La città e l'ansia - Lucy
articolo

Francesco Pecoraro

La città e l’ansia

08 Settembre 2023

La forma di certe metropoli somiglia in maniera sinistra a quella della nostra psiche: è per questo, forse, che perdendoci nel delirio urbano, ci capita di essere presi dal panico e di sentirci riconosciuti.

Ogni volta per lui Subway significava una compressa di colore celeste che si scioglieva sotto la lingua, col suo rassicurante sapore dolciastro, che dopo un quarto d’ora era capace di rovesciare la visione terrorizzata, e tuttavia completamente razionale, del delirio che lo circondava.

Lì, a fronte della potenza noncurante di quella città, la sua vita non contava nulla, o quasi. Era questo l’effetto psico-fisico che gli faceva NYC, le volte che c’era andato—la prima verso la fine degli ottanta, le altre nel XXI secolo. 

La sua vita non contava soprattutto nella ferrovia sotterranea, su e giù per quelle scale scivolose in metallo, lungo i passaggi stretti tra i muri di maiolica giallina e l’orlo della banchina, sotto le antiche travature di ferro chiodato, col treno in arrivo, intento nel proprio lavoro, e pesantissimo, gelido di aria condizionata nel forno estivo delle gallerie.

Aveva letto da qualche parte che almeno una volta al mese nella ressa della metro qualcuno veniva spinto sotto il treno da ignoti, si supponeva per divertimento, o per insopprimibile istinto criminale, che è la stessa cosa. Ne fu impressionato al punto da evitare di trovarsi in prima fila sulla banchina all’arrivo dei convogli che entravano in stazione a scheggia con grande fracasso e molte vibrazioni, che gli trasmettevano direttamente alla cassa toracica il senso della propria massa, della velocità in cui arrivavano, in definitiva della loro violenza.

Quella e altre nozioni, alcune delle quali direttamente apprese in loco, gli provocavano una sensazione precisa, che potremmo dire paura della città, di quella città in particolare, molto strana, tranquilla e furibonda allo stesso tempo, razionale e delirante, unica nel suo genere, modello positivo/negativo per ogni altra città. 

Appena la compressa di colore celeste gli si scioglieva sotto la lingua, il riverbero del rumore del traffico di taxi come se percorressero la navata di un’altissima cattedrale, metti sulla Quinta Avenue, non gli incuteva più paura, non gli sembrava più sintomo di un eccesso, come troppi soldi per costruire edifici troppo grandi, troppo alti, troppo tutto, incapaci di servire a qualcosa se veniva a mancare l’elettricità e si fermavano ascensori e aria condizionata. Per alimentare il delirio urbano che molti amavano, lui compreso, serviva un’immane, non-immaginabile quantità di energia. 

Quando l’effetto della benzodiazepina si attenuava, la cognizione della potenza sfrenata che si esprimeva a Manhattan ritornava, mettendolo prima a disagio e poi spaventandolo via via sempre di più: non possiamo capire gli americani se non tocchiamo con mano la loro ricchezza, vale a dire la quantità sfrenata di energia di cui dispongono, vale a dire la violenza potenziale che sono in grado freddamente di esprimere, si diceva, mentre di nuovo montava in lui il senso di insignificanza.

Finché per un colpo di fortuna, all’improvviso & sotto i suoi occhi, il sistema-città saltò, letteralmente: l’energia elettrica venne meno attorno alle ore 16 del 14 agosto del 2003. Nel giro di pochi minuti tutte le componenti di NYC smisero di funzionare e allora, ma solo ripensandoci tempo dopo, comprese che quella città era come un ologramma tenuto in piedi da enormi quantità di energia. In quel momento si trovava in Midtown, era di nuovo terrorizzato perché, come molti attorno a lui, pensava si trattasse di un attentato, e la casa dove abitava era a 50 isolati da lì, verso nord. 

“Ogni volta per lui Subway significava una compressa di colore celeste che si scioglieva sotto la lingua”.

Un passa parola frenetico chiarì quasi subito che si trattava di un guasto di centrale: sollievo. Con la Subway chiusa, 30 gradi all’ombra e quasi il 100% di umidità, prese una compressa d’appoggio, fece la fila per comprare una bottiglia d’acqua e si avviò lungo una qualche avenue insieme a migliaia di altri camminanti, tutti sorridenti, premurosi, gentili l’uno con l’altro. Ci mise quasi tre ore per raggiungere l’isolato triste di mattoni in cui abitava.

Il blackout durò fine alle 7 del mattino successivo, gli scarafaggi furono disorientati dalla luce della candela in cucina, elicotteri sorvolavano la città illuminandola con fotoelettriche potenti, che tagliavano i cortili come lame, mentre uno strano senso di allegria si mescolava alla catastrofe innegabile. Il mostro, l’immane ufo-robot-transformer urbano, si era accasciato su sé stesso, come per un calo di pressione. Il resto fu silenzio e perplessità e benzodiazepina.  

Quando 3 settimane dopo rivide attraverso il finestrino del taxi la facciata cinquecentesca della casa di Via del Governo Vecchio, gli sembrò di abitare in un presepe, e contemporaneamente capì che NYC è più antica di Roma, perché è più antica la pericolosa civiltà economica che l’ha generata e dove noi siamo entrati di recente, cioè nel secondo dopoguerra, seppure vi siamo entrati, mentre loro ci sguazzano da due secoli.

Gli sembrò di essere tornato in un paese-scuola materna, dove ancora si gioca mentre a New York, e in genere negli Stati Uniti, si faceva sul serio da 200 anni. Questo, tra l’altro, asserivano la postura di poliziotti presenti ovunque e i loro grossi revolver: possiamo ucciderti quando vogliamo, tutta questa città può farlo

Non so se prima che esistessero le auto in sosta ci si rendesse conto di quanta sabbia del deserto si trasferisce a Roma con lo scirocco, di quanto Sahara ci sia nella terra che ha seppellito l’Antico. Prima, quando il clima era diverso, accadeva spesso: si rompeva l’inverno all’improvviso e diventava un’altra cosa, un qualcosa di apocalittico con nuvole rosse di sabbia che sembravano coprire tutta la Terra, pioveva e tutto era umido e caldo, giorni appiccicosi di sudore dentro i cappotti, i giacconi, e poi mal di testa, mal-disposizione a qualsiasi cosa che non fosse dormire, e dormire diventava un rintanarsi: lui odiava lo scirocco. Lo percepiva come un presagio, una specie di annuncio, di ammonizione, l’avvertimento dell’avvenire tragico che prima o poi sarebbe giunto.

Era un dicembre degli anni ‘90 di un vero pomeriggio di scirocco, quando la temperatura andava sopra i 20 gradi e pioveva sabbia impalpabile. Quel pomeriggio di nuvole compatte color rosa spento e pioggia fine intermittente, tutta la tristezza di Roma che normalmente si nasconde chissà dove—ma le persone sensibili al negativo la percepiscono in ogni luogo e in ogni istante del giorno e della notte—, la tristezza endemica di Roma, dicevo, si stendeva su ogni cosa, penetrava in ogni mente e i negativi come lui ne soffrivano e avevano bisogno di compresse blu per combatterla. 

Scirocco su Roma a seppellire quello che ormai era un antico immenso imperfetto incompiuto, mal funzionante, dispositivo di co-esistenza tra umani, e tra umani e oggetti tra loro spesso incongrui, spesso eccessivi nelle dimensioni e nella volontà di dominare il resto e, in quella zona della città, spesso gratuiti nella forma, anche in quella, sapientissima e studiata in punta di matita, dell’Oratorio dei Filippini, dietro cui si trovava la casa in cui abitava da qualche anno, spesso svegliandosi alle 5 del mattino, quando aveva modo di osservare per pochi minuti il sole sfiorare l’intonaco secentesco della retro-facciata del complesso, rossa di pozzolana e molto semplice, svelandone le imperfezioni, cioè il suo essere un manufatto, cioè letteralmente fatto a mano in ogni sua parte, anche quella in apparenza più perfetta e più estrema nella forma, nel materiale, nella lavorazione. 

Era in un brano di città sovraccarico di oggetti simbolici per lo più segnati dalla mano di Francesco Borromini e perimetrato da Corso Vittorio, Lungotevere, Corso Rinascimento: un’isola urbana ritagliata dal tessuto circostante dalle istanze risanatrici delle amministrazioni post-unitarie, prima, e fascistiche poi.

Ormai da anni sapeva che Corso Vittorio, come il Rio Grande dei film americani, poteva essere guadato solo in alcuni punti e anche in quelli con cautela: sull’altra riva c’erano, quasi intatti, brani di città rinascimentale lungo la direttrice Banchi Vecchi-Pellegrino-Monserrato, che ti porta a Campo de’ Fiori-Piazza Farnese e poi, mediante i Giubbonari, fino al Ghetto. Lungo quel percorso trovava, quasi tutti i pomeriggi, la libreria Uscita, a quel tempo la più compagna della città, bruciata un paio di volte dai fasci, poi scomparsa, come tante altre cose.

“La tristezza endemica di Roma, dicevo, si stendeva su ogni cosa, penetrava in ogni mente e i negativi come lui ne soffrivano e avevano bisogno di compresse blu per combatterla”. 

Ma quel pomeriggio tardo di dicembre, causa scirocco, usciva solo per comprare un po’ di prosciutto e una mozzarella e un po’ di pane e olive nere alla drogheria della Pace. Pochi minuti. E invece dopo aver fatto la spesa, cominciò a passeggiare in zona: al bar di fronte un cappuccino di sostegno post-meridiano, l’antiquario d’angolo col Governo Vecchio, la libreria a piazza Pasquino, poi, chissà perché, indietro su Via Dell’Anima a dare un’occhiatina alle vetrine dei negozi e negozietti, fino alla svolta a destra su Piazza Navona, per sbirciare le stampe nelle cartelle di Tanca, accanto a Sant’Agnese, sotto un cielo più scuro e più rosso e l’aria sempre più umida e calda. 

Nel momento in cui, non ostante il disagio del clima, la sua mente si era quasi svuotata, si accorse che la Piazza l’aveva riconosciuto, si era accorta di lui e l’aveva letto, scoperchiandolo, rovesciandogli la calotta cranica come si rovescia una pietra in campagna, per osservare il brulichio di insetti che scappano in tutte le direzioni. Il colpo d’ariete della crisi di panico arrivò in quel momento e anche questa volta fu come ricevere un badile in faccia, dato con tutta la forza.

Non ostante in una casa a pochi passi di lì lo attendesse la sua compagna, si sentì all’improvviso completamente solo, mortale e perso in una città estranea e ostile, sotto un cielo antichissimo, indifferente, rosso di pioggia inespressa, come era accaduto altre infinite volte nei millenni trascorsi e come sarebbe accaduto nei millenni a venire. Questo e altro ancora gli arrivò alla mente tutto insieme, senz’alcuna causa apparente, né articolazione. 

Si sedette su un sedile di travertino lucido dall’uso, estrasse il portafoglio dove conservava il blister di Tavor e si mise una compressa sotto la lingua: ci volevano circa 15-20 minuti perché facesse effetto. A quell’ora la piazza era quasi deserta, i venditori di croste per turisti se n’erano andati a casa, stava per piovere, udiva lo scroscio dei Quattro Fiumi ma guardava in terra, studiava i sampietrini per paura di avere chissà quale visione.

Quando alzò lo sguardo verso sud si ritrovò nei pressi della roccia che sosteneva la statua del Rio della Plata: ne sgorgava una purissima lamina d’acqua sotto cui stava semi-nascosto un mostro di travertino, corazzato e con la faccia da coccodrillo: sapeva che si trattava dell’idea che nel ‘600 si aveva dell’armadillo, ma era lo stesso una cosa nemica. 

La città e l’ansia -

Sentiva di non avere ancora la forza di alzarsi, sapeva che si trattava di un’illusione, sapeva che la sua era una botta immotivata di paranoia, che niente lo minacciava e tuttavia non riusciva a far fronte al senso di profondità del Tempo e di tutte le colpe che vi avevano accumulato sin dagli inizi lui e tutti gli altri umani prima di lui. La città muta lo assalì, l’obelisco lo assalì, le curve e controcurve di Sant’Agnese gli sembravano capricci dell’erosione naturale di una rupe preistorica, le battaglie navali che si erano svolte in quel luogo lo assalirono, finché non prese a piovere seriamente. E allora si scollò di lì e se ne andò a casa prendendo via di Tor Millina. La Torre lo osservò dall’alto, distrattamente, come faceva da secoli.     

Forse quella era la prima volta che gli succedeva sul serio di perdersi, di credere di procedere in in una direzione e di andare invece in quella opposta, di provare uno sgomento fortissimo, quello che si chiama disorientamento e che non ha a che fare solo con i luoghi e la città, ma con la percezione di sé e del Pianeta e dell’Universo intero.

Una sera di vento gelido a Parigi. Dove sono? Il Boulevard Saint Germain gli apparve improvvisamente uno spazio misterioso, senza capo né coda, cosparso di caffè tutti uguali e negozi e librerie tutte uguali. Esaminò più volte la mappa senza riuscire a capire dove fosse, cercò non so quale incrocio, non so quale slargo, quale chiesa: non si orientava.

L’attacco d’ansia gli arrivò improvviso, violento come una manata in faccia. Restò immobile su quel marciapiedi così largo, in mezzo a un’elargizione di spazio urbano che non esiste in nessun’altra città d’Europa: non nella stessa quantità, non con quella costanza e determinazione a costruire la Modernità del XIX Secolo: “se vuoi la modernità prima devi costruire la città adatta” gli aveva detto una volta un amico parlando di Parigi. E avevi voglia a dire la distruzione del centro antico.

A fronte di questa forza e volontà di dare forma nuova allo spazio, nessun centro antico aveva diritto a essere rimpianto. Questo aveva pensato quella mattina uscendo dalla Gare de Lyon, percependo immediatamente la forza soverchiante di Parigi, mentre teneva stretta la mano della donna con cui aveva condiviso la cabina letto del Palatino. Quando riscostruì quel primo vero disorientamento della sua vita, lo attribuì all’amore per lei e alla fuga clandestina e al senso di colpa per le menzogne che aveva dovuto dire. 

Quella sera si immobilizzò sul marciapiede. Non sapeva dove andare, la donna che era con lui si dichiarò priva di senso dell’orientamento. Camminarono a lungo senza sapere se fosse quella la direzione giusta e il marciapiede giusto per raggiungere l’hotel. Un tabellone per aiutare i turisti a capire dove fossero, con un cerchio rosso e la scritta Vous êtes ici, non attenuò la crisi. Ok siamo qui, ma dove dobbiamo andare? La colpa che lo rodeva, e avrebbe continuato a farlo per anni, in quel momento era al massimo della potenza e gli impediva di connettere. 

Per più di una mezz’ora la città si sottrasse a ogni tentativo di identificazione. Alla fine, ma solo dopo che il Tavor che aveva messo sotto la lingua cominciò a fare effetto, capì che era andato a destra invece che a sinistra e capì dov’era e come fare per tornare in hotel.

“Forse quella era la prima volta che gli succedeva sul serio di perdersi, di credere di procedere in in una direzione e di andare invece in quella opposta, di provare uno sgomento fortissimo”.

Era inverno, faceva freddo, un freddo severo e punitivo, moralista e intransigente: un vento gelido che li aveva schiaffeggiati mentre quel mattino avevano fatto a piedi Pont Neuf e che adesso li aveva completamente intirizziti. Ripartire, si disse. Una notte, un altro giorno e la sera seguente, verso le cinque del pomeriggio, sarebbero ripartiti. Non sapevano perché erano lì. Cioè lo sapevano benissimo.

Lui si sentiva di nuovo pienamente, convenzionalmente, uomo, anche se non sapeva cosa significasse, al di là del fatto che un essere femminile si stava ancora una volta interessando a lui: da qualche settimana viveva in un’eccitazione febbrile e orgogliosa, mangiava poco, mentiva in continuazione.

L’aria gelida gli paralizzava la faccia. Capì finalmente dov’erano e si incamminarono, pallidi e ormai quasi congelati dal vento e dalla colpa. Il Tavor funzionava, Parigi anche. Agiva su di lui come aveva fatto nel ’62, quando a 17 anni l’avevano spedito qui a studiare il francese. 

Il Collège Stanislas e Rue de Rennes, la Gare Montparnasse e i flipper che erano in ogni caffè e non prevedevano si vincessero partite, ma erano molto energici e sonori. All’Alliance c’era andato una volta per prendere la tessera di studente e avere gli sconti ovunque, poi un’altra volta per assistere alla prima lezione, poi mai più: era un ragazzino completamente idiota, gli interessava vagamente solo girare con gli amici da quelle parti, oppure prendere il Metrò, o il fine settimana l’RER per andare a trovare la zia.

Dappertutto in città l’odore dolciastro come di burro fuso e poi l’odore strano, ferrigno, del Metrò, le correnti d’aria fortissime che si formavano agli ingressi e il cielo sempre pieno di nuvole veloci, un luglio che gli pareva freddo, le docce dello Stanislas con azionamento a catena, la quantità ignobile di sigarette fumate, l’abitudine di certe sue amiche di bere birra mescolata a spremuta di limone, il ciondolare qui e là, senza leggere nulla, andando ogni tanto al cinema, amando Rue de Rennes in tutta la sua lunghezza.

Nessuna curiosità di visitare questo o quel luogo o quel museo, gli bastava l’analisi minuziosa, raso terra, di quella strada della città di Parigi, con le sue specifiche attrezzerie e le sue stranezze, i poussez e i tirez sulle porte a molla, gli enormi carciofi da mangiare foglia dopo foglia con la salsa, i potage, i formaggi molli, la forma delle maniglie, le sedie e i tavoli dei caffè rigorosamente in vimini, l’uovo sodo sul bancone, il vin blanc che prendeva Catherine, bella, con un incisivo cariato. 

La città e l’ansia -

Non aveva mai visto un uomo dormire nella cunetta di un strada, lercio, coperto di croste. Lì ce n’erano molti, gli faceva strano l’indifferenza dei passanti. Lo colpivano le ragazze, perché erano bellissime e lasciavano che un centimetro di sottoveste si vedesse oltre l’orlo delle loro gonne. Se le guardava a lungo, come spesso faceva, se ne accorgevano e si voltavano e quasi tutte sorridendogli con assoluta naturalezza e dominanza.

In quel luglio del ’62 Parigi si era impadronita facilmente di lui, che era giovane e doveva sottostare alla regola del collegio di rientro alle 11 di sera. Non avrebbe capito niente, mai niente di questa città, pure tornandoci negli anni successivi, molte volte, sempre per qualche giorno, fino alla sera gelida in cui si perse. 

Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro è architetto, poeta, scrittore. Il suo ultimo libro si intitola Solo vera è l’estate (Ponte alle Grazie, 2023).

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