I due genocidi sono insieme uguali e diversi nella loro disumanità. Non è un caso, infatti, che le parole di Primo Levi si prestano benissimo a descrivere la tragedia di Nassim al Radhi, un uomo che il regime israeliano ha incarcerato, torturato e a cui ha brutalmente assassinato tre figli.
Il testo è la trascrizione di una lectio tenuta da Paola Caridi il 26 gennaio per la quarta edizione de “Le parole di Hurbinek“. La rassegna culturale si svolge ogni anno a Pistoia, trasformando il Giorno della memoria in “Giornate della memoria. Scuola, teatro, lezioni civili”. L’edizione appena conclusa ha avuto al centro la parola Fuga.
Si chiama Nassim al Radhi. È giovane, l’espressione del suo viso è piena, all’inizio, della timidezza di fronte a una videocamera. È una timidezza che, col passare dei secondi e del suo racconto, lascia il posto a un dolore dignitoso e così profondo da essere quasi impercettibile.
Porta un cappello con la visiera di quelli all’americana, di quelli che anni fa si sarebbero chiamati ‘da baseball’. Le mani sono grandi, non certo mani da ricamatrice. Piuttosto mani di chi lavora la terra. Nassim Mourid al Radhi, però, è definito dalle cronache un impiegato pubblico, meglio, un impiegato governativo della città di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza. Famosa, prima del genocidio, per i sicomori e le fragole e gli ortaggi e gli alberi. Beit Lahia è la cittadina palestinese più prossima al confine con Israele. A nord del confine tutto umano, c’è Ashkelon, l’antica Asqalòn, e i sicomori.
Nassim al Radhi faceva parte della burocrazia locale di Gaza. Dunque, di quell’amministrazione di Hamas che governava la Striscia come si può governare una prigione a cielo aperto. Fuori la potenza occupante, Israele. Dentro il governo, l’amministrazione, la leva fiscale, la forza militare, e infine sempre più – nel corso degli anni più recenti – il regime di Hamas. Nell’intervista postata su Instagram, Nassim al Radhi non dice se fa parte di Hamas. La barba che gli incornicia il viso da giovane uomo sottende, molto probabilmente, una vicinanza al mondo islamista. Chi è di Hamas, però, non sceglie quel tipo di taglio della barba. E io scandaglio il breve video, con una singolare attenzione, un’attenzione di cui provo quasi vergogna, di fronte a un oggetto d’indagine distante, a prima vista smaterializzato, eppure colmo di tutto ciò che riconosciamo umano.
Mi soffermo persino sulla barba, sì, sul taglio di quel taglio che lascia scoperte le guance e incornicia in basso il viso, per provare a capire. Avevo visto quel tipo di barba sui visi dei ragazzi vicini al Jihad Islamico. Forse. Voglio provare a farmi una ragione per quello che è successo a Nassim al Radhi. Per quello che gli è stato fatto, prima dalle forze armate israeliane, e poi dai carcerieri e torturatori israeliani.
È solo, però, un lungo momento di fragilità. Poi la coscienza, forse potremmo anche solo chiamarlo senso dell’umano o del prossimo mio, riprende per fortuna il sopravvento.
Nulla, proprio nulla, niente giustifica ciò che è successo a Nassim al Radhi.
“Sono padre di quattro bambini. Ma tre sono stati martirizzati”.
Tre dei suoi quattro bambini sono stati uccisi con un attacco mirato dell’aviazione israeliana sulla casa in cui si trovavano con la loro madre, anche lei ammazzata dal missile. Attacco mirato. Ce ne sono stati tanti, troppi, incalcolabili, in questi oltre due anni di genocidio. Quei tre bambini, tre dei quattro figli di Nassim al Radhi, fanno parte della schiera degli almeno ventimila bambine e bambini palestinesi uccisi da Israele. Non da Netanyahu. Dallo stato di Israele.
E il padre li mostra in una foto così normale. Scorre la foto sul suo smartphone, zoomma su ogni volto, ogni figlia e figlio, dice “lei è Samaa”, l’unica sopravvissuta, le chiama con i diminutivi che ognuna di noi usa in famiglia. Dietro i bambini, un muro bianco, e loro quattro a scaletta, dal più grande alla più piccola, che fa la faccia più buffa del mondo. Mohammed, Shaima, Samaa, Saba. Ed è insopportabile saperla in un sudario. Il corpo sicuramente dilaniato dal missile.
Uno degli ufficiali israeliani, nel carcere in cui Nassim al Radhi è stato imprigionato, torturato, interrogato, in cui ha subito violenze psicologiche e fisiche, e poi rilasciato dopo 23 mesi di detenzione, glielo aveva detto. L’ufficiale dell’intelligence glielo aveva detto, quando Nassim al Radhi si era rifiutato di fare il collaborazionista. L’informatore per gli israeliani. La pagherà la tua famiglia, tua moglie e i tuoi figli. “Ti farò piangere la loro morte”, aveva detto. Ma Nassim non aveva pensato fosse una minaccia reale. Solo un modo per costringerlo a cedere.
“Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso”. Nassim ha negato il suo consenso, e a spiegarne il senso – con la sua potenza quasi dimessa – è Primo Levi, in uno dei passi-cardine di Se questo è un uomo, che ho riletto qualche giorno fa dopo decenni, dopo la prima lettura da preadolescente. Qualche giorno fa, anzi, c’è stata per me una rinnovata prima volta. Cioè la lettura di Se questo è un uomo dopo, anzi, durante Gaza. Stavolta, con un mare di mezzo che rende Gaza lontana quanto la luna, i nostri occhi hanno visto uno sterminio ogni giorno, come un appuntamento quotidiano nell’orrore. E non è possibile, anzi, è impossibile immergersi nella descrizione minuziosa del campo di sterminio senza pensare a tutto quello che i nostri occhi hanno visto di Gaza. A distanza, anche stavolta, ma in diretta, dalla viva voce dei sopravvissuti, attraverso le immagini dello stillicidio che va letteralmente in onda da oltre 800 giorni e 800 notti.
Nassim al Radhi aveva provato la crudeltà già quando lo avevano arrestato, nella scuola divenuta rifugio dove aveva trovato un ricovero con la sua famiglia, nei primi mesi del genocidio. Lo avevano preso, lo avevano umiliato di fronte a moglie e figli. “Ero sicuro che mi avrebbero ammazzato, come avevano già fatto altre volte”, racconta nel video. Invece lo avevano portato via. In una delle prigioni israeliane. Carceri dove i palestinesi diventano corpi senza più alcun diritto, e neanche lo sguardo distante di noi spettatori virtuali. Corpi nascosti, anche dentro celle sotterranee, corpi torturati. Corpi sui quali, soprattutto dal 7 ottobre 2023, diventa evidente l’impunità israeliana.
Perché Nassim è il prototipo perfetto del prigioniero, Nassim che era un impiegato governativo. Un bersaglio facile, uno di quelli che poteva essere legato al regime perché faceva parte dell’amministrazione della Striscia. Un cattivo designato? Chissà. Forse, di più, l’esempio perfetto di come ha agito e agisce la burocrazia del genocidio di Gaza. Preso, lui maschio e giovane e magari islamista, portato nei centri di detenzione, sottoposto a torture e interrogatori, vessato e affamato, e poi liberato. È successo e succede a tanti palestinesi, anche fuori dagli scambi di ostaggi tra Israele e Hamas. I prigionieri, gli ostaggi palestinesi nelle carceri israeliane, sono i corpi espunti dal racconto, più di tutti gli altri.
Le celle, nell’Asia sud-occidentale così come in alcuni paesi del Nord Africa, sono sepolcri. Tombe. Luoghi senza l’idea di un futuro possibile. Di una liberazione. Eppure, per molti palestinesi, persino nella prigione il tempo sembra, nei racconti, segnato dalla possibilità di uscire, tornare alla propria terra, essere ri-consegnati alle proprie famiglie.
Dev’essere successo così anche per Nassim. Non si spiega altrimenti una decisione così fuori norma. Perché quelle mani grandi, le mani grandi di Nassim, hanno deciso di ricamare. In cella, in attesa di un nuovo interrogatorio, di sopraffazioni, di tortura. Un giovane uomo, forse islamista, oppure musulmano solo conformista, conservatore, aveva deciso di ricamare, in una cella in cui non c’era filo, né pezzo di stoffa, né ago. Il tatriz, il ricamo tradizionale palestinese, è parte di quella strana costruzione d’argilla modellata, individuale e collettiva, di cui sono fatti i palestinesi. Chissà se Nassim aveva visto le anziane della sua famiglia ricamare, o se qualcuna ancora conservava un abito di matrimonio così pesante di ricamo da essere quasi impossibile da indossare e tenere sulle spalle. Chissà se il ricordo di quel vestito era divenuto per lui in cella, separato dal mondo degli umani, l’unico legame con Gaza. Nell’universo concentrazionario, nei campi e nelle celle dove non c’è più parvenza di umano, non rimane neanche il simulacro degli oggetti. Non dico carta e penna e libri, ma neanche un paio di mutande, un ago per rattoppare, il cucchiaio di cui parla ossessivamente Primo Levi. O il pezzetto di pane accuratamente involtolato e poi inserito in un tasca nascosta della divisa da carcerata nella Giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solgenitsyn.
Eppure, o forse proprio per quest’umiliazione totale dell’umano, Nassim decide che farà un ago da un cavo di rame che, chissà come, avevano i detenuti, e farà l’occhiello con un cacciavite accuratamente nascosto nella cella, e si procurerà i fili per ricamare, e ricaverà pezzi di tessuto, e con una zolletta di zucchero disegnerà la traccia su cui inserire con difficoltà l’ago. Scriverà i nomi dei figli, e della moglie, e frasi d’affetto. E lo farà anche per i compagni di cella, in una sorta di colloquio silenzioso, di questo soffio tenue del pensiero che prova a superare le celle-tomba e a raggiungere la libertà. A raggiungere loro, “a loro pensavo giorno e notte”, a loro pensava mentre ricamava e piangeva. Nassim conserverà qui ricami per regalarli il giorno in cui uscirà. E poi quel giorno viene, ma la minaccia dell’ufficiale israeliano è lì, nel cimitero di Beit Lahia, dov’è sepolta la sua piccola famiglia. Sua moglie, Umm Mohammed, e tre figli. Solo Samaa è sopravvissuta, e lui non la riconosce. È lei, sua figlia, a riconoscere un padre che ha visto l’ultima volta due anni prima. Nassim racconta tutto di quell’arrivo a Gaza, con i ricami. L’autobus che entra nella Striscia, la folla dei parenti a ricevere i prigionieri liberati, la sua famiglia non c’era, il jawwal, il telefono di sua moglie spento, sua sorella che gli dice che sono stati uccisi, lui che sviene e si ritrova nell’ospedale al Nasser.
“Scomparvero cosí, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli”. Le parole del coro in questa tragedia ipercontemporanea sono quelle di Primo Levi. Così simili ai versi di Heba Abu Nada, poeta palestinese uccisa a Gaza nel maledetto ottobre 2023.
“Non c’è tempo per grandi funerali e addii adeguati,
non c’è molto tempo: un razzo furioso sta arrivando,
ci accontenteremo di un bacio veloce sulla fronte
e un addio rapido, aspettando la nuova morte.
Non c’è tempo per l’addio.”
Il rimando da un dolore indicibile a un altro dolore. Ognuno unico. Ognuno imparagonabile. Ognuno dilaniante. Per sottolineare – e ce ne è sempre bisogno – il reciso rifiuto di classificare l’orrore.
È la domanda sottesa all’eccezionalismo. Ed è una domanda subdola, poiché è vero che l’orrore ha diverse gradazioni di crudeltà e inumanità. Come la tortura, d’altro canto. Eppure, è pensiero condiviso che la tortura comunque incarni, nonostante i diversi gradi di crudeltà, l’esecrabile. Non si fa, non si deve fare, va condannata senza alcuna possibilità di dubbio. E allora perché alla codificazione del delitto di genocidio tocca questo destino di dover avere una scheda madre irreplicabile, tanto irreplicabile da inficiare l’esecrabile magnitudo di qualsiasi altro genocidio?
Il genocidio dei palestinesi mette cioè, senza più appello, la parola fine al presunto e inaccettabile eccezionalismo della Shoah. E allo stesso tempo, con il paradosso necessario a comprendere una realtà indicibile e irraccontabile, conferma che il “mai più!” è stata una promessa non mantenuta. Almeno finora.
La domanda ricorrente “Gaza è Auschwitz?” è intrisa del veleno del razzismo. Costringe a classificare l’orrore. A giustificare la ferocia a seconda delle vittime, del loro colore, della loro fede. Disseziona, cioè, le vittime come fossero cavie umane in un asettico laboratorio, e ancora una volta (succede con femminicidi e stupri) cerca circostanze attenuanti per i carnefici.
Sì, è vero. C’è bisogno di un modello, anche dell’inenarrabilità del male. E per noi, per noi qui, per le generazioni del secondo dopoguerra quel modello è Auschwitz. Tale è, tale rimane. Tale deve rimanere. Che vi sia stato Auschwitz – la scheda madre, per così dire – non rende però Gaza meno inenarrabile. Gaza non è da meno di Auschwitz. Non solo perché a Gaza si reiterano modelli di crudeltà. La fame. La sete. La mancanza di cura. La strage intenzionale. L’uccisione per diletto. Umani come subumani.
Gaza è anche ciò che non c’era ad Auschwitz, o meglio, ciò che è iniziato ad Auschwitz e ora è portato all’ennesima potenza. L’industrializzazione dell’uccisione di massa, e l’affidamento della strage al non-umano, chimico o meccanico, per esempio. Ora ci sono i droni, il modo vigliacco per deresponsabilizzare l’umano e affidare la colpa al nonumano, programmato dagli umani per igienizzare il delitto.
È l’inimmaginabile di cui parla Samar Yazbek nel suo ultimo libro, La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite. Voci da Gaza, la raccolta di storie di 27 palestinesi sopravvissuti, amputati, malati gravi, tanto gravi – che follia! – da aver avuto la fortuna di essere stati portati fuori dall’inferno. A Doha, in Qatar, per essere curati. Perché – dice la scrittrice siriana usando una definizione straniante – avevano “perso parte dei loro corpi, trasformandosi in nuove forme di esistenza”.
Vittime dei droni, i palestinesi vissuti, ammazzati, e quelli sopravvissuti incarnano “l’atavico terrore umano di essere fatti fuori dalle macchine, divenuto realtà a Gaza”, sono ancora parole di Samar Yazbek. “L’essere umano, con tutte le sue emozioni contrastanti e le sue paure, è diventato una falla da chiudere, un mero spettatore sulla scena di un crimine commesso dalla sua ombra digitale”, in un “livello di brutalità che non mira solo a uccidente, bensì ad assoggettare gli esserci umani”, laddove “l’intelligenza artificiale non combatte solo i corpi, ma anche le menti: controlla le emozioni, semina negli animi paura e panico” cercando non più soltanto l’uccisione, “bensì la sottomissione totale”.
L’igienizzazione vigliacca attraverso i droni, i famigerati quadricotteri che i palestinesi chiamano zannana, calabroni, i droni che entrano ovunque, dalle stanze da letto ai campetti da gioco, giocando con i laser sulla testa di tutti, bambini compresi, questa igienizzazione non è solo strumento. È simbolo di un tentativo – senza successo, evidentemente – di deresponsabilizzare chi non solo ha visto, vede, vedrà Gaza, ma è carnefice tanto quanto Israele. Noi. Cioè, noi, letteralmente noi, tutte, tutti. Più che complici, alleati di Israele (alleati politici e militari), dunque responsabili alla pari.
È una responsabilità confermata, se pure ve ne fosse bisogno, proprio da quel Consiglio di pace (meglio chiamarlo Consiglio di occupazione, Consiglio dello scandalo). Se non fossimo responsabili, alla pari di Israele, non accetteremmo di farne parte, seduti accanto a Benjamin Netanyahu, criminale ricercato dalla giustizia internazionale, la nostra giustizia internazionale, e nell’assordante assenza delle vittime, dei palestinesi, al banchetto immobiliare organizzato da Donald Trump e dai suoi esecutori per sgomberare dalle macerie la scena del crimine, Gaza, e inventarsi una singolare Atlantide della vergogna costruita sull’azzeramento delle rovine di Gaza
Non c’è Nassim, insomma, a quel tavolo. A quel tavolo non c’è lui, il sopravvissuto, Né i suoi figli e sua moglie. Né le migliaia (diecimila? Cinquantamila? Enne-mila?) di cadaveri mescolati a cemento e ferro, le macerie ormai amalgamate del genocidio.
Con una contraddizione solo apparente, dunque, Gaza costringe a interrogarsi sulla sua unicità. L’unicità di ogni genocidio. Sì, Gaza lo è, unica: inserisce la chiave coloniale, e non più solo quella razziale. Inserisce, dunque, il legame indissolubile di una popolazione nativa alla terra di cui fa parte (e di cui non è proprietaria). Gaza è unica perché è il primo ge(n)ocidio contemporaneo. Per sterminare un popolo occorre distruggere la terra di cui è elemento storico, elemento di un sistema in cui umano e nonumano creano un legame che fa immergere l’umano nella terra.
Nassim mostra timidamente, e con dignità, i suoi ricami alla videocamera, e così facendo non solo racconta la sua storia di vittima, di padre, di sopravvissuto. L’amore di quelle lettere di cui fare dono rende storia il genocidio perpetrato da Israele sui palestinesi. Nassim fa storia, racconto, memoria. Ricama la parola – la parola che rompe il silenzio attorno a Gaza: impedisce che il genocidio venga occultato.
È così, in questo modo, ancora una volta attraverso parola e memoria, che Gaza è Auschwitz. Per tutto quello che possiamo immaginare: disumanità, crudeltà, volontà pervicace e reiterata di annientamento. E, assieme, perché tutto ciò che immaginiamo non è stato solo silenzio. Non passa sotto silenzio. È diventato, nell’irraccontabilità, nell’indicibilità, parola ricamata, dunque testo, dunque discorso, dunque testimonianza, dunque memoria. Eppure, però, Gaza non è Auschwitz, perché questa memoria non arriva il giorno dopo l’apertura dei cancelli di Auschwitz, a genocidio compiuto e allo stesso tempo fermato oltre il tempo, fuori tempo massimo. No, la memoria è racconto immediato, via streaming, live, in diretta, corpi dilaniati raccolti di fronte all’occhio degli smartphone e delle videocamere.
È una realtà incontrovertibile, e lo è ancor di più quando la si vuole negare. Da un genocidio non si torna indietro. È lì, è stato compiuto, è la Storia.
“La nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Piú giú di cosí non si può andare: condizione umana piú misera non c’è, e non è pensabile. […]se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sí che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”
Parola di Primo Levi.