Emily Brontë: tra la vita e la morte - Lucy

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Chiara Tagliaferri

Emily Brontë: tra la vita e la morte

Esistono scrittori che ci mostrano come la realtà non sia solo quella di cui facciamo esperienza. Poi, ci sono quelli come Brontë che queste dimensioni ci permettono di attraversarle.

Ponden Hall è una villa in pietra, severa e bellissima. Si trova a Stanbury, nella contea dello Yorkshire occidentale. Al momento è un bed & breakfast ma, se hai un milione di sterline da investire per vivere tra l’erica e il vento, la puoi comprare.

I quattrocentosessantacinque metri quadrati della casa – disseminati di caminetti e stufe a stemperare la cupezza di quelle stanze quando il cielo è grigio (cioè quasi sempre) – accolgono otto camere da letto, salotti, biblioteca, cucina e bagni. Ma è una stanza in particolare, la Camera Earnshaw, ad alzare il prezzo di questa proprietà del 1634: non è la camera più grande o confortevole in cui dormire, ma la sua storia vale tutte le sterline del mondo.

L’arredo è così prevedibilmente inglese da sovrapporsi a quello masticato in centinaia di film – il catino in porcellana, un divano piacevolmente stanco posato a favor di camino, finestre sulla brughiera –, ma è il letto a sorprendere il visitatore.

È come quando entri per la prima volta nella Porziuncola, e ti ritrovi in una piccola chiesa incastonata in una grande chiesa: si tratta infatti di una stanza in miniatura arroccata nel cuore della camera principale. Se varchi il pertugio che ti fa accedere a questo strano sarcofago in rovere, ti tuffi in un letto che è un sogno lucido, che è un incubo vertiginoso. Il portale domestico più potente e spaventoso della storia della letteratura è infatti custodito nella finestrella incastonata tra le pareti di questa minuscola fortezza di legno.

Utilizziamo il vento della brughiera per cavalcare il tempo all’indietro; è il 1824 quando Emily Brontë – con gli abiti fradici e infangati – irrompe per la prima volta a Ponden Hall, l’unica costruzione non troppo lontana dalla canonica di Haworth, dove lei vive con il padre, la zia e le sorelle Charlotte e Anne.

Come spesso fa quando sta per piovere, Emily è uscita per una passeggiata: allo stesso modo dei suoi amatissimi animali, avverte con buon anticipo l’odore della pioggia, così un’impazienza incandescente le sale dall’inguine e la scaraventa fuori.

Se in casa le vesti rigorose che indossa non riescono a smorzare la regalità solenne dei suoi movimenti, appena esce nella brughiera diventa furiosa: il suo corpo scatta, diventa elastico, si tende come un arco. 

Si definisce naturalista come Shelley, il poeta da lei adorato, ma forse è più corretto dire panteista: ama i temporali e si muove in quella terra aspra – dove tutto è estremo e violento – anche bendata: per Emily è il regno delle possibilità, e somiglia in maniera impressionante ai mondi che racconta, dove basta un niente per capovolgere lo spazio che divide i morti dai vivi.

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Questa volta, però, il temporale diventa tempesta e lei è costretta a vincere la sua natura schiva e a chiedere ospitalità. In quella villa troverà rifugio e dei vicini amabili, che diventeranno buoni amici.

Negli anni, infatti, tornerà a trovarli accompagnata dalle sorelle, e quelle stanze le regaleranno lo sfondo per contenere la ferocia e il desiderio dei protagonisti del suo unico romanzo. Se l’esterno della villa è infatti circondato da un vasto giardino, proprio come Thrushcross Grange, la residenza dei Linton, gli interni somigliano sorprendentemente a Wuthering Heights, la casa in cui Catherine e Heathcliff crescono insieme.

“Il portale domestico più potente e spaventoso della storia della letteratura è infatti custodito nella finestrella incastonata tra le pareti di questa minuscola fortezza di legno”.

La scena più spaventosa di Cime Tempestose si svolge infatti in una camera identica a quella con il letto sarcofago, ed è Mr. Lockwood – uno dei narratori della storia – a raccontarcela nelle prime pagine: 

Quando fui entrato in quella camera, ed ebbi richiuso l’uscio, mi guardai attorno in cerca del letto. Tutta la mobilia della camera consisteva in una sedia, un armadio e un cassone di rovere con una serie di aperture quadrate nella parte superiore, che somigliavano ai finestrini di una diligenza. Mi avvicinai alla struttura per dare un’occhiata all’interno, e mi accorsi che era una sorta di bizzarro giaciglio all’antica, concepito in maniera molto pratica per ovviare alla necessità che ogni membro della famiglia avesse una stanza tutta per sé.  In effetti si trattava di una vera e propria cameretta, e il bancale di una finestra racchiusa al suo interno fungeva da comodino”. 

Lockwood si è addormentato con fatica in quel cassone di rovere, quando le folate di vento e il turbinio della neve lo raggiungono in sogno: un ramo d’abete che sbatte impetuoso contro la finestrella lo porta a credere di alzarsi per aprire il battente, ma non ci riesce perché anche nella dimensione onirica ricorda che la maniglia è saldata.

Dunque spacca il vetro con un pugno e allunga il braccio all’esterno per afferrare quel ramo che lo sta facendo impazzire, ma le sue dita invece di incontrare rami si trovano involontariamente intrecciate a qualcosa di spettrale: “una piccola mano fredda come il ghiaccio”. 

Quella mano non vuole lasciare la presa, e una voce tristissima supplica: “lasciatemi entrare, lasciatemi entrare!”. È un lamento pieno di strazio quello di Catherine Linton: questo è il nome rivendicato dalla voce che racconta di essersi persa nella brughiera e che ora, finalmente, ha ritrovato la strada di casa.

Adesso il viso di una bambina prende forma attraverso la finestra, e il terrore rende Lockwood così crudele da trovare un unico modo per sciogliere questa stretta mortifera: sfrega quel polso esangue contro il vetro rotto e il sangue esce a fiotti da quel braccino, inzuppando il letto mentre tutto diventa rosso e lei continua a pregare “Lasciatemi entrare”.

Lockwood riesce a liberarsi dalla morsa e tenta di ostruire il buco nel vetro con una pila di libri, ma quella barricata improvvisata non impedisce al lamento di perseguitarlo, tanto che grida esasperato: “Non ti farò mai entrare, nemmeno se mi implori vent’anni”. E la bambina risponde: “Sono vent’anni, vent’anni che mi hanno abbandonata”.

“Per Emily è il regno delle possibilità, e somiglia in maniera impressionante ai mondi che racconta, dove basta un niente per capovolgere lo spazio che divide i morti dai vivi”.

Quando quelle dita secche iniziano a grattare la pila di libri, Lockwood fugge dal sogno, ma è troppo tardi: la finestra è la soglia che collega lo spazio reale a quello soprannaturale, il varco allucinato in cui i vivi e i morti, nel romanzo di Emily Brontë, si confondono così come fa il tempo, che diventa onda.

Il passato non è mai passato, e s’infrange continuamente contro il presente, preparando un futuro circolare in cui la maledizione di ieri si versa nel domani. L’unico tempo degno di essere vissuto, nel romanzo così come nella vita dell’autrice, è quello del desiderio: lei e i suoi personaggi sono posseduti dal desiderio. 

E quello che Emily brama per sé, le sue sorelle e l’amatissimo fratello è un futuro isolato dal mondo: il fuori è ininfluente, perché tutto si consuma all’interno della canonica e dei loro corpi. Se mai c’è stato un tempo in cui Emily ha avuto idea del fuori, quel tempo è trascorso, e lei l’ha seppellito.

Così le tre sorelle si proteggono l’un l’altra, mentre il fratello Branwell appare e scompare (in quanto figlio maschio, il padre ha investito su di lui, dunque i soldi della famiglia sono destinati a foraggiare gli studi dell’unico Brontë che risulterà mediocre in tutto), e le sue intermittenze sono ponti temporali che collegano il fuori con il dentro.

Emily, che per prima sente l’odore della pioggia, avverte con la stessa precisione anche quello dei vestiti di Branwell, che trasportano nella canonica la birra delle taverne, il sesso delle donne che mettono la cipria e aprono le gambe, e l’aroma dolciastro e irresistibile dell’oppio.

Così Emily diventa un canarino dallo sguardo lungo e dal collo flessibile e si posiziona davanti alla finestra e aspetta: sa che a un certo punto lo vedrà arrivare, e che subito dopo consumerà i suoi stivaletti affondando nel fango con lui. 

Se i protagonisti di Cime Tempestose sono spesso prigionieri dietro a quei vetri, e pregano o maledicono per ciò che non possono più avere o essere, le finestre funzionano come scudo per Emily, che le utilizza per rinchiudersi volontariamente in questa porzione di mondo dove il freddo d’inverno è intollerabile e il caldo d’estate insopportabile. Ma la temperatura esterna non è un problema per chi vive esposta esclusivamente al suo sentire.

Quando Branwell non c’è, Emily torna dalle sue escursioni nella brughiera con falchi, gatti, fagiani, cani e oche. Porta a casa animali morenti e creature malandate, sutura ferite riparando ogni cosa nel tentativo ostinato di non voler lasciare andare via nessuno.

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Quello di casa Brontë diventa dunque uno zoo domestico, dove ogni componente ha un nome indicativo della sua personalità: il falco Hero, le maestose oche Vittoria e Adelaide – un omaggio delle sorelle alla regina regnante e alla consorte del precedente sovrano – il gatto Tiger, ma il cuore di Emily è tutto per Keeper, un mastino a cui lei ha insegnato a ruggire come un leone e che, fedele al suo nome di custode, rimarrà costantemente al suo capezzale, aprendo poi il corteo funebre fino al cimitero.

Elizabeth Gaskell, prima biografa di Charlotte Brontë, ne “La vita di Charlotte Brontë (1857), scrive: “Il sentimento, che in Charlotte era semplice affetto, in Emily prendeva le caratteristiche della passione. Qualcuno, parlandomi di lei, disse con evidente esagerazione: “Non dimostrò mai alcun interesse per le creature umane, il suo amore era unicamente riservato agli animali”. La condizione dipendente di un animale era il passaporto che gli dava accesso al cuore di Charlotte, mentre la selvatica intrattabilità dell’indole era quanto lo raccomandava a Emily”.

Sicuramente l’istinto rapace delle creature che Emily raccoglie le corrisponde, eppure se dentro di lei i tumulti si accavallano come guerre o disgrazie, l’arsura che la invade si disfa sciogliendosi in amore per i suoi fratelli.

“La finestra è la soglia che collega lo spazio reale a quello soprannaturale, il varco allucinato in cui i vivi e i morti, nel romanzo di Emily Brontë, si confondono così come fa il tempo, che diventa onda”.

In una nota scritta da lei e Anne, leggiamo: “Taby ha detto mentre le passavo la penna sulla faccia ‘Tu qui scribacchi e scarabocchi anziché pelare le patate, io ho risposto O santo cielo O santo cielo O santo cielo lo farò immediatamente, con ciò mi alzo, prendo un coltello ed inizio a sbucciare…’ Anne ed io ci diciamo chissà che aspetto avremo, cosa saremo e dove saremo se va tutto bene nell’anno 1874 – anno in cui io sarò nel mio cinquantasettesimo anno, Anne entrerà nel suo cinquantacinquesimo, Branwell sarà nel suo cinquantottesimo e Charlotte nel cinquantanovesimo, sperando che staremo tutti bene a quel tempo, chiudiamo il nostro scritto”.

Nessuno di loro arriverà nemmeno lontanamente a quell’età, ma Emily, Charlotte e Anne faranno comunque in tempo a cambiare il mondo, prima di andarsene.

Intanto, i giorni popolati di sorelle e animali sono lenti e perfetti per Emily, scivolano in un accudimento vicendevole, ma furtivo: le tre Brontë non si dicono quanto i loro respiri siano ostinatamente collegati, ma è sufficiente sfogliare i rispettivi diari per scoprire in ogni pagina frammenti della quotidianità delle altre.

Le loro parole documentano un’auscultazione continua e rassicurante: Anne impegnata con un rammendo da finire, Charlotte che prepara una torta di mele, Emily che amministra la rendita lasciata dalla zia; la temperatura cambia con l’arrivo della notte quando – finalmente riunite intorno al tavolo della cucina – possono occuparsi dei loro regni. 

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E di nuovo il tempo si arrotola perché Emily torna a Gondal, quando lei e i suoi fratelli erano naufraghi, sopravvissuti per caso alla morte che zampillava ovunque (la madre prima, le due sorelle poi), trovando rifugio in un mondo che avevano popolato di principesse, cavalieri, spiriti e giganti.

Gli eroici protagonisti dei cicli narrativi di Angria – la saga di Charlotte e Branwell – e di Gondal – la saga di Emily e Anne – avevano salvato questi bambini perduti. Ma se Angria conosceva la tenerezza, Gondal era impastata di rabbia e violenza. Emily, che aveva alzato le fondamenta di quest’isola immaginaria nel nord del Pacifico, aveva anche stabilito che a dominare il regno sarebbero state donne crudeli per le quali l’odio e l’amore erano in fondo la stessa cosa.

Gondal era un universo lirico-narrativo ed Emily non aveva mai smesso di scrivere poesie, tanto che un suo quaderno di componimenti, trovato per caso da Charlotte e letto di nascosto, aveva fornito la scintilla per la pubblicazione della loro prima opera in versi: i Poems.

Convincere Emily non era stato facile, Charlotte ci era riuscita solo dopo molta insistenza e con la promessa che la loro identità sarebbe stata protetta dagli pseudonimi maschili di Acton, Ellis e Currer Bell. I Poems, usciti nell’aprile del 1846, avevano venduto solo due copie, ma le sorelle non si erano perdute d’animo, decidendo di scrivere un romanzo ciascuna.

Ma se Jane Eyre, il romanzo di Charlotte, viene osannato dalla critica, Cime Tempestose viene invece definito “perverso, brutale, cupo”. Persino Charlotte è inquietata da Catherine e Heathcliff. “La forza di Cime tempestose” – scrive – “mi colma di rinnovata ammirazione, tuttavia sono oppressa: al lettore non viene quasi mai concesso di gustare un piacere puro; ogni raggio di sole si fa largo tra nere sbarre di nubi massicce; ogni pagina è sovraccarica di una specie di elettricità morale”. 

Lo stesso Heathcliff, che nel nome contiene la brughiera e la vertigine della vetta, arriva in fondo da Gondal, e come un abitante di quel regno porta con sé una malvagità disperata e moltissima distruzione.

Nel romanzo il diavolo è chiamato, invocato, desiderato da tutti i personaggi: nessuno accenna mai alla possibilità del paradiso, l’aria è gravida di maledizioni che pure sono benedizioni, perché non è mai stata scritta una storia come quella di Catherine e Heathcliff, capace di far tremare le porte del regno dei morti.

L’amore per Brontë ha a che fare con l’inesorabilità della possessione: “Io sono Heathcliff” – dice Catherine a un certo punto – “Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere”.

“L’unico tempo degno di essere vissuto, nel romanzo così come nella vita dell’autrice, è quello del desiderio: lei e i suoi personaggi sono posseduti dal desiderio”. 

E se lei è un’indemoniata, Heathcliff è il demonio innamorato, che davanti al corpo senza vita di lei scaglia l’invettiva più fragorosa di sempre: “Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti!”

Fantasmi, sogni e allucinazioni in Cime Tempestose spalancano le finestre di un letto sarcofago per piegare il tempo, ricordandoci  che l’unico tempo che conta è quello che si muove dentro di noi, perché è il solo capace di resuscitare qualsiasi cosa e chiunque. Anche a costo di rubarlo agli inferi.

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Emily Brontë, sacerdotessa che esorcizza la paura ficcandoti la testa nel buio più nero, ti dice che l’amore forse non ti salva, ma ti tiene in vita anche da morto. Nel 1948, nella poesia No coward soul is mine (‘Non è vile la mia anima’) scrive: “Se terra e luna scomparissero/ E soli e universi cessassero di essere/ E tu soltanto rimanessi/ Ogni esistenza esisterebbe in te”.

Charlotte racconta che sono le ultime righe lasciate dalla sorella, che verranno poi scelte da un’altra sorella in un altro tempo, Emily Dickinson. Vestita di bianco in una bara bianca, con fiori di eliotropo fra le mani, la poetessa le sceglie per il suo funerale perché, come dice lei, “To be remembered is next to being loved…”

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Questo contenuto è stato realizzato in collaborazione con Bim Distribuzione, che distribuisce in Italia Emily, il primo film biografico su Emily Brontë, al cinema dal 15 giugno.

Chiara Tagliaferri

Chiara Tagliaferri è scrittrice e autrice. Assieme a Michela Murgia scrive e conduce il podcast Morgana (storielibere.fm). Il suo ultimo libro è Strega comanda colore (Mondadori, 2022).

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