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Loredana Lipperini

La morte di Zoe Trinchero dimostra che i femminicidi ormai ci lasciano indifferenti

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L'ennesima morte di una giovane per mano di un coetaneo rifiutato ha suscitato poche reazioni, tra l'indignazione per chi partecipa a Sanremo e la presidente del Consiglio impegnatissima a prendersela con un comico.

Il destino di Zoe Trinchero è stato terribile, e per due motivi.

Il primo è quello che dovrebbe essere evidente, se non ci si fosse infilati tutti nell’assuefazione, e dunque nell’indifferenza al male quotidiano: Zoe aveva 17 anni, lavorava in un bar, sognava di diventare psicologa, viveva la vita delle ragazze, e dunque immaginava, come tutte abbiamo fatto, la donna che sarebbe stata a venti, a trenta, a quaranta, e poi basta – più in là, quando si è adolescenti, non si riesce ad andare perché il tempo sembra lunghissimo e imponderabile. Zoe non è arrivata a 18, non è arrivata neanche alla mezzanotte della giornata di febbraio che l’ha spezzata, dopo le pizze e i calzoni consumati con gli amici e dopo che il suo assassino, Alex Manna, che era l’ex fidanzato della sua migliore amica, l’ha invitata a fare due passi. Dice lui, per parlare di una loro antica relazione che a quanto pare non c’è mai stata. Si allontanano dunque, poi lui la colpisce: “All’improvviso, non so per quale motivo, le ho sferrato un pugno”. Più tardi corregge: “Non le ho dato solo un pugno, ma è stata una raffica veloce, solo con il destro”. A quel punto si rende conto che la ragazza sta male e invece di soccorrerla la getta nel fiume, a quanto pare ancora viva. Non chiama soccorsi, tutt’altro. Dirà invece che conosce l’assassino, che anzi l’assassino li ha aggrediti e lui sa chi è, è un musicista, si chiama Naudy Carbone, e agli amici e ai carabinieri Alex dice che è stato il nero, “quello pazzo”, e il risultato è stato che una trentina di persone si sono date appuntamento sui social per linciare Naudy. L’orrore si alimenta nel tempo di un respiro: di Naudy si scrive, febbrilmente, che gira armato, che le ragazze vanno difese e che ci vuole il coprifuoco, che ha un coltello, e via, come il fuoco che cresce, è così facile del resto, siamo così abituati del resto, è così normalizzato il razzismo, è così facile suscitare paura, e in fondo non dicono tutti i giorni Piantedosi e compagni che siamo vicini al salto di qualità, che torneranno le Brigate Rosse, che ci sono nemici dell’Italia in azione?

E invece è stato Alex ad aver ucciso Zoe, con quella raffica di pugni. E non sa perché, forse, dice, mi hanno messo qualcosa nella birra o forse chissà, c’è stato un no di troppo, qualcosa che nel ragazzo che si vanta di fare boxe e dunque per questo i suoi pugni sono micidiali, è scattata la solita cosa. Un no non si accetta. Non lo si accetta se si è un uomo lasciato o a cui si dice che non è il caso e neanche se sei un poliziotto dell’ICE a cui una poetessa si rivolge con un sorriso, rifiutandosi di scendere dalla macchina e ricevendo in cambio qualche pallottola in faccia.

Così Zoe è sui giornali, con il suo bel sorriso impertinente da ragazzina, è sui giornali e guarda nell’obiettivo da un balcone o da una spiaggia. Le viene risparmiato, a differenza delle altre morte ammazzate, il corredo di fotografie tra praticelli e fiorellini con gli ex che hanno loro spaccato la testa con un masso o le hanno trafitte a coltellate. Le viene risparmiata la parola amore, che per le altre è stata usata in modo improprio e ripugnante. Al momento, e spiegherò perché, non c’è stata neanche una ministra a sottolineare, compunta, che l’ergastolo scoraggia i femminicidi (e invece è una legge per le morte, come scriveva mesi fa Giulia Blasi, e a noi servono leggi per rimanere vive, perché da morte gli anni di carcere di chi ha alzato il masso o il coltello sono ininfluenti).

E vengo al secondo punto: Zoe è stata assassinata mentre il paese, i giornali, il governo e pure gli elettori pensavano ad altro, parlavano d’altro. Si parlava di un comico che ha rinunciato ad andare a Sanremo, e su questo è intervenuta la presidente del Consiglio, e poi il presidente del Senato, e poi il ministro dei Trasporti. Il dibattito pubblico, come si suol dire, riguardava un comico mediocre, e non una ragazzina di 17 anni, la morta ammazzata numero 8 del 2026 (e siamo all’inizio di febbraio). Zoe ha avuto, guarda un po’, la sfortuna di morire annegata, o pestata, o tutte e due, nel momento in cui l’Italia si accalorava sulla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi e di Sanremo, nel momento in cui l’interesse della politica, ma anche di molti elettori, era centrato sulle quisquilie, lasciando fuori non solo gli orrori che continuano ad avvenire in altri paesi (così vicini e così lontani, già) ma quelli che sono a due passi, basta allungare una mano e quasi li tocchi.

“Zoe aveva 17 anni, lavorava in un bar, sognava di diventare psicologa, viveva la vita delle ragazze, e dunque immaginava, come tutte abbiamo fatto, la donna che sarebbe stata a venti, a trenta, a quaranta, e poi basta”.

Parlano le donne, certo, o almeno molte di loro, così come stanno parlando e scrivendo sull’incredibile cambio di narrazione sugli Epstein files, dove si mette in evidenza tutto tranne la cosa più importante, ovvero il sistema di potere e di dominio basato sull’abuso del corpo delle donne. Parlare di quello è woke, e se insisti non solo ti insultano, ma ti minacciano (a chi scrive di essere inseguita con un crick, alla poetessa Maria Grazia Calandrone di ricevere l’ultimo colpo del caricatore).

Ancora una volta, la morte di Zoe non è un episodio isolato, non è un caso, non un inciampo del destino, ma è frutto di una catena lunga e ininterrotta, di un mondo e di una cultura che per secoli hanno giustificato lo sgarbo, e dunque l’abbandono, o chissà cosa nel caso di Zoe, come qualcosa che merita una punizione. Verbale, fisica. Un pugno, una raffica di pugni, faccio boxe.

Questa volta non sono neanche spuntati fuori quelli che dicono “ragioniamo, il femminicidio non esiste” e che tornano nel silenzio per ricominciare a parlare alla prossima ragazza che semplicemente sceglie di porre fine a un amore, e al prossimo ragazzo che non lo accetterà, e noi ritorneremo a riprendere i nostri ruoli, di qua chi si accora, di là chi dice ragioniamo. E tutto, ancora una volta, sprofonderà nel nostro rimanere immobili. A meno di non capire che non si salva nessuno se si è soli, non si cambia una cultura se si è soli, se ci si continua ad avvoltolare nella distrazione provocata ad arte, e in una paura generica che ci ha già consegnato ai fascismi. Le narrazioni cambiano le decisioni. Le narrazioni ci sono già: basta ascoltarle.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.”
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Loredana Lipperini

Loredana Lipperini è scrittrice, saggista, blogger, attivista culturale e docente. Il suo ultimo libro è Il segno del comando (Rai libri, 2024).

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