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Paola De Angelis

Il coraggio di essere vecchie – Peaches e le altre

Cover De Angelis

Fa meno paura invecchiare se lo si fa assieme alle artiste amate.

Sulle mie pagine social scorrono immagini di persone anziane che io stessa ho postato. Bonnie Sumner, 81 anni, appesa a una barra, intenta a stabilire il record mondiale di “dead hanging” per la sua categoria: pantaloncini elastici a fiori, reggiseno sportivo, la pelle che cede, le mani no. Un fotogramma del video di God’s Lonely Man, la canzone di Anna Calvi e Iggy Pop: lei è vestita, lui a torso nudo, grinzoso, nodoso, fragile. Li guardo affascinata nel loro pas de deux, mentre la pelle atonica dell’Iguana gli ricade plissettata sul ventre. Annie Ernaux nella gloria dei suoi 85 anni, capelli lunghi e radi, con in braccio il gatto nel salotto di casa. 

Sul mio comodino c’è La città del sole di Tove Jansson (appena uscito per Iperborea), ambientato in una pensione per anziani in Florida negli anni Settanta. “A St Petersburg, cambiare posto alle sedie a dondolo è un affronto imperdonabile. La sedia che ti viene assegnata resta quella per sempre”, scrive la creatrice dei Mumin. “I nuovi arrivati non conoscono l’importanza di questa regola non scritta, ma piano piano imparano a seguirla alla lettera, come tutte le altre. Solo la morte, in senso proprio e non figurato, ha il potere di cambiare l’assegnazione delle sedie a dondolo a St Petersburg”. In un altro passaggio, una pensionante risistema i bottoni sulla schiena del suo lungo abito grigio: “Ci si rimpicciolisce con l’età”. Non solo, Miss Peabody. Si sbiadisce: i tratti del viso si affievoliscono come se volessero scomparire e tutte le mattine bisogna ridisegnarli; le mammelle delle donne si sgonfiano, quelle degli uomini crescono. I caratteri sessuali secondari si sfumano e si confondono, ed è così che Laurie Anderson e il mio ginecologo finiscono per assomigliarsi.

Nella lista delle prossime letture ci sono Partenze di Julian Barnes, annunciato come il suo ultimo libro (si parte definitivamente, senza meta e senza ritorno), e Vietato morire qui della scrittrice inglese Elizabeth Taylor, un altro romanzo ambientato in una pensione per anziani, ma nella Londra degli anni Sessanta. Nella migliore delle ipotesi, anch’io diventerò vecchia. Per fare spazio nella mia mente a questo concetto, ho copiato sul quaderno degli appunti un commento di Annie Ernaux: “È semplicemente guardare le cose in faccia, con lucidità. Non mi inquieta affatto, la fine della vita è ineluttabile, averne paura non serve a niente. Bisogna guardare la realtà in faccia fino alla fine”.

Tra gli ultimi (video)podcast che ho ascoltato, ci sono diverse interviste a Tracey Emin in occasione della retrospettiva A Second Life alla Tate Modern di Londra. Quest’anno compie sessant’anni, quindi non è propriamente anziana, ma è estremamente fragile: “Ho sempre avuto un rapporto molto strano con il mio corpo e chi mi conosce bene sa che non sopporto di guardarlo. A casa mia non ci sono specchi interi, solo per la faccia. Non sopporto di guardarlo, ma il mio corpo è ciò che mi tiene sulla terra, perciò anche se non mi piace il mio aspetto, adesso mi piace molto come sono”. 

Al programma Woman’s Hour su BBC Radio 4, con la tipica espressione arcigna, la bocca sghemba, ma con voce dolce e pacata, l’artista racconta come la malattia le ha cambiato la vita: “Da quando ho avuto il cancro, ogni giorno è meglio del precedente. Anche se devi lottare, devi portare avanti una battaglia, la vita vale la pena di essere vissuta. Adesso vivo nel presente, nel momento, e questo mi rende migliore, più forte e anche molto più produttiva”. In varie interviste Emin ha descritto nei dettagli l’intervento che ha subito dopo la diagnosi di un tumore particolarmente aggressivo: rimozione della vescica, isterectomia totale, asportazione di linfonodi, uretra, parte dell’intestino e di metà della vagina. Ovviamente è stato necessario un intervento di urostomia, la creazione di uno stoma per consentire il deflusso dell’urina nella sacca di raccolta. “Ma il clitoride è salvo”, le ha detto il chirurgo quando Emin ha riaperto gli occhi dopo la lunga operazione. “Yeah!”, ha esclamato lei prima di ripiombare nella sedazione farmacologica.

Le conseguenze di un intervento così demolitore sono molto invasive e condizionano pesantemente la sua vita quotidiana per la dieta da seguire, i farmaci da assumere, l’autonomia del sistema di drenaggio urinario, il rischio continuo di infezioni, lo scrupoloso protocollo richiesto dal suo quadro clinico. Ma Tracey Emin non ha perso il senso dell’umorismo. Per la cerimonia di investitura a “Dame”, la sacca delle urine è stata opportunamente posizionata su una gamba per evitare di farsi fotografare accanto a Re Carlo con la plateale borsetta a tracolla. In realtà, ci tiene a precisare, il suo titolo è Dame Commander, il che significa che in tempi di crisi i civili possono consultarla e seguire le sue indicazioni. 

Sul tema del corpo che cambia e invecchia, il titolo di Dame Commander (anche se non saprebbe che farsene) spetterebbe a Merrill Nisker, in arte Peaches, coetanea di Tracey Emin. È nata a Toronto nel 1966 da genitori ebrei emigrati dall’Europa dell’Est. Prima di diventare un’icona femminista e queer dell’electroclash, ha esordito in un trio folk che prendeva il nome da Carey, una canzone di Joni MItchell. Subito dopo è entrata in una formazione dal titolo più consono alla sua furia iconoclasta, The Shit, in cui ogni componente aveva un soprannome. Lei scelse Peaches, dalla canzone Four Women di Nina Simone che si chiude con il grido “My name is Peaches!”. 

“È una canzone che parla di donne in lotta, mi sarebbe piaciuto che l’avesse cantata per me. Non ho scelto il nome per le sue implicazioni sessuali – il frutto succoso ricoperto di peluria – ma per la canzone”, spiega in Peaches goes bananas, il documentario della regista francese Marie Losier, presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2024 e al recente Seeyousound di Torino. Poetica, onirica, stravagante e anticonformista, Losier dedica i suoi film ad artisti come Tony Conrad, Genesis P-Orridge, Alan Vega e la sua amica Peaches. Al centro del documentario c’è il tema dei cambiamenti che l’età produce nel corpo, quel soccombere alla forza di gravità e alle intemperie della vita contro cui molti di noi lottano con i denti e con le unghie (o con i mezzi chirurgici, cosmetici, farmaceutici che ritengono opportuni). 

Non Peaches. In un mondo in cui dilaga il terrore della vecchiaia, lei si mostra senza filtri, nuda, con le rughe e la pancia prominente. Non rinuncia al corpo e alla fisicità come strumento di lavoro e comunicazione. “Oggi le cose vanno meglio, c’è più rappresentatività”, ammette. “Ma per rendere bello l’invecchiare bisogna dare l’esempio, non solo predicare. Il mio corpo è diverso rispetto a vent’anni fa. Guardando le foto da giovane mi trovo bella, ma all’epoca non ci facevo caso. Ho un po’ di pancia, ma la mostro senza problemi. Le persone che vengono ai miei concerti  mi dicono che dopo si sentono più a loro agio con il loro corpo”, dice nel documentario. Confermo, è un effetto contagioso.

“Per me che amo ogni genere di corpo in cambiamento, corpi che a volte sono molto segnati o estremamente belli a modo loro, è stato interessante incentrare il film anche sull’età, su ciò che essa provoca in un’artista, il cui corpo è al centro del suo lavoro, che è tutto ciò che il pubblico vede sotto i riflettori”, dice la regista Marie Losier. “Ho trovato bella Peaches, con il suo corpo in evoluzione, l’energia che riceve dal fare quello che fa, ciò che produce sul palco e l’umorismo che ci mette”.

Losier e Peaches si sono conosciute nel 2006, mentre la regista girava il suo primo lungometraggio, The Ballad of Genesis and Lady Jaye su Genesis P-Orridge, performer e musicista (fondatore della musica industrial con i Throbbing Gristle) che, dopo aver sposato Jacqueline Breyer (infermiera per bambini terminali o incurabili e dominatrice), diede vita al progetto “pandrogino” di abbandono delle identità di nascita per creare un’identità terza, diventando più simili possibile attraverso la chirurgia plastica. All’epoca Genesis apriva i concerti di Peaches, che si è autoinvitata nel cinema di Losier. 

La regista ha iniziato a filmarla in tour, sul palco, nel backstage e nella vita privata. A New York, senza barriere, ha ripreso il suo corpo da vicino, a distanza “ginecologica”, durante le performance esplosive e liberatorie di cui il pubblico è coprotagonista. Più che concerti, gli show di Peaches  sono eventi che rompono i confini di genere, identità, forma e formalità. Una sovversione continua di ruoli e modelli, che passa per l’adozione di giganteschi e grotteschi attributi maschili e femminili nei costumi: c’è una moltiplicazione di mammelle di varie dimensioni, capezzoli come pancake e pois, clitoridi esuberanti, un costume da Yeti biondo platino con un copricapo a forma di vulva, una bambola gonfiabile nel pubblico che sembra la sua gemella. Nella vita di Peaches perfino le tazze da cui beve frullati multivitaminici sono a forma di tette. La sua rappresentazione della sessualità è sfrontata, positivamente ipertrofica, mai aggressiva né violenta. Pussy is big and I’m proud of it.

Il montaggio del documentario è un collage sonoro e visivo senza progressione cronologica. L’obiettivo della regista la segue anche nella vita privata: sono molto commoventi le immagini con la sorella malata di sclerosi multipla, con i genitori e con il compagno di vita e di arte Black Cracker. “Il mio corpo è più vecchio, mi stanco molto e quando sono in tour durante il giorno non faccio un granché. Preferisco farmi un sonnellino anziché andare in giro per musei”, dice. Nonostante gli sbalzi temporali del montaggio, la percezione è che Peaches si mostri più nuda adesso che in passato, ed è una scelta consapevole. 

La sua sfrontatezza dirompente appare più che mai necessaria oggi, nel clima reazionario che sottrae terreno ai diritti conquistati a fatica, a cominciare da quelli delle donne e delle persone queer. Irrompere, sconvolgere, imporre la propria fisicità fuori da ogni norma estetica o canone imperante, con la postura punk di Peaches è una cura shock contro la silenziazione e la prevaricazione, che assume forme sempre più insidiose e terrificanti. Pensiamo alla violenza più sconvolgente che sia capitata a una donna nel cuore dell’Europa, nel paese della rivoluzione: gli stupri domestici seriali portati avanti per anni su una vittima sedata, nella tacita complicità di un’agghiacciante confraternita maschile, un Ku Klux Klan di violentatori.

Gisèle Pélicot, 73 anni, si mostra al mondo dopo che il suo corpo nudo e le immagini delle violenze subite sono state viste e analizzate durante il processo da centinaia di persone; si è appropriata del nome del marito carnefice, trasformandolo in sinonimo di femminismo. È stata vittima non solo del marito, ma anche della medicina che spiegava i suoi problemi neurologici e ginecologici adducendoli all’età, come se fosse normale per una donna di 65 anni (quanti ne aveva all’epoca) avere sintomi simili all’Alzheimer e infiammazioni al collo dell’utero. Anziché scomparire, schiacciata dalla violenza e dal trauma, ha assunto una nuova identità potente, eclatante. Peaches fomenta la liberazione dei corpi da un giogo subdolo, più psicologico che fisico, ma sempre all’insegna di una sessualizzazione imposta. Nell’immediato post-Oscar, il Guardian ha dedicato un articolo al dilemma “Come deve vestirsi una donna con più di cinquant’anni?”, in cui scandaglia gli atroci dubbi sollevati dal red carpet: “qual è l’età giusta per indossare un boa di piume? Paillettes: meglio grandi o piccole?” La risposta sono gli hotpants di Yoko Ono a 79 anni e la sua controdomanda: “Non possiamo indossare quello che ci mettevamo a diciotto anni? E perché?”

A febbraio è uscito il nuovo album di Peaches, si intitola No lube so rude perché “C’è così tanto attrito nel mondo, tutti hanno bisogno di lubrificante, non solo le vagine in menopausa”, dice. Si apre con Hanging Titties, tette pendule, e prosegue con titoli suggestivi come Panna cotta delight, Not In Your Mouth None Of Your Business (“Se non sta nella tua bocca non sono affari tuoi”). L’album è un mix di elettronica, dance, punk, industrial e pop, canzoni sfrontate che riaffermano uno slogan che non ci lasceremo mai alle spalle: il personale è politico. Per Peaches il corpo non è solo un’entità sessuale e spirituale, ma anche un’arma di battaglia schierata in prima linea nella difesa dei diritti umani. 

Dal suo climaterio, l’icona queer electroclash torna per riprendere la parola – non che sia mai stata zitta – in una società che si aspetta il silenzio, se non addirittura la cancellazione totale delle donne, vittime precoci di ageismo (l’italiano, a differenza dello spagnolo che ha coniato “edadismo”, non ha un termine per indicare la discriminazione in base all’età e ricorre a un anglismo). La sua forza sta nella coerenza e nel chiudere il disco con un manifesto inneggiante all’amore, Be love. Il tempo che passa non si misura solo in termini di cedimento alla forza di gravità, ma anche di crescita umana: “Give it some space before it’s too late”, diamogli spazio prima che sia troppo tardi.  Intanto intorno a sé vede crescere una nuova generazione di artiste-figlie-sorelle come Charli XCX, Billie Eilish, Chappell Roan, Lorde. Anche per questo la vecchiaia non fa paura.

Peaches goes bananas esce al cinema il 19 marzo.

Paola De Angelis

Paola De Angelis è autrice, traduttrice e conduttrice radiofonica. Dal 2010 conduce Sei Gradi su Radio3.

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