C’è chi nasce ricco, chi lo diventa e chi prova a sembrarlo. Chi lo ostenta, chi lo nasconde, chi un po’ se ne vergogna. Insomma, ci sono modi e modi di convivere coi soldi. Ma come si fa a distinguere un ricco dall’altro, al di là dei elementi più eclatanti? Una guida alle posture, ai codici e alle manie della ricchezza. Con pretesa di esaustività.
Che schifo, i soldi. Che belli, i soldi. La seconda è più vera della prima. Appena io e Nicola H. Cosentino, editor di Lucy, abbiamo parlato di questo articolo, ho subito scritto Marx-definizione-denaro su google per un incipit di cemento, e insomma ho cercato Marx e l’ho trovato, la precisione terminologica è quasi commovente, molto concettuale, epperò gelida. Nel Capitale si trova questo: “Il denaro, in quanto misura di valore, è la forma fenomenica necessaria della immanente misura di valore delle merci, del tempo di lavoro”, “incarnazione sociale del lavoro umano”. Esso “serve come denaro meramente immaginato, cioè ideale”, serve “a trasformare i valori delle merci in prezzi, in quantità immaginate d’oro”.
Aristotele, più elegante, aveva già osservato che il denaro esiste per convenzione, non per natura: cioè è un’invenzione collettiva e parecchio potente che regge il mondo proprio perché tutti accettano di prenderla sul serio.
Non basta. Manca l’amore, antico e contemporaneo, per i soldi, in queste definizioni. Manca la parte fondamentale, dei soldi: che sono i nostri padroni. Chi dice che non contano – ma chi potrebbe dirlo? – mente. Si riesce a liberarsi dalla schivitù del denaro? Procurarsi da vivere, da mangiare. Il denaro compra il tempo, copra le piacevolezze della vita, perfino per dedicarti a impegni dignitosissimi – leggere – servono i soldi. Soldi per i libri, i soldi per il tempo libero, i soldi per non pensare ad altro. Non puoi avere la testa affollata dai vari mutui dell’esistenza, per filosofare. Tolstoj era ricchissimo di famiglia.
Per questo guardo con grande scetticismo le analisi social sulle nuove generazioni: quelle sedicenti disinteressate, quelle che vorrebbero solo equilibrio vita-lavoro e nessuna responsabilità, anche un misero stipendio ce lo facciamo bastare.
E ci credo poco perché poi a 35 anni – quando la prima vita è finita (ideale) e comincia la seconda (materiale) – viene voglia di tutto. Di un bel posto per vivere, di prendere gli aerei e andare un poco a vedere il mondo, viene voglia di innamorarsi nelle coppie stabili, quelle dove ci si impegna entrambi a darsi una vita piena di possibilità. Viene voglia di tempo da svago speso bene, di andare al mare la domenica e mangiare in quel ristorantino vicino alla spiaggia, di teatro, cinema, viene voglia di vedere quella serie tv di cui tutti parlano e però si deve pagare l’extra, di visitare quella mostra a Parigi. Quel che è bello costa, la vita semplice non copre tutto il fabbisogno di felicità, la felicità è il mai-più-senza di questi anni, e quindi servono soldi, soldi e ancora più soldi. I soldi rivelano i caratteri. Niente cambia le persone come i soldi, scavano l’indole, le facce. Cambiano i sentimenti e cambia perfino l’ultima cosa, quella impossibile da cambiare: i capelli. Ho visto teste da istrice trasformate in eroine romantiche con onde morbide e dorate. E sono stati i soldi.
I rapporti col denaro sono effettivamente diventati diversi, nell’ultima ventina d’anni. Nel senso che la vecchia separazione – ricchi di famiglia, parvenu, carrieristi mostruosi e non mostruosi, poveri con ambizione, poveri e rassegnati – non è più adatta a raccontarci tutti.
Un elenco più aggiornato prevede loro:
Old money, sobri per indole
Non sono necessariamente anzi per niente i più intelligenti, però hanno quella risorsa quasi imbattibile che è l’antichità del privilegio. Il denaro non è mai stato un avvenimento, nemmeno una volta, è la loro acqua. Si potrebbe dire che nemmeno si manifesta sotto forma di bella vita, semplicemente c’è, sono ricchi come l’erba è verde.
Quindi la loro sobrietà è del tipo autentico, si vede, ma senza quello sforzo mefitico di manifestazione di virtù. Nessuno nel loro mondo ha mai chiesto di dimostrare. È questa la forma più perfetta della ricchezza, una naturalezza gentile, kalòs ricco e agatòs, sono anche spessissimo infatti delle piacevoli persone. Comprano con molto tatto. Hanno case esageratamente belle ma che non ti feriscono. Il lusso appare in quella manifestazione impeccabile, la continuità. C’è una incredibile operazione che se non ci nasci non puoi improvvisare ed è quella di far apparire il lusso come una semplice questione di misura. Poi, ogni tanto, ci sono i Gianni Agnelli, che praticano una forma di sprezzo affettuoso (l’unico ammesso) con dosi di letteratura:
Gli amici scherzavano piuttosto sulle beffe ai danni di certi suoi ammiratori. Uno gli mostrò con fierezza un suo straordinario edificio, fino all’ultimo piano; e lì, Gianni: «Ma non c’è la piscina di mercurio! Dov’è la piscina di mercurio?». Quando ancora non esistevano i telefoni sulle automobili, l’Avvocato chiamava dalla macchina i telefoni fissi degli amici. Ma quando finalmente un emulo giunse a possederne uno, chiamò subito Gianni da una macchina all’altra. E si sentì rispondere: “L’Avvocato è sull’altra linea”.
(Arbasino, Ritratti italiani, Adelphi)
Parvenu-Plutocrate
Purtroppo alcuni il denaro se lo sono dovuto sudare, e sudandoci sopra l’hanno sporcato tutto. Così adessola pecunia olet un po’. Il denaro qui smette di essere atmosfera calma. La gente arricchita ci tiene all’epopea personale del far soldi, e quindi addio leggerezza. Il parvenu-plutocrate non possiede soltanto un tesoro enorme accumulato, più di quello possiede il racconto della propria formidabile ascesa. Se ce l’ha fatta lui, allora chiunque. C’è quindi un problema enorme di pretesa morale dell’arricchimento che rovina un po’ tutto, insieme alla megalomania.
Bezos aveva bisogno di mandare Katy Perry nello spazio perché? Di possedere pacchianamente tutta Venezia per tre giorni perché? Perché è un PP.
Dov’è il disastro? Perché il denaro qui non riesce a rilassarsi? Semplice: perché ogni acquisto, ogni successo conserva qualcosa della rivincita. C’è una specie di fervore molto volgare, il denaro (che prima doveva solo assolvere la funzione di: comprare) smette di essere elastico ed è caricato di un significato ulteriore: deve anche certificare una persona che ha avuto successo. Per questo il Parvenu-Plutocrate tende sempre, più o meno consapevolmente, a sovrainterpretare il proprio benessere leggendolo come merito. Uè, mi vedete? Sono stato bravo, vero? Gli sfugge che nella ricchezza, come in tutte le cose decisive, lavora anche il caso. E per questa insicurezza si circonda delle cose sbagliate: mogli vistose, macchinone, orologi di marche e annate inadeguate, tragici abiti su misura fatti troppo accuratamente.
Quiet Luxury o Sobri-per-calcolo
Questi fanno una fatica bestiale. Ci tengono a sembrare di mondo, ricchi da secoli, eleganti come gli Old Money e quindi regola numero uno è: sembrare austeri. A volte gli viene tanta voglia di postare dalla barca, dall’hotel di lusso per ostentare come gli sarebbe congeniale le loro piccole vittorie di classe, ma si trattengono, perché sarebbe una macchia di unto nel curriculum.
Il problema, poveracci, è che rinunciano all’esibizione senza la freddezza che servirebbe. Non hanno stile perché non capiscono il momento in cui si può esagerare, che è appunto l’istinto di nascita di chi stile ne ha. Una vita passata a obbedire al governo di sé: c’è da uscire pazzi.
Il punto della sobrietà del ricco autentico OM (supra) è che può venire soltanto da chi possiede il codice. Inutile comprare Loro Piana chiari, non tingersi i capelli, non farsi troppa piega liscia dal parrucchiere, arredare con l’incredibile divano design. Sei destinato a fallire, e allora tanto vale farsi passare gli sfizi e dirlo al mondo: ho un po’ di soldi, vedete?
Cafone Arricchito
Figura bellissima e immortale, il CA, sempre da aggiornare. Non coincide con il parvenu, per niente, il cafone arricchito è disinvolto, è vivo. L’assenza di autocontrollo non gli importa, vuole tutto, la Ferrari, la cintura da seicento euro sopra i jeans, le scarpe da ginnastica marca di lusso bianchissime, con quelle suole enormi. Si abbronza, gli piace ancora essere abbronzato per la maggior parte dell’anno. Ha completi da sci costosissimi ma sulle piste lo riconosci per la prudenza, scia come un bambino: si vede che non c’è uno storico di settimane bianche da quand’era piccolo.
È il personaggio più facile da deridere perché intercetta un desiderio che è il più umano, rendere visibile il proprio privilegio e vendicarsi dell’educazione dei nobili ricchi come se fosse un sopruso. È il greatest hit dei Vanzina e l’incubo dei Sobri-per-Calcolo, ti fai vedere una volta con il CA e anni di lavoro vengono buttati alle ortiche, non sarai mai più credibile, nemmeno se diventi piccolo borghese.
Arricchito non cafone
È la creatura più laboriosa di tutto il catalogo. Ha fatto soldi, poi ha preso lezioni di stile, di arredamento, di understatement, di compostezza a tavola, di misura verbale, ha ripulito l’accento, ha scelto gli amici Old Money che lo stimano perché non si finge quello che non è, autoproclama il suo non-sum-dignus, dice come controtattica che di soldi davvero ne ha pochi, non pretende di stare ai loro livelli però legge tanto, si informa e sa fare figura colta. Non nasce nel codice, ci vuole entrare per benvolere e applicazione.
La sua grande ambizione non è sembrare ricco, deve solo sembrare da sempre a suo agio con la ricchezza. C’è in lui una disciplina della scalata, una volontà di miglioramento che a volte fa pensare agli Old Money “sei uno di noi, solo senza portafoglio”, ma non dura abbastanza. Il sospetto che si tratti di un rampicante con doti da Richelieu, naturalmente, resta prevalente.
Nella serie Succession, capolavoro dell’era contemporanea, c’è quel personaggio magnifico che è Tom, il genero mediocre ma assopigliatutto, che istruisce a cena Greg, l’ultimo arrivato, piccolo traffichino.
Greg: Stavo pensando di andare da… Ci sei mai stato al California Pizza Kitchen?
Tom: No. Dio, no.
Greg: È buonissimo, Tom.
Tom: No, no, non lo è, Greg.
Greg: Fanno una linguina al pollo cajun proprio come piace a me.
Tom: Ma non dovrebbe piacerti. Probabilmente hai un palato poco educato. Quindi usciamo e ti insegnerò io. Ti mostrerò come si vive da ricchi.
“Il punto dell’essere ricchi,” dice Tom a Greg, chinandosi in avanti per confidare un segreto al protetto, “è che è fantastico. È come essere un supereroe, solo meglio. Puoi fare quello che vuoi e nessuno ti tocca. Puoi indossare un costume da supereroe, solo che è firmato Armani e non ti fa sembrare un coglione”.
Tentatively Rich
Non propriamente ricchi e non più semplicemente aspiranti: i Tentatively Rich stanno nel perimetro della soglia. Hanno un patrimonio forse nascente e un reddito significativo, ma non si vede ancora all’orizzonte la sicurezza strutturale. Vivono dentro una ricchezza di futuro anteriore: saranno stati benestanti, un giorno, se tutto tiene, se il mercato regge, se l’investimento si consolida, se la vita non presenta il conto – uno qualsiasi, perché la vita è infallibile a deludere a incassare i debiti, sempre prima del previsto.
HENRY
Solo la generazione più catastroficamente incapace (la mia) poteva ficcarsi in questa tagliola. Il povero ricco.
La definizione di «Fortune» dice così: “Gli ‘high earners, not rich yet’ (HENRY) sono persone con redditi elevati, ma non ancora ricche. Il termine si riferisce a chi percepisce un reddito considerevole ma non possiede ancora investimenti e risparmi sufficienti per essere considerato davvero benestante. Sebbene abbiano un forte potenziale di guadagno, molti HENRY destinano la maggior parte del proprio reddito a spese come tasse, istruzione, casa e stile di vita, il che rende più difficile accumulare ricchezza”.
Pare un’assurdità, invece si spiega facilmente. A un certo punto, dopo aver fatto tutte le fatiche possibili e micidiali di studio e gavetta, l’Henry viene illuso: l’albero degli zecchini fiorisce e qualche soldo (siccome lavora 14 ore al giorno) comincia a raccoglierlo. Solo che non basta, non basta mai. Perché se guadagni allora ti vien voglia di prendere una bella casa, ma per la casa ci vuole il mutuo. E se guadagni e lavori e hai una bella casa, che fai, rinunci alla vacanza? E poi al teatro, al ristorante, alle mostre: non ci vai?
Henry è una incarnazione inattesa, l’homo oeconomicus contemporaneo che incassa come una classe alta e campa come in una classe media sotto pressione. Il suo dramma è modernissimo, perché non coincide né con l’indigenza né con l’ambizione tradizionale. Il povero cristo sogna un consolidamento che non arriverà mai. Il suo rapporto col denaro è psicologico: non cerca tanto la ricchezza – quella è fuori discussione, non l’avrà mai e si è bell’e rassegnato – quanto la fine delle preoccupazioni, la pace in banca. Naturalmente non la trova, perché ogni miglioramento di reddito produce per un karma sinistro una cartella esattoriale da diecimila euro per una omissione del commercialista. Come nel Conte di Montecristo, l’uomo non è fatto per essere felice così facilmente. Henry è l’eternamente penultimo – sì, ci sono destini più tristi, e tuttavia.