L’astrologia: una consolazione di cui non abbiamo bisogno - Lucy

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Giorgio Fontana

L’astrologia: una consolazione di cui non abbiamo bisogno

Credi all’oroscopo? Se sì, non sei il solo. Anche i laici più insospettabili si affidano alle stelle. E se questo fosse il sintomo di una crisi culturale?

Cosa spinge le persone a credere nell’astrologia, e cosa implica tale credenza? Come tutti ho molti amici che amano leggere il proprio oroscopo o conoscere il segno zodiacale altrui per evidenziarne subito i presunti tratti caratteriali: uomini e donne razionali, laici e spesso atei, si entusiasmano davanti a un ascendente o discettano di temi natale.

Alcuni consultano solo la rubrica di Breszny per «Internazionale» stimandola “davvero seria”; altri approfondiscono su manuali specializzati; altri ancora si limitano a un’occhiata fugace agli oroscopi in televisione: differenze a parte, la febbre astrologica è trasversale e diffusissima.

Io ogni volta ne contesto il valore cercando di non apparire né saccente né pignolo, limitandomi solo ai dati di fatto; ma ogni volta risulto saccente e pignolo e capisco che è richiesto un seppur minimo atto di fede — e davanti agli atti di fede non c’è molto da argomentare. Così chiedo soltanto se ci credono sul serio, se davvero pensano che essere Toro ascendente Toro (come me) determini qualcosa del mio carattere.

Dopo avermi detto che sì, ovviamente spiega la mia tenacia così come la mia fastidiosa testardaggine, la risposta alla domanda è: “Ci credo in parte” oppure “Più o meno” o “Non del tutto, ma…” Ma cosa?

L’interpretazione più comune è che l’astrologia fornisce una logica: nella sua versione meno ingenua non pretende di predire il futuro, ma afferma l’esistenza di forze ulteriori che influenzano i comportamenti terreni; il dominio del caso ne esce così limitato.


Rileggendo la splendida apertura di Transiti di Rachel Cusk assistiamo al resoconto di un’email generata da un algoritmo, dove viene offerto alla narratrice un condensato di esperienza astrologica quanto mai efficace per empatia e profondità:

“Molte persone sbarravano la mente al significato del cielo che le sovrastava, ed era comprensibile, ma riteneva che io non fossi tra quelle. Non avevo infatti quella cieca fiducia nella realtà che induceva altri a esigere spiegazioni concrete. Sapeva che avevo sofferto abbastanza per cominciare a pormi certe domande, per le quali ancora non avevo una risposta. Ma i movimenti dei pianeti rappresentavano una zona di infinito riverbero del destino umano: forse era solo che alcune persone non si consideravano abbastanza importanti per immaginarsi lassù”.

La cosa triste, scriveva, è che in quest’epoca di scienza e incredulità abbiamo smarrito il senso del nostro significato. Siamo diventati crudeli, con noi stessi e con gli altri, perché in ultima analisi pensiamo di non contare nulla. Ciò che i pianeti ci offrono, scriveva, altro non è che l’occasione per recuperare fiducia nella grandiosità dell’umano: quanto più rispetto e stima, quanta gentilezza e responsabilità e riguardo metteremmo nelle relazioni con gli altri se fossimo convinti che ognuno e ognuna di noi ha un peso nel cosmo?

Queste pseudo-argomentazioni, benché prive del vigore stilistico di Cusk, sono alla base della credenza popolare. In un articolo uscito qualche anno fa per il «New Yorker», Christine Smallwood spiegò che l’astrologia non offre certezze, bensì distacco: “Proprio come una persona può trovare più facile accettare cose che la riguardano quando decide che è nata così, l’astrologia permette di vedere gli eventi del mondo da una posizione meno reattiva”.

“Io ogni volta ne contesto il valore cercando di non apparire né saccente né pignolo, limitandomi solo ai dati di fatto; ma ogni volta risulto saccente e pignolo e capisco che è richiesto un seppur minimo atto di fede”.

Una simile inerzia può essere di conforto, specie nei momenti bui. Così è stato ad esempio per Mela Pabón: dopo le devastazioni dell’uragano María a Portorico, nel 2017, la scrittrice si redasse un oroscopo e percepì il potere di incoraggiamento che questo le recava. Nell’ottica di Pabón l’astrologia è una terapia collettiva, da prendere con un pizzico di umorismo con il solo scopo di farci stare meglio: e vista così, in effetti, non sembra avere nulla di male.

Eppure nemmeno questo argomento mi convince fino in fondo. Del resto molti vivono l’astrologia con un piglio diverso: all’obiezione che essere di segno Gemelli o Bilancia non ha alcun influsso verificabile sulle nostre vite, non ribattono con levità ma con un misto di supponenza e condiscendenza — come se fosse lo scettico a dover trovare giustificazioni, perché un approccio razionale uccide il mistero (la “scienza e incredulità” contro cui si scagliava l’algoritmo immaginato da Cusk).

A colpire è anche la vastità della platea di riferimento, certo molto più ampia della mia piccola cerchia di amici. Nell’articolo sopra citato, la stessa Smallwood osservava come il lessico astrologico abbia penetrato il discorso pubblico “un po’ come aveva fatto a suo tempo la psicanalisi”; e, sorprendentemente, non lo troviamo in bocca a tizi stravaganti o negazionisti del riscaldamento globale, bensì a persone “che non vedono contraddizione tra usare l’astrologia e credere nella scienza”.

Già. Come si spiega?

Cominciamo da un punto fermo: anche quando è praticata con solide conoscenze storiche e in ottima fede l’astrologia non può accampare pretese di scientificità. C’è una grande abbondanza di prove al riguardo: per una sintesi si può leggere ad esempio questo magnifico pezzo di Margherita Hack, ma la bibliografia è davvero vasta e solo un pregiudizio tenace può negare i fatti.

L’astrologia: una consolazione di cui non abbiamo bisogno -

Anche appellarsi alla nobiltà di un’antica pratica rinascimentale, dove logica scientifica e logica magica erano ancora strette in un rapporto dialettico — “Persino Keplero compilava oroscopi!” — mi sembra vano e anzi quasi più grave.

Il contesto è completamente mutato, il paradigma di quegli individui non è il nostro; non si possono restaurare credenze così onerose in una sorta di vuoto culturale, come se potessimo scegliere cosa prendere e cosa abbandonare dall’immaginario dei secoli precedenti o proiettarvi sopra i nostri bisogni. Quando Keplero compilava oroscopi, del resto, molte donne venivano bruciate perché ritenute streghe.

(A margine: il rispetto per l’alterità temporale dovrebbe accompagnarsi a un rispetto per l’alterità spaziale. Quando ci relazioniamo con comunità e saperi non-occidentali, sono sbagliate sia la superbia che impone con violenza il nostro modo di pensare sul loro — come se fosse l’unico giusto — sia l’esotismo d’accatto che vede il loro modo superiore al nostro senza con ciò trarne le dovute conseguenze. Le pratiche indigene possono essere di preziosa ispirazione per correggere gli errori dell’Occidente e ripensare il nostro rapporto distorto con la natura, a patto di non idealizzarle o scimmiottarle malamente: è un po’ ipocrita dire che dobbiamo credere negli spiriti della foresta facendo l’aperitivo in un bar di Milano).

Insomma, che ci piaccia o meno viviamo in un’epoca secolarizzata. Sono il primo a vederne gli innumerevoli difetti, ma per combatterli è vano rifugiarsi in teorie screditate: non hanno effetto sulla realtà delle cose, e rischiano di consegnarci al fatalismo.

Comunque tutto ciò non scalfisce le semi-credenze, chiamiamole così, di chi si dedica all’astrologia: “Ovviamente so che non è scienza”, replicano i miei conoscenti, “eppure qualcosa di vero c’è.” Ma di nuovo, qualcosa cosa? Se non c’è alcuna conferma che i corpi celesti e in particolare le costellazioni (raggruppamenti creati dagli esseri umani) esercitino rilevanti influssi fisici sulle nostre vite, di che si parla esattamente? Di poteri soprannaturali?

Aliza Kelly, astrologa di successo negli USA, ha ammesso con inquietante candore che non le importa se la sua disciplina sia “vera” o meno: serve più che altro a “fornire una nuova prospettiva riguardo aspetti complicati della vostra personalità”. Quello che si propone la terapia, o anche solo una chiacchierata fra amici, senza però tirare in ballo forze insistenti: perché dunque supporle?

Ho ripetuto queste domande ogni volta, e ogni volta mi è stato opposto un muro. La forzatura della logica è al tempo stesso palese e considerata di scarsa importanza; al più viene liquidata come una delle tante contraddizioni che ci abitano. “La scienza non spiega tutto”, mi è stato fatto notare graziosamente un giorno.

Ci mancherebbe altro: amore, arte, attrazione sessuale, amicizia, gusti culinari, contemplazione, impegno, sacrificio, etica, gioco — grandissima parte di ciò che dà senso alla nostra presenza sul pianeta sfugge al dominio scientifico in senso stretto; ma immaginare che “gli scienziati” pensino il contrario è frutto di un equivoco purtroppo molto diffuso. E su questo è bene aprire una parentesi.

L’equivoco è il seguente: supporre una sorta di metafisica ufficiale dei nostri tempi che si inchina a nuove divinità chiamate Scienza o Ragione o Tecnica (quasi fossero termini intercambiabili), disdegnando tutto ciò che non può essere spiegato nei propri termini. Più ancora, un mondo privato dell’uso esplicativo di rapporti analogici o magici — un mondo dissacrato — indurrebbe in automatico a depredarlo e renderlo oggetto di un capitalismo feroce.

È una caricatura pericolosa, benché fondata su alcune storture evidenti dell’Occidente, così grandi da spingerci a cercare un singolo e comodo colpevole. Ma la mania di dominio universale, la fede cieca nel “progresso” scisso da considerazioni etiche, la riduzione della natura a mero oggetto di rapacità non derivano dall’impresa scientifica o dal razionalismo in quanto tali, bensì dalle sue applicazioni irresponsabili: e per correggerle è inutile invocare forze occulte o sperare che una nuova sacralità moderi i nostri tremendi appetiti.

Serve al contrario una critica più rigorosa — una morale più ferma, una ragione più umile. È il vero cuore dell’illuminismo kantiano: coraggio di sapere per uscire dallo stato di minorità, sì, ma anche coraggio di stabilire precisi limiti a ciò che possiamo conoscere o controllare; un esercizio di modestia che oggi, davanti allo sfacelo della crisi climatica, appare ancora più urgente.

La contrapposizione pigra fra pensiero scientifico e incanto, a volte accompagnata dall’equivalenza altrettanto pigra fra ragione e dominio, si dissipa invece con un po’ di pratica e studio: pensando ad esempio “come la biologia evolutiva (e il metodo scientifico di cui è parte) ci offra un senso della natura dell’esistenza più ricco e appagante di una visione fatta soltanto di miti e tradizioni. […] perché lo stupore e l’entusiasmo fioriscono quando si basano sull’apprezzamento di ciò che può essere spiegato”. Così Caspar Henderson nel suo bellissimo (e incantevole) Libro degli esseri a malapena immaginabili.

Nel suo sforzo migliore la razionalità critica diffonde un metodo che possa garantire la massima libertà intellettuale e uno scudo contro tutti i fanatismi; è rispettosa delle regioni dell’anima lontane dal suo impero, contraria ai dogmi irrevocabili, animata da un’etica ricca di empatia. Il suo modello non è un tecnocrate della Silicon Valley: è Primo Levi.

“La contrapposizione pigra fra pensiero scientifico e incanto, a volte accompagnata dall’equivalenza altrettanto pigra fra ragione e dominio, si dissipa invece con un po’ di pratica e studio”.

Per tornare all’argomento, la ricchezza simbolica delle antiche credenze sul firmamento è innegabile e racconta moltissimo di noi: basti pensare agli splendidi studi di Aby Warburg in proposito. Rifiutarne il valore predittivo implica solo una rigorosa distinzione di campo.

Quando dopo la Prima guerra mondiale si fece strada l’utilizzo dell’astrologia per ridimensionare il “potere della ragione”, “Warburg stesso avrebbe poi rifiutato questa interpretazione pessimistica delle sue scoperte e si sarebbe dissociato dal culto dell’irrazionalità che assunse proporzioni disastrose nella Germania degli anni Venti. […] La biblioteca che aveva riunito e che voleva trasmettere ai suoi successori doveva essere uno strumento di rischiaramento, un’arma nella lotta contro le forze oscurantiste che tanto facilmente potevano distruggere i precari risultati della razionalità”1.

L’astrologia: una consolazione di cui non abbiamo bisogno -

Tale biblioteca trovò nel filosofo Ernst Cassirer un destinatario ideale: e la sua opera mostra nel modo più cristallino come ci si possa occupare con eguale competenza, ed eguale passione, della relatività generale e di magia rinascimentale senza confonderne i principi epistemici.

Eppure parliamo ancora di influssi astrali in termini non meramente simbolici ma causali (“se nasciamo ad esempio con un Sole in Gemelli non possiamo diventare una persona con le caratteristiche e i potenziali di un Sole in Capricorno ma possiamo arrivare ad esprimere al 100% il progetto di un Sole in Gemelli” — così su Astroguide), nonostante la fisica li neghi. Siamo ancora respinti al largo dalla popolarità dell’astrologia e dalla domanda che si porta dietro: perché?

Tale successo non è strettamente contemporaneo: già negli anni ’50 T. W. Adorno scrisse un’erudita analisi della rubrica astrologica del «Los Angeles Times», dal titolo Stelle su misura; e ancor prima, nelle Tesi contro l’occultismo (poi raccolte in Minima moralia) ravvisò la presenza di una sorta di “seconda superstizione” germogliata sul tronco morto delle grandi ideologie e religioni: “Credo nell’astrologia perché non credo più in Dio”.

“Nel mondo sublunare la diseguaglianza è un’infamia che richiede un lavoro collettivo, mentre scrutando invano il cielo l’astrologia moderna indulge nell’individualismo.”

Con il furioso estremismo che gli è tipico, Adorno condanna la disciplina quale “metafisica per gli stupidi” e vede in essa la tendenza delle masse a infilare il capo nel giogo di un potere totalitario. Non è il caso di fare ipotesi tanto vaghe: Adorno sembra scivolare nel medesimo pregiudizio che implica al fenomeno. Meglio una lettura più sottile e astuta. In un brano di Ombre corte dal titolo Della credenza nelle cose che ci vengono predette, Walter Benjamin scrive:

“Poniamo che qualcuno si sia fatto tracciare il profilo grafologico o chiromantico, o si sia fatto fare l’oroscopo; per ora vogliamo porre solo una domanda: che cosa avviene in lui? Si potrebbe pensare che la sua preoccupazione sarà di confrontare e verificare. Più o meno scetticamente egli sottoporrà a esame affermazione dopo affermazione. In verità nulla di questo. Piuttosto il contrario. Soprattutto, una fervida curiosità per il risultato, come se quei ragguagli riguardassero una persona che gli sta a cuore ma che non conosce. Il combustibile per questo fuoco è la vanità. E subito diventa un mare di fiamme, appena inciampa nel suo nome”.

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Ecco uno spunto intrigante: la pratica astrologica solletica la nostra vanità. Oggi forse possiamo apprezzarlo anche meglio, perché viviamo in una società che ha assoluta riverenza per l’esperienza individuale e suggerisce per ciascuno un fato unico — salvo poi negarlo nella realtà, dove la stragrande maggioranza ha in serbo una vita qualunque. (Da qui vaghezza degli oroscopi: “Per il segno del Toro questo è un anno di costruzione, di realizzazione”, Paolo Fox; “I Cancro vivranno emozioni intense e contrastanti nel campo dell’amore a maggio”, Artemide; “La Luna sarà in armonia con Marte e Nettuno per l’occasione, descrivendo un’idea finalmente chiara delle proprie voglie”, Astrimatti. Eccetera eccetera).

Come osserva Benjamin, la nostra immagine personale necessita di maschere che la rendano più sopportabile, e l’astrologia ne fornisce di particolarmente esotiche ed eccitanti; in esse “sentiamo con profondo, beato sgomento che il destino pulsa come un cuore” e perciò “tanto più ci affrettiamo a dar ragione al ciarlatano, quanto più assetati avvertiamo montare in noi le ombre della vita mai vissuta”.

Dove la confusione è massima, dove tramonta la speranza di un senso datoci dall’alto e non costruito faticosamente giorno dopo giorno, l’astrologia offre un’ultima illusione per la vanità esistenziale; e paradossalmente, alimenta il tanto criticato desiderio di controllo.

Temo di essere apparso pedante e pignolo anche in questo articolo. D’accordo, la normale pratica astrologica non ha effetti particolarmente dirompenti; al più regala qualche istante di speranza o di preoccupazione mentre si beve il caffè o si fanno due chiacchiere.

Tuttavia è il suo nucleo “teorico” a inquietarmi: se Benjamin ha ragione, contribuisce anche a scordare come una vita qualunque possieda enormi risorse di felicità — a patto di impegnarsi per ottenerle, e soprattutto di impegnarsi affinché altri, meno fortunati, abbiano le possibilità per ottenerle.

Nel mondo sublunare la diseguaglianza è un’infamia che richiede un lavoro collettivo, mentre scrutando invano il cielo l’astrologia moderna indulge nell’individualismo. Persino gli oroscopi indirizzati a centinaia di milioni di persone dello stesso segno zodiacale promettono una qualche paradossale unicità.

“La normale pratica astrologica non ha effetti particolarmente dirompenti; al più regala qualche istante di speranza o di preoccupazione mentre si beve il caffè o si fanno due chiacchiere”.

Non so se sia possibile (o augurabile) immaginare un mondo umano del tutto privo di pulsioni trascendenti; è una domanda enorme. So però che la pratica astrologica è un pessimo candidato per soddisfare tali pulsioni, poiché non ha né la profondità etica né la tragicità delle religioni o dei culti antichi. È una credenza leggera, disimpegnata, all’altezza dei tempi.

Ma la nostalgia di una seppur esigua forma di destino, da cui ci siamo a fatica liberati attraverso la modernità, è a suo modo il sintomo di una crisi; e benché non implichi un’apocalittica sottomissione al “pensiero totalitario”, non è un atteggiamento molto maturo. Forse dispensa un po’ di consolazione: ma non abbiamo bisogno di altre suggestioni consolatorie, bensì di maggiore lucidità e di un pensiero davvero laico.

Giorgio Fontana

Giorgio Fontana è scrittore e sceneggiatore. Il suo ultimo libro è Il mago di Riga (Sellerio, 2022).

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