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Filippo Ceccarelli

Gran Teatro Parlamento

04 Luglio 2023

Tra tic, baracconate e messinscene, negli ultimi cinquant’anni la politica italiana ha dato il peggio di sé. E anche oggi lo spettacolo continua.

Per uno di quei casi che si possono addebitare agli dèi della verità e del buonsenso, il Gran Teatro che qualche mese fa il governo ha allestito a Cutro per riequilibrare la strage dei migranti (94 vittime, fra cui 35 minori), poteva andare molto meglio, o se si vuole molto peggio. 

Troppo spudorato era l’intento di ambientare il Consiglio dei ministri proprio lì, troppa confusione in paese fra autoblu e lanci di peluche, fuori controllo la conferenza stampa, imperdonabile la scelta di disertare il luogo delle bare e l’incontro con i parenti delle vittime.

Ma soprattutto il mare era ancora un po’ mosso e così è saltata la scena clou: a bordo di una scialuppa, la premier avrebbe dovuto raggiungere la secca dove si era schiantato il peschereccio per gettare una corona di fiori sulle onde, a beneficio del grande pubblico non pagante e a conferma delle buone intenzioni e misericordiose di un governo che qualcosa da farsi perdonare, onestamente, ce l’aveva.     

Ora, se davvero la politica è “l’arte di far credere” (Hannah Arendt) e se la propaganda è la tecnica “di convincere gli altri in ciò in cui non si crede” (Abba Eban), beh, nei giorni di buonumore si può anche far finta di niente e procedere oltre, più o meno abituati, più o meno rassegnati, con una scrollatina di spalle. 

Il guaio è quando la giornata inizia male, nera, affannata, e allora anche senza volerlo, dinanzi al Cutro Show come a tante altre trovate “di comunicazione” – l’abbraccio con i piccoli africani, l’ennesimo plastico del Ponte sullo Stretto, il video-siparietto sul Consiglio dei ministri con strizzatina d’occhio e squillante campanellino finale –, ecco che davanti a questi frammenti che ti arrivano diretti tra lo stomaco e il cuore viene da pensare al tesoro di tempo, di energia, di attenzione e denaro che gli specialisti ingaggiati dai potenti dedicano a mettere su spettacoli e in qualche modo a ingannare il prossimo; e allora l’osservatore, che ha il vezzo di appuntarsi le citazioni sapendo che torneranno utili, ritrova nei suoi taccuini il più tetro Ceronetti, per cui la politica, arte o tecnica che sia, è comunque menzogna incarnata, viadotto dei messaggeri infernali, nessuna verità, neppure un quartino, mai”.

E quindi? Quindi niente: fra mutamenti d’umore, indifferenza e catastrofe, comunque sopraffatti da spot e video, ideuzze scontate e inevitabili bugie, si affronta il tema della messa in scena, pure detta “messinscena”, con proposito di ricostruzione storica e animo pacificamente analitico.

Spezzettare il mostro, in modo che non resti più tale; per rivelarne possibilmente le genealogie e individuare un percorso con l’avvertenza che già gli antichi romani mettevano in scena i loro ingegni persuasivi, si pensi ai fichi freschi mostrati da Catone per sollecitare il Senato contro Cartagine – ma in questo modo non si finisce più!

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Tanto vale allora restringere il campo e restare al vissuto, quasi cinquant’anni ormai. Per cui nella memoria i democristiani e i comunisti girano significativamente in bianco e nero, come i tagli dei nastri inaugurali con notabili e monsignori nei tg della Rai di Bernabei o come il volto atterrito di Berlinguer allorché a Tribuna politica un giornalista (Nino Nutrizio) gli piazzò sotto il naso un pacco di spaghetti e uno di riso a significare che il “riso-comunismo” non poteva cuocere insieme alla “pasta-democrazia”. 

E perciò tanto vale dirlo il prima possibile: a piazza del Gesù come a Botteghe Oscure, cioè nei due santuari della Prima Repubblica, la messa in scena era una parolaccia, una roba da prestigiatori, una degradazione da circo, la buona politica non avendo bisogno né di trucchi né di doping.

C’era anche da capirla, quell’avversione. Il fascismo, con i suoi ardimenti fasulli, le quadrate legioni, i carriarmati fatti girare in modo che sembrassero tanti, le mascherate e le baracconate di massa, aveva lasciato un’eredità disastrosa, ma anche la più convincente lezione su dove andava a sbattere lo spettacolo della forza e della gloria.

C’è tutta una letteratura, tragica e irridente – vedi Gadda – sul sensazionalismo vanaglorioso del duce, sul culto euforico e spasmodico, tutto nostro, della bella figura e degli effettacci che in piena campagna d’Africa spinsero Mussolini a imbarcare anzitempo il suo cavallo prediletto su un aereo da guerra per potervi fare ingresso trionfale e impennacchiato ad Alessandria d’Egitto – quando invece e purtroppo migliaia e migliaia di soldati italiani, giovani e giovanissimi, sarebbero di lì a poco crepati sulle sabbie roventi di El Alamein. Questo spiega il ripudio – temporaneo – di qualsiasi teatro politico. 

Nel dopoguerra i partiti antifascisti crearono dunque un sistema abbastanza saldo e diffuso di ideali, fedi, credenze e perfino convenienze; in tutto e per tutto tale canone faceva capo alla parola, al ragionamento, alla persuasione, alla lettura e alla carta stampata; poco o nulla era concesso all’estetica, figurarsi alla messa in scena. Venne poi, con le debite resistenze, la tv a colori ed esplose di lì a poco quella commerciale, con il che intorno alla fine degli anni ’70, da astratta che era la vita pubblica cominciò o se si vuole ricominciò a virare verso il figurativo. 

“A piazza del Gesù come a Botteghe Oscure, cioè nei due santuari della Prima Repubblica, la messa in scena era una parolaccia, una roba da prestigiatori, una degradazione da circo”.

Si può dire che tale inversione venne dapprima intercettata e in seguito cavalcata dalla figura di un homo novus come Bettino Craxi e al nuovo corso che egli impresse al Psi. Fu lui a favorire l’ingresso nell’agone di agenzie pubblicitarie, demoscopiche e di comunicazione chiamate ad avviare quella macchina emotiva che avrebbe spintonato la politica dal retroscena alla messa in scena, fin verso la scena oscena, che assomiglia al nostro presente. 

Calato dall’alto come in una campagna di marketing, il marchio del garofano cancellò i simboli obsoleti della tradizione socialista; le polverose sezioni con i vecchi ritratti vennero sostituite da pochi luoghi tendenzialmente asettici, dalle pareti colore pastello, in qualche modo scintillanti e manageriali, si disse; al posto delle bandiere comparvero gadget che assecondavano i moduli del consumo.

Secondo i canoni di una personalizzazione sempre più prepotente, il leader prese a girare con un fotografo dedito a illustrarne le gesta e con un estroso artista-scenografo, Filippo Panseca, cui venne delegato ogni allestimento architettonico dei congressi di partito: la discoteca a specchi di Verona (1984), il tempio greco di Rimini (1987), la piramide costruita nella ex fabbrica Ansaldo a Milano (1989), come dire le prime e compiute realizzazioni sceniche funzionali a un comando di vertice, personalizzato e tendenzialmente plebiscitario.

Lungo questo orizzonte le forme rivendicarono e poi rapidamente ottennero il loro primato sui contenuti; allo stesso modo le immagini finirono per imporsi sul tradizionale linguaggio politico, che a sua volta si fece sempre più rapido, sintetico, impressivo, in una parola televisivo. 

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Destino singolare, quello del craxismo: tanto criticato, quanto scimmiottato dai due più grandi partiti rivali, Dc e Pci, che ormai insicuri del loro retroterra, in un tripudio di maxi schermi, spot, testimonial, maghi, guru e stregoni cominciarono anch’essi a riempire il vuoto di rappresentatività con un pieno di rappresentazioni: dalle majorettes arruolate da Mastella ai videoclip d’impatto nostalgico e sentimentale di Veltroni.

È possibile e anzi probabile che ci sia un nesso fra l’esaurirsi delle culture partitiche e lo sviluppo impetuoso della messinscena, nel senso anche deteriore che l’espressione si tira appresso. Di sicuro – e siamo tra gli anni ‘80 e ‘90 – i nuovi protagonisti proprio in questa direzione si proiettarono con l’obiettivo di conseguire un consenso e una popolarità d’incertissima durata, ma certamente a presa rapida. 

Così, dai giuramenti barbarici di Pontida, Bossi arrivò all’incredibile invenzione di un’entità, la Padania, che venne consacrata con raccolta di acqua santa sul Monviso e sversamento nella laguna di Venezia, in un volo di colombi, con bimba vestita di rosa e l’intera nomenklatura in abito scuro sotto un baldacchino.

La Pa-da-nia!, s’affannava il Senatùr: inni, alzabandiera, lettura della Costituzione, moneta, concorsi di Miss, previsioni meteo, nazionale di calcio, club di scacchisti e addirittura l’annuncio di un circo padano.

Ma anche a sinistra una nuova generazione di super-sindaci, da Orlando a Rutelli, da Bassolino a Enzo Bianco, con fervore si abbandonarono a una forma d’amministrazione metropolitana che contemplava un sovrappiù di politiche cosiddette simboliche a base di scorciatoie d’intrattenimento, feste, concerti, luminarie, fiaccolate, performance circensi – e dagli! – col primo cittadino di Palermo nella gabbia delle tigri.

La stessa Mani Pulite, d’altra parte, ebbe più o meno in quegli anni un che di teatrale: la barba lunga del Pm, di Tonino scarpe grosse e cervello fino, la luce accesa nel suo studio, il linguaggio pane al pane, le sceneggiate contro i colpi di spugna all’ora del tg, “Me levo la toga! Me levo la toga!”

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Si può obiettare che tutto ciò rientra compiutamente nei modi in cui nel nostro splendido paesone la realtà coincide con la sua apparenza, per giunta resa ancora più vistosa da una espressività generalizzata per cui ognuno, a cominciare dagli uomini politici, si sente autorizzato a manifestare i propri sentimenti come sopra un palcoscenico.

Ma la più netta impressione è che tutto questo, dalle intuizioni di Bettino in poi, preparò e concimò il campo per l’arrivo del Messia della messa in scena – e qui vale un attimo di solenne raccoglimento perché forse è ancora troppo presto per valutare appieno l’importanza delle trasformazioni che Silvio Berlusconi, questo impresario della tv e maestro di finzioni, demiurgo delle delle merci invincibile nelle partite di immagini e suoni, ha recato alla vita pubblica trasformandola in come è adesso e anche un po’ peggio. 

“È possibile e anzi probabile che ci sia un nesso fra l’esaurirsi delle culture partitiche e lo sviluppo impetuoso della messinscena, nel senso anche deteriore che l’espressione si tira appresso”.

Di suo, oltre a una storia di successi incredibili anche nel campo dello sport e a un mucchio di quattrini che come nelle fiabe o nei fumetti pareva inesauribile, il Cavaliere possedeva un talento unico nel saper maneggiare, non di rado nello stesso tempo, i due storici generi italiani della commedia e del melodramma, quasi sempre accompagnando il suo messaggio con figure gestuali, accentuazioni, sottolineature, elencazioni, battute e barzellette.

Istrione di vaglia e incantatore per vocazione, senza alcun antiquato ritegno esordì all’insegna del fasullo efficace, per cui era finta la location da cui annunciò la discesa in campo, finto che la morbidezza delle immagini dipendesse da una calza di nylon sulla telecamera, finto che avesse scritto lui lo storico discorso “L’Italia è il paese che amo” e finto, in definitiva, che si presentasse come se fosse già presidente quando ancora non si era nemmeno presentato alle elezioni.

Ma fu vera svolta, iconica e trascendentale. Introdusse alle sue spalle il cielo azzurro con nuvolette, come nelle immaginette dei santi, riuscì a vendere il kit del presidente, lanciò il coro karaoke, inaugurò il rito del sopralluogo con disposizioni che portarono a camuffare intere facciate di palazzi nei luoghi che aveva scelto come quinte del suo teatrone politico e istituzionale.

Maniaco degli addobbi, al G8 di Genova Genova giunse al punto di far cucire limoni sul delle piante che dovevano accogliere l’arrivo delle delegazioni, sfidando così le leggi della natura in nome di un perfezionismo che riteneva di offrire all’Italia, fulgore del suo potere e del suo impegno.   

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Molto semplicemente: alla metà degli anni ’90 Berlusconi procedette a un vero e proprio cambio di scenografia che comprendeva la sua stessa persona sottoponendosi a diversi interventi di chirurgia plastica – “tagliandi” li chiamava con gioviale disinvoltura – in tal modo trasformando il suo corpo in una specie di campo di battaglia tra Eros e Thanatos per la gloria della sopravvivenza, la costruzione del senso e la ricrescita di capelli.

Forte della sua esperienza edilizia e televisiva ambientò convegni e meeting anche internazionali in luoghi che apparivano come bianche città in tensostruttura e baracconi d’incanto. Quando girava per l’Italia era preceduto da un camion ricolmo di marchingegni di scena, cuscini, drappi, pedane, gradini, podietti.

Una volta sconfitto, per riguadagnare un ruolo centrale e fare appello al leader avversario che aveva ingannato e sedotto (D’Alema), mise in scena il ritrovamento di una improbabile microspia facendosi ritrarre in un’indimenticabile posa ostensiva, e ritornò centrale.

“Maniaco degli addobbi, al G8 di Genova giunse al punto di far cucire limoni sul delle piante che dovevano accogliere l’arrivo delle delegazioni”.

Riconsolidatosi al potere, all’inizio del secolo, più che come un normale presidente del Consiglio si comportò come un re e come tale pretese, attraverso premesse cognitive e simboliche, di venire riconosciuto dai suoi e da tutti: perciò l’Italia restava una repubblica parlamentare, ma lui si fece una vera e propria corte, convocava ministri e alleati nei suoi palazzi e nelle sue ville meravigliose, li nutriva, li licenziava, li sostituiva, dopocena entrava il musico Apicella e tutti a cantare. 

Fu questo di una ripristinata monarchia degli spettacoli l’inganno politico e istituzionale, così ordinario e insieme abbagliante da non essere notato. Ma il punto vero e definitivo fu che grazie alla sua arte di dominio l’artificiale entrò a far parte della realtà, se non della verità, sia pure intesa quale bolla provvisoria e penultima – e da qui si parte per comprendere gli sviluppi delle successive, consolidate e universali messe in scena.

Perché i successori fecero senz’altro tesoro della lezione di Berlusconi, senza però averne la grandezza, l’audacia sperimentatrice e la faccia tosta. Durò pochino, dopo tutto, la scaltra avventura di Renzi nel mondo della simulazione tra il giovanilismo e il futurismo, dispositivi elettronici dispiegati sul banco del governo a mo’ di piazzista, passerelle dopo i successi sportivi altrui, chiacchiere leopoldine e breve fuffa.

Anche le mascherate di Salvini in uniforme e i denudamenti in spiaggia con il bicchierone di mojito, in confronto alla turbo messa in scena del Cavaliere lasciano nel ricordo visivo il tempo che trovano; così le dirette del presidente Conte, l’avvocato del popolo con la pochette e il ciuffone, durante il Covid. 

Ora è il tempo di Meloni, che pure come mimica ci sa fare. Peccato per il mare mosso, quel giorno a Cutro; ma peccato soprattutto che il cinismo degli spettacoli sia ritenuto oggi un’indispensabile virtù – quando nell’ordinario tran tran non ci si fa più nemmeno caso e quando si sta male è solo un’amara fatica da sopportare.

Filippo Ceccarelli

Filippo Ceccarelli è scrittore e giornalista. È editorialista de «la Repubblica».  Il suo ultimo libro è Lì dentro. Gli italiani nei social (Feltrinelli, 2022).

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