Nella mente di uno scrittore (e di mio padre) - Lucy

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Rosella Postorino

Nella mente di uno scrittore (e di mio padre)

L'educazione letteraria di una scrittrice si può realizzare anche attraverso l'incomunicabilità con il proprio padre.

La bambina è seduta sul muretto di cemento, nessuno l’ha levigato, punge ruvido sotto le cosce, il sole scalda le spalle, è sempre estate laggiù, e la bambina è curva sul libro aperto sopra le ginocchia, legge ad alta voce, la maestra ha detto cento volte, lei legge, e conta, gliene mancano settantadue, la madre compare sulla soglia, i guanti di gomma arancione, dice non era letterale, non intendeva cento volte per davvero, ma la bambina insiste, e non è per la maestra, è perché le piace, il suono delle parole che rimbalza sul cemento, un ticchettio che è lei a produrre, la madre scompare dalla soglia e ancora è estate, uno scroscio di parole che provengono da un altrove ignoto, appartengono a qualcuno che lei non ha conosciuto e mai conoscerà, eppure passano per i suoi occhi, la sua bocca, la sua testa, e attraverso la sua voce atterrano sul cemento che graffia le cosce nude – è così che le storie si dischiudono, che esistono, che la circondano e la assediano, la prendono alla gola. Comincia così, la dipendenza. 

Le storie sono un luogo segreto in cui lei entra da sola, non ha più una madre un padre un fratello. Le storie sono la pietra spostata, il sepolcro vuoto, la nostalgia assillante del corpo di Gesù. 

Di notte dorme tra la muffa e l’armadio, la bambina, non ha una stanza per sé, dorme sul divano, suo fratello nel lettone, accoccolato alla mamma – quanto le manca: di notte, di giorno, ovunque sua madre le manca sulla Terra. Le storie attanagliano e calmano e attanagliano, non sostituiscono la madre, sono una fune, e la bambina non riesce a dormire, ieri suo fratello è caduto dalle scale perché lei non è stata abbastanza attenta, doveva badargli e si è distratta, si è agitata, pensava ad altro, alla madre, e il fratello è rotolato per le scale come nei film – ha quasi cinque anni, lei, e ancora non sa fare la sorella maggiore.

(Scrivo perché sono colpevole).  

Nella mente di uno scrittore (e di mio padre) -

Mio padre non si domanda come funzioni la mente di uno scrittore. Che gliene sia capitata una come figlia, non cambia nulla. Della letteratura non ha mai voluto sapere, è uno spazio straniero, un esilio, una minaccia, o solo un mondo per cui non ha curiosità. 

A sei anni mi sono svegliata da un incubo urlando e lui è accorso: che hai sognato, mi ha chiesto. Non trovavo le parole. Il sogno terrorizzava al punto che non potevo rievocarlo: descriverlo era farlo esistere, persistere, anziché svaporare. Il corpo di mio padre a riparo del mio, il suo corpo scudo, veto, muro di cinta. Il mio bisogno di essere difesa: e di scavalcare il muro, non tornare mai più.

Mio padre non sa che ho trovato le parole per quel sogno soltanto in un romanzo: le ho negate a lui, che si era strappato al letto per me, le ho covate per venticinque anni, le ho scritte contro la sua presenza, la sua custodia, il suo sguardo vigile sulla mia conservazione. È questa forma di solitudine che ho inseguito, il rischio al quale mi sono esposta senza che lo notasse nessuno. 

Mio padre non ha bisogno delle storie per mettere ordine nel mondo, non ha bisogno di una struttura narrativa che dia senso al caos, che gli consenta di decifrare le cose, di accettarle – non ha mai ceduto ad alcuna illusione. Mio padre non è come me, che gioco a fare Dio dando la vita e la morte ai miei personaggi, che a Dio mi sento superiore, perché i miei personaggi risuscitano ogni volta che qualcuno apre le pagine del romanzo: di nuovo vivi, a differenza delle persone. Mio padre non è come me, che sfido Dio, e aggiro il fatto di avere un’unica vita fondendomi nei miei personaggi, abitando altri luoghi, altre epoche, io che credo alla menzogna e costringo gli altri a crederci, e quella menzogna diventa vera, per me e per chi legge, l’estremo tentativo di avvicinarsi a una qualche verità. Su mio padre, persino. 

Dell’assenza di Dio mio padre non si occupa, dà per scontato che ci sia eppure non gli crede, mai l’ha pregato, convinto senza ammetterlo che non si occupasse di quelli come lui. Ha fatto tutto da solo, tenace, instancabile. L’unica intimità che con Dio si è concesso è la bestemmia. 
Non ha mai scritto, lui, anche se la morte lo atterrisce. Chissà come funziona la mente di mio padre.

La bambina pensa alla morte, di notte nel divano-letto, la muffa e l’armadio si sono alleati, a volte consolano, a volte aggrediscono, sono fumo di incendi oltre le montagne e giganti famelici, sono tana e rifugio e polvere di vulcani, la bambina non dorme: quel pomeriggio la zia ha detto che non c’è alcun Paradiso, e dove andiamo quando moriamo, ha chiesto lei, da nessuna parte, ha risposto la zia. La bambina ha sentito l’angoscia formicolare lungo le braccia, le gambe, il collo scottava. Ma io voglio rivedere mia madre, ha detto – le manca ovunque sulla Terra, ma in Paradiso sarebbero state vicine, unite, accoccolate l’una sull’altra e libere da ogni colpa. La bambina sogna di sposare la madre, senza abito nuziale: un altare inondato di luce e la promessa inviolabile del per sempre. 

Pensa alla morte, la bambina, e la morte dilaga, è tutt’attorno, non un concetto astratto. Sparano di sera, poco prima di cena, la casa rintrona, dov’è successo, quanto è distante, sembra una bomba, non è una bomba, eppure è una guerra, sparano all’alba, cadaveri sull’asfalto coperti da un telo, gli scolari camminano sul marciapiede, stanno attenti alle macchine, si fermano a comprare un panino al prosciutto per la merenda e fissano le scarpe spuntare dal telo – e d’improvviso le storie finiscono. Suonano le campane, dietro la chiesa c’è un cortile dove si gioca a ruba bandiera, non stasera, stasera tutti a casa, crescono fiori gialli lungo il muro, chissà come si chiamano, mentre le storie impallidiscono, la mente si prosciuga, un chicco di riso, l’alone della muffa sul muro – e la bambina dice messa, in piedi di fronte al divano-letto, da sola, sa i gesti a memoria, le parole una per una. Le storie scappano, scovano nel corpo un cantuccio, si attaccano alle cellule, proliferano di nascosto, in silenzio – un giorno si manifesteranno, ma adesso la bambina dice messa da sola, per sé, la dice forsennata. 

(Scrivo perché ho paura).

Nella mente di uno scrittore (e di mio padre) -

Mio padre non sa nulla delle guerre che ho studiato, che ho indagato, né di quella cui suo padre prese parte, lontano per la prima volta dalla propria terra – la Storia non gli interessa, non lo riguarda. Mio padre non viaggia, non è mai stato in un Paese straniero, non ha mai preso un aereo: né guide né cartine, alcuna esplorazione. Niente da scoprire, non ha curiosità. Nella sua testa gli stranieri sono quelli che vendevano mutande accanto al suo banco di frutta e verdura, che altro c’era da conoscere, da interpretare. Li chiamava per nome, pagava loro il caffè, ci litigava se sforavano di mezzo metro, regalava ciliegie ai loro figli, offriva loro una sigaretta, e non erano più quelli di cui parlava il telegiornale, nella sua mente non coincidevano, si dissociavano. È questo che fanno i romanzi, si comportano come mio padre, ma mio padre non lo sa. Sottraggono le storie individuali all’anonimato di un’etichetta, chiamano per nome un profugo, un migrante, una vittima di guerra, li osservano mangiare ciliegie, partorire figli, litigare e far pace, restituiscono loro la dignità di persone, uniche e irriducibili, come ciascuno di noi. È questo che fa la letteratura – mio padre lo ignora. 

A trentasei anni si è allontanato anche lui dalla sua terra, ma non ha mai sentito affinità con chi ha condiviso la stessa esperienza. La sua mente lo rifiuta. Non cerca identificazione, lui, non è come me, che ho bisogno dei libri per capire gli altri, o me stessa, per sentirmi meno sola. Non gli importa di sentirsi solo, o non più. Chissà se mai gli è importato. Chissà a cosa si è aggrappato. Come funziona la mente di mio padre. 

A tavola rimproverava il mio idealismo. Lo giudicava un sintomo della giovinezza, pensava sarebbe guarito, non è accaduto. È partito a trentasei anni, come molti della sua generazione, della precedente, della successiva, e non ha pensato che questa diaspora lo immergesse nella Storia. Mio padre si crede scisso dalla Storia. Mio padre è la mia storia.

“È questo che fanno i romanzi, si comportano come mio padre, ma mio padre non lo sa”.

La bambina si tocca e lo strappo del piacere la spaventa. Gli organi interni si scollano, si ribaltano, e lei non è più bambina. È definitivamente recisa. Il desiderio è autarchia, scintillante solitudine, verbo rivelato. Bandita la promiscuità dell’odore materno, il padre è una saracinesca di pudore calata sull’infanzia scaduta, nessun fiore giallo buca il marciapiede, solo uno sterminato presente di smarrimento e euforia. Di notte legge libri che suo padre ignora, è come entrare in un posto segreto, scavare accanita dentro sé stessa, la propria umanità, si sveglia ogni mattina un po’ diversa, ogni mattina più distante. Dio è muto, come sempre, da sempre isolato, l’evidenza innegabile di un’ingiustizia, un mistero senza carne – questo è il mio corpo, l’ho toccato, si è dischiuso, mi è stato rivelato.

(Scrivo perché il mio corpo marcirà).

La nuca di mio padre lo tradisce: anche lui è vulnerabile. I miei occhi vi si soffermano come per la prima volta: ho dodici anni, ed è la perdita della fede. 

Per quanto tempo ho ignorato la fitta che mi aveva procurato quella nuca scoperta, per quanto tempo l’ho rimossa, intenta a cercare varchi per sfuggire al totalitarismo di mio padre, a disinnescare la sua rabbia, a interpretare il suo silenzio, a meritarmi il suo orgoglio, a illudermi della sua forza, immutabile, eterna. Poi un giorno di tre anni fa lui è caduto per strada, non ha avuto la prontezza di allungare le braccia, ha battuto il viso al suolo, se l’è escoriato. La sera in videochiamata l’ho visto tumefatto, l’ho visto vecchio, non ti sei fatto niente, ho detto per convincere me stessa, niente, ho ripetuto, e la voce si è crepata. 

D’estate di sera mio padre sedeva sul terrazzo e si isolava con la stessa determinazione di Dio, le pupille appese, talvolta si raschiava assorto le labbra con i denti. Sta facendo il banco, diceva mia madre. A mente, mio padre organizzava gli spazi espositivi, incastrava le casse di pesche e di meloni, calcolava i prezzi. Poi è andato in pensione e non gli è rimasto nulla cui pensare. La mente vacante, o altrove. Mio padre ha abdicato a ogni potere, è caduto in avanti senza proteggersi il volto, è caduto come mio fratello, e non era colpa mia – o forse sì, perché non c’ero a evitarlo. Ho scavalcato il muro, ventisei anni fa, e mai più sono tornata. Attaccata alla fune, la stringo con tutte le forze. Mio padre invece ha dismesso quasi le parole, in compenso ha imparato un sorriso dolcissimo, che mi confonde.

Non si domanda come funzioni la mente di uno scrittore, o la mia. Non chiede nulla alla letteratura, la relega ai margini, può vivere lo stesso. Non cerca verità, se non quelle scarne, mansuete, della biologia quotidiana. Il conforto domestico, la propria innegoziabile dignità. Non è come me, che ho inseguito nella letteratura la verità sapendo di non trovarne, perché sono eccessive le domande, vengono da un tempo antico, dalla muffa sul muro e dal sole sulla schiena, dal cadavere di Gesù scomparso dal sepolcro e dai cadaveri coperti da un telo sulla strada, dalla colpa e dall’amore, dalla mancanza insopportabile che intaglia l’amore. L’unica verità della letteratura è di non avere verità. Intestardirsi a cercarne è la sua grandezza, il protrarsi ostinato dell’infanzia. Come funziona la mente di uno scrittore. Mio padre che ne sa. Che ne so io.

(Andare verso una storia con la risolutezza di un sonnambulo, ignorando il perché. Un alone, una stilettata allo sterno, un solletico in gola – che cos’è una storia all’inizio. Una nebulosa, un allarme intermittente che batte in un recesso della testa: non so collocarlo, eppure mi ossessiona. Che cos’hai nella mente, all’inizio. Il mistero – un mistero che sarà rivelato. O un silenzio protratto, pari a quello di Dio. Al silenzio indecifrabile di mio padre. Solo scrivendo scopro ciò che ho in mente senza saperlo. Certe volte, in auto, quando sprofondo nelle storie immaginate e mi assento, per riportarmi a sé il mio compagno chiede: stai facendo il banco? Mio padre non ha mai letto un mio libro).

Nella mente di uno scrittore (e di mio padre) -

Rosella Postorino

Rosella Postorino è editor e scrittrice. Il suo ultimo romanzo è Mi limitavo ad amare te (Feltrinelli, 2023).

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