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Valeria Verdolini

Solo la piazza e il dissenso possono garantire la pace sociale

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Oggi, tra sgomberi dei centri sociali e criminalizzazione dei manifestanti, il conflitto non ha spazio. Coltivarlo è importante.

Torino è stata teatro, nell’arco di poche settimane, di due eventi tra loro connessi, entrambi accaduti lungo corso Regina Margherita. Il primo è stato lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il 18 dicembre 2025, preceduto e seguito da una militarizzazione estesa di quel triangolo di città che si chiama Vanchiglia, con la Vanchiglietta, alla confluenza della Dora e del Po. La militarizzazione del quartiere è stata un trauma per gli abitanti: moltissimi sono studenti e giovani famiglie, ci sono scuole, bocciofile, piole, le colline che lo circondano. Askatasuna, un tempo Ex-Opera Pia Reynero, ha condizionato, nel bene o nel male, gran parte dei dibattiti politici sul conflitto e sui movimenti della città sabauda. Dopo lo sgombero, nel contesto esteso dei disordini delle manifestazioni per la Palestina e l’episodio di danneggiamento nella sede della Stampa, il quartiere è stato un susseguirsi di presidi permanenti, costanti controlli diffusi e una sospensione prolungata della normalità urbana che hanno trasformato un’area vitale della città in uno spazio di “democrazia limitata”. Il secondo evento è stata la manifestazione del 31 gennaio 2026, promossa a sostegno dell’attività politica del centro sociale e contro l’attuale torsione securitaria, e sfociata in un pomeriggio di scontri violenti. Sabato la tensione è salita al punto da degenerare in guerriglia urbana; la violenza è stata esercitata, in modo grave, sia dalle forze dell’ordine su molti manifestanti, sia da alcuni manifestanti su un agente di polizia.

Torino, nell’arco di un pomeriggio, è stata lo scenario di una trasformazione più ampia, profonda e forse non reversibile del governo dello spazio pubblico. Ciò che è accaduto lungo corso Regina Margherita ha mostrato plasticamente un mutamento strutturale nel modo in cui il conflitto viene letto, gestito e neutralizzato, in quella città, in questo paese.

L’ovvia condanna morale delle violenze è necessaria (e pelosa la sua costante sottolineatura politica), ma credo che tale dibattito, per come si è sviluppato, sia poco interessante di per sé e riconduca a un cul de sac che dagli anni Settanta non ha mai trovato soluzioni. La disamina tra la violenza come “mezzo” e la violenza come “fine”, così come l’ossessione per la sua presunta origine endogena o esogena (infiltrati, agenti provocatori), offre spazio all’immaginazione e toglie fiato alla questione decisiva: dove sta il conflitto. Queste logiche finiscono schiacciate in una doppia scorciatoia: da un lato la condanna morale della violenza come dispositivo di depoliticizzazione, con l’abiura come unica forma legittima di presenza; dall’altro la risposta punitiva, immediata e successiva, che delegittima non solo i modi ma anche i contenuti delle proteste, prescindendo dal contesto e dalla loro genealogia.

Oggi, tuttavia, questa polarizzazione diventa nei fatti un dispositivo politico (e così utilizzato contro chi ha provato a fare politica proprio in quel quartiere e a cercare una mediazione in questi mesi). Lo spostamento dell’attenzione sulla violenza, isolata dal contesto e dalla genealogia del conflitto, consente di eludere la questione decisiva, ossia la legittimità del dissenso e i contenuti di senso della piazza, e di ricondurre l’intera vicenda all’unico linguaggio disponibile: quello dell’ordine e della sicurezza.

Simone Weil, in L’Iliade o il poema della forza, descrive proprio questo: “Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti; essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano.”

Diversamente, ma ugualmente, scrive Weil.

Il dibattito su quello che è accaduto a Torino è sclerotizzato, le parti che si contrappongono sembrano incapaci di comunicare, pietrificate sulle loro posizioni; questo meccanismo immobilizza lo spazio vitale della democrazia, ossia lo spazio del conflitto. Tale pietrificazione non è però neutra, è anzi asimmetrica: tende a riconoscere una legittimità morale preventiva a chi esercita la forza e una colpa presunta a chi la subisce.

Il paradigma securitario contemporaneo, evocato principalmente per proteggere i cittadini, diventa il modello per proteggere l’ordine politico e i suoi apparati, trasformando il dissenso in una colpa e l’uso della forza pubblica in una virtù.

Il governo dell’emergenza, così come la sua produzione, attivati formalmente come una risposta contingente al conflitto, sono invece il prodotto di una razionalità politica stabile che sposta il bene giuridico da proteggere dai cittadini allo Stato tout court.

Ogni volta che il conflitto emerge, e nella gestione viene invocata e attivata la forza pubblica, tale spazio viene trattato come una sospensione dell’ordinario, come se la piazza fosse per definizione uno spazio di eccezione rispetto alle forme normali di accertamento dei fatti e delle responsabilità. Tutto ciò che riguarda la piazza diventa immediatamente una questione di ordine pubblico straordinaria, che richiede mezzi straordinari. La domanda decisiva non è più, perciò, che cosa si contesta, ma come oggi si neutralizza la contestazione. 

Tutto questo appare paradossale se pensiamo a quanto abbiamo assistito in questi ultimi 25 anni e quanto il dibattito e il ragionamento politico su questi temi siano stati claudicanti, se non assenti. Il riferimento temporale non è casuale. Venticinque anni separano i fatti di Torino da quelli del G8, da piazza Alimonda, dalla Diaz e da Bolzaneto, ossia da uno dei momenti più tragici della storia recente delle piazze italiane, quella che nelle parole di Amnesty International, ormai diventate l’unica descrizione possibile, ha rappresentato “la più grave sospensione dei diritti umani del secondo Dopoguerra”.

Da allora, non si è riusciti a costruire una relazione diversa tra forze dell’ordine e manifestanti che non fosse schiacciata su un’alternativa secca: o la pacificazione (difficile) o la repressione (reiterata). Il contenuto politico del conflitto viene sistematicamente annullato, mentre il dissenso – soprattutto quando assume forme radicali o violente – viene delegittimato come tale, come se la sua sola esistenza fosse incompatibile con l’ordine democratico. Eppure il conflitto è una componente costitutiva della democrazia stessa, non una sua negazione. 

Le piazze di oggi, tuttavia, sono attraversate in modo sproporzionato (in termini numerici e anagrafici) da soggetti giovani, precarizzati, razzializzati, queer, ambientalisti, spesso già esposti a forme ordinarie di controllo e stigmatizzazione e in molti casi giuridicamente fragili di fronte alla forza pubblica. È anche per questo che il passaggio dalla figura del cittadino a quella del potenziale nemico avviene con tanta rapidità e con così scarsa resistenza simbolica. Per questo, mai come oggi, è necessario non solo interrogarsi su cosa sia diventata la piazza in questi ultimi venticinque anni, ma soprattutto sulle funzioni che svolgono coloro che sono deputati alla sua tenuta, ossia le forze dell’ordine. 

Nel recente libro di Giuseppe Campesi, Che cos’è la polizia? (DeriveApprodi, 2024) si ricostruisce come la legittimità dei poteri della polizia – intesa come forza democratica – sia basata su due principi: l’imparzialità e il loro essere al servizio dei cittadini. Per Campesi il compito delle forze di polizia è garantire l’esistenza di un ambiente sicuro per l’esercizio delle libertà fondamentali o, richiamando Alessandro Baratta, di una sicurezza dei diritti e non di un diritto alla sicurezza. 

C’è quindi una terzietà della polizia “democratica” rispetto al conflitto politico, che si perde nei contesti che hanno una portata conflittuale, in cui la differenza tra il dissenso e la rivolta spesso è più simbolica che materiale, e quindi è deputata proprio allo sguardo delle agenzie di controllo, ossia le stesse forze dell’ordine. Quando questa terzietà viene a mancare, la polizia smette di essere garante delle condizioni di esercizio dei diritti e diventa, nei fatti, una parte attiva in questo processo, contribuendo alla definizione del conflitto come minaccia. È in questo slittamento che il dissenso perde lo statuto politico e la dignità costituzionale e viene liquidato a mero problema di ordine pubblico.

Questa ambiguità ha precipitato il dibattito pubblico in questo cul de sac interpretativo: il medesimo contesto viene letto ora come esercizio del dissenso, ora come minaccia alla democrazia da parte dei ‘nemici interni’. Il nodo irrisolto è il ruolo decisivo della polizia in questa oscillazione.

Se gli ultimi cinquant’anni hanno visto (con stagioni alterne) pratiche di de-escalation, oggi assistiamo ad una ri-politicizzazione simbolica, che rischia di schiacciare tale conflitto attraverso un’estensione della sfera del nemico a tutte le forme di conflittualità presenti, cercando di neutralizzarle attraverso la deterrenza. 

In questo contesto diventano possibili tre forme di scivolamento rispetto all’uso della forza legittima: la sproporzione rispetto all’obiettivo da perseguire, la violenza quando questa è orientata all’ottenimento di scopi illegittimi e la brutalità quando la sofferenza è inflitta gratuitamente. 

Tali abusi avrebbero degli antidoti, sia in termini di prevenzione che di accountability. Proprio per l’intrusività delle proprie capacità di indagine e di valutazione rispetto alla tutela dei diritti, la trasparenza e il controllo proprio dell’operato delle polizie è un buon indicatore dello Stato della democrazia, e potrebbe essere una strategia proprio per limitare e presidiare i rischi di abuso e di brutalità. 

Negli ultimi vent’anni si sono stratificati una difficoltà strutturale nell’accertamento dei fatti, una sproporzione di forze tra parti offese e indagati, l’assenza di un serio ripensamento delle tattiche di controllo, la debolezza delle strategie alternative e un forte investimento simbolico sull’ordine e sulla sicurezza. Il risultato è stato un effetto paradossale.  Invece di orientare l’azione pubblica verso una trasformazione delle pratiche coercitive in senso garantista, la legittimazione dell’uso della forza – anche nelle sue forme liminali – è progressivamente diventata una strategia politica. In questo processo si è rafforzata una simbiosi che nelle democrazie mature dovrebbe essere costantemente disinnescata: quella tra gli apparati deputati al controllo e il potere politico.

Questo passaggio si realizza attraverso una sovrapposizione sempre più marcata tra gestione dello spazio pubblico e gestione dell’ordine pubblico. La piazza che è sempre stata lo spazio in cui il conflitto si manifesta, diventa il luogo principale in cui l’ordine (pubblico) deve essere dispiegato. 

“La militarizzazione del quartiere è stata un trauma per gli abitanti: moltissimi sono studenti e giovani famiglie, ci sono scuole, bocciofile, piole, le colline che lo circondano. Askatasuna, un tempo Ex-Opera Pia Reynero, ha condizionato, nel bene o nel male, gran parte dei dibattiti politici sul conflitto e sui movimenti della città sabauda”.

Lo Stato tende sempre più a concepirsi come apparato di difesa preventiva, in cui la democrazia è ridotta a ciò che deve essere protetto dal dissenso stesso, ossia la tenuta politica del governo e dei suoi apparati. È significativo che, nel dibattito pubblico seguito ai fatti di Torino, l’azione penale sia stata immediatamente politicizzata, non solo nel tipo di reati evocati, ma anche nel soggetto giudicante: si è parlato di eversione, di tentato omicidio, di attacco allo Stato, e a farlo è stata il capo del governo, scavalcando completamente sia il ruolo dell’accertamento dei fatti da parte dalla magistratura, sia in qualche modo, indirettamente, condizionandolo. Il conflitto viene letto attraverso categorie che richiamano un dibattito mai davvero risolto sugli anni di piombo, un passato che ritorna come riserva simbolica per giustificare nuove strette securitarie.

In questo senso, le proteste di Torino non si collocano solo in una storia di piazze conflittuali, ma in un filone più ampio di criminalizzazione del dissenso. Un filone che attraversa l’azione dell’attuale governo e che si è espresso in modo coerente nel decreto sui “raduni pericolosi”, nel decreto antisemitismo, nella moltiplicazione dei decreti sicurezza, fino alla normalizzazione delle zone rosse e alla militarizzazione selettiva dello spazio urbano.

Il Decreto Sicurezza (D.L. n. 48/2025), poi divenuto legge a maggio, è stato (solo finora ahimé) uno dei provvedimenti più lesivi delle libertà nella storia repubblicana. Non soltanto per l’impianto normativo che ha introdotto, ma anche per il metodo con cui è stato varato Il testo ha prodotto nuove fattispecie penali, e ha irrigidito il trattamento sanzionatorio di reati già esistenti. 

Buona parte del decreto è stata dedicata alla tutela delle forze dell’ordine. A differenza dei precedenti interventi in materia di sicurezza, che dichiaravano di proteggere ampie fasce della popolazione, questo provvedimento ha destinato risorse esclusivamente alla copertura delle spese legali degli agenti, in un contesto nazionale in cui circa duecento operatori sono imputati per reati gravi come tortura, lesioni aggravate e falso commessi in servizio

Il decreto ha delineato un modello pervasivo che privilegia la prevenzione e la cosiddetta difesa sociale in senso predittivo, anticipando l’azione repressiva anche in assenza di condotte penalmente accertate. Con questa configurazione, non ci si limita più a disciplinare l’uso dello spazio pubblico, ma si incide direttamente sulla libertà di pensiero e di intenzione, legittimando un’impostazione autoritaria fondata sul sospetto. Il risultato è uno schiacciamento sistematico dei diritti individuali, l’estensione della sorveglianza e un marcato squilibrio dell’assetto democratico.

Il decreto è stato dannoso sia per le singole norme prodotte, sia perché ha creato un immaginario politico che definisce quali diritti vengono riconosciuti, chi viene tutelato e chi, invece, diventa bersaglio. Molti organismi internazionali hanno ampiamente sottolineato come il provvedimento abbia rafforzato gli strumenti di controllo a scapito della libertà di espressione, intervenendo massicciamente sulla manifestazione del dissenso in modo diretto e indiretto: sono state criminalizzate l’occupazione di spazi abbandonati, le mobilitazioni ecologiste e sociali, le proteste collettive. Gli effetti di tale stretta si sono visti con l’ondata di provvedimenti che sono seguiti alle manifestazioni per la Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla (e su questa massiva applicazione andrebbe interrogato anche il ruolo giocato dalla magistratura). 

Parallelamente, sono stati ridotti gli strumenti di tutela per chi subisce abusi da parte delle forze dell’ordine: l’introduzione delle bodycam prive di codici identificativi ha accentuato l’asimmetria tra chi esercita il potere e chi ne è oggetto. 

In questo scenario, la sicurezza diventa difesa di un ordine gerarchico. 

Una sicurezza che, paradossalmente, produce insicurezza, soprattutto per chi vive già in condizioni di fragilità. Una sicurezza “contro”: contro i migranti, i poveri, i giovani, chi dissente. La paura viene così normalizzata e assunta come tecnica ordinaria di governo.

Il complesso normativo che era in bozza e che forse verrà approvato in questi giorni (diventato il “decreto Torino” dopo gli scontri dello scorso weekend), configura un intervento organico e pervasivo, ancora più squilibrato poiché in discussione sull’onda lunga delle emozioni, in quel conflitto “pietrificato”. Le disposizioni, se approvate incidono in modo significativo sull’equilibrio dell’ordine pubblico, sulle politiche migratorie e sull’assetto stesso dell’apparato statale, evocando addirittura lo “scudo penale” per le forze dell’ordine. 

In primis è previsto un rafforzamento delle forze dell’ordine e una semplificazione dei percorsi di carriera; una vasta parte di esso è dedicata ai giovani, soprattutto ai giovani stranieri e all’uso di armi bianche (coltelli). 

Se i precedenti interventi governativi avevano anticipato alcune di queste misure, soprattutto ampliando la dimensione predittiva dell’azione di polizia, i nuovi segnano un vero e proprio rovesciamento del rapporto tra condotte e controllo, alterando profondamente il significato stesso di prevenzione.

Sul piano dell’ordine pubblico, le innovazioni più rilevanti riguardano l’estensione dei poteri di prevenzione e controllo in capo alle autorità amministrative e di polizia. Si amplia la possibilità di limitare l’accesso e la permanenza in specifiche aree urbane attraverso l’estensione dei divieti di accesso e le “zone rosse”, nelle quali possono essere allontanate persone già segnalate per determinate categorie di reati, mediante strumenti come il Daspo urbano, il Daspo “Willy”, il Daspo prefettizio e i fogli di via.

L’estensione delle zone rosse comporta, in concreto, un ampliamento discrezionale delle restrizioni durature dei diritti fondamentali e la creazione di porzioni di città a fruizione selettiva, in cui soggetti marginali, fragili o migranti possono accedere solo a costo di una penalizzazione costante.

La città viene così ridefinita come spazio governato da criteri di selezione: la presenza è tollerata solo se conforme, funzionale al consumo o alla produttività, o preferibilmente invisibile. È sufficiente pensare alla legittimità riconosciuta ai rider, autorizzati ad attraversare la città in quanto portatori di una funzione di consumo e di servizio, rispetto alla difficoltà per le stesse persone di sostare negli stessi luoghi al di fuori di quel ruolo. In questa prospettiva, la sicurezza si configura come una tecnica di segregazione amministrativa, con implicazioni dirette sul rispetto dei principi che regolano l’uso legittimo della forza pubblica nello Stato di diritto.

Parallelamente, in tale provvedimento, verrebbe ampliato il ricorso alle perquisizioni preventive, anche in occasione di manifestazioni pubbliche e in fasce orarie notturne predeterminate, e viene introdotto il fermo di prevenzione (probabilmente fino a 48 ore), che consente il trattenimento temporaneo di persone ritenute potenzialmente pericolose per il regolare svolgimento di eventi o iniziative pubbliche. Il controllo dello spazio urbano è inoltre rafforzato attraverso l’estensione dei sistemi di videosorveglianza, l’impiego di tecnologie di identificazione biometrica a posteriori in ambito sportivo e l’intensificazione dei presidi di sicurezza in luoghi considerati sensibili, come stazioni ferroviarie, litorali e aree ad alta frequentazione.

La difesa sociale diventa l’unica grammatica politica perseguibile, mentre la pacificazione sociale viene ridefinita come assenza di conflitto e come strategia di costruzione del consenso. La piazza si restringe, soprattutto in termini di accesso.

In uno Stato democratico, però, la pace sociale dovrebbe coincidere con la possibilità istituzionale di attraversare il conflitto senza convertirlo automaticamente in colpa. Quando la pacificazione prende la forma della neutralizzazione preventiva del dissenso, lo slittamento è decisivo: la violenza pubblica cessa di essere un mezzo eccezionale, diventando il fine ordinatore.

Come ha spiegato in lungo e in largo Michel Foucault, è necessario analizzare i metodi punitivi come tecniche specifiche all’interno di un campo più ampio di processi di potere, per poter cogliere il cuore della trasformazione in atto. Punire il pericolo che rappresentano alcuni soggetti in termini di possibilità virtuali è invece un’idea poliziesca, nata parallelamente e al di fuori della giustizia. Applicata alla piazza, questa razionalità produce un diritto che non giudica fatti, ma che seleziona le presenze e definisce a priori i propri nemici.

In questo contesto le legislazioni d’emergenza diventano una forma ordinaria di governo. Come già denunciava Luigi Ferrajoli, misure che in passato avrebbero sollevato un’opposizione di massa vengono oggi frammentate in decreti, leggine, provvedimenti amministrativi, sottratte al dibattito pubblico e giustificate da campagne ideologiche fondate sulla difesa dell’Ordine e dello Stato. Sono misure spesso inefficaci rispetto ai fini dichiarati, ma estremamente efficaci nel rafforzare gli apparati repressivi e nel ridurre le garanzie costituzionali.

Quando la piazza viene governata come un perimetro di rischio cercando di azzerarlo, ciò che si perde è una funzione essenziale della democrazia, ossia la possibilità che il conflitto renda visibili le disuguaglianze e costringa le istituzioni a rispondervi. In assenza di questa possibilità, l’ordine è l’effetto di una forza che ha smesso di interrogarsi sui propri limiti, e che cercherà di superarli. Nel suo racconto, La guerra invernale nel Tibet, Friedrich Dürrenmatt ricostruisce la storia di un mercenario: “sono fiero di esserlo. Combatto il nemico non soltanto in nome dell’amministrazione, ma anche in qualità di esecutore, sia pur modesto, del suo compito, o meglio di quella parte dei suoi compiti che la obbliga a combattere i nemici, perché essa è tenuta non solo a offrire aiuto al cittadino, ma ancor più a proteggerlo”. Il mercenario dipinge nella caverna in cui è finito uno scenario apocalittico, in cui lo Stato funziona come il Sole, e la sua tenuta dipende dalla giusta distanza che lo Stato riesce ad esercitare, quando lo stato si avvicina invece, tale meccanismo è destinato a collassare: “L’equilibrio di pressione di uno Stato stabile consiste nel fatto che il singolo individuo vi si muove libero, nei limiti in cui è possibile rispetto agli altri singoli individui: quanto maggiore diventa la massa dei singoli, tanto più limitata si fa la libertà del singolo: la pressione sul singolo è accentuata […], l’individuo comincia ad avvertire la presenza dello Stato, si manifestano emozioni avverse allo Stato e così via” (Dürrenmatt, F. 1981, p. 272). In una stagione di emozioni avverse, come quella che stiamo vivendo, solo la distanza e uno spazio come quello della piazza, attraversato dalle forme del dissenso legittime, è oggi l’unica garanzia della pace sociale, e l’unico antidoto alla pietrificazione (dei rapporti e dei diritti). 

Valeria Verdolini

Valeria Verdolini è ricercatrice universitaria, sociologa, attivista e presidente di “Antigone Lombardia”. Ha scritto Abolire l’impossibile (2025, add editore).

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