Francesca Mastruzzo
06 Febbraio 2025
In passato la vita era scandita dai suoni naturali e da pochi rumori inevitabili. Oggi, invece, sembriamo terrorizzati dall’idea di non poter avere sempre qualcosa da ascoltare, ovunque ci troviamo. Cos’è cambiato, nel nostro modo di rapportarci ai suoni?
Quest’estate ero seduta nella terrazza di un albergo bretone, costruita direttamente su enormi scogli che avevano la stessa forma dei menhir che avevo visto poco prima e mi avevano lasciato indifferente e infreddolita. Mentre leggevo e la marea si ritirava, scoprendo altri scogli che erano più belli coricati sulla spiaggia che in piedi nei siti archeologici a prendere vento, ho chiesto al mio compagno: “Non noti qualcosa?” Lui ha accennato alla signora che sorseggiava il vino in costume mentre noi ci stringevamo nei giubbotti, ma per il resto non mi ha saputo dare una risposta.
La cosa da notare era che non c’era musica in sottofondo. Avevo dovuto fare molti chilometri e spendere una cifra considerevole per trovare un posto dove poter bere e leggere in silenzio. Non il silenzio totale di un monastero certosino o di una vasca di deprivazione sensoriale, ma la possibilità di sentire lo sciabordio delle onde (avevamo tutti pagato per quello, in fondo), il chiacchiericcio composto degli altri ospiti, al massimo un cane che abbaiava sulla battigia e si zittiva subito a un ordine del suo padrone. Ma come aveva fatto il mio compagno, di solito così sensibile alla bruttezza delle playlist dei locali, a non accorgersene? Come non aveva potuto notare quel momento privilegiato, e non solo per il panorama primitivo e per il bel corgi dei nostri vicini di poltrona?
Per millenni l’uomo ha vissuto in silenzio. Come racconta Remo Bassetti in Storia e pratica del silenzio (Bollati Boringhieri), la vita di chi è nato prima della Rivoluzione industriale era scandita da pochi suoni e rumori: quello delle campane, quelli della natura e quelli di qualche artigiano. Più raramente si sentiva la musica o il canto di un cantastorie. A mancare, penso io, non era solo l’inquinamento acustico di industrie e automobili, ma l’intrattenimento acustico: i suoni, carichi di un significato culturale, a cui ci si espone più o meno coscientemente. Raymond M. Schafer, fondatore dell’ecologia acustica, li fa rientrare fra i sound signal, i “segnali”. Schafer divide il paesaggio sonoro (sua bellissima definizione) in tre elementi. Quelli che io ascoltavo con piacere quel pomeriggio in terrazza in Bretagna erano i keynote sound, i suoni naturali. Se ci fossero anche i soundmark – i suoni caratteristici di un’area – non avrei saputo dirlo. Nella mia ignoranza, sapevo solo che potevo leggere in santa pace. Senonché ho smesso di leggere. Mi sono venuti in mente il mio compagno che gira per casa con gli AirPods e una mia amica che, con un gesto per me tenerissimo, si sfila gli auricolari quando arriva e mi saluta con un bacio su una sola guancia. Nessuno dei due, in queste scene ricorrenti, sta parlando con qualcuno al telefono. Ascoltano qualcosa: musica o un podcast. Combattono il silenzio con l’intrattenimento acustico.
Dall’invenzione della radio in poi, gli uomini hanno deciso più o meno coscientemente di eliminare totalmente il silenzio dalla loro vita. Man mano che diventavano disponibili nuovi dispositivi, l’intrattenimento sonoro, che un tempo era limitato a occasioni e luoghi specifici, si è sviluppato sempre di più. E noi non aspettavamo altro, a quanto pare. Oggi la giornata tipo è questa: podcast a colazione, musica durante la corsetta del mattino, tv accesa in sottofondo per “compagnia” mentre si lavora, la voce dei video di food influencer su YouTube mentre si cucina, l’audio della serie tv o del film che si guarda la sera, il rumore della pioggia negli auricolari per dormire. Senza contare tutti i luoghi pubblici – negozi, supermercati, sale d’attesa – in cui la musica viene imposta, spesso ad alto volume. Abbiamo un’abbondanza di intrattenimento sonoro e più modi e dispositivi per fruirne.
Durante quella stessa vacanza in Bretagna eravamo capitati in un albergo (un altro) in cui una mattina l’impianto acustico non aveva voluto saperne di accendersi. Mentre facevamo colazione, un cameriere era venuto a scusarsi perché non c’era la musica. Aveva tirato un sospiro di sollievo quando gli avevo detto che per me era meglio. Costretta dagli eventi a riconoscere il mio bisogno di silenzio, evidentemente non condiviso dalla maggior parte delle persone, mi ero chiesta perché sono fatta così. Ci ero arrivata quasi subito: negli ultimi anni avevo sofferto di un’emicrania cronica invalidante. L’emicrania non è un semplice mal di testa e fra i suoi sintomi più comuni c’è la misofonia, l’intolleranza a suoni e rumori. Il silenzio era stata una condizione necessaria per me, e anche adesso che sto meglio resta la condizione ottimale per mantenere la mia omeostasi.
“Avevo dovuto fare molti chilometri e spendere una cifra considerevole per trovare un posto dove poter bere e leggere in silenzio. Non il silenzio totale di un monastero certosino o di una vasca di deprivazione sensoriale, ma la possibilità di sentire lo sciabordio delle onde”.
Sul piano uditivo, le mie esigenze erano diventate le stesse delle persone con neurodivergenze. Le persone nello spettro autistico o con ADHD costituiscono almeno il 15/20% della popolazione, e questa cifra è destinata a salire. Circa la metà di loro ha disturbi sensoriali uditivi. Secondo una ricerca dell’istituto Kennedy Krieger, dal 43 al 52% dei bambini nello spettro con disturbi sensoriali ha reagito a un ambiente uditivo rumoroso ferendosi o ferendo gli altri. Per loro, l’ambiente che abbiamo creato è invivibile. L’abbiamo fatto accanitamente, e continuiamo a farlo, anche perché innumerevoli ricerche di marketing dicono che con la musica in sottofondo le persone neurotipiche sono invogliate a consumare di più. La recente introduzione della cosiddetta “ora blu”, un paio d’ore al mese in cui nei supermercati vengono abbassate la musica e le luci (anche per il benessere dei dipendenti neurotipici), è chiaramente insufficiente. Le quiet room (stanze per la decompressione sensoriale) sono così poche che l’installazione di una nuova fa notizia.
In un intervento del 2024 nella terza plenaria dell’Intergruppo parlamentare per i diritti fondamentali della persona, che si occupa di inclusività per i neurodivergenti, l’attivista Manuel Cuni (più noto come Immanuel Casto) aveva denunciato il fatto che “nell’eliminazione delle barriere architettoniche non sono considerate le neurodivergenze. Una discriminazione legalizzata”. Mentre cerco qualcuno o qualcosa che rinforzi questa affermazione, scopro che in Scozia ha fatto storia, nel suo piccolo, l’associazione Quiet Coalition, che ha definito la musica in sottofondo nei locali pubblici una violazione dei diritti umani. Ma se cerco background music human rights violation non trovo nulla di pertinente. E ciò che non compare nella prima pagina di Google non è importante per la comunità.
Non esiste un cantore del silenzio. Possiamo trovare infinite riflessioni sulla solitudine (che racchiudono anche il silenzio, certo, ma non come elemento principale), giornalisti che scrivono del bisogno di disconnessione dagli smartphone, esperti che propongono come palliativo 30 minuti di meditazione al giorno e amanti della montagna particolarmente schivi(è sempre la montagna, mai il mare), ma la questione dell’intrattenimento sonoro che ci auto-imponiamo non viene quasi mai affrontata. E poi, perché mai si dovrebbe desiderare il silenzio? L’intrattenimento sonoro è spesso di grande qualità. Io vivo la mia giornata il più possibile nel silenzio del mio appartamento, ma quando ascolto un podcast mi chiedo perché non lo faccia più spesso. Tuttavia il fatto che si consumino prodotti culturali non elimina la questione dell’escapismo sonoro. Una sovrastimolazione uditiva che annebbia i pensieri, le idee, le ossessioni, persino quello che guardiamo. Detta così, sembra la descrizione di una droga o dell’alcol, di una dipendenza, e infatti provate a non ascoltare nulla per 24 ore, né musica né podcast, né film. Se non ci riuscite, per definizione avete una dipendenza.
Ma perché il silenzio ci fa tanto orrore? Da cosa scappiamo?
La disponibilità pressoché infinita di intrattenimento sonoro di qualità è una questione recente, quindi per trovare la risposta alle mie domande non dovevo andare più indietro degli anni ’80, quando si diffuse il walkman, il mezzo che ha cambiato il modo in cui consumiamo i suoni, portandoli addosso, fuori di casa. Mentre leggevo un libro di Shirley Hazzard, ambientato in un’epoca in cui la radio era il massimo produttore di intrattenimento sonoro e la tv era un lusso, ho cercato le parole “silence” e “need” nell’archivio del «New York Times» e mi è comparso un articolo del 1982 scritto proprio da lei. Che serendipità!, ho pensato, sicuramente troverò la risposta e potrò tornare a leggere il suo romanzo senza distrarmi. Ma Hazzard si limitava a parlare del bisogno di silenzio quando si legge. Stessa cosa Annie Ernaux in un’intervista sul «New York Times»: “La prima condizione per leggere è il silenzio. Il quando e il dove non importano”.
Certo, non stiamo parlando di persone assuefatte a TikTok, il cui consumo giornaliero si attesta quasi a due ore, o di Spotify, dove tra musica e podcast si trascorre una media di 2,6 ore al giorno (insieme a questa statistica, Spotify annuncia sul suo blog che è arrivata “La nuova età dell’oro dell’audio”). Per la mia ricerca dovevo concentrarmi sul presente.
Lo scorso anno Marina Abramovic è riuscita a far stare in silenzio per 7 minuti le oltre 500.000 persone accorse al festival di Glastonbury. Ma una performance isolata basta a renderla portavoce del silenzio?
C’è poi Erling Kagge, un esploratore artico. Lui di silenzio ne ha quanto ne vuole, e ci ha scritto sopra un libro (Il silenzio, Einaudi, traduzione di Maria Teresa Cattaneo). Vorrebbe insegnarne il valore anche alle figlie, ma per riuscirci – dice in un’intervista – si è trovato costretto a raccontare una storia raccapricciante che le ha messe a tacere per l’orrore. Per una generazione che quasi non conosce il silenzio e lo teme, non è il metodo ideale.
Al centro del primo libro che mi viene in mente quando penso al silenzio non c’è l’udito ma la vista. In Libro d’ombra di Tanizaki Jun’ichirō (Marsilio, traduzione di Luisa Bienati). L’autore parla del valore della penombra nell’architettura tradizionale giapponese, e ricostruisce scene di moderazione e raccoglimento in cui l’ombra non può essere immaginata se non accompagnata dal silenzio. La vita in penombra vagheggiata da Tanizaki è una vita che precede l’industrializzazione del Giappone, sobria, elegante (persino nelle latrine), non necessariamente comoda, e raramente è quella desiderata dal giapponese moderno. Tanizaki propone di moderare e filtrare la luce a favore dell’ombra per assaporare la bellezza intrinseca dell’estetica giapponese, di spegnere gli stimoli esterni a se stessi. (Certo, stare in silenzio solo per sentire i rumori dei cantieri e del traffico di Milano forse non è l’ideale tanizakiano, ma ci sono sempre i doppi infissi.)
Se si sostituisce “silenzio” alla parola “ombra” e “rumori” alla parola “luci”, Tanizaki ha malinconicamente ragione: “Vorrei riportare il mondo dell’ombra, che stiamo dissipando, almeno nel regno della letteratura. Vorrei rendere più profonda la gronda dell’edificio che chiamiamo ‘letteratura’, oscurare le pareti, spingere nell’ombra le cose troppo visibili ed eliminare le decorazioni interne inutili. Non dico che tutte le case dovrebbero essere così, ma mi piacerebbe che ce ne fosse almeno una. Sarà possibile? Intanto, provo a spegnere le luci”.
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