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Gianluca Nativo

Da Napoli vogliamo solo il folklore

13 Febbraio 2024

La partecipazione di Geolier a Sanremo ha scatenato molte polemiche e i soliti pregiudizi sui napoletani mariuoli e truffaldini. Proprio in un momento in cui l’immagine di Napoli stava cambiando. Sorge un dubbio: non è che forse i napoletani piacciono solo quando si adeguano all’immagine che il resto d’Italia ha di loro?

Nella nuova era della leggibilità partenopea, quest’anno al Festival di Sanremo è avvenuto un clash curioso. Geolier, il rapper di Secondigliano in gara con il pezzo Io p’ me, tu p’ te è atterrato sul palco dell’Ariston con la sicumera esotica di un emiro arabo, estraneo al linguaggio televisivo ma con le spalle coperte da un’infinita serie di pozzi petroliferi nel golfo di Hormuz.

“Ho una grande fanbase”, tenta di giustificarsi in sala stampa quando una giornalista gli domanda se non si senta a disagio ad aver rubato la vittoria a esibizioni più virtuose durante la serata delle cover – i processi nazionalpopolari tirano fuori da sempre il peggio di noi, campanilismi inutili, polemichette paranoiche, estenuanti chiacchiere da bar, insinuazioni antimeridionaliste. Il rapper, ventitre anni, risponde a tono e aggiunge: “Rubare è una brutta parola”.

Ma come, viene da chiedersi, proprio ora che noi napoletani ci eravamo guadagnati una stima incrollabile, l’amore incondizionato di tutti gli italiani, ora che anche le più diffidenti coppie in viaggio di nozze sulle navi da crociera si sono convinte ad avventurarsi nella giungla di taxi del molo Beverello per esplorare quei pericolosissimi vicoli dei quartieri spagnoli, si torna a parlare di furti, mariuoli, operazioni truffaldine? 

“Il rapper di Secondigliano in gara con il pezzo ‘Io p’ me, tu p’ te’ è atterrato sul palco dell’Ariston con la sicumera esotica di un emiro arabo”.

L’accusa nei confronti di Geolier ha a che fare con una presunta strategia legata al televoto: nelle sue storie di Instagram pare abbia imbastito un tutorial ai suoi follower dove spiegava come poter votare con cinque o più sim diverse. L’elettronica ha sempre avuto un grande fascino su noi napoletani, la periferia nord come Silicon Valley del pezzotto, tutta la mia cultura musicale e cinematografica cosa sarebbe stata senza quei cd contraffatti.

Ma parliamo di un’altra epoca, ancora epigona di Mixed by Erry, il film di Sydney Sibilia. Quest’anno, al contrario, al Festival è arrivata anche New Martina, la talentuosa tiktoker diventata virale mentre applica nel suo negozio, concentrata come un colibrì, pellicole e cover ai telefoni dei suoi clienti.

A oggi, con la vendita dei suoi prodotti, ha fatturato in un anno, dice, quattro/cinque milioni di euro. I complottisti la vedono già come sponsor della prossima edizione del festival. 

Intanto l’accanimento nei confronti del rapper ha tirato fuori vecchi pregiudizi, intolleranze esibite: dal reddito di cittadinanza al levantinismo spicciolo. I napoletani piacciono solo se rispettano l’immagine che gli altri hanno costruito su di loro. Si capisce che è un cortocircuito da cui è impossibile sottrarsi se non a costo di sparire, scontornarsi come Lila nell’Amica geniale.

Per cui va bene se le canzoni napoletane partecipano al Festival ma non si azzardino ad avvicinarsi al podio. L’italiano medio reagirà all’istante con una serie di semplici equazioni sovraniste, se è il festival della canzone italiana non può vincere una canzone il cui testo non è comprensibile a tutti eccetera.

La quota partenopea è da anni tollerata anche perché è sempre stata addomesticata da una popolarità contenuta, se non accessoria. La presenza riflessiva di Nino d’Angelo, i suoi pezzi dallo stile tardo e penitente si sono sempre posizionati a metà classifica. La vittoria di Rocco Hunt relegata alla categoria delle nuove proposte e comunque ammorbidita da un pezzo buonista sul sole e l’allegria.

Geolier, al contrario, quest’anno sembrava intenzionato a vincere tutto con l’arroganza, ma sì, concediamocelo, con la cazzimma di chi non accetta compromessi: “chill me capisc, chillat nun me capisc, a me nun me ne fott proprio”, per l’appunto.

Eppure se un tempo a un certo provincialismo del nord (“ma sul serio avete la metro?”) corrispondeva una reale diffidenza verso Napoli oggi la città assume caratteristiche da riserva indiana, dove ai turisti viene servito lo spettacolo per il quale hanno pagato (preferibilmente poco).

Da Napoli vogliamo solo il folklore -

La recente apertura della nuova sede del ristorante Nennella – la bizzarra trattoria dove ci si lancia i piatti a vicenda, si balla e si canta a ogni ora – a piazza Matteotti, largo più adatto a ospitare le migliaia di turisti rispetto agli stretti e ripidi vicoli dei quartieri spagnoli è un avamposto di quello che ci si può aspettare per il futuro della città. Orde di visitatori inebetiti dall’esibizione carnevalesca di cibo, musica e festa.

Per chi desidera una real experience napoletana c’è poi la possibilità del Vascitour, l’agenzia che permette ai turisti di vivere l’esperienza napoletana con i local: dormire in un basso come  se fossero in un safari. Un appiattimento da colonizzatori in cui perdiamo ancora una volta un pezzo di complessità. A rispolverare il racconto della città ci pensa di nuovo Sanremo, il discorso di Daniela di Maggio, la madre del giovane musicista Giovanbattista Cutolo, morto per tre colpi di pistola in seguito a una rissa: “Dedico questi fiori alla mia città, Napoli, in cui ci sono persone galanti, aristocratiche, perbene”. La gente perbene, la pietra filosofale capace di riscattare un popolo di presunti mariuoli. Ce ne sono tante, certo, ma non interessano a nessuno. 

Quando ho pubblicato il mio romanzo d’esordio, la prima cosa che mi hanno chiesto in casa editrice è se anche mio padre, come quello del mio protagonista, fosse stato in galera. Io ho risposto di no, che è un medico di base molto amato, ma loro hanno subito perso l’interesse. Se a cena qualcuno mi domanda “Di che zona di Napoli sei?” ho smesso di dire la verità, che sono nato e cresciuto nell’anonimo comune di Mugnano di Napoli, fino a quando non ho iniziato a giocare la carta Secondigliano – quartiere confinante con il mio – e lì subito fremito di curiosità: vele, camorra, droga, forse negli ultimi anni anche murales di Jorit.

In verità io a Secondigliano non ci ho mai messo piede, se non per quella volta in cui fui invitato a una festa di compleanno di un amico del liceo. Passammo la serata a giocare alla Play mentre in cima ai terrazzi se ne stavano piazzati due cecchini e un elicottero sorvolava la città: era in corso, in quei giorni, la prima faida di Scampia, la guerra di camorra tra i Di Lauro e gli scissionisti. Sembrano secoli fa, ad oggi non interessano a nessuno le guerre di camorra ma dateci subito la nuova stagione di Mare Fuori

“Quando ho pubblicato il mio romanzo d’esordio, la prima cosa che mi hanno chiesto in casa editrice è se anche mio padre, come quello del mio protagonista, fosse stato in galera”.

Di Secondigliano è anche lo stesso Geolier (geolier in francese significa appunto secondino) che in ogni caso non lesina scenette da manuale, sensazionalizzazioni campaniliste, inni alla propria città, alla sua gente, la carta Forza Napoli sempre pronta.

Mentre si esibiva sul palco dell’Ariston in giro per Napoli, Roma e Milano si poteva ordinare su Deliveroo una pizza dal suo pop up store pizza Geolier. C’è quella Secondigliano (margherita con bufala) e quella che prende il nome dal suo ultimo album, il più venduto del 2023, Il coraggio dei bambini (salsiccia e friarielli).

Certo siamo in gara e per vincere ci si gioca tutto, anche le cinque sim nella tuta gold. Ma forse il rapper non ha fatto i conti con la narrazione attuale: se piaci troppo ai napoletani non puoi piacere anche al resto d’Italia. Se non ti esibisci come un pulcinella, se non fai risuonare i tuoi dittonghi marcati, se non intrattieni il pubblico con quel vitalismo da dopoguerra non funzioni.

Nel pezzo di Geolier non c’è il sole (anzi, chiove) nessuna tazzulella e café, nessun parente in galera a confermare la quota Napoli, è un pezzo che potrebbe essere di qualsiasi altro rapper se non fosse per l’uso di quella lingua che può funzionare solo all’interno di un codice stilistico molto preciso e sempre in mano agli altri, mai a noi stessi.

Napoli è oggi al centro dell’attenzione mediatica e culturale d’Italia, dal cinema alla letteratura alla musica, come un tempo lo sono stati i toscani – certo, senza lo stigma –  che oggi hanno reso boomer e cringe la comicità di Pieraccioni  e datata la musica rock di Irene Grandi e Piero Pelù. Forse anche Napoli ha già stancato, l’ultima stagione di Mare Fuori è moscia, arriverà qualcuno a dire che nel fiocco di neve c’è la ricotta avariata, e magari torneremo per le strade senza dover sgomitare tra file di turisti.

Gianluca Nativo

Gianluca Nativo è insegnante e scrittore. Il suo ultimo libro si intitola “Polveri sottili” (Mondadori, 2023).

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