunicativi, con l’attuale compagine governativa.
“Quindi chiarito che si va veloci e spediti” premette De Luca nel video, scandendo le sue parole con ampi gesti delle mani. “A livello di money come siamo combinati invece?” aggiunge. “I primi cento (milioni, ndr) ci sono. Abbiamo chiesto la conta dei danni per capire di cosa stiamo parlando” tenta di rispondere Salvini, che è subito interrotto dal suo interlocutore. “Due miliardi e mezzo” stabilisce De Luca. Il ministro strabuzza gli occhi. “Ehhh”, risponde, lasciando trapelare tutta l’assurdità della richiesta. De Luca corregge subito il tiro: “Dentro ti metto anche Niscemi!”. “No, toglila”, replica il Ministro. “Sono comunque due miliardi, ministro”, ribatte De Luca e poi domanda: “Noi per il primo maggio abbiamo puntato sulla festa del mare: ce la facciamo a farla?”.
Gli argomenti di questa conversazione, che pare una trattativa medievale tra signorotto e feudatario, sono la conta dei danni del ciclone mediterraneo (o medicane) Harry e le tempistiche della ricostruzione. Tra il 18 e il 21 gennaio raffiche di vento oltre i 110 km/h, piogge torrenziali e onde tra le più alte mai registrate nel Mediterraneo – fino a quasi sedici metri – hanno investito il Sud Italia e la Sardegna. La Sicilia, in particolare la fascia ionica, è stata l’area di massima intensità di un evento che rientra a pieno titolo nella categoria scientifica degli eventi climatici estremi.
“Se un fenomeno simile si fosse verificato tra il 1950 e il 1987, sarebbe stato significativamente più debole”, sintetizza lo studio su Harry condotto da ClimaMeter, consorzio scientifico internazionale coordinato dall’Institut Pierre-Simon Laplace e composto da ricercatori di tutta Europa. Secondo l’analisi, pubblicata il 26 gennaio, il ciclone “è stato reso più intenso dal riscaldamento globale di origine antropica”, un processo che in Sicilia si traduce in un aumento strutturale delle temperature medie compreso tra uno e due gradi rispetto al periodo preindustriale. Può sembrare una variazione irrilevante, ma è in questo minimo scarto che una pioggia intensa si trasforma in un’alluvione, una mareggiata invernale in un’onda che scavalca i lungomari, i normali fenomeni stagionali in eventi estremi, sempre più frequenti e poderosi. Come documentano le analisi del Copernicus Climate Change Service e i rapporti dell’IPCC, un incremento di questo tipo equivale a “un raddoppio della frequenza e dell’intensità degli episodi di pioggia estrema”.
Il clima, insomma, è già più letale e dannoso rispetto al passato e questo è risultato evidente lungo il litorale siciliano. Da Santa Teresa di Riva, comune della provincia di Messina con poco meno di diecimila abitanti, fin dal 20 gennaio hanno iniziato a rimbalzare sui social video di mareggiate fuori scala, chilometri di lungomare sventrati, la schiuma delle onde tra le auto parcheggiate, i binari della ferrovia rimasti sospesi nel vuoto. In uno dei momenti più drammatici, un’ambulanza del 118 inviata per un soccorso è stata investita da un’onda anomala mentre era ferma sul lungomare, danneggiandosi e mettendo a rischio l’intervento sanitario. Neanche il tragicomico video di De Luca travolto dall’acqua marina nel corso di una delle sue consuete dirette Facebook è riuscito a spostare l’attenzione nazionale, politica e mediatica, sull’evento climatico in corso.
In quei giorni, l’unico quotidiano nazionale cartaceo a dare la notizia in prima pagina è stato il «Corriere della Sera». Lo ha fatto il 22 gennaio, il giorno dopo la fine del ciclone, titolando: “Onde di 16 metri. In Sicilia danni per 500 milioni”. Anche l’interesse del governo nazionale è arrivato fuori tempo massimo. Il Consiglio dei ministri ha affrontato la questione il 23 gennaio, a emergenza ormai conclusa. Prima ancora di qualsiasi sopralluogo ufficiale, la prima preoccupazione pubblicamente espressa dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini è stata quella di mettere le mani avanti sui fondi del Ponte sullo Stretto: “Non possiamo togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani. I finanziamenti per il ponte non si toccano”. Poi, di nuovo, il silenzio fino al 27 gennaio, quando le immagini della frana di Niscemi si sono imposte sul dibattito pubblico. I video di una città che si sbriciola lungo un burrone di quattro chilometri hanno infine smosso le acque, portando sull’isola le massime cariche dello Stato.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sorvolato il comune nisseno in elicottero la mattina del 28 gennaio. Una visita dall’alto, documentata su Instagram attraverso un montaggio curato della giornata trascorsa con i vertici della Protezione civile. Un passaggio rapido e simbolico che ha segnato l’ingresso ufficiale dell’emergenza siciliana nella comunicazione governativa nazionale, con un ritardo di almeno una settimana dalla fine del ciclone. Nei giorni successivi è stato Salvini a recarsi nei luoghi più colpiti lungo la costa ionica messinese, effettuando sopralluoghi tra lungomari devastati, stabilimenti danneggiati e attività commerciali in ginocchio. “Un conto è seguire tutto dall’ufficio, un conto è vedere con i propri occhi”, ha dichiarato, definendosi “colpito dalla devastazione”.
“Per giorni, quello che è accaduto qui non ha interessato nessuno”, racconta Danilo Lo Giudice, sindaco di Santa Teresa. “Per questo ho chiesto aiuto sui social, con un video che ha raggiunto cinque milioni di visualizzazioni. Da lì è partita una mobilitazione spontanea: cittadini, amici, persone da tutta Italia hanno iniziato a scrivere alle redazioni, a contattare giornalisti e trasmissioni”.
All’indomani del passaggio di Harry, Santa Teresa di Riva si è ritrovata senza acqua né energia elettrica, con una stima dei danni pari a circa 60 milioni di euro. “Uno scenario quasi di guerra”, secondo il sindaco. “A memoria d’uomo non si ricorda nulla di simile. Solo il lavoro di preallerta della Protezione civile, che ha funzionato perfettamente, ha evitato conseguenze irreparabili”. Dopo quindici giorni necessari a ripristinare i servizi essenziali, la comunità sta lentamente tornando alla normalità, senza aver registrato vittime, una circostanza tutt’altro che scontata. Il litorale ionico messinese, del resto, è già stato teatro di eventi ben più letali.
La ferita più profonda resta l’alluvione del primo ottobre 2009, quando un nubifragio durato poche ore trasformò un’intera collina in una colata di fango che travolse Giampilieri Superiore, Scaletta Zanclea e le aree limitrofe. Trentasette morti, oltre duemila sfollati, palazzine crollate, residenti intrappolati per giorni. “Io non faccio polemiche ma cerco di risolvere i problemi”, dichiarava allora il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, aggiungendo: “È evidente che non possiamo essere noi a risolvere i problemi di dissesto idrogeologico creati dall’abusivismo edilizio”. Erano passati meno di sei mesi dal terremoto dell’Aquila. La propaganda sulla ricostruzione del capoluogo abruzzese rimbombava ancora nel dibattito politico globale: tre mesi prima il G8 aveva portato in Abruzzo Obama, Merkel, Sarkozy, Gheddafi e Putin. Sulla comunità messinese, invece, i riflettori non si sono mai accesi.
Il pomeriggio di domenica 4 ottobre 2009, mentre a Giampilieri si stavano ancora recuperando cadaveri dal fango, gli appassionati di calcio si sono sintonizzati sui canali sportivi nazionali. Quel giorno, però, soltanto sui campi di Bari-Catania e Palermo-Juventus calciatori e arbitri, raccolti in cerchio, hanno osservato un minuto di silenzio, accompagnati dalle curve insolitamente mute del San Nicola e del Barbera. Altrove, invece, si è giocato regolarmente, senza alcuna commemorazione. L’unica eccezione: Bergamo, dove prima di Atalanta–Milan l’arbitro Rocchi ha disposto di celebrare il minuto di raccoglimento, a causa di quello che il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, il giorno dopo ha definito “un difetto di coordinamento”. Il minuto di commiato, infatti, era stato previsto per le sole squadre siciliane.
La mattina del sabato successivo, uno scroscio di applausi ha rotto il silenzio in cui si era trincerata Messina per giorni. Alle 10.40 del 10 ottobre 2009 le bare delle 21 vittime rinvenute fino a quel momento facevano il loro ingresso in un Duomo gremito. Tra i familiari delle vittime dell’alluvione sedeva Antonio, camionista, sopravvissuto perché in viaggio per lavoro: la frana gli ha inghiottito l’esistenza, uccidendo la moglie Maria Letizia e i due figli, Francesco, di due anni, e Lorenzo, di sei.
Presenti le istituzioni: dall’allora Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, all’attuale governatore, Renato Schifani, in qualità di Presidente del Senato. Non poteva mancare il Capo del Governo, Silvio Berlusconi, il quale, secondo un’agenzia di Apcm, subito dopo la cerimonia funebre “è uscito dalla chiesa seguendo le bare e dribblando i cronisti che lo attendevano dall’ingresso laterale”. Successivamente, quando stava per raggiungere la sua auto, “gli è stato urlato dalla folla: Assassini, è colpa vostra”.
Sembra paradossale, ma per un territorio che soffre di siccità sistemica l’acqua può essere un’insidia. Secondo i dati di ISPRA, in Sicilia quasi 100mila persone risiedono in aree ad alta pericolosità idrogeologica. Le mappe del Piano di Assetto Idrogeologico della Regione Siciliana collocano ampie porzioni della fascia ionica in classi di rischio elevato o molto elevato, mostrando come la conformazione stessa del territorio favorisca scorrimenti e colate durante le piogge intense. A fare da amplificatore intervengono poi gli incendi boschivi estivi, che riducono la capacità di assorbimento del suolo.
Tuttavia, il ciclone Harry ha dimostrato che non è solo l’acqua piovana a costituire una minaccia per le comunità della fascia ionica, ma anche quella del mare. Tra il 2010 e il 2023, in Sicilia sono stati registrati oltre 150 eventi atmosferici estremi, tra piogge intense e mareggiate, e le coste della Sicilia sono sempre più fragili di fronte all’innalzamento del livello del mar Mediterraneo, pari a oltre 3,7 millimetri l’anno dal 2006 al 2018. Altri numeri: più del 75 per cento del litorale è oggi a rischio erosione, con ampi tratti classificati a pericolosità molto elevata per la progressiva perdita di spiagge. A Santa Teresa di Riva, come spiega il sindaco, è prossimo l’avvio di un progetto da circa 9 milioni di euro per la difesa della costa, che consiste nell’apposizione di barriere frangiflutti e nel rifacimento dell’arenile.
Poco più a nord, procedendo verso Messina, a Galati Marina le mareggiate sempre più violente e vicine alle abitazioni costituiscono un annoso problema. “All’inizio ci dicevano che erano eventi eccezionali. Io da otto anni ripeto che non lo è. Le mareggiate arrivano ogni inverno, sempre nello stesso periodo e con la stessa violenza” racconta Giulia Ingegneri, presidente del comitato “Salviamo Galati Marina”, nato nel 2019 dopo l’ennesima devastante invasione del mare.
“Quando ero bambina, davanti casa c’erano quasi duecento metri di spiaggia. Nel 2017 ne restavano una trentina e dal 2018 la spiaggia è scomparsa. Il mare è arrivato dietro i cancelli dei giardini” prosegue. Il comitato nasce dalla sensazione di abbandono della comunità della piccola frazione messinese: “C’era già un progetto, con fondi stanziati tra il 2017 e il 2022, ma non si muoveva nulla. Si interveniva solo in emergenza, e a ogni mareggiata si accumulavamo nuovi danni. Così abbiamo fondato il comitato, organizzando manifestazioni, raccolte fondi, cercato attenzione mediatica”.
Solo nel 2022, dopo pressioni continue sugli enti regionali e comunali, è stato approvato un progetto per la realizzazione di “pennelli frangiflutti” su circa seicento metri di costa, tra Santa Margherita e Galati Marina. “Harry ha fatto danni anche da noi. Sono crollati muri e si sono allagate cantine, ma senza quei pennelli il mare sarebbe entrato direttamente nelle abitazioni”. A seguito del ciclone, però, l’opera di contenimento del mare è, di fatto, distrutta, nonostante da qualche mese sia attivo un bando da 1,56 milioni di euro per il suo potenziamento. La politica, insomma, non ha tenuto il passo della crisi climatica.
“Molte case originariamente abusive sono state condonate nei decenni e non si può accusare oggi chi vive in abitazioni sanate o costruite seguendo leggi spesso ambigue. L’unico dato incontestabile è che le case che oggi sono sulla spiaggia, settant’anni fa erano a duecento metri dal mare” sostiene Ingegneri, respingendo l’idea che l’abusivismo edilizio sia la causa principale. “Santa Teresa, Galati, Santa Margherita vivono di mare e di turismo. Se perdiamo le spiagge perdiamo l’economia. Qui non muoiono solo le persone: muore un territorio”.