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Lucia Merlino

Il paradosso della partecipazione: perché avere più strumenti ci fa sentire esclusi

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Non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per partecipare a scelte che riguardano il nostro futuro, e mai come oggi ci siamo sentiti così esclusi dalle decisioni che contano. Perché?

Durante un  laboratorio di foresight partecipativo condotto a Ca’ Busca, a Gorgonzola, un gruppo di giovani  ha chiesto una cosa che sembra piccola: poter restare in biblioteca fino a tardi, entrando e uscendo in autonomia grazie a un sistema di domotica. Chiedevano di essere trattati come soggetti responsabili, non come utenti da sorvegliare. È lo stesso desiderio-quello di contare davvero nelle decisioni che riguardano la propria vita – che troppe persone non ritrovano più quando si affacciano alla vita pubblica.

Da qualche anno l’amministrazione comunale porta avanti il recupero del celebre edificio storico Villa Serbelloni-Busca, trasformandolo attraverso un percorso di co-progettazione in un punto di riferimento culturale per la città. In questo contesto si inserisce un laboratorio organizzato nella primavera 2026: venticinque persone, tra residenti, volontari e rappresentanti di associazioni e cooperative del territorio, si sono ritrovate per immaginare insieme lo spazio nel 2036. In poche ore hanno messo a fuoco una visione condivisa su governance, cura del quartiere, intergenerazionalità. Eppure, a pochi passi da lì, l’affluenza alle elezioni comunali continua a scendere, e la sensazione condivisa resta quella di contare sempre meno nelle decisioni che riguardano la propria vita quotidiana.

Non abbiamo mai avuto così tanti strumenti per partecipare a scelte che riguardano il lavoro, l’ambiente, la sanità, il futuro delle nostre città, e mai come oggi ci siamo sentiti così esclusi dalle decisioni che contano. È un paradosso apparente, ma è il punto di partenza di una ricerca sulla crisi democratica e sulle sfide che questa comporta e su come esplorare futuri possibili, plausibili e preferibili facendo emergere interessi, valori e conflitti delle comunità.  

Una crisi a più strati

La sfiducia democratica che attraversa le nostre società non nasce da una causa sola, ma dalla sovrapposizione di più fenomeni che si rafforzano a vicenda. Le elezioni politiche del 2022 hanno segnato il tasso di partecipazione più basso dalla nascita della Repubblica, il 63,9%; e l’Eurobarometro del 2023 rileva che solo il 27% degli italiani si fida ancora del Parlamento nazionale.

C’è, anzitutto, uno svuotamento sostanziale dell’uguaglianza politica formale. Sulla carta, ogni cittadino ha lo stesso peso; nei fatti, sono i gruppi economicamente dominanti a orientare l’agenda politica, finanziare le campagne elettorali e influenzare la produzione normativa. La concentrazione estrema della ricchezza e la crescita delle disuguaglianze hanno progressivamente eroso quella comunità politica capace di articolare gli interessi condivisi su cui la democrazia si fonda producendo quella che potremmo chiamare una vera e propria frammentazione democratica.

A questo si somma la disintermediazione. I corpi intermedi tradizionali – partiti, sindacati, associazioni di categoria – avevano una funzione precisa: aggregare preferenze disperse e tradurle in pressione organizzata sul sistema politico. Questa funzione oggi è strutturalmente indebolita, perché l’intermediazione passa sempre più attraverso la rete. Manuel Castells, sociologo spagnolo tra i principali teorici della cosiddetta network society, ha descritto bene questo fenomeno: la logica delle reti orizzontali digitali produce forme di mobilitazione politica ad alta intensità ma bassa durabilità istituzionale. I movimenti in rete si attivano rapidamente, scavalcano gli intermediari tradizionali, ma faticano quasi sempre a convertire l’energia della mobilitazione in potere organizzato stabile.

È la “modernità gassosa” in dialogo/contrapposizione con la società liquida di Bauman descritta da Francesco Morace, sociologo e saggista che da decenni si occupa di ricerca sociale e di mercato: una società sempre più volatile, che evapora sulla spinta dei social media e si disperde nella propria bolla mediatica.

E, in questa dispersione, gli algoritmi di raccomandazione e personalizzazione hanno un ruolo centrale nella polarizzazione ideologica: ogni utente incontra contenuti selezionati per confermare le proprie visioni del mondo preesistenti, non per metterle alla prova. 

Chi decide per noi, senza che ce ne accorgiamo 

Dalle interviste condotte con professori universitari, esperti di intelligenza artificiale, amministratori locali e dirigenti aziendali, emerge con chiarezza un primo nodo cruciale: la delega all’algoritmo – non solo delle decisioni, ma anche del sapere. 

Pensiamo ai social media: un algoritmo decide cosa comparirà nel nostro feed, questa è governance algoritmica. Ma spesso finiamo per fidarci di quella selezione come se fosse “la realtà”. Non abbiamo verificato noi le notizie, non abbiamo scelto cosa vedere: la macchina ha fatto entrambe le cose per noi.

Il punto non è che delegare alla macchina sia sbagliato in sé, deleghiamo da sempre, ed è persino inevitabile farlo in una società complessa. Il punto è che una delega ben fatta richiede alcune condizioni: sapere a chi si sta delegando, poter valutare se chi riceve la delega è affidabile, e poter intervenire se qualcosa va storto. Con un algoritmo che seleziona ciò che vediamo del mondo, queste condizioni sono quasi sempre assenti. Abbiamo davvero il controllo consapevole della realtà che ci viene mostrata? O stiamo semplicemente lasciando che qualcosa decida al posto nostro, senza nemmeno accorgercene? 

Il tempo che manca alla democrazia 

Un secondo nodo tematico riguarda quella che potremmo chiamare “la crisi del tempo civico”. La democrazia partecipativa richiede tempo per informarsi, discutere, deliberare collettivamente. Ma è strutturalmente incompatibile con un’economia che monetizza e comprime proprio il tempo dei soggetti più vulnerabili. Chi lavora di più, spesso con meno tutele, ha meno tempo da dedicare alla vita pubblica. A questo squilibrio tra i ritmi della vita economica contemporanea e i ritmi necessari alla deliberazione collettiva si aggiunge un presentismo istituzionale: una pubblica amministrazione schiacciata sul presente, impegnata a rincorrere l’emergenza del momento più che a costruire visioni di lungo periodo. 

Mentre le istituzioni formali – partiti, associazioni, infrastrutture tecniche – perdono adattabilità, emergono forme ibride e informali che ne suppliscono le funzioni, spesso senza ottenere alcun riconoscimento istituzionale. Cooperative di comunità nate nei borghi spopolati, reti di vicinato organizzate su gruppi social per condividere aiuto reciproco: sono tutte risposte concrete a vuoti lasciati dalle istituzioni tradizionali. Ma proprio la loro informalità a volte le rende invisibili alle agende di riforma, e rischiano di restare strozzate dai meccanismi normativi esistenti, pensati per soggetti giuridici di tutt’altra natura.

Qui torna utile il concetto di governance comunitaria proposto da Jeremy Rifkin, economista e saggista statunitense tra i più influenti teorici delle trasformazioni economiche contemporanee, secondo cui il livello locale non viene inghiottito dalla globalizzazione , ma diventa il nodo attivo di reti più ampie. 

Su questo terreno si innesta con naturalezza il concetto dei Domains of Everyday Life – le “sfere della quotidianità” elaborate da Gideon Kossoff (teorico del Transition Design) – attraverso cui le comunità organizzano la soddisfazione dei bisogni quotidiani, articolate su scale progressive: dal vicinato al quartiere, dalla città alla regione, fino al pianeta. Quando questi domini vengono colonizzati da istituzioni centralizzate, si producono frammentazione sociale, perdita di autonomia, impoverimento del capitale civico, crisi della partecipazione. Questa prospettiva permette di leggere la crisi della democrazia locale non solo come crisi amministrativa, ma come una vera e propria crisi ecologica della vita quotidiana. Ed è proprio nella combinazione tra radicamento locale e connessione globale che Kossoff individua la base di un futuro più sostenibile, diversificato e democratico. 

Da tutti questi elementi citati sopra, emerge un divario di conoscenza tra chi decide e chi subisce le decisioni, destinato solo ad ampliarsi nei prossimi decenni. Il rischio concreto è una società in cui i cittadini diventino oggetto di decisioni che non sono in grado né di capire né di contestare, perché basate su logiche algoritmiche troppo tecniche per la maggior parte delle persone. 

Si delinea così la possibilità di una forma di autocrazia decisionale diffusa: non necessariamente concentrata in un singolo soggetto politico, ma distribuita tra attori tecnici e istituzionali che sfuggono alla critica pubblica proprio perché il sapere necessario a valutarne l’operato non equamente distribuito tra la popolazione. Questi fenomeni dunque potrebbero ridurre l’intelligibilità e la contestazione delle decisioni pubbliche.

Purtroppo, non si può negare l’esistenza di un limite strutturale del welfare pubblico tradizionale nel contrastare questo “divario della conoscenza” che caratterizza oggi le nostre società. Diventa perciò importante ripensare le politiche di welfare in chiave cognitiva: come insieme di dispositivi pubblici volti a garantire a tutti i cittadini e amministratori l’accesso equo alle competenze necessarie per orientarsi in un mondo sempre più governato da sistemi automatizzati. Analogamente alla mappa dei Comuni Digitali, potrebbe essere sviluppata una mappatura del knowledge divide nei territori: distribuzioni diseguali di competenze algoritmiche ( da parte dei funzionari), accesso all’informazione amministrativa ( da parte dei cittadini) , livelli di partecipazione ai processi partecipativi e deliberativi. 

È in questo contesto che diventa centrale un problema di conoscenza diffusa: non è solo che alcune persone non hanno accesso alle informazioni. È che il sistema stesso decide chi ha diritto di parola su cosa sia vero e importante, escludendo sistematicamente certe persone da quel processo. Pensiamo a chi non ha familiarità con gli strumenti digitali, o a chi vive nei quartieri meno connessi: la sua esperienza raramente entra nei dati e nelle evidenze su cui si basano le decisioni pubbliche.

È qui che le pratiche di citizen science 2.0 possono emergere come strumento politico di straordinaria rilevanza – non come tecnica di raccolta dati, ma come pratica democratica di produzione condivisa della conoscenza, sostenuta da una sinergia strutturata tra il mondo della ricerca, le università e gli enti locali. Concretamente: significa che i cittadini diventano co-proprietari dei protocolli con cui si monitora, per esempio, la qualità dell’aria o dell’acqua del proprio territorio, invece di limitarsi a fornire dati che altri interpreteranno per loro. 

Si tratta di superare la figura del cittadino come mero raccoglitore di informazioni per esperti (chi si limita a fornire dati senza sapere che uso ne verrà fatto), per andare verso una concezione della partecipazione in cui le persone non solo consegnano dati, ma partecipano alle discussioni sugli obiettivi e le implicazioni della ricerca stessa. Un impegno che non può restare confinato ai dati ambientali, e che deve allargarsi fino a includere i soggetti più vulnerabili, ripensando la nostra società in modo da restituire al “tempo civico” lo spazio e la forma che merita. La citizen science, quando soddisfa criteri di rispetto reciproco, parità di accesso si configura come un forum deliberativo nella vita quotidiana.

Abbiamo bisogno di tempo per prenderci cura della nostra comunità, locale e connessa insieme, per diventare attori consapevoli in un momento storico segnato da enormi disuguaglianze e da una crescente perdita del potere della conoscenza. Non è un’intuizione isolata:la politologa Joan Tronto, in Caring Democracy, sostiene che la vita democratica contemporanea lasci troppo poco tempo per prendersi cura gli uni degli altri e delle proprie comunità; e la ricerca di Goodin sul cosiddetto “tempo discrezionale” mostra come questo tempo libero sia distribuito in modo profondamente diseguale tra le persone. Una comunità non chiede di essere solo consultata, ma di avere il tempo e gli spazi per progettare insieme il proprio futuro. 

Un ripensamento della politica in termini di garanzia e libertà di partecipazione dovrebbe essere discusso affinché anche il mondo della produzione ne venga sensibilizzato, e possa permettere alle persone di riprendersi il proprio spazio di tempo civico, senza essere schiacciate da un sistema post-capitalistico in cui tutto deve essere monetizzato, a cominciare dall’immateriale. Se a nessuno resterà tempo, la storia farà comunque il suo corso inverando un futuro disegnato da altri, per altri: perché noi, in quel sistema, non siamo solo i clienti che pagano, ma siamo un prodotto – ovvero i dati e l’attenzione che gli algoritmi “catturano” e vendono per orientare, in un meccanismo di bio-feedback, la nostra visione della realtà e della conoscenza, i nostri comportamenti, le scelte e le opzioni che pratichiamo, anche inconsapevolmente.

Lucia Merlino

Lucia Merlino è policy e project designer con esperienza nella progettazione e nel coordinamento di programmi complessi a livello nazionale ed europeo. Presso AnciLab integra approcci di strategic foresight nella progettazione di iniziative europee per la transizione sostenibile con un focus consolidato su innovazione sociale, coesione territoriale e capacity building degli attori pubblici e del terzo settore.

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