Senza chiedere il permesso. L'autoproduzione culturale e la città - Lucy

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Giacomo Stefanini

Senza chiedere il permesso. L’autoproduzione culturale e la città

14 Settembre 2023

Oltre i racconti istituzionali e dietro la patina scintillante, le nostre città nascondono profonde ingiustizie e storture. In questo contesto, c’è chi prova a fornire un’alternativa attraverso l’autoproduzione culturale.

Una volta sono stato a Parigi e la prima cosa che ho fatto è stato ripetere passo-passo la passeggiata che apre il romanzo Rayuela di Julio Cortázar. Come Horacio Oliveira alla ricerca della Maga, ho imboccato rue de Seine e mi sono affacciato all’arco che dà sul Quai de Conti, sedendomi su ogni panchina; da lì ho individuato il Pont des Arts e l’ho raggiunto, rivolgendo dalla balaustra uno sguardo sognante alle persone che camminavano, al pelo dell’acqua della Senna, all’Île de la Cité traboccante di alberi ed edifici.

Avrei incontrato la Maga? Inconsciamente, speravo che quella passeggiata, come un rituale, mi avrebbe proiettato dentro al mondo morbido e onirico di Cortázar, ma sono rimasto deluso. Porco cane, fondere la realtà del mondo e quella del romanzo era impossibile. Non c’era magia che tenesse. Avrei potuto passare due giorni appoggiato a quella ringhiera, bevendo mate e ascoltando Stupendous di Charlie Parker a ripetizione – sarei rimasto sempre un turista in mezzo ai turisti, un bighellone che strizza gli occhi nella speranza di evocare un luccichio diverso dalla solita luce della solita vita.

È uno sforzo simile quello che facciamo ogni giorno illudendoci di vivere in città cool, inclusive e prive di contraddizioni, come la Milano descritta da Lucia Tozzi in L’Invenzione di Milano – Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio, 2023): “È sempre la città del lavoro, ma è anche un posto dove ci si diverte […]. È una capitale mondiale del lusso, ma anche dell’inclusione. […] ama la street art, ma anche il decoro. Costruisce grattacieli a più non posso, ma annuncia anche un grande piano di riforestazione.” 

Dietro questa narrazione da sogno, le nostre aree metropolitane nascondono una realtà dura ed esclusiva, alla rincorsa della rendita immobiliare, e respingono chi non può pagare un biglietto d’ingresso sempre più caro. E dire che al modello-Milano abbiamo dato tutto quello che ha chiesto: lavoro, fiducia e obbedienza. In cambio, per dirla con Alain Badiou, “ci viene presentato come ideale uno stato delle cose brutale e profondamente ingiusto, dove ogni esistenza viene valutata in termini monetari.” 

Chi trova questo stato di cose inaccettabile non può fare a meno di andare alla ricerca di un modo per esprimersi e autodeterminarsi al di fuori del consumo e del lavoro. E, all’interno di questa lotta contro un sistema iniquo e insostenibile, trovare spazio per il piacere. Lo strumento critico più efficace, in questo ambito, è quello dell’autoproduzione o, per usare un termine più ampio, il “Do It Yourself” (DIY). 

Do It Yourself vuol dire precisamente “fai da te”, ed è proprio da lì che parte: dalla curiosità e dalla voglia di creare senza intermediari – come artisti che si esprimono liberamente in un contesto avulso dal mercato. Negli ultimi cinque decenni il suo significato si è allargato fino a determinare un metodico sabotaggio del sistema capitalista, per cui al denaro è negato il potere di stabilire il valore di oggetti culturali, pratiche e relazioni.

Nel libro di Enrico Monacelli The Great Psychic Outdoors: Lo-Fi Music And Escaping Capitalism (Repeater, 2023) la pratica del DIY in musica, in cui l’artista gestisce in prima persona produzione e distribuzione della propria arte, viene raccontata in termini marxiani come una sorta di riappropriazione dei mezzi di produzione che “mette in discussione le condizioni e le strutture di potere che formano [l’industria culturale capitalista], i suoi schemi interiori ed essenziali.”

Nella pratica, significa produrre ciò che si vuole, in autonomia, tramite la condivisione di mezzi, saperi e spazi all’interno di una comunità più o meno organizzata. La sua galassia è in grado di sostenersi valorizzando e incorporando ciò che la società del consumo scarta (case abbandonate, oggetti e frammenti di oggetti che hanno esaurito il proprio valore monetario), esclude (comunità marginalizzate) e nega (il “tempo libero” della classe lavoratrice). Va oltre il no profit, è anti-profit

“Dietro questa narrazione da sogno, le nostre aree metropolitane nascondono una realtà dura ed esclusiva, alla rincorsa della rendita immobiliare, e respingono chi non può pagare un biglietto d’ingresso sempre più caro”.

Anti-profitto perché il profitto è uno stivale sul collo della libera espressione. La comunità DIY lo dice da anni, ma nelle città dell’Italia post-COVID è quasi impossibile non accorgersene: la ricchezza che la classe dirigente racconta e promette di ridistribuire viene accumulata sempre di più dall’1% della popolazione, e la spinta alla crescita costante ha messo in crisi la sopravvivenza di una percentuale ben più ampia di esseri umani.

Per questo, chi è coinvolto nelle pratiche DIY preferisce sperimentare “un nuovo e diverso tipo di austerità,” citando Mark Fisher (Realismo capitalista, NERO, 2018), per “motivi libidinali oltre che pratici”: non solo è ormai ovvio che la vita nelle nostre città non è sostenibile, ma potrebbero essere proprio queste “limitazioni poste al desiderio a stimolare (anziché attenuare) il desiderio stesso.” 

La cultura mainstream prodotta in questo interregno tra la fine del “mondo nel quale siamo stati educati a sopravvivere” e un futuro che non riesce a nascere è infantilizzata, conformista, superficiale; per dirla con Greil Marcus nel suo fondamentale Lipstick Traces – Storia segreta del XX secolo (Il Saggiatore, 2018), “Nella società moderna il tempo libero (Cosa voglio fare oggi?) è stato sostituito dal divertimento (Cosa c’è da vedere oggi?).” Adottando una forma, per così dire, ascetica di produzione culturale, distribuita in maniera paritaria all’interno di una comunità in cui “produzione” e “consumo” vengono privati dei rapporti di potere, trovano spazio l’estroso, il bizzarro, il non convenzionale.

Me ne parla A. (che mi ha chiesto di non divulgare il suo nome per sicurezza), attivista milanese coinvolta nel movimento per il diritto alla casa: “Prima di conoscere questi contesti non ero una ragazza che amava la socialità, mi sentivo sempre inadeguata nei localini frequentati da universitari ben vestiti; qui mi sono subito sentita mio agio e non giudicata, respiravo aria di libertà e di critica radicale verso la società.”

Ora A. è parte integrante di una piccola comunità che anima uno storico spazio occupato dove “oltre alle iniziative prettamente politiche ci impegniamo a creare una socialità diversa, fuori dalle logiche del consumismo, ma anche a trasmettere saperi gratuitamente, perchè crediamo tutte/i debbano avere la possibilità di imparare – anche chi non ha le possibilità economiche per farlo.”

Grazie a queste iniziative, c’è chi studia l’italiano, chi impara a suonare uno strumento, chi va al doposcuola. Il finanziamento delle attività avviene attraverso partecipatissime cene popolari e concerti punk. 

Senza chiedere il permesso. L’autoproduzione culturale e la città -

Il punk è infatti storicamente la sottocultura che più di ogni altra ha abbracciato l’autoproduzione (insieme alla cultura rave, che ne è in parte “figlia”). A partire dall’iconoclasta spirito iniziale, che Marcus riconduce allo stesso fuoco che animava le correnti dadaista e situazionista nella prima metà del Novecento, le sfaccettature del movimento si sono moltiplicate quasi in maniera fuori controllo, ma applicando sempre, in un modo dell’altro, il motto di fondo: noi non abbiamo bisogno di voi.

Non abbiamo bisogno delle vostre case discografiche, non abbiamo bisogno della vostra stampa, né dei vostri spazi, tantomeno della vostra approvazione. In un momento storico in cui il capitalismo è arrivato a condizionare profondamente il nostro modo di esprimerci e di relazionarci gli uni con gli altri, l’influenza di questa posizione radicale va ben oltre la produzione artistica.

“Ogni giorno, sulla nostra pelle, vediamo i frutti di quest’idea distorta per la quale crescere vuol dire benessere e sviluppo/progresso, come se la vita fosse un grafico, una formula matematica,” spiega Mario Orsini, napoletano recentemente trapiantato a Bologna che da un decennio sostiene l’autoproduzione di dischi e concerti prima con l’etichetta Fallodischi e ora con Controcanti Produzioni. “Noi non crediamo a queste cose. Crediamo che nella povertà ci sia, se non onestà, almeno sincerità. Preferiamo essere noi stessi, con pregi e difetti, ma essere noi stessi. Così, nelle persone con cui ci relazioniamo cerchiamo quel che sono intimamente, che poi, quando tutto fila dritto, è quel che ci appare.”

La menzione della povertà apre una riflessione cruciale. In questa fase del tardo capitalismo, infatti, la cultura pop sembra ossessionata dal benessere economico, anzi, dall’opulenza. Mentre la cultura del lavoro avvizzisce, su Internet strillano gli spacciatori di “metodi per arricchirsi”, mentre le popstar più in voga si fanno ritrarre con tre Rolex al polso e mazzette di banconote.

È ovvio: una vita bella è una vita di lusso. Che cosa vogliono questi Bastian Contrari? Non vogliono una bella vita? “Credo che sia semplicemente bello essere parte di una comunità così astratta ed eterogenea. Ti espone all’imprevedibile, nuove relazioni profonde ed effimere. Senti di avere i mezzi e gli spazi per esprimerti o non esprimerti liberamente,” spiega Adriano Cava, musicista e membro del collettivo Misto Mame (fondato a Roma e poi ridistribuitosi un po’ in tutta Europa), nonché fondatore dell’etichetta DIY Riforma e della webradio 00185fm. “È solo nel mondo dell’autogestione e dell’autoproduzione che ho visto persone realmente disposte ad aiutare il prossimo, non distratte, autocritiche verso i propri limiti.” 

Le parole di Adriano riflettono la mia esperienza. Quando nel 2015 mi sono trasferito a Milano, provenendo da situazioni più piccole e circoscritte, sono rimasto stupefatto dalla vastità della rete di mutuo aiuto che copriva non soltanto la città, ma anche le vicine Monza, Saronno, Rho, Cinisello Balsamo, Segrate. Entrando a far parte di un collettivo punk, ho constatato che organizzare un concerto memorabile sembrava facilissimo, perché le persone che animavano gli spazi occupati milanesi erano capaci ed entusiaste di compensare la nostra inesperienza e povertà di mezzi tecnici ed economici. È la consapevolezza di stare contribuendo a un progetto che porta avanti una visione artistica singolare e un senso di comunità, non un rapporto professionale, né tantomeno un rapporto economico che dà un supporto di questo tipo – la relazione è fraterna e viscerale, la gratitudine reciproca.

Gli spazi occupati e autogestiti sono oggetto di critiche e polemiche da quando esistono. Raccontati dalla stampa peggiore come luoghi corrotti, teatri di disagio, degrado e criminalità, è dove l’autogestione può davvero cambiare la vita delle persone. “Lo spazio crea relazioni umane,” riflette Elisabetta Palisi, illustratrice e musicista bolognese che ha lavorato con band e etichette DIY e che all’autoproduzione ha dedicato una residenza artistica presso l’archivio Compulsive di Milano. “Ma soprattutto crea relazioni di senso. Dentro uno spazio, uno spazio che abbia una storia, un’identità, le sue frammentazioni e le sue contraddizioni: il brulicare di tutto ciò che dà un senso alla pratica la rende possibile.”

“Non abbiamo bisogno delle vostre case discografiche, non abbiamo bisogno della vostra stampa, né dei vostri spazi, tantomeno della vostra approvazione”.

Il brulicare è, certo, la creatività delle persone che attraversano, in cerca di vita ed espressione, questi spazi; ma rappresenta anche l’eco del conflitto intrapreso sul piano politico con la città che costruisce e poi abbandona, che in nome dell’efficienza o della sicurezza trasforma i quartieri in ghetti, che fabbrica case-albergo da affittare ai turisti mentre i suoi residenti dormono in strada. “Senza spazi, senza storia, memoria, conflitto e differenza,” prosegue Elisabetta, “diventiamo tutti così ‘poveri di mondo’ (cit. Heidegger) che la pratica DIY, la creatività e l’autoproduzione rischiano di trasformarsi in semplice bricolage.” 

Emi e Tom, DJ radiofonici del contenitore Arsider, in onda sulle frequenze di Radio Blackout a Torino, chiamano la dedizione al DIY “uno statement politico, una forma di riconoscimento del sé e del simile,” prima di raccontare: “Torino è una città di conflitto tra alto e basso, le istituzioni sono imbalsamate, ogni tanto emettono un po’ di liquido, denaro per qualche pagliaccio che fa ballare l’orso, rubando le idee a chi le spinge dal basso. Le trasformazioni urbane ci spingono sempre più ai margini: sgomberi di quasi tutti i posti occupati, quartieri aperitivo sorti sulle macerie della nostre produzioni. Non per questo ci siamo mai arresi, di fatto Arsider e Radio Blackout sono l’unica alternativa vera alla club culture estetizzata, ai festival per turisti, a una visione decostruita e brandizzata di quello che una volta si chiamava underground. Oggi l’unico modo per sopravvivere è fare rete e creare un tessuto con i propri simili.”

È faticoso. A. lo scrive in maiuscolo: “È bellissimo tutto, non potrei pensarmi in un altro contesto, ma è FATICOSO: devi costruire una bella collettività se vuoi che le cose funzionino.” Fare le cose collettivamente in autonomia significa prendere ogni decisione tramite assemblea e mettere a disposizione il proprio tempo e il proprio lavoro, scontrandosi costantemente con povertà di mezzi, tempi dilatati, talvolta anche con la repressione delle istituzioni. Rappresenta anche una rinuncia, una sorta di fuga dal mondo, come la definisce Adriano: “Il mondo a cui ci riferiamo mi pare molto piccolo e segmentato e porta con sé una serie di giudizi, emozioni e frustrazioni che, almeno nel mio caso, fanno perdere interesse verso le proposte più generaliste e approssimative dell’industria culturale.” 

Senza chiedere il permesso. L’autoproduzione culturale e la città -

Nella città contemporanea e nelle sue controparti virtuali, per questo motivo l’autoproduzione è diventata più difficile ma allo stesso tempo più importante che mai. Offrendo un rifugio dalla noia mortale dell’uniformità culturale imposta dal tardo capitalismo, si situa “fuori dal presente”, e viene spesso scambiata per nostalgia, anche dai suoi stessi attori.

Non è soltanto estetico il motivo per cui all’interno delle comunità DIY girano ancora fanzine fotocopiate o audiocassette – il medium fisico facilita la distribuzione informale e rende più semplice la gestione di costi e ricavi –  eppure è facile imbattersi in atteggiamenti pseudoconservatori che si rivelano controproducenti. Elisabetta sottolinea che l’attaccamento alle tradizioni è una zavorra di cui occorre liberarsi: “Negli anni Ottanta , stamparsi una zine era una roba che potevi permetterti con niente. Vivere una quotidianità alternativa a casa-famiglia-lavoro per pagarti un affitto e scegliere di uscire dalla normalità era una scelta complessa, ma nel reame del pensabile; oggi, le condizioni di vita sono assai diverse. Calare la pratica del DIY sull’oggi, sulle contraddizioni attuali, sul sistema economico e di valorizzazione attuale è, credo, imprescindibile per un underground che ambisce ad avere un peso politico.”

Per il sottoscritto sta tutto in questa parola: pratica. Al di là di sovrastrutture come movimenti e teorie, il DIY funziona perché è una pratica, come la meditazione o il giardinaggio, un modo di manifestare ciò di cui hai bisogno per vivere in pace – in fondo, è il fai da te. Mentre le istituzioni e le aziende accumulano tutto ciò che resta senza dismettere la loro posa rassicurante, mentre i miliardari che abitano nel diorama delle città perfette preparano la fuga a bordo delle loro astronavi, c’è chi cerca di costruire un’arca di salvezza quaggiù. Che cosa vogliono? Dirlo non serve. Ciò che fanno parla per loro.

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Le immagini e i collage di questo articolo sono di Francesco Goats, che ringraziamo.

Giacomo Stefanini

Giacomo Stefanini è autore, traduttore, musicista. È stato caporedattore di «Noisey» ed è membro del collettivo Sentiero Futuro Autoproduzioni.

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