Antonio Canu
Tra l'orso bruno delle Alpi e quello dell'Appennino non ci sono grandi differenze morfologiche o di comportamento. Eppure alle due specie viene riservato un trattamento molto diverso, a dimostrazione del fatto che non è l'orso in sé il problema, ma la popolazione dell'area in cui si trova a vivere.
Tra gli animali di pezza che da sempre accompagnano la nostra infanzia, l’orso è senza dubbio il più amato. Se si dovessero rilegare assieme tutte le fiabe, le storie, i miti, le leggende di cui l’orso è stato protagonista, otterremmo un volume sconfinato. E se si volesse giustificare l’odio verso gli orsi, in ogni luogo e tempo, sarebbe difficile riuscirvi, considerata l’indole paciosa di questi bestioni.
L’orso, per noi che lo osserviamo, è tante cose. Suscita contraddizioni, provoca visioni contrapposte, polarizza. È, suo malgrado, divisivo. Si ama e si teme, si protegge e si caccia, si mitizza e si odia. Fa tenerezza e paura. Nel nostro Paese, l’orso c’è sempre stato. Un tempo doveva abitare l’arco alpino e la dorsale appenninica fino alla Calabria. Secoli e secoli di persecuzione, di safari montani, di generose taglie su pelle e pelliccia, di armi sempre più sofisticate, hanno portato la popolazione nostrana, negli anni Ottanta del Novecento, ai minimi storici. Sulle Alpi resistevano tre, quattro esemplari nelle Dolomiti del Brenta, nel Trentino, e un gruppo superstite inferiore ai cento individui viveva appartato nelle regioni centrali, nella Marsica abruzzese in particolare.
Oggi l’orso bruno – la nostra specie – sopravvive in tre comprensori distinti. Nelle Alpi Centrali, con un nucleo principale nel Trentino occidentale, nel Tarvisiano e zone di confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia, e nell’Appennino centrale, concentrato soprattutto nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
La popolazione alpina è tornata grazie a un progetto di reintroduzione di alcuni esemplari provenienti dalla Slovenia, rilasciati tra il 1999 e il 2002. Oggi sono diventati un centinaio.
L’orso marsicano rappresenta invece una sottospecie differenziata geneticamente dagli orsi delle Alpi. Sopravvissuto alla probabile fine nascondendosi tra le selve e le valli abruzzesi, oggi conta circa cinquanta esemplari. Entrambe le popolazioni devono molto al territorio che le ha protette, come i parchi naturali di cui sono simbolo. Nel caso dell’orso delle Alpi è proprio il Parco naturale dell’Adamello Brenta ad aver promosso – in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (ISPRA) – il progetto per ripopolare di orsi le aree considerate idonee dell’arco alpino, cioè un territorio di oltre 1700 chilometri quadrati tra il Trentino occidentale e le province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona.
In quanto al Parco d’Abruzzo Lazio e Molise, l’ente gestore si è sempre impegnato affinché si consolidasse la popolazione residente, per favorire lo sconfinamento degli esemplari nei territori contigui che un tempo abitavano.
“Tra gli animali di pezza che da sempre accompagnano la nostra infanzia, l’orso è senza dubbio il più amato. Se si dovessero rilegare assieme tutte le fiabe, le storie, i miti, le leggende di cui l’orso è stato protagonista, otterremmo un volume sconfinato”.
Come detto, entrambi i parchi hanno come emblema l’orso. Una scelta dovuta, quasi obbligata, attrattiva, anche per ottenere la maggiore efficacia nella comunicazione. Il logo del parco alpino raffigura una sagoma orsina che osserva l’orizzonte delle montagne, dando le spalle all’osservatore. Nel caso del parco appenninico, l’animale è invece seduto, composto, con un atteggiamento più fumettistico. Anche nella presentazione narrativa dei due parchi, l’orso non ha rivali.
Sentirsi un tutt’uno con la natura incontaminata, respirare aria pulitissima e ammirare luoghi dove vivono svariate specie di piante e animali selvatici. Nel frattempo, nel fitto del bosco, passeggia solitario e indisturbato l’orso bruno, antico abitante di questi luoghi.
Parco naturale Adamello Brenta
Oppure:
Lungo i sentieri consentiti, è possibile seguire il volo silenzioso dell’aquila reale, oppure imbattersi facilmente con cervi, caprioli e, con un po’ di fortuna, con l’affascinante lupo appenninico o con l’elusivo orso bruno marsicano, vero gigante della fauna del Parco e simbolo incontrastato della natura protetta.
Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
La specie gode di una rigida protezione a livello nazionale ed europeo, in quanto considerata a rischio d’estinzione. La sua presenza ha spesso rappresentato un vanto, carattere distintivo, un valore aggiunto per i territori che la ospitano.
Si legge sul sito “grandi carnivori” della Provincia di Trento:
“L’orso ha valore storico – culturale; è un indicatore biologico: la sua presenza è indice di un buon livello di naturalità; è una specie “ombrello”: la sua conservazione è un fattore chiave per la conservazione di ampie aree geografiche importanti per altre componenti ambientali; è un “marchio” di qualità ambientale; ha valore emotivo: la presenza dell’orso è importante anche per quanto ancora può dare al pensiero, alla fantasia e all’immaginazione dell’uomo…”
Non è da meno la Regione d’Abruzzo, che in una legge dedicata, emana quanto segue:
La Regione Abruzzo individua la conservazione dell’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus) come una priorità nel quadro della strategia europea e nazionale per la biodiversità e pertanto favorisce e promuove, nell’ambito delle proprie competenze, la tutela della specie in tutto il territorio regionale. […] La Regione Abruzzo riconosce la specie orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus) come animale simbolo regionale.
Eppure qualcosa è cambiato negli ultimi anni. L’orso, naturalmente, continua a fare l’orso. È il contesto che lo accoglie a non essere più lo stesso. O meglio, i contesti, perché tra la popolazione alpina e quella appenninica ci sono differenze non solo morfologiche, tra l’altro marginali, ma di accoglienza che viene loro riservata. Nelle Alpi l’orso è diventato un problema, in Abruzzo una risorsa. Nelle Alpi si teme, in Abruzzo si fa a gara a chi lo avvista di più. Nelle Alpi si invoca una drastica riduzione, in Abruzzo si chiede una maggiore protezione. Il fatto è che alcuni eventi con protagonista l’orso hanno contribuito a far cambiare opinione o percezione nei due territori, facendo emergere sensibilità e prospettive diverse. Sia ben chiaro, la drammatica fine di un giovane residente in Trentino per l’attacco inatteso di un’orsa, come è avvenuto un paio di anni fa al runner Andrea Papi, il primo caso assoluto in Italia, non può non influire sulle coscienze di tutti noi. Così come l’uccisione dell’orsa Amarena, in Abruzzo, da parte di un residente armato di fucile, non può non destare quantomeno amarezza, se non rabbia, dal momento che quell’animale non stava minacciando nessuno. Due episodi non equiparabili, ovviamente, e che però pongono il problema di fondo del nostro tempo: la nostra convivenza – o più correttamente la nostra coesistenza – con il mondo esterno, con le altre specie, con gli ambienti naturali, e in questo caso con l’orso.
Con il quale, in termini di relazione, sono stati fatti molti errori. Sulle Alpi, è mancata un’adeguata comunicazione della sua presenza, sia verso le comunità locali, sia verso i turisti. Un sistema informativo carente e non efficace. Quando invece sarebbero stati necessari aggiornamenti sui monitoraggi degli esemplari più curiosi ed esuberanti. Sull’Appennino si è invece accolto con simpatia il contatto tra orsi e centri abitati, guardando a questi episodi come la naturale conseguenza del rapporto tra il selvatico e le comunità, quando invece sono proprio questi incontri a essere forieri di problemi che possono nuocere sia all’orso, sia all’uomo.
“Eppure qualcosa è cambiato negli ultimi anni. L’orso, naturalmente, continua a fare l’orso. È il contesto che lo accoglie a non essere più lo stesso. O meglio, i contesti, perché tra la popolazione alpina e quella appenninica ci sono differenze non solo morfologiche, tra l’altro marginali, ma di accoglienza”.
Queste differenze di percezione si possono quindi ridurre a singoli episodi o c’è altro, qualcosa di più profondo, di più radicale, che fa cambiare scenari, contesti, relazioni? Nel caso del ritorno dell’orso in Trentino, all’inizio del progetto il clima non era quello che si respira oggi. Curioso infatti che tra i promotori dell’iniziativa ci sia proprio la Provincia, la stessa che da qualche tempo si pone in maniera critica verso il successo dell’operazione di reintroduzione, non avendo saputo gestirne i risvolti. Oggi nel territorio trentino l’orso non gode di favorevole accoglienza, anzi, viene considerato da una parte un pericolo, dall’altra un limite, anche allo sviluppo locale. Clima completamente diverso in terra appenninica, dove la tolleranza verso questi animali è ormai normale, spontanea, anche in caso di eventi non certo favorevoli. Anzi, proprio l’orso è considerato il miglior traino per la promozione del territorio che lo ospita e che rende, in termini economici, milioni di euro. Da che dipende questa benevolenza? Da rapporti più definiti, rispettosi di secoli e secoli di interazione?
Quanto sia divisivo l’orso a livello geografico lo si può leggere nelle dichiarazioni di chi ha a che fare ogni giorno con la sua presenza, nei rispettivi territori.
“Uno stato democratico e civile non può consentire in nessun modo che la libertà dell’orso imprigioni le persone. […] ’Lipotesi di interdire alle persone vaste aree del territorio, ancorché impossibile da realizzare non è e non sarà mai accettata dagli abitanti della montagna in quanto compressione ingiustificata delle loro libertà costituzionali”.
Non è una dichiarazione di qualche fanatico anti orso, ma il comunicato dei sindaci trentini. Sulla stessa scia il Presidente della giunta provinciale trentina, Maurizio Fugatti, che ha ribadito con chiarezza che anche nel 2025 si procederà, se necessario, all’abbattimento degli orsi entro il limite previsto o dalla norma, otto esemplari.
“È con profondo sgomento che apprendiamo dell’atroce uccisione dell’orsa Amarena, un simbolo del nostro Abruzzo. Questo inspiegabile atto rappresenta un grave affronto ai valori di convivenza e rispetto per la natura che tutti noi condividiamo, nonché alla biodiversità della nostra meravigliosa regione”. Così, il vice presidente della Regione Abruzzo con delega ai Parchi e all’Ambiente, Emanuele Imprudente, sulla notizia dell’uccisione dell’orsa Amarena.
“Uccidere gli orsi? Noi abbiamo il problema opposto: quello di salvarli dall’estinzione”. Lo afferma Marco Marsilio, il governatore della Regione Abruzzo.
E così il rischio è quello di contrapporre le due situazioni ambientali e geografiche, come se ad abitarle fossero animali diversi, quando in realtà sono la stessa specie. Siamo noi che cambiamo le carte in tavola, che passiamo da un eccesso all’altro: dal demonizzarli, all’idealizzarli, determinandone il futuro. In realtà gli orsi hanno solo bisogno dei loro spazi. Di essere lasciati in pace. Di essere, semplicemente, orsi.
Antonio Canu
Antonio Canu è giornalista, scrittore e ambientalista. Esperto in gestione di aree protette, ha ricoperto per il WWF il ruolo di Responsabile nazionale delle Oasi. Tra le ultime pubblicazioni, Andare per Parchi nazionali (il Mulino, 2019) e Il mondo in un carrello (Il Saggiatore, 2022).
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