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Christian Raimo

The Social Hub vs Spin Time: da che parte stai?

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A Roma a pochi metri di distanza si trovano due edifici molto diversi tra loro. Il primo è uno studentato di lusso che seleziona i “member” del proprio club in base al capitale di spesa; il secondo è uno stabile occupato in cui universitari, migranti e famiglie convivono grazie allo scambio reciproco

Volete leggere un libro bellissimo sulle città? Prendete Iain Sinclair, L’ultima Londra. Questa è una citazione che ho sottolineato qualche giorno fa mentre avevo cominciato a scrivere questo pezzo.

“A Palermo vidi il futuro di Londra in forma di monumentali navi da crociera ormeggiate al porto. E anche a Barcellona, le stesse città galleggianti di turisti a divorare energia e sfruttare al massimo la fase di sviluppo urbano postolimpico della capitale catalana. I passeggeri, apolidi per elezione, consumatori gold di attrazioni internazionali, sbarcavano a fare shopping, guardare i musei importanti, bere, mangiucchiare tapas (proprio come a Londra), scattarsi fotografie digitali davanti a sfondi da cartolina. Le nostre città stanno diventando iceberg da crociera elettrificati, isole da cui si può escludere il sottoproletariato”.

Mi è ritornato in mente quando seduti nella lounge del Social Hub, con due birre, la ricercatrice Chiara Davoli (l’ho incontrata qui per caso) mi dice che sembra di stare su una crociera. Alle sei di pomeriggio, la temperatura è perfetta come ricordato dai termometri digitali in ogni ambiente, la musica di sottofondo si abbassa in automatico, e così anche le luci, che si smorzano e diventano ancora più tiepide e soffuse. Fuori si gela, i giorni della merla; ma per chi entra qui, il fuori non esiste. Davoli insiste in questo paragone con la nave di crociera, e a ragione: l’ha usato anche in un articolo uscito su Jacobin qualche settimana fa. 

“Guardando ad alcuni di questi edifici, come il The Social Hub di Roma, viene in mente una nave da crociera ancorata in città. Innanzitutto per la forma, ma anche perché di fatto è sia un microcosmo autosufficiente (come una città verticale), che un dispositivo che immette quotidianamente flussi consistenti di persone sul territorio. Come una crociera, «sputa» grandi quantità di corpi nel quartiere, attirando taxi, generando traffico e invadendo spazi pubblici, con la promessa di effetti economici positivi, ma ancora tutti da provare”.

Il paragone con la crociera come esperienza di puro consumo rimanda subito al più emulato dei reportage sulla contemporaneità, Una cosa divertente che non farò mai più, in cui David Foster Wallace nel 1997 provava a raccontare con lo stile postmoderno della narrativa d’esaustione un viaggio di una settimana in una crociera di lusso come un’esperienza premorte. A ventott’anni di distanza, quell’esorcismo provato da Wallace non funziona più. Anche i palazzi dentro il mare urbano sono diventate crociere esclusive. Wallace è morto suicida, e raccontare in modo parossistico la deriva consumistica non serve a ribaltare il nostro sguardo, anzi lo fa persino assuefare. Chi ha letto Una cosa divertente all’università, se oggi scarica un file in pdf, può uploadarlo su “Notebook Lm” e usarlo come fonte stilistica per una presentazione di marketing particolarmente efficace in descrizioni e metafore. 

Tutti a Roma conoscono The Social Hub. La scritta gigantesca come un logo sparato in cielo, l’immenso ossimoro di un brand che dichiara che lì, in un luogo privato, possiamo trovare uno storage dell’experience del to be connected. Si nota per forza dalla tangenziale, come una nave attraccata al porto, arrivata da chissà dove sulla terraferma, per spiaggiarsi qui.

Un edificio di otto piani, su quell’area dell’ex Dogana che per anni è stata il brodo di cultura principale della sussunzione della socialità (quel genere di gentrification che definiamo studentification) per metterla a reddito, finché questo palazzo sembra proprio essere germinato in pochi mesi, nel 2021. Cassa depositi e prestiti ha venduto – o svenduto se ci va di essere tecnici – 24mila metri quadri per 28 milioni di euro circa (il prezzo di vendita, circa 1115 euro al metro quadro, è meno della metà del valore reale di mercato dell’epoca, tra i 70 e gli 80 milioni di euro) alla multinazionale olandese che ha lo stesso nome della nave-palazzo, The Social Hub, precedentemente nota come The Student Hotel, fondata nel 2006, primo sbarco a Rotterdam nel 2012. 

Poco prima nella lounge ho chiacchierato con una coppia, militare lui, assicuratrice lei, che stanno scegliendo le scarpe per i loro tre bambini; li hanno lasciati con la nonna di lei, e si sono presi metà pomeriggio qui per stare in pace, non sapevano dove andare. Nella grande stanza accanto, invece ci sono tre studentesse spagnole, accoccolate su un divano come in una cameretta adolescenziale, lei – 19 anni – in ciabatte rosa pelose, è venuta a Roma a studiare danza a Pietralata. Ha conosciuto qui le sue due amiche, tutte e due 21 anni, anche loro amiche dal giorno dopo che hanno preso la stanza al TsH: una studia business a Tor Vergata, l’altra alla Luiss economia.

Parlano pochissimo o nulla d’italiano, non escono quasi mai, se non per andare a lezione, mangiano nella cucina comune, passano il tempo al bar o nella sala coworking, ogni giorno si dicono che dovrebbero usare qualche giornata per conoscere Roma, ma poi rimandano; anche di San Lorenzo conoscono due tre posti, Celestino per farsi gli shottini, il Blue bar e il Conad. Non si lamentano di nulla, tranne che alcuni altri member lasciano le loro stoviglie in giro in cucina, come nel più classico dei coinquilinaggi. Le loro camere sono grandi poco più che cabine, 15 o 20 metri quadri. 

Per costruire la nave Charlie MacGregor, il ceo di The Social Hub, ha beneficiato di un prestito di 145 milioni di euro da UniCredit e di una garanzia green di 54 milioni fornita da Sace. Ci ha realizzato 490 stanze, una piscina sul tetto, una palestra, e ristoranti, bar, aree gaming, lavanderia, ampie zone verdi, come recitano i testi sul sito. In tutti questi posti si entra con un badge, che apre porte, aree, piani, permette di muovere l’ascensore, di entrare la notte, senza che ci sia un portiere o una reception. Anche il check-in si fa in autonomia, un ipad su cui inserire nomi, date e strisciare carte. 

“Tutti a Roma conoscono The Social Hub. La scritta gigantesca come un logo sparato in cielo, l’immenso ossimoro di un brand che dichiara che lì, in un luogo privato, possiamo trovare uno ‘storage dell’experience del to be connected'”.

Un altro giorno ordino un succo di pomodoro condito sempre al bar della lounge. Incrocio un paio di amici che vivono a San Lorenzo e non ne potevano più di lavorare da casa, solitudine, alienazione, hanno fatto l’abbonamento annuale, che fa passare la rata della membership da 170 a 130 euro. Vivono qui, di fatto. Escono di casa, si danno appuntamento per colazione e tirano dritto fino all’aperitivo. A Parigi facevo così, mi dice lui, con il covid mi sono abituato a questa routine. Attacco bottone anche con un trentenne texano venuto in vacanza a Roma per poter fiatare dalla sua condizione di burnout permanente.

È solo, me lo dice, si sente solo spesso, mi vuole offrire da bere ma ho già pagato, brinda a qualcosa che non capisco con quello che credo sia un daiquiri, l’America di Trump sta diventando un inferno, mi offre una slice di pizza che ha ordinato da Berberè, la catena che è integrata al TsH, lo ringrazio, brindiamo anche con le due fette, sorride, anche solo dieci giorni in Europa gli sembrano una feritoia nella moral prison in cui si ritrova lui and all the american people.

Partirà il giorno dopo, è la sua ultima sera, altrimenti mi avrebbe invitato a cena, non so se nel ristorante della nave o da Berberè o forse avrebbe voluto consigli su dove andare a mangiare, cerca di prolungare la conversazione, mi parla dei suoi due lavori che assommano settanta ore a settimana, una società di software per ospedali e una compagnia di assicurazione, sempre salute. Sorride ancora, quasi isterico, è stanco, sembra triste, vorrei offrirgli quel senso di community promessa dal posto che in questi dieci giorni non deve aver proprio trovato se l’ultima cena sta cenando da solo con una pizza. Non so quanto vale come commodity la cordialità romana.

Mi dice che ha visto un sacco di scheletri a Roma, le catacombe, la cripta dei cappuccini, avete montagna di ossa conservate qui in Europa. Mi chiedo che se Paul J., l’amico texano che mi dice il suo nome e mi lascia il suo cell e ovviamente mi invita ancora, vieni a trovarmi, potrebbe essere definito un nomade digitale e questo posto è stato pensato apposta per lui oppure assomiglia più a quello che un tempo si sarebbe chiamato barfly, un semplice essere alato in cerca di un bancone dove posarsi, indifferentemente da una parte o l’altra dell’Atlantico. 

Se c’è qualcosa di ispirante nella crociera è il suo senso di dolce immobilità interna, una quieta sparizione nel guscio, ma anche la possibilità di salpare ogni tanto, di riprodurre almeno la fantasia di un disancoraggio. Com’era quell’inizio del film, Il senso della vita dei Monty Python?

Me lo sono andato rivedere su Youtube. Una voce fuori campo scandisce. “Nei tristi giorni del 1983, mentre l’Inghilterra languiva nella stagnazione di una rovinosa politica monetarista, gli uomini buoni e leali della Permanent Assurance Company – una orgogliosa ditta famigliare, di recente caduta in disgrazia – soffrivano sotto il giogo della nuova tirannica direzione aziendale… Spinti oltre i limiti di uno sfruttamento ragionevole, gli anziani dipendenti presero in mano il proprio destino e… si ammutinarono! E così, la Crimson Permanent Assurance fu lanciata sugli alti mari della finanza internazionale!”

Il senso della vita vince il premio speciale della giuria a Cannes: avviene proprio in quei giorni cupi del 1983. All’inizio del film ci sono questi sedici minuti che sono un cortometraggio a sé, puro pythonesque ma anche puro gilliamesque, Terry Gilliam lo scrive e lo dirige (il resto del film ha la regia di Terry Jones), intitolato The Crimson Permanent Assurance: un gruppo di anziani impiegati della compagnia di assicurazioni si ribella ai propri capi yuppie, che hanno appena cominciato a licenziare i vecchi dipendenti. Prendono il controllo della società e trasformano letteralmente il palazzo edoardiano in una nave e, infilata una benda sugli occhi, loro stessi in pirati.

Le impalcature telonate diventano vele, per salpare dalla City londinese e attaccare un altro centro finanziario, verso il grattacielo di una corporation che è l’antonomasia di tutte, la Very Big Corporation of America. Gli armadi di archiviazione in legno trasformati in carronades, le lame del ventilatore a soffitto modellate come spade, afferrati ai cordami della ristrutturazione come liane dei pirati, si lanciano nella stanza del consiglio di amministrazione e impegnano i dirigenti della Vbca in combattimenti corpo a corpo. Alla fine – ormai bucanieri spietati a tutti gli effetti – hanno la meglio, e il palazzo-nave della Crimson Permanent Assurance si muove attraverso le giungle di vetro e cemento, alla ricerca di nuove compagnie da depredare, finché il palazzo-nave non precipita giù per il dirupo che si trova alla fine del mondo. 

The social Hub di San Lorenzo ha una superficie complessiva di 24mila metri quadri, la struttura si sviluppa su otto piani, e dispone di 490 stanze totali. Le dotazioni comprendono una piscina sul tetto, un rooftop garden. Nelle aree verdi antistanti sono stati piantati trecento alberi, e arbusti e fuori. Il modello abitativo è ibrido, come si legge tanto negli articoli critici quanto nelle brochure. Bisognerebbe fare una storia linguistica di “ibrido”. Insomma si rivolge – così viene definita la merceologia umana – a studenti internazionali, professionisti, nomadi digitali e turisti. 

Le tariffe partono da circa 1400-1500 euro per una camera Executive Queen, i monolocali possono superare i 2mila euro al mese. I prezzi per i soggiorni brevi invece possono toccare i 280 euro a notte. Chi risiede nella struttura non è considerato un inquilino con diritti specifici, non parteciperà a assemblee condominiali, non avrà parola su come usare il terrazzo per farci una festa, è considerato un member della community, i diritti diventano microprivilegi, i doveri un contratto con la corporation The social Hub. 

La struttura è aperta 24 ore, la notte abbiamo un pannello dove badgeare la propria card da member all’entrata, ma anche un addetto alla security – grosso, nero – che rimarca le regole. Le agevolazioni per studenti svantaggiati sono attualmente limitate a chi frequenta le università private partner (Rufa, John Cabot…) con rette annuali tra gli 8mila e i 13mila euro. The social Hub è quasi sempre tutto esaurito. Ho provato a prenotare per marzo, sold out. E c’è una regola chiave in vigore da qualche anno: non è consentito soggiornarci per più di dieci mesi consecutivi. Strano, no? Perché? verrebbe da chiedere. 

A meno di un chilometro, via di Santa Croce in Gerusalemme, dalla stessa parte della tangenziale di The social Hub, si trova un’altra nave, speculare, un expalazzo degli uffici dell’Inpdap battezzato Spin Time (leggi: un time con uno spin differente, anche rispetto alle altre occupazioni storiche, che sono meno permeabili all’esterno). Ha una superficie analoga a Tsh, 22mila metri quadri circa, dieci piani, di cui sette per uso residenziale, mentre tre – piano terra e i due interrati – ospitano il centro socio-culturale. Anche qui non ci sono bagni e cucine private. Su ogni piano, questa roba è comune. 

Dentro Spin Time possono essere ospitati tra i 140 e i 160 nuclei famigliari, circa 400-450 persone, tra cui un centinaio di minori, di più di 25 nazionalità diverse. Oltre alla parte abitativa, sono presenti 24 organizzazioni e associazioni culturali che operano stabilmente. Tra i servizi attivi un’osteria popolare, una scuola popolare per bambini, un auditorium, un laboratorio teatrale e una redazione giornalistica. L’occupazione è stata avviata nel 2013 dal movimento per la casa Action con l’ondata di mobilitazione chiamata Tsunami Tour: diversamente da altre occupazioni adotta una open-door policy, il cancello principale resta aperto 24 ore. La gestione quotidiana è affidata a un comitato eletto dagli abitanti e a uno sportello di tutela sociale. 

L’immobile è di proprietà di Investire Sgr (un fondo della Banca Finnat), che lo ha acquisito nel 2010 dopo i processi di cartolarizzazione del patrimonio pubblico. Per la proprietà, l’edificio non avrebbe una funzione abitativa ma funge da spatial fix e asset di garanzia; il suo valore a bilancio è fondamentale per migliorare il Cet1 Ratio (l’indice di solidità patrimoniale) della banca. Chissà se questa occupazione sta valorizzando o svalorizzando l’immobile. Gli inquilini di Spin Time non sanno quanto potranno restare lì. Gli verrà assegnata una casa popolare a breve? Verranno sgomberati? Il Comune troverà un accordo con la proprietà? Troveranno di meglio? Potranno restare nella loro camera più o meno di dieci mesi? 

Dentro Spin Time, negli stessi giorni di gennaio, in molti spazi comuni, fa un freddo pungente e umidissimo, i ragazzini giocano a rincorrersi con il giacchetto indosso, prima di posarli per fare i pali di una porta. Nello spazio di coworking ci sono i termosifoni che riscaldano un tipo sbracato sul divano che dorme con la bocca spalancata. Incontro don Mattia Ferrari, intabarrato, il prete di Mediterranea. È arrivato qui da un paio d’anni, ha fatto la tesina di specializzazione su questo posto, è un riferimento per tutti. E ha un’idea ben precisa del senso di questa occupazione. Lo racconta in un pezzo in cui discute anche lui di abitare: 

Daniela, di 13 anni, scrive: “Noi qui dentro proveniamo da molti Paesi o addirittura continenti diversi, ma nonostante questo siamo un’enorme fantastica famiglia. Ormai io stando qua dall’inizio mi sono abituata alle strane domande che mi facevano o che mi fanno tuttora del tipo: “Non hai paura del fatto che potresti andartene in qualsiasi momento?”, oppure: “Ma quindi abiti con dei senzatetto, oppure lo sei tu?”. E mi sono abituata anche alle occhiatacce che la gente mi fa quando esco o entro dal cancello o a quando tra di loro si dicono: “Lei è una barbona” o “Mia madre dice che loro sono pazzi e drogati”. […] noi qui dentro siamo liberi di fare, di realizzarci, di essere chi siamo, e di imparare ad amare il prossimo. Qui dentro possiamo”.

Entrambi i post, Tsh e St, si dicono aperti a tutti e fanno della socialità il loro orizzonte ideale di un modello di abitare che comprenda tanti spazi comuni. È vero che però ci sono delle condizioni peculiari di quest’apertura a tutti. La lounge e gli spazi esterni sono pubblici al The social Hub, per il resto serve la membership; il controllo è morbido ma è meglio tenersi la cordicella al collo con la placca marcata dal logo di TsH. Nessuno ti caccerà in malo modo se stai sui tavoli di coworking con il portatile, ma dopo un po’ verrai invitato a spostarti al bar, e consumare.

A Spin Time le cose sono pensate in modo analogo e contrario. Chiunque può partecipare (e anche proporre) concerti, laboratori teatrali, proiezioni cinematografiche o eventi nell’auditorium. E può usufruire dei servizi di piccolo welfare, osteria popolare, la scuola popolare per bambini, gli sportelli di consulenza. Per dormirci invece a Spin Time occorre intraprendere un percorso pedagogico e politico ben definito. L’ingresso come abitante è mediato da un ufficio di Tutela sociale, dove si svolgono colloqui per valutare le competenze e la disponibilità del richiedente a contribuire alla lotta. I potenziali occupanti si devono poi presentare agli organi decisionali interni per essere accettati dalla comunità. 

Anche a Spin Time sono pensate però formule che potremmo definire, di nuovo, ibride; riguardano non solo gli studenti, ma anche i migranti, i richiedenti asilo, che necessitano di un alloggio per un periodo limitato, solitamente legato a un percorso formativo o lavorativo. Per esempio è stato immaginato un progetto chiamato Karma, un periodo di prova (da tre mesi a un anno) per chi aspira a un insediamento stabile, durante il quale deve dimostrare spirito collaborativo e partecipazione. 

Nomadismo digitale – sappiamo cos’è – di posti come TsH contro quella che Chiara Cacciotti definisce liminalità abitativa permanente di Spin Time. Di che si tratta “Non sei un homeless, ma non sei nemmeno un cittadino pienamente integrato; sei in un “tra”, in uno stato di incertezza cronica che però diventa base per una mobilitazione politica”. Sempre lei in Qui è tutto abitato (Ombre corte 2024) scrive che il valore di Spin Time non è finanziario, ma è dato dall’economia morale della lotta. L’economia morale della lotta, concetto interessante, sembra simile a quella elaborazione di Anne Carson, L’economia dell’imperduto (Utopia, 2020). Altro testo da mettere sul comodino insieme a Iain Sinclair, rispetto alle evoluzioni delle città e alla loro mercificazione. 

Mentre al Social Hub paghi per la socialità, a Spin Time la socialità è una moneta di scambio per i diritti. “In questa casa mancava il salone”, dice Ismail, un occupante di Spin Time, citato nel libro, ricordando come il distacco della luce nel 2019 abbia spinto tutti nell’androne a parlare, trasformando l’emergenza in una communitas. Com-munitas. Dono insieme.  

“Chissà se questa occupazione sta valorizzando o svalorizzando l’immobile. Gli inquilini di Spin Time non sanno quanto potranno restare lì. Gli verrà assegnata una casa popolare a breve? Verranno sgomberati? Il Comune troverà un accordo con la proprietà? Troveranno di meglio? Potranno restare nella loro camera più o meno di dieci mesi?” 

Nel Saggio sul dono Marcel Mauss descrive le società in cui il donare è un meccanismo di scambio che è nel contempo materiale e morale, e che intreccia trame comunitarie in un tessuto vivente di valore. Mauss cita un proverbio della Nuova Caledonia: “Le nostre feste sono il movimento di un ago che cuce insieme le varie parti dei nostri tetti di canne, facendone un unico tetto, una sola parola”. Questo unico tetto, sempre Anne Carson in Economia dell’imperduto è completamente intessuto di tre obbligazioni interdipendenti: dare, ricevere, ripagare. Prendendo in considerazione questi tre requisiti, si può comprendere in quali forme la vita morale modellata da tali transazioni differisca da quella di un’economia monetaria.

Al Social Hub viene incoraggiata la community senza responsabilità, nomadica, servita, stanziale al massimo per dieci mesi; a Spin Time la comunità responsabile, collaborativa, capace e chiamata a prendere decisioni in modo collettivo, incitata alla lotta. È troppo? Non si potrebbe semplicemente avere un posto dove stare? Nelle assemblee questo tema viene fuori di continuo. 

E poi certo, da una parte c’è il censo e dall’altra parte no. E ancora, c’è un ulteriore differenza, forse meno evidente. Entro da Social Hub e i neri sono praticamente inesistenti tra i clienti/abitanti/member. Ci sono sì dei dipendenti neri. Ma l’internazionalità della community è quasi completamente bianca. A Spin Time l’impressione è opposta. Sembra spesso di essere a Salonicco, Tangeri, il Cairo, Santo Domingo: molti maghrebini e centrafricani, Corno d’Africa, sudamericani.

Fin dai primi momenti dell’occupazione, si è cercato di evitare la formazione di assembramenti su base etnica ovvero evitare che si creassero il piano dei nigeriani o il piano dei peruviani, per così dire. L’obiettivo pedagogico della costruzione di piani multietnici e compositi per favorire la democrazia diretta e la conoscenza reciproca. E anche durante le assemblee e le elezioni del Comitato, il movimento scoraggia l’uso del termine paesano per indicare chi proviene dallo stesso Paese), poiché è visto come una logica strumentale che potrebbe creare nicchie di potere interne a scapito dell’identità collettiva di occupanti. 

Nel 1980 Margaret Thatcher emana una delle leggi paradigmatiche del suo regno. Si permetteva (incoraggiava) agli inquilini delle case popolari di acquistare la propria abitazione a prezzi scontati, fino al 70% in meno del valore di mercato. L’obiettivo era creare una “democrazia dei proprietari” e ridurre il ruolo dello stato nell’edilizia sociale. La misura fu estremamente popolare: oltre due milioni di famiglie acquistarono le loro case nei successivi vent’anni.

Ma l’impatto del Right to Buy non si è esaurito nel semplice trasferimento di proprietà da pubblico a privato: ha ridefinito la geografia sociale delle città inglesi. Interi quartieri, una volta costruiti per offrire alloggi accessibili alle fasce popolari, sono stati trasformati in asset speculativi. In alcune zone di Londra, soprattutto nei borough più centrali come Islington, Lambeth e Camden, oltre il 40 per cento delle ex case comunali è oggi di proprietà di landlord privati, spesso affittate a canoni di mercato a famiglie con basso reddito, che a loro volta ricevono sussidi statali.

Questa spirale ha generato un paradosso economico: lo Stato vende alloggi a prezzi scontati e poi li riacquista indirettamente, pagando affitti pieni attraverso il welfare. Secondo dati della Greater London Authorit, il numero di case comunali affittate a privati è in costante aumento, mentre la produzione di nuovi alloggi sociali è crollata del 77 per cento negli ultimi dieci anni. Tra il 1980 e il 2020 sono state vendute oltre milioni di case popolari, ma meno del 25 per cento è stato sostituito da nuovi alloggi sociali. Inoltre, circa un quarto di questi immobili è ora nelle mani di investitori privati, che li affittano a prezzi di mercato con margini altissimi, espellendo le persone dalle case. Vi ricorda qualcosa?

Nel novembre 2023 il consiglio comunale di Edimburgo ha dichiarato un’emergenza abitativa, segnando i massimi record del numero di famiglie senza fissa dimora. La famiglia di MacGregor, il ceo di The social Hub viene da lì. 

Nel 1982 il padre di Charlie MacGregor costruì nel 1982 i primi edifici purpose-built per l’Università di Edimburgo, ottenendo un contratto di locazione di 25 anni. Era il primo studentato costruito appositamente come investimento privato finanziato da banche, con l’università che affittava gli spazi. Nessuno voleva finanziarlo all’epoca – negli anni ‘80 nessuno credeva che gli studenti avrebbero vissuto in questo tipo di alloggio in stile hotel. L’università gestiva direttamente gli alloggi attraverso contratti di locazione a lungo termine, diversamente dalle tradizionali residenze universitarie gestite internamente.

Si trattava di blocchi moderni in stile hotel, una novità rispetto alle tradizionali halls of residence come le University Hall, dall’ottocento edifici storici convertiti o costruiti con un’architettura più tradizionale. Questo modello aprì la strada all’industria privata degli studentati che oggi domina il mercato britannico. E così fino a noi, a via Scalo di San Lorenzo. 

E i poveri? Nella zona tra Spin Time e The social Hub negli ultimi mesi si sono concentrati sempre più senza fissa dimora, spazzati via da Termini che dev’essere una stazione simile a un mall, cacciati dalle operazioni di polizia in grande stile di Piantedosi, si spostano di cinquecento metri, tra Esquilino e San Lorenzo, cercando un cornicione che ripari dalla pioggia. Sono tutti immigrati, molti stanno qui da pochi mesi.

Come in tutto il mondo, i dintorni della stazione sono il luogo dove poter vivere di carità, espedienti, assistenza, c’è l’ostello a via Marsala, Binario 95 che fornisce medicinali e cure, la Caritas, un involucro di volontariato che cerca di contenere la macchina di espulsione efficiente che è la stazione postgiubileo. Alcuni stazionano sul marciapiede davanti a The social Hub. La sera, mentre i member tornano a cena, passano tra le ronde delle associazioni a dargli coperte per il freddo e tè caldo. 

“Un altro giorno ordino un succo di pomodoro condito sempre al bar della lounge. Incrocio un paio di amici che vivono a San Lorenzo e non ne potevano più di lavorare da casa, solitudine, alienazione, hanno fatto l’abbonamento annuale, che fa passare la rata della membership da 170 a 130 euro”.

È da leggere quest’intervista a Charlie MacGregor di qualche anno fa, in cui buone intenzioni e contraddizioni arrivano a un punto di attrito. Cosa ne pensa un imprenditore che ha inventato il modello TsH (che sta sia per The Student Hotel che per The Social Hub) delle occupazioni o dell’emergenza abitativa, ci si potrebbe chiedere. Qui abbiamo delle risposte. 

“Il presidente di LSVb [un sindacato studentesco] Ama Boahene fa notare che la tariffa media per una camera nei Paesi Bassi è di 500€, mentre The Student Hotel, in alcune città il doppio di quella cifra. Inoltre, gli inquilini di The Student Hotel non hanno alcuna assicurazione per l’affitto perché sono formalmente ospiti dell’hotel. Gli studenti non possono andare al comitato di noleggio e non hanno diritto a un assegno di affitto. Inoltre, possono vivere fino a un anno nello Student Hotel. Quest’ultimo per MacGregor è un grande vantaggio: dà agli studenti flessibilità. Tuttavia, molti studenti vogliono la certezza di poter continuare a vivere da qualche parte. Non l’incertezza che dopo qualche mese dovranno cercare qualcos’altro. 

CMG: L’incertezza sta nel vivere in un edificio abusivo, dove non sai se puoi restarci anche il mese seguente. Questa è la vera incertezza. Ma è anche una lista d’attesa di quattro anni, mentre tu pensi: come diavolo farò, a settembre devo cominciare a studiare! È più incertezza questa che stare in un alloggio sicuro, comodo e ben curato qui. Lo studente ha il tempo per guardare delle alternative. Non vedo dove sia l’incertezza in tutto questo”. 

“La LSVb pensa che vi approfittiate della disperazione degli studenti nel cercare un alloggio per truffarli

CMG: Rispetto il loro punto di vista. Non ho molto da dire. Fanno il loro lavoro e lo fanno molto bene. Sono anche frustrato dal fatto che non ci siano abbastanza unità abitative per gli studenti. Ma anche perché l’università è per chi ha soldi. Vorrei migliorare tutto questo, ma non posso. Se vogliono davvero fare la differenza, devono guardare al grande mercato. Noi occupiamo solo metà del mercato olandese. Non siamo nessuno”. 

I prezzi delle case intorno al Social Hub si alzano, funziona così la studentification. Quelli intorno alle occupazioni vengono calmierati. Social Hub e Spin Time fanno esattamente da poli opposti nella tensione dell’emergenza abitativa. A San Lorenzo le case affittate agli studenti o alle famiglie delle comunità straniere e migranti hanno prezzi sempre più inaccessibili. Lo stesso quartiere sta diventando sempre più bianco. 

Il problema delle migrazioni. Anche qui i due modelli hanno sviluppato a loro volta due modelli. A Spin Time c’è una delle sedi più importanti di Mediterranea. The social Hub ha come riferimento Movement on the ground, che Charlie MacGregor ha fondato nel 2015.  Nelle interviste racconta che dopo aver visto la foto iconica di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni, morto sulle coste turche, lui e un piccolo gruppo di imprenditori si sono recati a Lesbo, all’epoca era l’epicentro della crisi europea dei rifugiati. L’organizzazione, stando al racconto del fondatore, è nata quando ha rinunciato a una vacanza pianificata a Ibiza per offrire soccorso ai richiedenti asilo che sbarcavano a Lesbo, dopo aver visto la foto. L’impulso si è presto tradotto in una strategia d’intervento definita Camp to Campus»

L’idea dichiarata è trasformare i campi profughi di Lesbo o Samos in comunità dignitose dove i rifugiati sono «protagonisti attivi». Tuttavia, scavando sotto la superficie del branding inclusivo, emerge quella che l’inchiesta di New Internationalist definisce The Rule of Silence. Nei campi gestiti da Motg, la dignità promessa viene declinata attraverso un controllo manageriale soffocante: il dissenso non è contemplato e chiunque – volontario o rifugiato – osi criticare la gestione o denunciare le mancanze strutturali viene sistematicamente allontanato. È lo stesso meccanismo che MacGregor applica al TSH di Roma: qui gli abitanti non sono inquilini con diritti, ma “members” vincolati a contratti aziendali, soggetti a una “selezione naturale” basata sulla capacità di spesa. 

A questo modello estrattivo si contrappone la nave speculare di Mediterranea Saving Humans, che affonda le sue radici nella storia dei Disobbedienti e trova in Spin Time Labs la sua principale base di terra. Mediterranea e Spin Time praticano quella che don Mattia Ferrari definisce la sfida della fraternità. Qui la solidarietà non è un servizio erogato dall’alto, ma un modo di fare la storia che unisce mondi sociali diversi: dalle famiglie migranti di varie nazionalità agli studenti in lotta contro il caro-affitti.

L’esempio più luminoso è quello delle famiglie dell’occupazione che hanno cucinato per settimane per gli universitari accampati nelle tende alla Sapienza: un gesto di fraternità politica che riconosce nell’altro un compagno di lotta e non un utente di un campus.

Anche qui si rispecchiano le due ideologie. Di nuovo l’economia morale del dono contro l’economia finanziaria del profitto. Come sottolineano Stefano Portelli e Chiara Davoli, la decriminalizzazione di realtà come Spin Time sarebbe lo strumento più efficace per calmierare il mercato degli affitti: rendere rischiosa la speculazione sugli immobili vuoti (9 milioni in Italia) costringe i grandi proprietari ad abbassare i canoni, rendendo la città vivibile per tutti, e più facile scegliere da che parte stare

Occorre ringraziare per questo reportage il lavoro fondamentale fatto da Irpimedia: “Il modello The Social Hub, laboratorio di speculazione travestita da inclusione”, i libri di Stefano Portelli e Chiara Davoli e quelli di Chiara Cacciotti.

Christian Raimo

Christian Raimo è insegnante, saggista, scrittore. Il suo ultimo libro si intitola L’invenzione del colore (La Nave di Teseo, 2026).

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