Molto citato, poco letto, divisivo, fuori catalogo da anni, Tommaso Labranca è tra le figure più difficili da collocare nella storia della cultura italiana recente. Ora, finalmente, a dieci anni dalla morte, una prima ragionata antologia curata da Claudio Giunta restituisce ai lettori una selezione di testi per comprendere (o scoprire) l’originalità di uno degli scrittori più importanti degli anni Novanta e Dieci.
Chi volesse possedere oggi una copia cartacea de Il piccolo isolazionista di Tommaso Labranca, edizione Castelvecchi, copertina flessibile, oggetto di fattura tutt’altro che irresistibile, dovrebbe setacciare con cura i mercatini dell’usato, oppure compiere perigliose effrazioni notturne nelle case di professori di estetica in pensione, o ancora aspettare la morte di un caro amico dell’autore e poi tentare di corrompere i manovali incaricati dello sgombero per averla a prezzo ragionevole (corruzione a parte). Oppure, se comprensibilmente atterrito dalla fatica e dai rischi che comportano queste operazioni, recarsi su Amazon e acquistare il libro, di seconda mano, non autografato, probabilmente macchiato, a circa 800 euro. Per 200 euro in meno si può portare a casa, ad esempio, una prima edizione autografata di Menzogna e sortilegio con dedica di Elsa Morante a Guido Alberti. Non essendo io un collezionista o particolarmente ferrato in materia economica, non vorrei azzardarmi a trarre conclusioni di alcun tipo da queste considerazioni, se non che data la scarsità, o meglio la totale mancanza, di opere di Labranca sul mercato, chi vuole acquistare i suoi libri deve valutare anche il dissanguamento delle proprie finanze. L’uscita dell’antologia Mondadori “Dal Pop al Popolo” (Mondadori), viene quindi accolta con sollievo e arriva con tempismo, proprio quando l’INPS esige il suo lauto pasto cannibalico a spese dei contribuenti a partita iva di cui faccio parte. La cura editoriale dell’antologia è di Claudio Giunta, a cui già si deve il meritevole Le alternative non esistono (Il Mulino), che di Labranca è biografia, indagine sul suo lavoro culturale e artistico, bilancio dell’uomo (umorale, rancoroso, fragile) e dell’intellettuale (vivacissimo, svelto, instancabile), ma anche riflessione sulle mutazioni della cultura e del mondo editoriale italiano negli anni – con pungente e per certi versi comprensibilissima definizione di Stile Libero come “laboratorio del male”, collana che ha sedotto e poi malamente abbandonato Labranca dopo i primi successi con Castelvecchi.
Se il libro di Giunta è stato importante sia per chi ha letto Labranca quando era in vita, sia come ampia e profonda introduzione per chi non ha avuto la possibilità di accedere alla sua opera dopo la morte, avvenuta a 54 anni, ai tempi si diceva per indigestione di anguria, nel 2016, questa antologia, Dal pop al popolo (Mondadori), che raccoglie i suoi testi teorici più importanti (alcuni più, alcuni meno), gli scritti di carattere estetico e socio-antropologico, i divertissement poetici, è un passo decisivo nella riabilitazione e diffusione del suo lavoro. Soprattutto, questa antologia si pone come primo punto di riferimento per una lettura finalmente sistematica, ragionata, ordinata in schede e cronologia di un’opera debordante, sfuggente, poco letta. Spesso citato a sproposito, circonfuso da un’aura di pallido maledettismo o ridotto a esperto di cazzate, è difficile trovare un posto a Labranca nella cultura italiana recente e non solo perché il suo eclettismo – scrittore di costume, critico d’arte, di design, di musica, teorico, infaticabile biografo dei fenomeni culturali e sub-culturali e di se stesso, Labranca ha praticato molti sotto-generi del saggismo – non si presta a classificazioni troppo rigide e quindi rassicuranti. Anche se questo libro arriva con grande ritardo, è vero che antologizzare Labranca presenta delle difficoltà. Di certo, il suo presentismo rischia di farlo invecchiare più in fretta, anche se poi vedremo che non è così. Poi, la grande mole di scritti che ha prodotto negli anni e che ha sparso per internet, i libri che ha pubblicato per piccole case editrici o che si è auto-pubblicato, assieme alle riviste e alle fanzine, rendono arduo selezionare le cose davvero meritevoli. Anche il suo individualismo riottoso, gli interessi intellettuali “sconvenienti”, il fastidio nei confronti dei dogmatismi di una certa cultura stitica e sussiegosa, lo rendono ancora oggi poco appetibile per molti a sinistra – anche se i suoi contributi alla lettura delle dinamiche del tardo capitalismo e della società delle immagini, del consumo, della comunicazione, sono tra i più originali a livello critico negli ultimi decenni. Non piacendo davvero a sinistra, e non essendo certo un uomo di destra, Labranca ha trovato ospitalità perlopiù in testate di seconda fascia, e ha collaborato con «Libero», cosa ai tempi per molti inaccettabile.
In questa antologia, che abbraccia gli anni dal 1994 alla morte, sono compresi Andy Warhol era un coatto, Estasi del pecoreccio, Chaltron Hescon, Neoproletariato, Il piccolo isolazionista, per l’appunto, e una selezione di testi usciti su internet negli anni Duemila. Di questi ultimi, si potevano tenere fuori dall’antologia le poesie di Agosto oscuro, non così significative forse (ma pubblicate per la prima volta postume, con la cura di Luca Rossi, che in vita è stato fino all’ultimo molto vicino a Labranca, suo compagno in molte avventure, e a cui è affidata la cronologia nel libro antologico), e delle quali mancano alcune delle più divertenti, come le Biografie in 18 parole (ecco, ad esempio quella di Donatella Versace: Lasciai la bella Reggio / Attraversai la Sila / E dissi al mondo: “Il bianco Sarà il nero del Duemila.”), o i Sonetti dinnanzi al Just Cavalli.
A questi testi si sarebbe anche potuto aggiungere, per coerenza con il fil rouge che unisce le opere comprese nell’antologia ma soprattutto per mio personale diletto, le perfide – perfide ai limiti della querela – e spassosissime recensioni de Una rubrica brutta e rozza, redatte nel 95-96 per «Leggere», nelle quali Labranca si scaglia contro i libri di sociologi tv, pomposi professoroni, opinionisti e celebrità smaniose di legittimazione culturale o di altri canali per sfogare il proprio narcisismo. Mancano anche altri scritti, importanti, come i due “saggi romanzati” Haiducii, ispirato libro sulle merci con protagonisti i suoi vicini di casa, la famiglia rumena Petrescu, uscito a puntate su «Film TV», e 78.08, un “Fantozzi virato sull’angoscia” nelle parole di Giunta, che contiene molte riflessioni illuminanti sui cambiamenti delle abitudini e dei costumi degli italiani prima e dopo il Sessantotto – prendere la parte sulle fumose osterie nei film con Little Tony, che ricordano certe pagine di Aldo Buzzi, e quelle sui ristoranti fusion che, da un giorno all’altro, cominciano a invadere l’Italia, facendo sentire anche il più sedentario provinciale un cosmopolita al centro del mondo perché può ordinare pollo alle mandorle nel ristorante sotto casa. Manca anche il saggio sul Vedovo di Risi (film di culto per molti, basti pensare a Michele Masneri, che lo cita di continuo nei suoi brillanti pezzi per «Il Foglio»), Progetto Elvira. Per chi volesse, si trova alla modica cifra di 115 euro su Amazon. Ma è forse bene che questi tre libri non siano compresi nell’antologia, nella speranza che vengano presto ripubblicati individualmente. Il gioco delle esclusioni, pure se irresistibile e sfizioso, è qui ingiusto, perché Giunta ha dato compattezza e coerenza all’antologia. Di certo, si possono trovare qui le basi, ovvero i testi sul trash, sul cialtronismo, sulle merci, e al loro interno le hit, come la lettera a Calasso e la critica a Prospettiva Nevskij di Battiato, da leggere assieme alla stroncatura che Arbasino fa di Antonioni, contenuta in Ritratti italiani (se Arbasino avesse avuto a disposizione la categoria di cialtronismo, ci avrebbe di certo infilato il regista).
Molte delle cose che Labranca ha brillantemente teorizzato, dal trash al barocco brianzolo come tendenza alla megalomania (pagherei per leggere una sua critica a Oppenheimer di Nolan), sono ancora valide oggi, aggiornate ai tempi – perché i tratti antropologici rimangono quelli. Come i conduttori delle tv regionali descritti da Labranca che si sentivano Pippo Baudo senza averne i mezzi e le risorse economiche, oggi c’è chi si cimenta in podcast letterari facendo, a meno di trent’anni e senza ancora la triennale, il verso ad Augias; oppure c’è l’evoluzione cialtronesca dei cineforum, con i creator che, indossando la maschera polverosa dei critici cinematografici con una spruzzata di mortuario giovanilismo, discutono di film utilizzando molti e vacui aggettivi, stratagemma da sempre perfetto per colmare il vuoto di contenuti. Ma se il povero Walter Carbone (il Pippo Baudo di “Domenica con Semeraro”) era costretto a invitare Mario Tessuto invece di Madonna, i creator delle arti e della cultura hanno come ospiti i candidati allo Strega e i registi internazionali. A differenza di Walter Carbone poi, loro hanno pure un discreto successo su scala nazionale, chissà quanto reale (i follower non dicono tutto, ma qualcosa fanno intuire).
Senza voler ricavare chissà quali pensosi insegnamenti sul presente, le riflessioni sul consumismo posizionale che faceva Labranca valgono anche per molti di noi oggi, facendo io parte della generazione che più di tutte ha sperperato denaro in vini naturali e birre artigianali, pure se con un potere d’acquisto sempre più debole.
Sentendosi una emulazione fallita di Tom Wolfe (autore tra gli altri di quel delizioso libello contro il modernismo che è Maledetti architetti) chissà cosa direbbe invece oggi Labranca delle sgraziate architetture residenziali per nuovi ricchi in stile nautico (si realizza così il famoso concept della Q8, con gli yacht a fendere le distese di cemento milanese), o di quegli orrendi portici e colonnati asettici, con tanto di claustrofobici balconcini verandati in cemento.
Leggere Labranca oggi, al netto di alcuni riferimenti che per molti saranno sbiaditi o oscuri come pittogrammi del Neolitico (“Papà, che cos’è una Afef?”) rimane un esercizio di sfiducia nei confronti delle pose di tutti quegli intellettuali che si approcciano al pop con sospetto o pregiudizio.
Si può provare, oltre all’ammirazione, anche un po’ di fastidio per il modo in cui Umberto Eco scriveva di pop (il suo ormai classico saggio breve Fenomenologia di Mike Bongiorno mi pare invecchiato abbastanza male, ad esempio, e tradisce un moralismo più stantio che spassoso); ma in Italia Eco ha sicuramente aperto una strada e lo ha fatto con intelligenza. Di Eco, con la sua postura da semiologo, Labranca, autodidatta privo di tic accademici, è forse figlio indocile, perché speculare ma opposta è la sua tendenza a cercare significato negli oggetti culturali più svariati, che sceglieva non per calcolo ma per sincero interesse, amando Orietta Berti o Naomi Campbell di un amore privo di sovrastrutture. Finissime la sua lettura di una società che andava costruendosi attorno al soddisfacimento di bisogni frivoli, con individui desiderosi di definirsi attraverso un consumismo di tipo posizionale, e acute le sue analisi degli spot televisivi, dei video musicali, delle televendite, dei programmi delle tv regionali, dei testi delle canzoni, delle merci, dei consumi e delle abitudini della generazione post-sessantottina. La forza del suo lavoro teorico derivava anche dal coinvolgimento nelle dinamiche che descriveva. Assieme fantasioso e sistematico inventore di concetti, categorie, neologismi, Labranca era anche corrosivo scrittore di stile. Volendo tracciare una genealogia di illustri antenati, c’è qualcosa di Arbasino in Labranca, che egli stimava senza velleità di emulazione (cosa che Arbasino suscita quasi naturalmente in chi, cimentandosi con la scrittura, lo legge e apprezza), ma con la consapevolezza di esserne, semmai, una più mesta versione, con i centri commerciali al posto delle ville delle principesse romane e Pietro Taricone al posto di Edmund Wilson ([…] Mentre torno a casa dalla lavanderia mi domando se gli altri che fanno il mio lavoro, i coetanei o i più giovani, hanno in questo istante un’esistenza da société arbasiniana o se sono solo io a galleggiare isolato e ignorato in un angolo del mondo, dietro piazzale Corvetto”).
È anche un po’ Flaiano, Labranca, per il temperamento malinconico, la misantropia con desideri di fuga a Nord (il Canada Flaiano, l’Islanda Labranca), il talento per la battuta, la precisione antropologica dello sguardo. Ovviamente, come giustamente nota Giunta nell’introduzione all’antologia, Labranca è anche un Pasolini senza tendenze apocalittiche (e senza distanziamenti dogmatici) dalla società dei consumi e del conformismo, che ha descritto con grande cura nella sua sterminata e caotica produzione. Per ultimo, pur non amandolo per nulla (basta leggere la sintetica perculata dal titolo Fofi ‘98), Labranca è stato anche un piccolo Fofi (ma più individualista) per la capacità di creare riviste culturali e fanzine, e per la fiducia nei confronti di quel mezzo. Ed entrambi si crucciavano molto che le loro riviste non fossero lette quanto speravano.
La scelta dei testi compresi nell’antologia sembra assecondare anche un naturale rispecchiamento in Labranca da parte di Giunta, che sempre più spesso negli ultimi anni si è dedicato alla scrittura per giornali e riviste di pezzi sul pop, da Taylor Swift alla comicità italiana contemporanea, e autore di una stroncatura, di cui gli sono grato, di quella fetecchia di film che è Sirat, trattato come esempio di Barocco brianzolo. Segno che, pur essendo Labranca inimitabile per molte ragioni, non tutte positive, c’è una vaga lezione che si può apprendere da un uomo di certo non tagliato per fare il maestro e nel quale si agitavano tendenze diverse; ad esempio vera apertura nei confronti delle novità, quelle tecnologiche su tutte, e lucida consapevolezza di quanto le novità vadano spesso a braccetto con la fuffa del marketing, del design, dell’hype, della coolness, delle estetiche posizionali.
Progressista Labranca lo era di certo (nel senso che non vedeva nel progresso una minaccia, anche se ne irrideva gli eccessi e i controsensi), ma possedeva anche un conservatorismo pre-politico, quasi di reazione a un mondo culturale dal quale si sentiva escluso, ma dal quale si auto-escludeva lui per primo. Labranca detestava gli snob della cultura ma coltivava un suo personale e rancoroso snobismo di cui era consapevole ma che rigettava, come si può leggere nell’auto-intervista in apertura de Il piccolo isolazionista: “[…] adesso gli stessi che mi avevano isolato mi vengono ad accusare di essere snob. Oltre il danno la beffa. Comunque non sono snob. Lo snob finge. Io sono sfigato sul serio”.
Parte del fascino bipartisan che Labranca ha continuato a esercitare in questi anni deriva certamente dalla sua personalità piena di contraddizioni, e dalla sua aura di geniale e inquieto underdog della cultura. Ora che è possibile reperire alcuni suoi testi più facilmente, c’è da sperare che, in questa seconda vita editoriale, il destino di Labranca sia quello di essere letto.