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Tommaso Gori

Giochi preziosi: il costo e le conseguenze delle Olimpiadi invernali

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Con il riscaldamento globale, le Olimpiadi invernali dipendono sempre più da neve artificiale e grandi opere. Il caso di Milano-Cortina 2026 aiuta a capire quali costi ambientali ed economici comporta questo modello, a partire dalle conseguenze (alcune già visibili, altre prevedibili) sul territorio alpino.

Durante la prima olimpiade invernale del 1924, tenutasi a Chamonix, in Francia, tutti gli eventi programmati si svolsero all’aperto. Gli atleti si affidavano alla neve naturale per le piste da sci e alle basse temperature per le piste di pattinaggio. A un secolo di distanza, le olimpiadi invernali di Milano-Cortina promettono uno scenario molto diverso. Seguendo il trend di Pechino 2022, gli spettatori potrebbero guardare gli sciatori sfrecciare su piste composte al 100% da neve artificiale. Oggi piste da bob e trampolini da sci dispongono di propri sistemi di refrigerazione, e quattro delle discipline originali si svolgono ormai al chiuso: pattinatori artistici e di velocità, giocatori di curling e squadre di hockey competono tutti in edifici climatizzati. 

Con l’innalzamento delle temperature, viene da chiedersi come saranno i Giochi Invernali tra un secolo? Saranno ancora possibili? Mentre durante le Olimpiadi di Cortina del 1956 la temperatura media invernale era di -3,5 °C, quest’anno possiamo aspettarci una media superiore ai 4 °C. Per mitigare l’innalzamento delle temperature, la SIMICO, Società Infrastrutture Milano-Cortina 2026, ha proposto l’ampliamento dei bacini idrici per l’innevamento artificiale, la costruzione di infrastrutture climatizzate e l’installazione di nuovi cannoni sparaneve. La SIMICO, che ha come azionisti il Ministero dell’economia e delle finanze (35%), il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (35%), la Regione Lombardia (10%), la Regione Veneto (10%) e le province autonome di Bolzano e di Trento (5% a testa), ha però ignorato tout court le verifiche di impatto ambientale per il piano delle opere olimpiche. Si continua dunque a finanziare un modello di sviluppo estrattivo in cui cementificazione e sfruttamento idrico diventano lo scarto residuale della speculazione olimpica. 

Nel vuoto istituzionale creatosi dall’assenza di verifiche ambientali si è inserito Open Olympics 2026, un coordinamento che riunisce una ventina di associazioni ambientaliste – tra cui Libera, WWF e Legambiente. A febbraio 2025, la campagna ha pubblicato un dossier che delinea una situazione alquanto preoccupante: il 60% delle opere olimpiche non ha ancora avuto nessuna verifica di impatto ambientale. E in effetti, il 2 settembre scorso la terra ha iniziato a scuotersi, provocando uno squarcio di 30 metri che ha spaccato in due il terreno a Ovest di Cortina D’Ampezzo. Si tratta dell’area di costruzione della cabinovia Apollonio–Socrepes, opera che dovrebbe collegare, ulteriormente, Cortina con le piste delle Tofane. L’episodio della frana non è un caso isolato, ma il sintomo di una politica infrastrutturale che sta mettendo sotto pressione gli equilibri ecologici dell’arco alpino. Erano stati i cittadini e gli enti locali a denunciare l’incompatibilità dell’area. Insistendo sull’elevato rischio frane e la pericolosità geologica compresa tra i valori medi e alti. Giorgio Giacchetti, presidente dei Geologi del Veneto, ha detto al «Corriere delle Alpi» che l’area ha un sottosuolo scomposto, con strati di materiali alternati in modo irregolare. In un terreno così fragile, ha spiegato, le frane sono “conseguenze fisiologiche” degli scavi.

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Frana cabinovia Apollonio-Socrepes.

Osservando l’impatto ambientale delle opere olimpiche, si notano le perdite cumulative, anche di piccola scala, di foreste, boschi e bacini idrici: “È un problema che brucia lentamente,” afferma Jan-Erik Petersen, esperto di ecosistemi presso l’EEA. “Se permettiamo che queste perdite di piccola scala continuino ad avvenire, rischiamo di portare il sistema al completo collasso”. Tra le opere olimpiche, il caso più eclatante riguarda la nuova pista da bob di Cortina D’Ampezzo. Nel sito previsto per la costruzione sono stati abbattuti centinaia di larici risalenti a ben due secoli fa. Il bosco, deforestato, sparisce per lasciare spazio a una grande opera la cui utilità post-olimpica rimane dubbia e incerta. “Di questo passo”, osserva Luigi Casanova, autore di Oro colato. L’eredità per pochi delle Olimpiadi di Milano-Cortina, “nell’Ampezzano pioveranno milioni di euro in colate di cemento e Cortina, invece di aspirare al titolo di regina delle Dolomiti, rischia di diventare la regina del cemento”.

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La cementificazione delle Alpi incontra la sua inutilità sociale in quelle che possiamo definire come vere e proprie cattedrali nel deserto: infrastrutture, opere o impianti in rovina che occupano e frammentano i corridoi ecologici dell’arco alpino. Nella stessa Cortina troviamo una costellazione di impianti in disuso che risalgono ai Giochi Invernali del 1956. Partendo dalla ex-pista da bob Eugenio Monti fino ad arrivare a una miriade di seggiovie, skilift e infrastrutture sciistiche in stato inattivo, per non parlare del Trampolino Olimpico Italia. Si aggiunge alla lista anche il caso di Sestriere, dove il Villaggio Olimpico costruito per i Giochi Invernali del 2006, dopo anni di abbandono e degrado, è tornato oggi al centro dell’attualità per una nuova messa all’asta. Un’infrastruttura pensata come eredità permanente dell’evento che si è invece trasformata in un vuoto urbano concepito dallo stesso modello speculativo di sviluppo olimpico. Queste opere possono essere lette attraverso il concetto di “ruins in reverse” formulato da Robert Smithson, secondo cui una rovina non è tale poiché il tempo la consuma, ma lo è a causa della sua condizione originaria: le infrastrutture moderne “non cadono in rovina dopo essere state costruite, ma sorgono come rovine prima ancora di esistere”. Strade, gallerie, impianti sportivi e grandi opere vengono presentati come vettori di sviluppo, ma appaiono già segnati da una logica entropica. La rovina, qui, non coincide con l’abbandono futuro, ma è inscritta nel progetto stesso, nella pianificazione accelerata, nella speculazione immobiliare e nell’eccezionalità olimpica che sospende ogni valutazione di lungo periodo. In questo senso, Cortina non rischia di diventare una rovina dopo i Giochi: lo è già durante la loro realizzazione, dove in assenza di una verifica ambientale non si seminano infrastrutture durature ma cicatrici anticipate nel paesaggio alpino.

Oltre al loro impatto paesaggistico ed ecologico, le opere olimpiche non risultano sostenibili neppure da un punto di vista economico. Ha davvero senso investire ingenti risorse pubbliche in infrastrutture destinate a scomparire subito dopo l’evento, lasciandosi dietro debiti, scempi ecologici e opere socialmente inutili? In origine si parlava di costi contenuti, circa 1,3 miliardi di euro. Oggi, però, le stime superano i 5-7 miliardi: 1,9 miliardi per l’organizzazione e oltre 3,5 miliardi per le infrastrutture (strade, ferrovie, impianti). La maggior parte della spesa ricade su Stato e Regioni, in netto contrasto con la narrativa iniziale dei “Giochi verdi a costo zero”. Un caso esemplare in cui i profitti vengono privatizzati mentre le perdite, sia quelle economiche che quelle ecologiche, vengono lasciate a carico dei contribuenti.

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Tra le perdite ecologiche più significative incontriamo i corsi d’acqua alpini, già ridotti nelle portate da dighe e impianti idroelettrici, oggi ulteriormente impoveriti da nuovi pozzetti destinati a fornire acqua a cannoni sparaneve. A Tesero per il fondo, a Predazzo per i trampolini, a Cortina per lo stadio del ghiaccio e la pista di bob. La produzione di neve artificiale richiede enormi quantità d’acqua: per ottenere un metro cubo di neve servono approvvigionamenti costanti, bacini di accumulo e sistemi di pompaggio ad alta potenza. I progetti idrici del piano olimpico sono stati imposti in via emergenziale senza alcuna consultazione della cittadinanza. Interrogato sulla situazione ambientale, Ivan, 58 anni, guida alpina e volontario di Voci di Cortina, indica il versante dove un tempo spuntavano le cime verdi dei larici e dove adesso sorgono cannoni sparaneve accompagnati dalla nuova pista da bob. “Questi impianti di ultima generazione non si limitano a produrre neve: congelano l’aria attorno a loro per far sì che il manto resti compatto,” spiega. “Per mantenere la pista da bob nelle condizioni richieste servirà un rifornimento idrico e un dispendio energetico enorme”. Sono infatti previsti lavori di ampliamento per il bacino idrico di Cortina, che verrà aumentato da 85.000 a 120.000 metri cubi. Il piano prevede di deviare l’acqua dal fiume Boite e pomparla per circa 800 metri fino al bacino. La costruzione di nuovi impianti, infrastrutture e bacini per la neve artificiale, sono tutti interventi che, secondo la geografa Carmen de Jong, “frammentano habitat preziosi, interrompono corridoi ecologici essenziali per numerose specie e riducono la capacità complessiva dell’ambiente di adattarsi al cambiamento climatico”. In questo senso, i Giochi si confermano l’acceleratore di un debito ecologico lasciato interamente in eredità ai territori ospitanti. 

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Bacino idrico Pò Drusciè – Bacino idrico Anterselva.

Questo è ormai il modus operandi delle grandi opere nel tardo capitalismo: una retorica green e sostenibile sul piano comunicativo, affiancata da politiche estrattive che contribuiscono alla devastazione di ecosistemi fragili. Questa modalità non convince Vanda Bonardo, presidente della sezione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi. Pur avendo contato oltre cento riferimenti al “concetto di sostenibilità” nel dossier di candidatura, “questi Giochi non saranno ecologici,” afferma. “I cambiamenti che hanno interessato l’area di Cortina sono profondi e, in molti casi, irreversibili”. Se questo è il modello di sviluppo delle politiche sportive e infrastrutturali, la domanda non è più se le Olimpiadi invernali potranno ancora svolgersi, ma quale città sarà disposta a sacrificare il proprio territorio per ospitarle. 

Tommaso Gori

Tommaso Gori è giornalista e ricercatore presso il centro sperimentale di Research Architecture, Goldsmiths University of London. Collabora con diverse riviste.
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