Articolo
Diana Ligorio

Essere autistici e scrivere poesia

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La poesia è strumento espressivo praticato con successo anche da chi, essendo affetto da autismo, non si esprime attraverso la comunicazione verbale.

“Un essere muto vuole articolarsi, anche lui ha diritto al linguaggio”, scrive Birger Sellin a cui è stata diagnosticata una forma di autismo non verbale: non può parlare ma pensa in parole. All’età di 17 anni inizia a comunicare attraverso la tastiera di un computer: “Interiormente siamo adulti ed efficaci persino senza parole/ noi gli esseri-in-casellati possiamo comprendere tutte le follie che si raccontano”. Secondo gli psicologi Isabelle Orrado e Jean-Michel Vives, autori del saggio Autismo e mediazione, la tastiera del computer è “una risposta possibile all’impossibilità della sonorizzazione dell’oggetto voce”. 

Nei loro scritti Birger Sellin e gli altri poeti autistici non verbali rompono l’equazione tra mutismo e assenza di pensiero strutturato e rendono visibile il desiderio di comunicare intrappolato nella difficoltà a parlare. Due movimenti che, pur sembrando contrapposti, generano una tensione in cui si plasma un linguaggio fatto di percezioni e simboli, tutt’altro che deficitario. Così, la scrittura diventa una via di fuga da quel “labirinto rivoltante”, come Sellin definisce la sua vita interiore.

Scrivere non fa uscire la persona autistica dalla sua condizione ma diventa un’espressione della sua voce. La voce, infatti, non può essere separata dal corpo, e il linguaggio si incarna in esso, trovando nella frammentazione della poesia uno spazio per emergere. Questi poeti non rendono orale la loro voce: la sonorizzano in versi che diventano musicali nel loro passaggio ai lettori. Attraverso la tastiera utilizzano la voce senza cederla, proteggendo il corpo, ma a costo di un imprigionamento. “La pietrificazione della voce – scrivono Orrado e Vives – è un modo di escludersi da un mondo vissuto come caotico”. I poeti autistici non verbali fanno emergere una voce letteraria dalla prigione del corpo. 

Birger Sellin in Prigioniero di me stesso racconta l’esperienza di isolamento interiore e il desiderio di comunicare dall’interno della sua “prigione” autistica. “Compongo solo adesso una poesia sulla gioia del parlare/una poesia per autistici muti da cantare nei centri e nei manicomi”. La scrittura per Birger Sellin è scoperta di sé e del mondo: “un essere-di-pietra fu trasformato in un essere umano capace di provare delle sensazioni”. La scrittura gli permette di creare un luogo dove inviare “dei messaggi al popolo del mondo della superficie”. Forse è proprio questo luogo che è la poesia a permettere a questi autori di superare le difficoltà, tipiche dell’autismo, nella comunicazione fisica diretta, offrendo loro la possibilità di concepire una destinazione indefinita e, al tempo stesso, collettiva: “Canto questa canzone dal profondo dell’inferno/e chiamo/tutti i muti del mondo/fate di questa canzone il vostro canto/fate fondere i vostri muri di ghiaccio/e rifiutate d’essere esclusi”.

Nel DSM-5 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si parla di autism spectrum disorder. Il termine disorder in italiano viene tradotto con disturbo, insistendo sul carattere patologizzante della condizione. La parola disorder tuttavia richiama la parola disordine, termine che ha una forza centrifuga, e coinvolge il soggetto e l’ambiente in cui esso è immerso. L’aspetto bizzarro – a voler usare un aggettivo associato al comportamento autistico – è che spesso le persone nello spettro amano l’ordine. Donna Williams, autrice australiana che ha ricevuto solo da adulta una diagnosi di autismo, scrive: “Io cercavo […] un mondo di coerenza ben fornito di riferimenti fissi. Il perpetuo cambiamento che ovunque occorreva affrontare non mi dava mai il tempo per prepararmi. Ecco perché provavo tanto piacere a fare e rifare sempre la medesima cosa”. Viene da chiedersi se per i poeti autistici non verbali la scrittura non si configuri come la ripetizione di un gesto, e se proprio in questo gesto non trovino una routine. Fare e rifare la stessa cosa: scrivere. La scrittura diventa così un esercizio di preparazione all’imprevedibile, una ricerca di ordine nel caos inspiegabile del mondo.

Ciò che salta all’occhio nei componimenti di Birger Sellin e di Tito Rajarshi Mukhopadhyay, un altro poeta autistico non verbale, è la quasi assenza di ripetizioni. Nell’autismo le ripetizioni verbali sono un adattamento all’ambiente e una strategia comunicativa e di elaborazione del pensiero. Tuttavia, tranne alcune eccezioni come As if di Tito, nei testi di questi autori la ripetizione non diventa registro poetico. Ciò che vibra invece nei loro versi è la ripetizione dello sguardo. Si potrebbe allora ipotizzare questo processo: il loro modo peculiare di osservare oggetti, dettagli e interlocutori genera un piacere sensoriale che sulla pagina si trasforma in ossessione lirica. 

Come in Misfit di Tito.

There was the earth, turning and turning.
The stars receded, as if
Finding no wrong with anything.

Birds flew by all morning—
The sky lit
From the earth’s turning and turning.

My hands, as usual, were flapping.
The birds knew I was Autistic;
They found no wrong with anything.

Men and women stared at my nodding;
They labeled me a Misfit
(A Misfit turning and turning).

And then I was the wind, blowing.
Did anyone see my trick?
I found no wrong with anything.

Lo sguardo di Tito ritrova lo sfarfallare delle sue mani, il dondolio del corpo e il girare su sé stesso nel movimento continuo del mondo e degli uccelli. La ripetizione dei gesti (turning, flapping, nodding) provoca nell’autore un piacere e un potere calmante e crea una poetica ossessiva dell’ “ing”: un infinito-nulla dove avviene un’integrazione armoniosa del proprio sé nel ritmo del mondo. Le mie mani, come sempre, sventolavano./Gli uccelli sapevano che ero autistico;/non trovavano nulla di sbagliato in questo.

La visione di Tito compie anche un’interessante inversione: Uomini e donne fissavano il mio dondolio;/mi hanno etichettato come un Disadattato/(un Disadattato che gira e rigira). Il verbo usato è to stare, fissare. L’autrice Rosemarie Garland-Thomson nel suo Staring analizza il modo in cui i corpi disabili vengono osservati e resi spettacolo e parla di staring back, ovvero di restituzione dello sguardo a proposito dell’autorappresentazione messa in atto dai disabili. Quello di Tito è uno staring back poetico: si riappropria della parola Misfit e restituisce il suo punto di vista come autistico. In questa come in altre poesie dell’autore lo sguardo normativo perde autorità. Davanti ai versi di Tito il lettore neurotipico deve rinegoziare il proprio ruolo interpretativo entrando in una diversa percezione. E poi ero il vento, che soffiava conclude Tito dissolvendosi nella materia in una forma di soggettività post-umana che supera l’antropocentrismo e l’idea di separazione a favore di una costruzione del sé in continuo movimento. La poesia diventa così profondamente personale (come percezione dell’esperienza autistica dall’interno) e politica (come posizione di un corpo identitario nel mondo).

L’opera di Sellin, di Tito e degli altri poeti autistici non verbali è legata al dibattito sulla “comunicazione facilitata”, che prevede l’aiuto fisico e cognitivo di un’altra persona per permettere loro di digitare o indicare lettere. Questa tecnica è stata oggetto di forti critiche perché accusata di produrre messaggi che possono riflettere le idee del facilitatore piuttosto che dell’autore non verbale. In queste esperienze i facilitatori sono state le madri sedute al fianco dei figli, i quali spesso prendevano fisicamente il loro indice per battere sulla tastiera.

Quindi, le madri. Un tempo “madri frigorifero” o “madri coraggio”, ora le madri delle persone autistiche sono caregiver o advocator, un’etichettatura che toglie loro identità trasformandole in una funzione o in un mezzo. Diventa allora interessante considerare la madre come medium in un processo di trasformazione, in particolare, per capire cosa accade nel passaggio dalla lingua madre al linguaggio figlio. La madre con il suo corpo fisico e simbolico deputato all’iniziazione alla parola può assumere il ruolo di una guardiana della soglia: il mondo straordinario è il contesto mentale, percettivo e corporeo del figlio autistico e il mondo ordinario è il paradigma neurotipico in cui il figlio è immerso. La madre è sulla soglia – una soglia “tastiera” o una soglia “verbale”: qui può avvenire l’aggiustamento, la correzione, la curvatura del linguaggio (parlato o non espresso) oppure la sua manifestazione atipica, libera, frammentaria. Sulla soglia materna può avvenire il passaggio da una lingua orizzontale a un linguaggio verticale. Accettare lei per prima un cambio di direzione: rimetto nel tuo potere percettivo questa lingua, figlio mio, perché tu possa creare il tuo linguaggio. E trasformare la ricerca della comunicazione in un’esperienza di immersione nel profondo della forma espressiva. Ma se le madri, per paura di guardare avanti, possono intenderlo come un guardare in basso, i figli autistici invece guardano in alto . E se il mondo neurotipico affibbia loro lo stereotipo di avere la testa per aria, Tito Rajarshi Mukhopadhyay trasforma quell’attitudine dello sguardo in una possibilità di riflessione, ad esempio sulle scale. 

In Autism and the Myth of the Person Alone Douglas Biklen dialoga con Tito il quale scrive: “Le scale divennero una grande ossessione quando imparai a salire. La sensazione del mio corpo che lavorava contro la gravità, la certezza di staccarmi dalla terra e la sicurezza di ciò che il mio prossimo passo avrebbe fatto quando posavo il piede su un gradino mi portarono oltre le scale di cemento e a generare le mie scale mentali. […] La mia salita delle scale mi teneva occupato con qualcosa che aveva a che fare con il mio vuoto. […] E così tutto quel vuoto dentro di me si riempì di scale. […] Così iniziò la mia salita e così iniziarono i miei viaggi verso i nessun-luogo. I nessun-luogo erano quelle incompletezze astratte che tentavano il viaggiatore a lasciarsi catturare da sempre più nulla. Il nulla può essere molto potente.  […] Le scale mi condussero nel mezzo di quel potente nessun-luogo. E quel nulla assoluto era troppo travolgente per me”. Le scale diventano metafora cognitiva. In tutta la produzione poetica di Tito non c’è un “io” che racconta eventi, ma  un “io” che si forma attraverso gli spazi. La sua narrazione avviene per mezzo di percorsi indiretti, simbolici, spezzati. E qui è interessante capire come questo autore è stato iniziato alla poesia. 

Quando Tito Rajarshi Mukhopadhyay, bambino autistico non verbale, impara a leggere e scrivere, sua madre gli mette davanti la tastiera di un computer. Attraverso questo strumento Tito inizia a comporre testi e poesie capaci di “trasmettere intuizioni dal mondo dell’autismo”. I sociologi Douglas W.Maynard e Jason Turowetz nel saggio L’intelligenza autistica affermano: “Gli scritti di Mukhopadhyay manifestano forme di ragionamento e di comprensione che sono invisibili a chi di noi è immerso nel mondo del senso comune e nei suoi scontati modi di essere e di comportarsi”. Nel libro The Mind Tree Tito Mukhopadhyay si racconta utilizzando la terza persona e nominandosi “il ragazzo”: “Voglio raccontare che una volta, quando il ragazzo si era fatto male al gomito, la madre gli aveva accarezzato la testa, visto che il ragazzo non era in grado di indicare il punto in cui provava dolore. Aveva la sensazione che il suo corpo fosse frammentato e fosse difficile rimetterlo insieme. Si vedeva come una mano o una gamba e ruotava su se stesso per riunire le sue parti al tutto. Girava in tondo per essere più veloce del ventilatore. Si sentiva così! L’idea di girare gli era venuta dal ventilatore, perché si era accorto che aveva le pale separate, ma quando giravano veloci si riunivano in un cerchio completo. Ruotando sempre più velocemente, il ragazzo era andato in estasi. Se qualcuno cercava di fermarlo, si sentiva di nuovo in pezzi”. Sentire un corpo frammentato, non riconoscere l’origine del dolore, trovare nell’oggetto in movimento un’evidenza unitaria,  trasformare l’ossessione in ricomposizione e composizione letteraria: “Con il suo modo di ragionare e di agire”, continuano Maynard e Turowetz, “Mukhopadhyay incarna l’intelligenza autistica, che rappresenta una tipologia (o un insieme di tipologie) di costruzione di significati che implicano modalità caratteristiche e non basate sul senso comune”. I soggetti autistici utilizzano sovente la terza persona per creare un distanziamento del sé dall’altro. Tito con questa scelta mette il proprio sé nel mondo riorganizzandolo secondo un senso che gli è proprio. La frammentazione percepita nel corpo lo porta alla ricerca di una forma espressiva che possa rendere evidenti i pezzi che lo compongono e il loro movimento. Arriva così a una  poesia attraversata da una tensione costante tra separazione interna e connessione con l’altro.

In Mrs. P’s House, una delle sue poesie più note, Tito descrive una casa abbandonata come se fosse un essere vivente, un corpo.

Mrs. P’s empty house, insomniac as an old guard/Watches the new town grow around its weed filled yard. La casa è insonne, vigile – una vecchia guardiana. Nella poetica di Tito gli oggetti diventano soggetti percettivi. La casa è sola, circondata da una città che cresce senza di lei. Tito porta così il lettore a sperimentare una forma di isolamento; la condizione dell’osservatore, presente ma separato dal resto del mondo. Più avanti: While knowing that it would be demolished soon/As the contractors discussed earlier — before June. La casa sa che verrà distrutta e nella consapevolezza della demolizione senza possibilità di intervento sta tutta la lucidità tragica e non vittimistica di Tito. E ancora: And listens to the trapped sounds, always too familiar —/Of ghostly footsteps or running rats, it alone can hear. I suoni che solo la casa sente. Passi fantasma, rumori minimi, scricchiolii di topi che corrono. L’ipersensibilità sensoriale (come l’iperudito che porta alcuni autistici a sentire molto forti anche i minimi suoni) diventa un dispositivo poetico. E infine: Then tries to ignore their running about, digging floors/While preserving frozen sounds behind its doors. La casa prova a ignorare senza riuscirsi. Il finale non porta liberazione ma custodia: preservare suoni congelati dietro le sue porte. E qui, come in Birger Sellin, viene evocata la sensazione di imprigionamento. 

“Scrivere non fa uscire la persona autistica dalla sua condizione ma diventa un’espressione della sua voce. La voce, infatti, non può essere separata dal corpo, e il linguaggio si incarna in esso, trovando nella frammentazione della poesia uno spazio per emergere”.

Nelle poesie di Tito l’autismo non è un tema, ma la condizione epistemologica del testo. Tito rifiuta di ridurre l’autismo a una mancanza e, così facendo, risponde a una questione centrale dei Disability Studies: il rifiuto del logocentrismo, ovvero l’idea che il valore umano coincida con la capacità di parlare fluentemente. I suoi testi non propongono una narrativa della redenzione. Tito non afferma: “ero così, ora grazie alla scrittura sono meglio”, ma piuttosto: “io esisto in questo modo”. L’identità non è concepita come progresso, bensì come configurazione, come una soggettività che si distribuisce nello spazio. Tito non descrive il proprio corpo: attraverso il linguaggio costruisce un mondo.

Birger Sellin, Tito Rajarshi Mukhopadhyay e gli altri poeti autistici bussano dalla prigione del corpo facendo giungere all’esterno l’espressione di un linguaggio che trova il suo posto nella letteratura. Come sempre accade, anche qui la poesia non è liberazione. Non abbatte barriere, ma le rende visibili. La poesia per questi autori è il muro stesso, un muro però “comunicante” (perché divide due mondi separati) e “acustico” (perché, come nei rari casi di architetture concave, permette a due persone distanti di comunicare come se fossero vicine). Il muro autistico che oppongono al linguaggio diventa un foglio bianco su cui espandere la propria presenza e conquistare uno spazio di autorappresentazione e potere simbolico. È il confine che invitano a valicare solo a chi è disposto ad abbandonare, per un momento, il senso comune.

As if walking around the bend on the street,/As if on that bend, acquainted with a shadow,/As if knowing once again, not to pause my feet,/As if following it for reasons I didn’t know.

Come se camminassi oltre la curva della strada,/come se, in quella curva, fossi in confidenza con un’ombra,/come se sapessi, ancora una volta, di non fermare i passi,/come se la seguissi per ragioni che non conoscevo.

Diana Ligorio

Diana Ligorio è autrice, showrunner, sceneggiatrice. Il suo ultimo libro è Occhi di lupo, cuore di cane. La vita invisibile di un agente della DIA (Bompiani, 2023).

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