Lo show della star portoricana durante l’halftime del Super Bowl di ieri è già storia. A colpire, oltre alla bellissima coreografia che ripercorre la storia del Paese in chiave anticoloniale, è anche la reazione di Trump, che si è detto schifato dalla performance del cantante. Una reazione che, da noi, ha ricordato la recente censura abbattutasi su Ghali per l’apertura di Milano-Cortina.
“L’Halftime Show del Super Bowl è assolutamente terribile”, scrive il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla sua piattaforma Truth il 9 febbraio: “Uno dei peggiori MAI fatti! Non ha senso, è un affronto alla Grandezza dell’America e non rappresenta i nostri standard di Successo, Creatività o Eccellenza. Nessuno capisce una parola quando questo tizio parla e i balli sono disgustosi, specialmente per i bambini che guardano da tutti gli Stati Uniti (…) questo ‘Show’ è solo uno ‘schiaffo in faccia’ al nostro Paese (…) non c’è nulla di edificante in questo caos e, vedrete, riceverà ottime recensioni dai media delle fake news, perché non hanno la minima idea di cosa stia realmente succedendo nel MONDO REALE”. (Le maiuscole sono tutte di Trump).
Perché il presidente degli Stati Uniti trova il tempo di recensire 13 minuti di show del trapper Bad Bunny? Non sarà perché ne ha paura?
Bad Bunny (all’anagrafe Benito Martínez Ocasio) ha 31 anni ed è un rapper, cantante e produttore portoricano. È chiamato il “King of Latin Trap” ed è oggi uno degli artisti più ascoltati su Spotify a livello globale. Canta e rappa quasi esclusivamente in spagnolo e, come cittadino di Puerto Rico – un “territorio non incorporato degli Stati Uniti d’America” che dopo diversi referendum popolari non vincolanti ha più volte espresso una preferenza per lo status di Stato federato, senza che questo si sia mai tradotto in un cambiamento formale – è “quasi americano”. Ma non abbastanza per Trump.
Bad Bunny ha avuto il suo primo grande successo nel 2018 con l’album di debutto X 100pre, che incorporava elementi di pop punk, trap latina e musica andina. Alexis Petridis sul «Guardian» fu uno dei primi giornalisti europei a capire che Bad Bunny stava conquistando il mainstream dalla periferia. O da quella che una visione ciecamente anglocentrica del mondo può ancora considerare periferia. Anche perché lo spagnolo, se si considerano solo i parlanti madrelingua, è la seconda lingua più parlata al mondo dopo il cinese mandarino.
Petridis nota giustamente che la cartina tornasole dell’appeal globale del debutto di Bad Bunny è nella lista dei collaboratori: i featuring di artisti portoricani o latini vengono gradualmente sostituiti da nomi come Nicki Minaj (recentemente convertitasi al MAGA), Cardi B, Future e Drake. Fin dal suo debutto Bad Bunny si è accomodato nel mainstream americano. Ed è difficile ammettere oggi che non lo avessimo visto arrivare.
Nel 2020 Bad Bunny fa la sua prima apparizione all’Halftime Show del Super Bowl come ospite delle due headliner, Shakira (artista pop colombiana-libanese) e Jennifer Lopez (statunitense di origine portoricana). Nello stesso anno compare sulla copertina di Playboy ed è il primo uomo a finirci dopo il fondatore della rivista Hugh Hefner. Il look è ancora quello classico da trapper, uno “Sfera Ebbasta” con uno styling migliore, ma il suo appeal è sempre più trasversale. Lo stesso anno Bad Bunny è la più grande popstar del pianeta.
Nel dicembre del 2024 esce l’album della consacrazione definitiva, Debí Tirar Más Fotos (“Avrei dovuto fare più foto”), che nel 2026 vince anche due Grammy Award, come album dell’anno e come Best Música Urbana, dimostrando come queste distinzioni legate ancora al decrepito concetto di World Music siano da smantellare. Quando il tuo disco vince “album dell’anno” vuol dire che hai sfondato tutti quegli steccati del mercato (musica urbana, musica latina, musica black) che ormai cominciano ad avere un retrogusto vagamente razzista. Con quella doppia vittoria Bad Bunny è riuscito a espugnare il mainstream e a farlo suo.
L’album, interamente cantato in spagnolo, su un’intelaiatura reggaeton arricchisce la paletta sonora di Bad Bunny aggiungendovi generi più tradizionali come salsa, bolero, cha cha cha, jíbaro e tutti quei sottogeneri di musica da ballo portoricana noti sotto il nome generico di bomba. Debí Tirar Más Fotos è un album che descrive politicamente e storicamente l’esperienza portoricana, sia sull’isola sia sul continente, e in modo particolare a “Nueva York”. A differenza di album stratificati e iperconcettuali come Lemonade o Cowboy Carter di Beyoncé, il suo messaggio culturale arriva forte e chiaro a tutti. Ed è arrivato ancora più dritto quando Bad Bunny ha ricevuto il Grammy: “Prima ancora di ringraziare Dio, voglio dire: ICE fuori!”, ha detto al microfono. “Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo stranieri. Siamo esseri umani e siamo americani”.
Bad Bunny sa bene che lo zoccolo duro del suo pubblico coincide esattamente con il tipo di persone che l’ICE (l’agenzia federale statunitense che Trump ha trasformato in una sorta di milizia privata anti-immigrazione) scheda, incarcera e deporta. Proprio per questo, per promuovere il suo album, con una scelta per molti versi impopolare, non ha fatto date negli Stati Uniti. In compenso ha tenuto 31 concerti esclusivamente a Puerto Rico, intitolando gli show No Me Quiero Ir de Aquí (“Non voglio andarmene da qui”). Il tour di Bad Bunny è poi proseguito in Repubblica Dominicana, Costa Rica, Messico, Colombia e Australia. Il 17 e 18 luglio 2026 Bad Bunny concluderà il suo tour europeo all’Ippodromo Snai di Milano con due date già esaurite. In un Paese come il nostro, in cui le giovani generazioni ascoltano quasi esclusivamente musica italiana, Bad Bunny è il primo artista pop latinoamericano a fare due date tutte esaurite in uno stadio.
L’Halftime Show del Super Bowl è sponsorizzato da Apple ed è lo spettacolo musicale e televisivo più seguito e più commercialmente importante degli Stati Uniti. Un po’ come il nostro Sanremo, ma concentrato in meno di 15 minuti, durante l’intervallo della finale del campionato di football americano. Per un artista pop esibirsi all’Halftime Show è il Sacro Graal del mainstream statunitense e per Bad Bunny è il tour nordamericano che non ha voluto fare, concentrato in un’apparizione tv da 13 minuti che l’intera America ha visto.
Al centro del Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, proprio nel prato dove si disputa la più americana delle partite, Bad Bunny ricostruisce una piccola Puerto Rico, con piantagioni di canna da zucchero, bodegas e venditori ambulanti di cocco e di shottini di rum e aguardiente. È una specie di presepe tra pop e realismo magico: decine di comparse animano la scena, ci sono ballerini e ballerine, un minuscolo salone di bellezza, un incontro di boxe, due sposi che tagliano la torta e perfino un Bad Bunny bambino che guarda se stesso ricevere il Grammy da una vecchia tv (evento avvenuto davvero pochi giorni fa). Alcuni ballerini-operai arrampicati su altissimi tralicci di legno ricordano i frequenti blackout che colpiscono l’isola. Bunny attraversa questo Puerto Rico dell’anima, che è sia l’isola sia, soprattutto, il Puerto Rico della diaspora, e lo fa cantando, rappando e ballando senza mai pronunciare una parola in inglese.
Lo stesso Super Bowl Halftime Show, nei titoli di testa, viene chiamato “El Espectáculo de Medio Tiempo del Súper Tazón”. L’artista canta il suo repertorio ma, dal punto di vista del suono e degli arrangiamenti, sembra muoversi a ritroso nel tempo: più va avanti lo spettacolo e più entrano elementi tradizionali – i fiati delle orchestre di salsa, le chitarre acustiche, le maracas e le percussioni di matrice africana della bomba portoricana. Quando compare all’improvviso Lady Gaga e canta la sua hit Die With a Smile, lo fa a ritmo di salsa, vestita da cantante anni Quaranta, ossigenatissima e con uno spacco generoso, come se fosse in un night club della Cuba di Batista. Anche Ricky Martin (portoricano come il padrone di casa) compare a sorpresa e canta Lo que pasó a Hawái, un pezzo dell’ultimo album di Bad Bunny che parla di come una terra amata possa essere comprata, svuotata e snaturata dalla gentrificazione, come è successo alle Hawaii, dal 1959 il cinquantesimo Stato federale degli Stati Uniti.
“Al centro del Levi’s Stadium di Santa Clara, in California, proprio nel prato dove si disputa la più americana delle partite, Bad Bunny ricostruisce una piccola Puerto Rico, con piantagioni di canna da zucchero, bodegas e venditori ambulanti di cocco e di shottini di rum e aguardiente”.
Lo show di Bad Bunny si fa sempre più affollato e frenetico nel finale, quando l’artista, con un pallone da football in mano, pronuncia la sua prima e unica frase in inglese: “God bless America”, ma poi continua spiegando cosa intende lui per America: “Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perú, Ecuador, Brasile, Colombia, Venezuela…”, mentre dietro di lui sfilano le bandiere di un grande continente panamericano ideale.
Non stupisce che Donald Trump abbia detestato lo show di Bad Bunny e che l’organizzazione di destra Turning Point USA abbia organizzato in fretta e furia un All-American Halftime Show alternativo con artisti ininfluenti come Kid Rock, Brantley Gilbert, Lee Brice e Gabby Barrett. Stupisce di più che il presidente degli Stati Uniti abbia trovato il tempo per commentare quello che poteva facilmente essere derubricato come un evento musicale e quindi ignorato dall’uomo più potente del mondo.
Il suo post su Truth, invece, dimostra tutta la debolezza del pensiero MAGA di fronte alla musica pop e, più in generale, di fronte a tutte quelle espressioni della creatività che coinvolgono un grande numero di persone diverse. Le parole di Trump ignorano il fatto che il mainstream pop è ormai da tempo qualcosa di meticcio, espressione delle diversità etniche, sessuali e politiche del mondo globalizzato. Ancora una volta l’estrema destra reagisce nell’unico modo che conosce: additare dei nemici. Interni, come nel caso del rapper (e premio Pulitzer) Kendrick Lamar o esterni e quindi globali, come il portoricano Bad Bunny.
È lo stesso goffo meccanismo che ha portato la Rai a oscurare l’esibizione di Ghali alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. Ed è lo stesso senso d’inferiorità culturale che porta la premier Giorgia Meloni a spendersi personalmente per commentare la presenza o meno, al Festival di Sanremo, di un comico vicino alla destra di governo.
L’egemonia culturale di cui tanto si parla a sproposito nella nostra provinciale Italietta post-fascista passa anche per la comprensione del mainstream globale. Ma perché sforzarsi di capire quando è più facile additare a un elettorato sempre più rabbioso e polarizzato un nemico della patria?