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Roberto Paura

Gli Epstein Files sono l’”American Psycho” dei nostri giorni

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Come il Patrick Bateman di Bret Easton Ellis, Epstein è figlio del suo tempo. Un tempo in cui i potenti sembrano in grado di fare impunemente qualsiasi cosa vogliano.

Martedì sera, durante una cena interminabile da Bouley, a No Man’s Land, dico ai commensali: – Sentite, ragazzi, la mia vita è un inferno, – ma loro (…) mi ignorano palesemente e continuano a discutere dei titoli più promettenti per il decennio a venire e di operazioni in Borsa, corpoduro, proprietà immobiliari, oro, elevata rischiosità delle obbligazioni a lungo termine, nuovi esercizi, Stolichnaya Cristall, metodi per far colpo sulle persone che costano e sistemi per vivere al massimo, nonché di come sia necessario diffidare di tutti, sempre e comunque (…) B. E. Ellis , American Psycho

A farsi prendere la mano è un niente. Me ne sono accorto dopo qualche ora di scavo negli “Epstein Files”, la miniera d’oro di ogni voyeur, giornalista d’inchiesta amatoriale o complottista. Indagando sulla fissa di Jeffrey Epstein per la scienza – ne parlerò più avanti – mi ero imbattuto nel vastissimo carteggio con John Brockman, l’agente degli scienziati-superstar a cui dobbiamo i principali best-seller di divulgazione degli ultimi decenni, curatore a sua volta di libri di grande successo intorno alle grandi domande esistenziali, e di cui mi ero occupato in passato. Brockman è stato un assiduo frequentatore di Epstein, di cui condivideva la passione per le conoscenze di alto livello, dai premi Nobel in giù. Se fosse anche un frequentatore del suo harem non è dato saperlo. Era anche sul suo libro paga: c’è traccia di un assegno di 35.000 dollari staccato da Epstein per la Edge Foundation, il think-tank di Brockman, e di un altro promesso di 65.000 che invece si rivela essere più modesto, riduzione di cui l’editore si lamenta (Epstein gli fa rispondere tramite la sua segreteria che ne arriverà uno successivo). Poi, di punto in bianco, una mail quasi del tutto oscurata, con oggetto CONFIDENTIAL: Brockman la manda ad alcuni grossi nomi delle Big Tech oltre che a un paio di celeberrimi neuroscienziati, e riguarda uno scambio con un importante medico che opera a Monaco, in Germania, neurochirurgo delle star, dai calciatori all’ex presidente egiziano Mubarak. Epstein gli fa gli auguri, dicendo di essere con lui “con lo spirito se non con il corpo”. Di cosa si tratta? La fantasia galoppa. Esperimenti segreti di stampo transumanista? Mind-uploading per garantire che la coscienza possa vivere per sempre in un computer (ma in una mail a Noam Chomsky Epstein liquida come una scemenza l’idea che il cervello sia un computer)? La risposta arriva in qualche mail successiva, dove la censura non è arrivata: la scoperta di un tumore alla prostata e la richiesta di una second opinion prima di decidere di affidarsi al chirurgo per un’ablazione (“se va bene per Mubarak andrà bene anche per me”, una frase che avrebbe potuto dire Berlusconi). Pare sia andata bene, perché le mail sono del 2011 e il nostro è ancora tra noi.

Riemerso in superficie dalla tana del Bianconiglio, mi sono chiesto perché fossi finito così facilmente preda di quella che Umberto Eco chiamava la “semiosi sospettosa”, la facilità con cui un testo certamente criptico come può essere uno scambio di mail tra persone che spesso hanno qualcosa da nascondere si trasforma rapidamente, nell’interpretazione del lettore, nella prova di un super-complotto, come la celebre lista della spesa che nel Pendolo di Foucault diventa la prova del complotto templare per conquistare il mondo. “La sopravvalutazione degli indizi nasce sovente da un eccesso di meraviglia, ovvero dalla propensione a ritenere significativi gli elementi più immediatamente appariscenti, mentre il fatto che siano appariscenti dovrebbe indurre a riconoscerli come spiegabili in termini assai economici”, scrive Eco ne I limiti dell’interpretazione. Dovrei saperlo, eppure la sbornia di interpretazioni esplosa sui social dopo la condivisione degli Epstein Files, diventa una vera mania (“stai seguendo il caso Epstein?” è una domanda che mi viene spesso rivolta, non so nemmeno il perché), mi ha fatto dimenticare la lezione di Eco, a cui sono molto affezionato. “La caratteristica principale della deriva ermetica ci è sembrata essere l’abilità incontrollata nello slittare da significato a significato, da somiglianza a somiglianza, da una connessione a un’altra”. Ecco che i quasi 900 riferimenti alla “pizza” negli Epstein Files diventano prova che il PizzaGate – la celeberrima teoria del complotto sui circoli pedofili dell’élite democratica americana – era vera. “Your Pizza Is YUMMY YUMMY!!” si legge nell’oggetto di una mail

Ognuno ci legge quello che vuole: gli antisionisti vi hanno trovato le prove che Epstein era uomo del Mossad e aveva pagato i diplomatici norvegesi che avevano negoziato gli accordi di Oslo per danneggiare la Palestina; gli antiputiniani hanno invece puntato il dito sui continui tentativi di influenzare il Cremlino. Sembra quasi che debba avverarsi la scena finale di Bugonia, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos: per tutto il tempo siamo convinti di avere a che fare con due tipici americani complottisti e paranoici, per qualche motivo in grado di conversi che la CEO della multinazionale farmaceutica da loro sequestrata sia in realtà un’Andromediana sotto mentite spoglie impegnata in inquietanti esperimenti sulla razza umana. E poi, anche se con un rovesciamento caricaturale, scopriamo che forse avevano ragione loro Forse allora non era nemmeno così fuori fuoco David Icke con la sua teoria dei Rettiliani; magari un po’ sopra le righe, voleva metterci in guardia sull’esistenza di una rete di pedofili e stupratori seriali nelle alte sfere del potere, intenta a proteggersi e farsi favore a vicenda, con una forte commistione della famiglia reale inglese. E una volta che iniziamo a convincerci che, sì, Stanley Kubrick forse ha davvero inserito in Eyes Wide Shut indizi per avvertire il mondo di Hollywood sul giro di Epstein, cosa ci impedisce di arrivare a credere a quelli che da tempo sostengono che Shining sia in realtà un film in codice sul finto sbarco sulla Luna? 

Ma allora perché non viene giù tutto? È la domanda che si pongono in tanti sulla Rete, auspicando il crollo della Cabala come già i MAGA americani seguaci di QAnon, che ora hanno voltato le spalle a Trump, gran protettore di Epstein. In Rete i seguaci di QAnon sono tornati a rialzare la testa: li abbiamo presi in giro, irrisi, scherniti per anni, ma vuoi vedere che alla fine avevano ragione loro sull’esistenza di una rete mondiale di pedofili composta dai maggiori leader mondiali? Eppure, di fronte a queste prove schiaccianti, poco si muove. La Cabala è davvero così forte? È possibile che riesca a insabbiare tutto?  Un primo sospetto. I giornali e i social rilanciano una mail in cui qualcuno, dopo la morte di Epstein, sostiene di avere le prove del seppellimento di due cadaveri di giovani donne dell’harem dell’affarista, morte durante un gioco erotico e sepolte in un ranch. I filmati sono in allegato. Eppure nessuno ha citato il fatto che in calce alla mail il mittente chiede di ricevere un bitcoin in cambio del silenzio. I filmati sembrano riguardare scene di sesso, non prove definitive sull’occultamento dei cadaveri. Un mediocre tentativo di ricatto facendo credere di essere a conoscenza di dettagli raccapriccianti? Ecco che torna a galla l’istinto del debunker, il minimizzatore. Si può davvero liquidare così facilmente l’ipotesi che quanto affermato sia vero?

Il sesso è matematica. L’individualità non esiste più.

B. E. Ellis , American Psycho

Il nome di Donald Trump è citato 4.743 volte negli “Epstein Files”. Stando a quanto si legge in giro – non ho avuto voglia di controllare personalmente – non c’è nessuna comunicazione diretta, solo riferimenti: articoli di giornale, perlopiù. Il nome di Donald Trump è citato anche 30 volte in American Psycho, il romanzo-cult di Bret Easton Ellis (1991), fotografia allucinata della galassia yuppie degli anni Ottanta. Il suo The Art of the Deal è per Patrick Bateman, il protagonista del romanzo, una sorta di bibbia degli affaristi. Come Bateman, Jeffrey Espstein era ossessionato da Donald Trump. Nella sua fanatica ambizione di creare relazioni con le persone più famose e potenti del mondo, Trump si trova in cima, ai suoi occhi come a quelli di tutta una generazione di finanzieri disinibiti, alla vetta della piramide. Ed Epstein, che di schemi piramidali se ne intendeva, sapeva che esisteva un modo molto rapido per riuscire a scalare le gerarchie e raggiungere la preda: le donne. Doveva essersene reso conto a un certo punto, scoprendo che altri suoi simili avevano le sue stesse passioni, il suo stesso bisogno di raggiungere almeno tre orgasmi al giorno per poter performare, esattamente come Pat Bateman. Donne da passarsi tra colleghi e usare come moneta di scambio. Donne da usare per restituire favori e chiederne, per raccogliere segreti e creare complicità.

La sociologa R.W. Connell la chiama “mascolinità egemone”. Si basa su due pilastri: la subalternità delle donne da un lato, la costruzione di una gerarchia di dominio tra uomini dall’altro. Nella cultura americana wasp il terreno di coltura è quello dei college e delle università, dove i maschi che vogliono contare entrano molto presto in confraternite esclusivamente maschili fondate su gerarchie, segretezza e fratellanza. È il vecchio modello old boy d’importazione britannica, il sistema informale che nasce nelle scuole d’élite e produce una rete di relazioni e favori reciproci che si perpetua per tutta la vita, dove “non conta ciò che si conosce, ma chi si conosce”. Così è per Pat Bateman, con il suo giro di amici e colleghi che si coprono a vicenda e si sfidano a colpi di marche costose e donne, dove la tentazione omosessuale è sempre dietro l’angolo ma violentemente repressa e l’uomo della strada considerato meno di niente, esattamente come le donne – qualsiasi donna. Così è per Epstein, ai cui occhi contano solo gli uomini di fama e successo a cui offrire il suo harem. 

Sesso e sangue sono strettamente collegati, come aveva ben capito Bret Easton Ellis. Una volta che ottieni facilmente il primo, non puoi non desiderare anche l’altro. Tra i suoi corrispondenti, Epstein aveva Andres Serrano, controverso fotografo di cadaveri, le cui opere ruotano tutte intorno ai fluidi corporei. “Invece di foto di torture, forse invece un mio ritratto?”, gli chiede Epstein. Poter disporre liberamente del corpo di una donna è il desiderio più profondo della mascolinità egemone: nessun limite, nessun freno. È questo che può offrire agli uomini di cui intende comprarsi i favori. È questo che tutti cercano: le feste più selvagge, come le chiama Elon Musk, il cui immaginario distopico dove le donne sono solo ventri da ingravidare per poter diffondere il suo seme e creare la nuova razza superiore che colonizzerà l’universo riecheggia le fantasie degli uomini chiusi nel bunker atomico parodizzate da Stanley Kubrick nel Dottor Stranamore

Una “cultura incline allo stupro”, come la definisce la sociologia femminista, è riscontrabile in particolari contesti sociali: le unità militari, le gang di strada, i gruppi di spacciatori, le scuole d’élite, le confraternite universitarie e i gruppi sportivi maschili dei college. Il giro di Epstein è un po’ tutte queste cose insieme. “Inoltre, la ricchezza economica alimenta il senso di privilegio e la convinzione che chi gode di privilegi sia al di sopra (o al di fuori) dell’autorità formale”, sostiene Patricia Yancey Martin della Florida State University. “Questa situazione fu evidente 27 anni fa, quando una sezione della Pi Kappa Alpha [la celebre confraternita dell’Università della Virginia] si rifiutò di fornire l’elenco dei propri membri al procuratore dello Stato dopo uno stupro di gruppo. Un membro della confraternita disse che suo padre aveva ‘assunto’ il rettore dell’università e poteva anche licenziarlo, quindi non c’era da preoccuparsi di un procedimento legale”. 

La concezione gerarchica della società che si respira in questi ambienti legittima le disuguaglianze sociali. C’è il razzismo, certo (di fatto non ci sono neri nella cerchia di Epstein); ma c’è innanzitutto il disprezzo di classe. L’auspicio condiviso da Espstein e Peter Thiel di unritorno al tribalismo, emerso in uno scambio di mail dopo la Brexit, è indicativo: in una società tribale vige solo la legge del più forte, che definisce chi si trova in cima alla piramide e chi si trova in fondo. In una mail in risposta al biologo evoluzionista Robert Trivers, il quale esprimeva la convinzione che Trump sia “l’archetipo del narcisista psicopatico – o quale che sia il termine preciso – e che bisogna opporglisi con tutte le forze”, la risposta di Epstein è limpida: “Penso che forse non ti rendi conto dei vantaggi che lo psicopatico apporta al gruppo. È il difensore che può essere facilmente sacrificato, ma incute paura nel cuore delle altre tribù. Sono i migliori, indispensabili guerrieri”. 

L’intelletto non è una medicina. La giustizia è morta.

Dio non è vivo. L’amore non è degno di fiducia.
B.E. Ellis , American Psycho

In un questionario cui ha risposto solo per metà, non sappiamo inviatogli da chi, alla domanda “Di quale risultato sei più orgoglioso?” Epstein rispondeva: “Di tutti i grandi scienziati che ho avuto il privilegio di sostenere”. Il vero pallino di Epstein era la scienza. In una mail del 2009 troviamo un vero e proprio programma intellettuale, una serie di tematiche a cui vorrebbe dedicare incontri informali tra esperti (come quelli organizzati da Brockman) e che rispondono ai suoi principali interessi. In cima troviamo l’evoluzionismo dinamico, sua grande passione, finanziata con generosi contributi a Martin Novak, matematico ed evoluzionista di Harvard ( università che l’ha sospeso nel 2021 per i suoi legami con Epstein). La sua speranza è di unire alla riformulazione in chiave matematica della teoria dell’evoluzione anche “la teoria dei giochi, la dinamica dei virus (sia informatici che biologici), la crittografia e la genetica”. 

Nel 2011 Nowak firma con il celebre evoluzionista E.O. Wilson e la matematica Corina Tarnita un articolo che propone una nuova ipotesi per spiegare la nascita dell’altruismo secondo i princìpi della selezione naturale: non più la selezione parentale proposta in passato dallo stesso Wilson, ma la selezione di gruppo (group selection). Gruppi legati da legami sociali non di tipo parentale sono costantemente in lotta per la sopravvivenza e solo i migliori riescono a garantire il successo della loro progenie. Terje Rød-Larsen, l’ambasciatore norvegese artefice degli accordi di Oslo di cui gli Epstein Files hanno rivelato non solo gli strettissimi legami, ma anche il misterioso lascito di 5 milioni di dollari da parte di Epstein ai figli, in una delle numerose rassegne stampa che inviava al finanziere evidenzia un articolo di E.O. Wilson: “Perché gli esseri umani, come le formiche, hanno bisogno di tribù”, nel quale l’evoluzionista scrive: “Le persone apprezzano la compagnia di amici che la pensano come loro e desiderano far parte di una delle migliori [tribù]: un reggimento di marines, forse, un college d’élite, il comitato esecutivo di un’azienda, una setta religiosa, una confraternita, un club di giardinaggio… qualsiasi collettività che possa essere paragonata favorevolmente ad altri gruppi concorrenti della stessa categoria”. 

È qui che si situa la concezione del mondo epsteiniana. “La civiltà sembra essere il prodotto finale della competizione tra gruppi. (…) Ma se il conflitto tra gruppi ha tirato fuori il meglio di noi, ha anche creato il peggio”.

Tra le altre passioni intellettuali di Epstein, al secondo posto troviamo l’intelligenza artificiale generale, termine coniato dall’informatico Ben Goertzel, altra figura sul libro paga del finanziere. Epstein è interessato all’AGI, acronimo che oggi conosciamo bene ma che troviamo citato oltre 400 volte negli Epstein Files. Goertzel a un certo punto gli scrive: “Pensavo ai tuoi problemi nel coinvolgere i tuoi colleghi che ora è il momento per l’AGI”. Il 14 settembre 2009 Epstein scrive al suo consulente finanziario alla JP Morgan di staccare un assegno di 50.000 dollari al Singularity Institute for Artificial Intelligence. Ma c’è anche la passione per la fisica quantistica e la cosmologia, come dimostra la stretta frequentazione dell’astrofisico Lawrence Krauss, l’invito a Stephen Hawking, il carteggio con Lisa Randall. Epstein non ne capisce molto, ma stacca assegni generosi. E poi i temi sociali: vuole organizzare una “conferenza sul potere” (“la sua definizione politica finanziaria intellettuale, fisica, include reputazione, soggezione, fiducia, inganno, reciprocità: come viene utilizzata, perché viene ricercata, selezione di gruppo e comportamento”); un’altra sul sistema finanziario internazionale, che considera “arcaico”, con l’obiettivo di comprendere se “si possa usare Internet per creare un nuovo modello sociale”. In fondo alla lista, un ultimo punto meritevole di approfondimento scientifico: “Perché la felicità è sopravvalutata”.

Il pensiero è inutile, il mondo è privo di significato. 

Il male è l’unica cosa permanente.
B. E. Ellis , American Psycho

Un uomo che coltiva con protervia amicizie altolocate per accedere ai loro segreti, che si sforza di raggiungere i nomi che gli restano preclusi (non sembra sia mai riuscito a incontrare Putin, nonostante ci abbia provato in ogni modo), che considera il sistema sociale contemporaneo ormai vecchio e consunto e progetta un nuovo ordine con cui sostituirlo, che ama la segretezza e costruisce intorno a sé una cabala maschile e maschilista. Dove abbiamo già visto tutto questo? Ci siamo già passati: liste di nomi illustri, scandali, inchieste, commissioni parlamentari, rimozioni ai vertici e ansia da complotto universale. Era iniziato nel 1981, quando a Castiglion Fibocchi, provincia di Arezzo, la Guardia di Finanza scoprì per caso la lista degli affiliati alla P2 di Licio Gelli. Alle riunioni dei vertici delle forze armate convocate a casa di Gelli, Epstein sostituisce le cene con scienziati, star del cinema e delle Big Tech; alla fascinazione della massoneria sostituisce quella, più carnale, dei giri di prostituzione; all’obiettivo di eterodirigere la vita nazionale, Epstein preferisce la scala globale – come dargli torto? Ma ancora una volta ci siamo arrivati prima noi italiani, noi che abbiamo esportato nel mondo la destra eversiva, i tycoon che scendono in campo, i bunga-bunga, e che in fatto di logge segrete abbiamo solo da insegnare. 

È stato giustamente detto che dagli Epstein Files non è emersa nessuna prova che il finanziere avesse usato le registrazioni dei rapporti sessuali dei suoi amici per ricattarli. Non c’è affatto da stupirsi. Non è così, infatti, che funziona. Come l’Andreotti del Divo di Paolo Sorrentino, a cui basta menzionare l’esistenza del suo “grande archivio” affinché “chi deve tacere, come d’incanto, inizia a tacere”, anche Licio Gelli aveva un archivio di fascicoli del Sifar, il servizio segreto militare deviato, pieni di notizie riservate su politi, dirigenti, finanziari, industriali, giornalisti. Gli bastava che tutti sapessero che quei fascicoli erano nelle sue disponibilità per costruire il necessario clima di omertà; così anche per i file di Epstein. Il quale, a differenza del capo della P2, ha avuto l’intelligenza di non mettere nero su bianca una lista di nomi della sua “loggia” da dare in pasto a stampa e magistratura.

Le parole con cui Sergio Zavoli, nel suo celebre La notte della Repubblica, ricostruisce la vicenda, potrebbero essere usate quasi letteralmente per raccontare il caso Epstein: “È uno scandalo che scuote il Paese. Il governo interviene. Il presidente del Consiglio, a quell’epoca Arnaldo Forlani, ordina la pubblicazione della lista (…). La diffusione dell’elenco provoca un terremoto: è un succedersi di proteste d’innocenza, pentimenti, dimissioni, esoneri. Si scopre anche qualche elemento d’infondatezza, come la presenza nell’elenco di alcuni personaggi risultati mai iscritti. La vicenda, nel suo insieme, è così inquietante da spingere il Parlamento a nominare una Commissione di inchiesta”. Commissione che concluderà sulla natura segreta e per certi versi eversiva della P2, “per l’incontestabile presenza, al suo interno, di uomini collocati al cuore stesso delle istituzioni repubblicane e presenti nelle vicende più oscure della nostra storia recente”.

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La P2 e il caso Epstein ci ricordano che i complotti esistono, eccome se esistono. Che uomini di potere agiscono spesso nell’ombra per tessere oscure ragnatele. Che molti altri, che agiscono alla luce del sole, sono oscuramente impigliati in queste tele. Che in tutto questo non c’è niente di paranoico, quanto piuttosto una modalità di esercitare il potere politico ed economico che richiederebbe studi approfonditi per la sua straordinaria capacità di riprodursi nel corso del tempo, spesso con le stesse tecniche. Ci mettono però al tempo stesso in guardia – o dovrebbero – dal non cadere ancora una volta nella tentazione complottista del “tutto si tiene”, di mettere un freno alla deriva ermetica di Eco. “Questo nemico è delineato con nettezza: è un perfetto modello di cattiveria, una sorta di superuomo amorale, sinistro, ubiquo, potente, crudele, sensuale, amante del lusso”, scriveva nel 1964 Richard Hofstadter nel suo classico Lo stile paranoide nella politica americana. “La libertà sessuale che gli è spesso attribuita, la sua mancanza di inibizioni morali, il possesso di tecniche particolarmente efficaci per realizzare i suoi desideri, danno agli esponenti dello stile paranoide l’occasione di proiettare ed esprimere liberamente aspetti inaccettabili della propria mente”. Jeffrey Epstein è la perfetta incarnazione delle teorie di Hofstadter: ecco perché ci viene così facile con lui cadere nella tentazione del complotto universale. Cullandoci in questa illusione, in questa notte – per parafrasare Hegel – in cui tutti i complotti sono veri, si disinnesca al tempo stesso ogni possibilità di mettere in discussione l’ordine politico-sociale e, soprattutto, la cultura tossica che ha creato tutto questo. 

Lo stesso Epstein voleva convincerci che fosse naturale. Così scrive Marc Hauser, biologo evoluzionista sospeso da Harvard nel 2010 per condotta antiscientifica (e anche lui aiutato finanziariamente da Epstein): “La capacità di compiere il male si è evoluta originariamente come conseguenza incidentale della nostra intelligenza unica, ma una volta acquisita ha fornito vantaggi significativi a coloro che la esprimevano come dimostrazione di potere”. Il libro si intitola Evilicous: Cruelty = Desire + Denial (2013) e in copertina si fregia dell’endorsement di Noam Chomsky, che con Epstein si lamentava del Me Too e suggeriva metodi per frenare la presunta deriva femminista. 

Ma evoluzionismo, genetica, biologia non c’entrano niente: Jeffrey Epstein è, come Patrick Bateman, il figlio del suo tempo, e se vogliamo evitare che continui a riprodursi – non per selezione parentale, ma attraverso la selezione di gruppo che tanto apprezzava – occorre rovesciare gli assunti culturali, sociali e politici che giustificano le disuguaglianze del nostro tempo e che per troppi anni ci hanno spinto a considerare normale tutto quello che ora ci viene sbattuto in faccia, la prevaricazione, la sfrontatezza, l’idea che le regole sono per i deboli, che il denaro può comprare ogni cosa, che “c’è un ordine naturale in questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene” (la citazione è da Cloud Atlas). 

Il caso P2 minò alle fondamenta la fiducia nelle istituzioni dell’ormai logora Prima Repubblica. Dieci anni dopo la scoperta della lista di Gelli, Tangentopoli travolse il vecchio ordine e aprì una stagione nuova. Così accadrà anche in America. Ma sappiamo anche che dalle ceneri del vecchio ordine altri, che in quelle liste comparivano, trovarono il modo di prendere le redini del potere e proseguire il piano. Per nostra fortuna la storia non è un destino, e non siamo destinati a ripetere sempre gli stessi errori.

Roberto Paura

Roberto Paura è giornalista scientifico e culturale. Dirige la rivista «Futuri» ed è vicedirettore di «Quaderni d’Altri Tempi».

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