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Mario Luongo

“L’agente segreto” è la conferma che il cinema brasiliano è in grande forma

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Non solo l’ultimo film di Kleber Mendonça Filho, ma di recente anche Io sono ancora qui di Walter Salles.

Nel saggio David Lynch non perde la testa, David Foster Wallace scriveva: “A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l’orecchio”. Possiamo aggiungere, dopo la visione del film L’Agente segreto, che al suo regista e sceneggiatore Kleber Mendonça Filho interessa di più mostrare una gamba mozzata nel ventre di uno squalo o il braccio di un cadavere in una deserta stazione di servizio. Dettagli anatomici, MacGuffin, ma soprattutto metafore di un Paese smembrato –  il Brasile sotto la dittatura militare – in cui concetti come identità e memoria fanno da filo conduttore all’intera storia. Con il suo ultimo film, da poco arrivato nelle sale italiane, Mendonça Filho conferma di essere in grado di dosare efficacemente i generi, mescolando noir e thriller politico, atmosfere western e un cinema civile che ricorda la lezione del Cinema Novo brasiliano degli anni Sessanta, ma con un gusto molto personale. 

Il regista brasiliano è bravo a giocare con le aspettative dello spettatore, come nella scena di apertura del film, carica di tensione, e a partire anche dal titolo. Ne l‘Agente segreto, infatti, non c’è nessun agente segreto. Il protagonista (interpretato da un bravissimo Wagner Moura, primo attore brasiliano candidato agli Oscar, fresco di Golden Globe e Prix d’interprétation masculine a Cannes) è Armando, ricercatore universitario che torna a Recife (città natale e ambientazione di molti film di Mendonça Filho) durante il carnevale per riabbracciare suo figlio Fernando, lasciato alle cure dei nonni materni dopo la morte della moglie. Qui trova ospitalità presso dona Sebastiana, anziana battagliera che accoglie e nasconde profughi e perseguitati politici. Siamo infatti nel Brasile del 1977 e, come avvisa il prologo del film, qui succedono cose bizzarre.

C’è la dittatura militare, la polizia è corrotta e violenta, i festeggiamenti del carnevale invadono la città, la burocrazia è un gioco all’improvvisazione, e niente è davvero ciò che sembra. Neanche Armando, che a Recife è costretto a usare un’altra identità facendosi chiamare Marcelo, perché in passato ha ostacolato le attività di un imprenditore corrotto, e adesso due killer da lui assoldati lo seguono per “fargli un buco in faccia”. Il tutto condito da gustose citazioni filmiche –  come nel suo bellissimo Retratos Fantasmas del 2023, anche qui il Cinema São Luiz, tra i cinema de rua più longevi del Brasile, è quasi uno dei protagonisti del film, con le sue sale di proiezione, le locandine de Lo Squalo, King Kong, il Presagio, Pasqualino Sette Bellezze  – e riferimenti molto dettagliati  alla cultura locale e alla quotidianità di quegli anni, come la famigerata gamba pelosa che si diceva andasse di notte a punire le persone impegnate in atti sessuali e promiscuità varie (leggenda che girava davvero a Recife in quegli anni, e che per i giornalisti era diventato un modo per aggirare la censura e parlare delle repressioni) oppure gli orelhão, iconiche cabine telefoniche brasiliane create dalla designer Chu Ming Silveira. 

Come il film precedente, L’agente segreto è un film sulla perdita e sulla memoria. Non a caso vi è tra le due opere, pur nella loro diversità, una forte intertestualità nelle ambientazioni, persino nei personaggi: il proiezionista de L’agente segreto è chiaramente ispirato al “Signor Alexander”, uno dei principali responsabili dell’amore di Mendonça Filho per il cinema. 

E infatti, come  Wagner Moura – che del film è anche co-produttore – ha sottolineato durante il suo discorso di premiazione ai Golden Globe: “L’Agente segreto è un film sulla memoria, oppure sulla mancanza di memoria, e sui traumi generazionali. Penso che, se il trauma può essere trasmesso attraverso le generazioni, possono farlo anche i valori. Questo premio è per coloro che restano fedeli ai loro valori nei momenti difficili”. Tra i lavori più interessanti di questa stagione cinematografica, l‘Agente segreto si era già fatto notare all’ultima edizione del Festival di Cannes che ha premiato Wagner Moura come migliore attore e Mendonça Filho per la regia. La conferma è arrivata ai Golden Globe, e agli Oscar in arrivo il 15 marzo sono in molti che lo danno favorito: quattro candidature importanti tra miglior film, miglior attore protagonista al solito Wagner Moura, miglior film internazionale e miglior casting. Un successo internazionale di critica e di botteghino, che in Brasile  ha scatenato un tifo paragonabile a quello per la Seleção. Merito anche del buon momento del cinema brasiliano dopo il successo, l’anno scorso, del film Io sono ancora qui di Walter Salles, premiato con l’Oscar al miglior film internazionale, per la migliore sceneggiatura a Venezia e ai Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico grazie all’interpretazione di Fernanda Torres. Sia Salles che Mendonça Filho hanno deciso di rappresentare le storie di persone e famiglie normali nel contesto della dittatura militare in Brasile durante gli anni ‘70. Ambientato a Rio de Janeiro, Io sono ancora qui è basato sulla storia vera di Rubens Paiva, oppositore del regime, arrestato e poi ucciso dai militari, e di sua moglie Eunice, che per tutta la vita ha lottato perché le responsabilità per la morte del marito fossero appurate e i responsabili condannati.

Ed è interessante notare come parte della trama dei due film ruoti attorno ai concetti di identità e memoria attraverso la ricerca di due documenti, pur molto diversi fra loro: ne l’Agente segreto si tratta della carta di identità della madre di Armando-Marcelo, che il protagonista cerca nell’archivio dove è andato a lavorare sotto copertura, mentre nel film di Salles è il certificato che attesta la morte di Rubens Paiva, ottenuto da Eunice dopo oltre venti anni. Entrambi i film, poi, seguono il destino dei loro protagonisti anche molti anni dopo la morte, decenni dopo la fine della dittatura. L’epilogo di Io sono ancora qui è ambientato nel 2014 e mostra Eunice ormai anziana e malata di Alzheimer (interpretata da Fernanda Montenegro, volto simbolo di Central do Brasil nonché madre della protagonista Fernanda Torres) che ritrova un attimo di lucidità vedendo in TV un servizio sul marito. Ne l’Agente segreto, invece, passato e presente da un certo punto in poi si alternano: la vicenda di Armando-Marcelo viene rappresentata nel 1977 e allo stesso tempo rievocata attraverso le registrazioni audio che due studentesse ascoltano ai giorni nostri. Una delle due, Flavia, si affeziona alla voce di Armando, tanto da voler incontrare suo figlio Fernando, ormai cresciuto e diventato medico, per restituirgli qualcosa di suo padre. La memoria è legata, ovviamente, ai mezzi che permettono la sua trasmissione; i supporti audio, certo, ma anche i giornali locali, che sono elementi ricorrenti in tutto l’Agente segreto: le pagine dei quotidiani coprono i volti dei morti ammazzati, tengono il conto delle vittime del carnevale, raccontano su base quotidiana gli aggiornamenti sulla misteriosa gamba mozzata e costituiscono una sorta di anticlimax alla parte thriller del film. 

Andando in profondità, infine, non è difficile trovare un punto di genesi per i due film anche negli anni della presidenza di Jair Bolsonaro, primo e unico capo del governo ad aver prestato servizio militare durante gli anni della dittatura e ad aver usato parole dure nei confronti delle famiglie dei desaparecidos brasiliani. Bolsonaro ha incarnato fisicamente la recrudescenza di un periodo storico che il Brasile stava lasciandosi alle spalle, con tutto il suo bagaglio di militarismo, corruzione, violenza, elitarismo e odio per le minoranze. 

Ed è ancora più interessante notare quanto queste similitudini vengano da due registi piuttosto diversi tra loro per storia personale e approccio al cinema. Walter Salles, classe ’56,  ha avuto vasta risonanza, anche internazionale, con film come Central do Brasil, Disperato Aprile e I diari della motocicletta. Insieme a lui va citato sicuramente anche Fernando Ferreira Meirelles, classe ’55, autore di City of God del 2002, ambientato nella favela Cidade de Deus a Rio de Janeiro e manifesto culturale del cosiddetto Cinema de Retomada, che tra il 1995 e il 2002 disegnò una nuova fase di promozione e produzione cinematografica in Brasile. 

Kleber Mendonça Filho, classe ’68, appartiene invece a un’altra generazione , la stessa ad esempio di José Padilha, regista di cult come Tropa de Elite del 2007 e del suo sequel del 2010, che hanno contribuito a lanciare la carriera di Wagner Moura. Nato come crítico cinematográfico, Mendonça Filho ha cominciato a girare le prime opere sperimentali agli inizi del 2000, tra cortometraggi, documentari, videoclip, affrontando registri sempre diversi, spesso mescolandoli tra loro. In Bacurau (2019) ad esempio ricorre all’horror, al folklore e alla fantascienza, pur restando sul terreno rurale del nordest brasiliano, per parlare di un paese che scompare dalle mappe satellitari, mentre i suoi abitanti danno vita ad una rivolta contro un politico locale che ha preso il controllo dell’acqua. 

La costante di quasi tutti i suoi lavori va ricercata proprio a Recife, dove è nato. La capitale del Pernambuco, nel nordest del Brasile, è un personaggio fondamentale attraverso cui Mendonça Filho riesce a parlare di cambiamenti sociali, trasformazioni urbane, resistenza culturale, identità personale e collettiva. Ne l’Agente segreto, ad esempio, Recife è puro western nelle scene iniziali, lussureggiante nella sua natura tropicale e allo stesso tempo decadente e sensuale nella sua dimensione urbana grazie alla fotografia di Evgenia Alexandrova, bravissima a restituire la temperatura visiva di quegli anni, tra i corpi sudati della folla, il giallo come colore dominante – gli orelhão, il maggiolino del protagonista, i vestiti, i palazzi – e il romanticismo retrò di alcuni scorci della città, come nelle scene al Cinema São Luiz o l’affaccio sul ponte che attraversa il Rio Capibaribe e regala una delle inquadrature più belle del film. 

Da questo punto di vista, quindi, l’Agente segreto si inserisce nel solco dei precedenti lavori di Mendonça Filho come Il suono intorno (O som ao redor, 2012), Aquarius (2016) e Retratos fantasmas (2023) ma anche dei primi corti come A menina do algodão (2002) e Recife frio (2008), ricostruendo la mappa storico-sentimentale di una città e di un Paese attraverso la lente del cinema. Ognuno è un piccolo tassello di un mosaico in cui si alternano il melò, il noir, il thriller, il documentario e perfino il mockumentary sempre con la stessa coerenza autoriale. Ed è anche per questo che L’Agente segreto è un film importante da vedere, non solo per riscoprire un regista come Kleber Mendonça Filho, ma soprattutto per capire il passato e il presente del Brasile. 

Mario Luongo

Giornalista professionista, editor e content manager. Collabora a diverse testate online e cartacee.

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