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Gabriel Seroussi

La sinistra continua a lasciare la sicurezza alla destra. E fa male

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Eppure su scala nazionale e internazionale non mancano i casi in cui la politica progressista ha saputo fronteggiare problema offrendo soluzioni mirate ed efficaci.

Una parte sempre più ampia degli italiani ha la sensazione di non essere al sicuro, come confermano  i dati IPSOS pubblicati alla fine di gennaio. La sicurezza a livello nazionale risulta oggi al terzo posto tra le priorità indicate dagli italiani, dopo lavoro e sanità, mentre solo due anni fa occupava il settimo posto. Questi dati   sono il risultato di anni di propaganda securitaria, anni in cui la  narrazione sulla crescente pericolosità delle città italiane ha occupato stabilmente il centro del dibattito politico e mediatico, legittimando politiche repressive da parte del governo.  Giustamente, da più parti si sottolinea come queste risultino non solo inefficaci nella riduzione dei reati, ma anche controproducenti: tendono infatti ad acuire le disuguaglianze socio-economiche e a rafforzare paure e pregiudizi già radicati nel tessuto sociale. Il report di IPSOS mostra chiaramente come la percezione di insicurezza sia distribuita in modo diseguale. A sentirsi più esposte sono soprattutto le fasce sociali meno tutelate: tra i cittadini con redditi più alti circa il 40% dichiara di sentirsi meno sicuro rispetto al passato, mentre questa percentuale sale al 63% tra chi vive in condizioni di difficoltà economica. È proprio in questo segmento che la retorica securitaria trova terreno fertile, individuando come principali fattori di rischio l’aumento dei comportamenti violenti tra i giovani (55%) e l’immigrazione irregolare (44%). Allo stesso tempo, però, le risposte più invocate — come l’inasprimento delle pene (44%) e il potenziamento delle strutture detentive per i migranti (39%) — appaiono poco efficaci nel medio-lungo periodo. Anche qui i dati lo confermano: il sistema penitenziario italiano presenta un tasso di sovraffollamento medio che si aggira intorno al 120%, mentre la recidiva resta stabilmente molto alta, intorno al 70% secondo le stime più recenti del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Questi numeri suggerirebbero una fragilità delle politiche proposte dalla destra sulla sicurezza. Tuttavia, di fronte a questo scenario, il dibattito politico a sinistra appare spesso poco efficace. Da un lato si insiste sulle cause strutturali che producono insicurezza – disuguaglianze economiche, marginalità sociale, indebolimento del welfare –; dall’altro si evidenzia come questa sia in larga parte “percepita”, cioè amplificata da un uso, spesso orientato e politico, della cronaca. Entrambe le letture sono valide, ma sono politicamente inefficaci se non si traducono in proposte concrete. 

Se è vero infatti che i dati non parlano di una crisi strutturale della sicurezza dei cittadini, è altrettanto vero che paure diffuse non possono essere derubricate a lamentele infondate, né si può suggerire che una parte consistente del Paese sia stata soltanto “abbindolata dalla destra”. 

Allo stesso tempo, un’analisi esclusivamente incentrata sulle contraddizioni del capitalismo neoliberale, pur cogliendo il cuore del problema, rischia di trasformarsi in una lettura teorica che evita di misurarsi con le dinamiche quotidiane che alimentano il senso di insicurezza. 

In realtà, di riflessioni sulla sicurezza a sinistra ne sono state prodotte molte, così come non sono mancati tentativi concreti di applicare modelli alternativi a quello repressivo di matrice conservatrice. Esistono teorie politiche, pratiche amministrative, esperienze territoriali che hanno provato a tenere insieme prevenzione, coesione sociale e cura degli spazi urbani senza ridurre tutto alla dimensione penale. Si tratta di un patrimonio collettivo che meriterebbe di essere recuperato e aggiornato, proprio per evitare che di fronte a bisogni reali espressi da ampie fasce della popolazione la risposta sia il silenzio, o peggio, l’aderenza alla retorica securitaria della destra.

Innanzitutto è importante chiarire cosa si intenda quando si parla di “sicurezza”. Per fare un punto sull’evoluzione di questo concetto nella storia del Novecento mi viene in aiuto Anna Simone, sociologa e autrice, che insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Roma Tre. Simone mi ricorda come oggi, quando si parla di “pubblica sicurezza”, ci si riferisca soprattutto all’ordine pubblico. Eppure il concetto di sicurezza ha anche un’altra radice storica.

“La sicurezza dei cittadini per molti anni è stata intesa come sicurezza sociale”, mi racconta la docente. “L’idea era che la sicurezza non dipendesse solo dal numero dei reati, ma anche dalla possibilità di accedere al welfare e di godere di diritti. In questo senso la sicurezza non coincide con l’ordine pubblico, ma con la presenza di garanzie materiali e di protezione sociale.” Qualcosa però cambia alla fine del secolo scorso. “A partire dagli anni Novanta, con la svolta neoliberista, questa idea inizia progressivamente a sgretolarsi anche in Italia. Il concetto di sicurezza torna al centro del dibattito pubblico, ma quasi esclusivamente nella forma del ‘securitarismo’, cioè come ideologia politica che riduce la sicurezza alla sola dimensione dell’ordine pubblico.”

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno avuto un ruolo centrale in questa trasformazione. Oltreoceano il paradigma securitario si consolida tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, in un contesto in cui alla progressiva erosione del welfare state si affianca una stagione di politiche sempre più repressive. Campagne pubbliche come la War on Drugs, lanciata per la prima volta da Nixon nel 1971, inaugurano una fase di misure punitive che porterà al cronico incremento della popolazione carceraria. 

Si assiste così a uno spostamento profondo nel ruolo dello stato nei confronti della sicurezza dei cittadini: dalla protezione sociale alla gestione penale delle marginalità. Un cambiamento sostenuto, in forme diverse, tanto dalle amministrazioni repubblicane quanto da quelle democratiche. Un percorso simile si verifica anche nel Regno Unito e, di conseguenza, nel resto d’Europa. Come mi racconta Simone, “dopo l’esperienza di Tony Blair, che da laburista adottò ricette simili a quelle thatcheriane, questo modello si è progressivamente diffuso anche nei governi di centrosinistra europei, compreso quello italiano.” 

In Italia è stata soprattutto la Lega a rendere popolare l’ideologia securitaria, legandola all’arrivo dei primi flussi migratori dall’Albania e dal Marocco all’inizio degli anni Novanta e capitalizzando elettoralmente una strategia politica basata sull’attivazione di una paura in larga parte costruita. Secondo Simone, la sinistra ha ceduto alla tentazione di inseguire la destra su questo terreno: “In poco tempo è accaduto che anche alcuni sindaci di centrosinistra abbiano iniziato a utilizzare strumenti amministrativi tipici della logica securitaria. Penso, per esempio, al muro di via Anelli a Padova: una barriera di lamiera alta tre metri e lunga novanta, costruita nell’estate del 2006 dall’amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Flavio Zanonato per delimitare una zona in cui si concentrava quello che veniva definito il ‘degrado’ cittadino.”

Proprio perché gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono stati tra i primi paesi ad assumere un’ideologia securitaria, sono stati anche i primi incubatori di esperienze politiche e sociali che hanno provato a rispondere in modo diverso alle questioni legate all’ordine pubblico. Queste esperienze sono nate spesso dal basso, oppure grazie all’iniziativa di amministrazioni locali particolarmente lungimiranti e si sono sviluppate proprio nel contesto dello smantellamento progressivo del welfare state, riuscendo a intervenire efficacemente in situazioni emergenziali. Ma non solo: in alcuni casi hanno rappresentato piattaforme a partire dalle quali elaborare rivendicazioni sociali più ampie, in altri hanno contribuito a costruire modelli alternativi di gestione dell’ordine pubblico, diffondendo pratiche considerate virtuose anche in contesti diversi. 

I primi esperimenti in tal senso risalgono agli anni Novanta, quando alcune amministrazioni locali statunitensi hanno fatto proprie un complessivo ripensamento delle politiche di lotta alla criminalità. Uno dei primi passaggi è stata l’affermazione dell’idea che la costruzione di maggiore sicurezza dovesse partire da un’analisi solida e verificabile dei dati. L’obiettivo era sottrarre il dibattito alla continua strumentalizzazione della cronaca e orientare invece l’azione pubblica verso interventi i cui risultati potessero essere misurati e valutati nel tempo. Allo stesso tempo maturava la consapevolezza che problemi complessi come la violenza urbana non potessero essere affrontati da un singolo attore istituzionale. Interventi di questo tipo richiedevano un approccio profondamente interdisciplinare e la capacità di coinvolgere una pluralità di soggetti: dai dipartimenti di giustizia agli educatori, fino agli operatori sociali, alle organizzazioni attive nei territori e, chiaramente, alle forze dell’ordine. La sicurezza iniziava così a essere ripensata come il risultato di una rete di interventi sociali coordinati e non solo come gestione repressiva dell’ordine pubblico.

Gli approcci sviluppati in quegli anni furono molteplici. Uno degli esempi più citati è quello provato Boston, dove nel 1996 prese forma il Boston Gun Project. In un contesto di forte aumento dei reati violenti — in particolare quelli legati all’uso di armi da fuoco — l’amministrazione cittadina avviò un’iniziativa interdipartimentale di carattere  sperimentale. Il programma nasceva dalla collaborazione tra la città e una unità di ricerca dell’Università di Harvard, di cui faceva parte il noto criminologo David M. Kennedy, e si basava sull’approccio chiamato problem-oriented policy. 

L’idea di fondo era piuttosto semplice ma innovativa: la polizia è chiamata quotidianamente a confrontarsi con una vasta gamma di problemi sociali, molti dei quali non sono strettamente criminali, e l’arresto o la sanzione penale — spesso considerati una sorta di panacea nel dibattito pubblico — non rappresentano necessariamente la risposta più efficace. Piuttosto che concentrarsi  sul singolo reato, il progetto proponeva di analizzare i problemi sociali che stanno alla base dei fenomeni criminali, organizzandoli in categorie di intervento. Kennedy e il suo gruppo di ricerca compresero presto come una parte significativa degli episodi di violenza fossero legati a un numero estremamente ridotto di individui recidivi altamente attivi. Questo principio — la forte concentrazione della violenza in gruppi ristretti — divenne il fulcro dell’intervento. Da qui si è sviluppato il dispositivo centrale del progetto, i cosiddetti “call-in”. Si trattava di incontri pubblici a cui venivano invitati membri delle gang, insieme alle forze dell’ordine, a funzionari cittadini, a associazioni locali, a leader religiosi e comunitari, a operatori sociali e a educatori. In queste occasioni veniva trasmesso un messaggio duplice: da un lato la comunicazione chiara delle conseguenze collettive e penali della violenza, dall’altro un’offerta concreta di supporto per chi desiderava uscire da quel contesto — accesso al lavoro, programmi sociali, percorsi educativi e accompagnamento individuale. I risultati sono stati immediati e significativi. Il programma, poi conosciuto come Operation Ceasefire, ha portato a una riduzione del 63% degli omicidi giovanili e a un calo complessivo del 30% degli omicidi in città. Questi risultati aprirono poi ad ulteriori sperimentazioni che mettevano al centro la prevenzione sociale, lavoro comunitario e azione istituzionale.

Con circa un decennio di ritardo rispetto a Boston, nel Regno Unito ha destato grande interesse il caso di Glasgow. All’inizio degli anni Duemila la città scozzese era considerata una delle più pericolose d’Europa. Con una popolazione di poco più di 600.000 abitanti, la città registrava un numero allarmante di omicidi e aggressioni violente, soprattutto legate all’uso di armi da taglio. Oggi, invece, Glasgow è spesso citata come uno dei luoghi più sicuri del Regno Unito. Il cambiamento è stato il risultato di un profondo ripensamento nel modo di affrontare la violenza. La Scozia è stata infatti la prima giurisdizione al mondo a classificare la violenza come un problema di salute pubblica, al pari di malattie come il morbillo o la tubercolosi. In questa prospettiva il comportamento violento veniva interpretato come un fenomeno “contagioso”, che si diffonde attraverso relazioni sociali, contesti di marginalità, dinamiche familiari. Come frutto di questa prospettiva, venne istituita nella cittàla Violence Reduction Unit, una struttura che coordinava programmi pubblici e iniziative comunitarie con l’obiettivo di intervenire sulle cause profonde della violenza. Attraverso un programma di intervento diretto, pressione politica e influenza pratica, la VRU scozzese ha promosso i principi della prevenzione e dell’educazione piuttosto che quelli della polizia e della giustizia penale. Tra le iniziative più innovative ci sono stati i cosiddetti “Navigators”: ex detenuti che lavoravano negli ospedali e incontravano i giovani arrivati in pronto soccorso con ferite da aggressione. La scommessa era che chi avesse vissuto in prima persona il mondo della criminalità potesse parlare con maggiore credibilità a chi si trova nella stessa situazione, offrendo un’alternativa prima che il ciclo della violenza si consolidi. Una logica simile ha ispirato anche altri progetti di reinserimento sociale, come caffè e punti di ristoro gestiti insieme ad ex detenuti, che l’amministrazione cittadina ha promosso per favorire percorsi di reintegrazione e creare nuove opportunità di lavoro all’interno delle comunità più colpite dalla violenza. Grazie a questi ed altri interventi, dal 2006/2007 le statistiche della polizia sui reati registrati hanno mostrato una diminuzione del 48% dei reati violenti non sessuali, tra cui un calo del 38% degli omicidi e del 43% dei tentati omicidi e delle aggressioni gravi. L’approccio di “salute pubblica” alla sicurezza sviluppato a Glasgow è diventato uno dei modelli più discussi e replicati, soprattutto nel contesto britannico.

Negli ultimi anni sono poi emersi approcci che mettono in discussione in maniera ancor più radicale l’ideologia securitaria. Infatti i casi di Boston e Glasgow, pur nelle loro differenze, cercano, come abbiamo visto, di ricucire sistemi sociali disfunzionali proponendo un approccio diverso alla gestione dell’ordine pubblico — ottenendo risultati significativi — ma non arrivano a mettere in discussione in modo più ampio l’allocazione delle risorse pubbliche e la distribuzione dei fondi nelle comunità urbane.

In questo senso, il movimento Black Lives Matter ha alzato l’asticella del dibattito, portando al centro dell’attenzione il funzionamento strutturale delle istituzioni di polizia e le modalità attraverso cui queste vengono finanziate. Nel tempo alcune di queste rivendicazioni sono state recepite anche da istituzioni locali, che hanno iniziato a incorporare parte di questo patrimonio politico nelle proprie scelte amministrative. Gli approcci legati alla riduzione della coercizione penale attraverso la prevenzione, il reinserimento sociale e la costruzione di comunità sono stati così arricchiti di una visione più ampia, che pone al centro anche la redistribuzione delle risorse e il rafforzamento dei meccanismi di formazione, trasparenza e accountability delle forze dell’ordine.

È il caso, ad esempio, dell’amministrazione cittadina di Baltimora, che da questo punto di vista rappresenta quasi un caso studio. Non solo la città è storicamente nota per essere tra le più violente degli Stati Uniti — tanto da essere diventata lo scenario della serie di culto The Wire — ma è stata anche teatro di uno degli episodi di violenza della polizia che più hanno scosso l’opinione pubblica americana. L’omicidio di Freddie Gray nell’aprile 2015, causato da gravi lesioni alla colonna vertebrale mentre era sotto custodia della polizia, scatenò infatti un’ondata di proteste contro la brutalità delle forze dell’ordine in tutti gli Stati Uniti. A Baltimora le manifestazioni si trasformarono rapidamente in rivolte, che riguardavano tanto le condizioni di povertà e abbandono di interi quartieri quanto la violenza della polizia. I disordini furono repressi duramente: oltre 250 persone vennero arrestate, furono dispiegati migliaia di agenti di polizia e la Guardia Nazionale del Maryland, e venne dichiarato lo stato di emergenza entro i confini della città di Baltimora.La risposta pesante delle forze dell’ordine alle proteste, unita al fallimento nel ritenere gli agenti responsabili per le loro condotte, fu seguita da un’escalation di violenza. Nel mese di maggio Baltimora registrò 43 omicidi commessi in città, il dato più alto mai rilevato dal dicembre 1971. La posizione delle forze dell’ordine in città venne poi messa ulteriormente in discussione nel 2017 con lo scandalo della Gun Trace Task Force. In questo caso l’indagine federale rivelò che questa unità della polizia, nata per contrastare il traffico di armi, fermava cittadini senza un reale motivo, sottraeva denaro agli spacciatori e fabbricava prove per coprire le proprie attività e ottenere punteggi più alti nelle statistiche interne alcorpo.

È in questo contesto di violenza, proteste e scandali istituzionali che si forma politicamente Brandon Scott, eletto sindaco di Baltimora nel 2020. Nato nel 1984, Scott proviene dal mondo dell’attivismo civico afroamericano e ha costruito la propria carriera politica nel consiglio comunale occupandosi di sicurezza e prevenzione della violenza. Scott è sindaco da circa tre mesi quando il Congresso approva l’American Rescue Plan Act, il grande pacchetto di stimolo economico legato alla crisi pandemica. La legge prevedeva anche fondi destinati alle città per sostenere la ripresa economica, lasciando alle amministrazioni locali una certa libertà nel loro utilizzo. Grazie a queste risorse il sindaco ha potuto destinare una parte significativa dei fondi allo sviluppo di un nuovo programma di prevenzione della violenza, senza intaccare il bilancio della polizia e quindi evitando lo scontro politico legato allo slogan “defund the police”, che in altre città aveva invece bloccato iniziative simili. L’approccio adottato dall’amministrazione Scott recupera in parte le esperienze di Boston e Glasgow, concentrando gli interventi sui soggetti maggiormente coinvolti nei reati più gravi, ma cerca allo stesso tempo di affrontare il problema in maniera più capillare. Il programma prevede infatti una serie di strumenti per aiutare le persone a uscire da percorsi di vita di violenza: accesso alla casa, assistenza alle vittime, trattamento delle dipendenze, servizi di salute mentale, formazione professionale e programmi di inserimento lavorativo. Allo stesso tempo, l’amministrazione cittadina ha ridotto la presenza delle forze di polizia nei quartieri popolari, favorendo invece l’intervento di operatori sociali ed educatori considerati “credible messengers”, ossia membri riconosciuti e rispettati della comunità. Queste persone, una volta formatesulla mediazione e sulla gestione dei conflitti, lavorano direttamente sul territorio costruendo relazioni di fiducia e contribuendo a riccucire il tessuto sociale.

Si tratta di un sistema che integra interventi comunitari e rafforzamento dei servizi sociali e che in pochi anni ha prodotto risultati significativi. Tra il 2021 e il novembre 2025 gli omicidi a Baltimora sono diminuiti del 61%; nel 2025 la città ha registrato 133 omicidi, il numero più basso degli ultimi cinquant’anni. Questo modello è entrato però fin da subito nel mirino della nuova amministrazione federale guidata da Donald Trump. Nel primo giorno del suo mandato il presidente ha chiuso l’ufficio della Casa Bianca dedicato alla prevenzione della violenza armata e, pochi mesi dopo, il Dipartimento di Giustizia ha tagliato della metà i 300 milioni di dollari destinati ai programmi comunitari di intervento contro la violenza, inclusi  molti dei finanziamenti che sostenevano iniziative proprio a Baltimora.

In questo quadro internazionale, l’Italia appare significativamente indietro. Sebbene il Paese disponga ancora di un tessuto sociale ricco di associazioni, progetti territoriali e iniziative locali, sono poche le esperienze amministrative che abbiano saputo mettere a sistema queste pratiche all’interno di politiche pubbliche strutturate e soprattutto continuative sul tema dell’ordine pubblico. 

Un tentativo in questa direzione venne fatto negli anni Novanta con il progetto pilota “Bologna città sicura”. L’amministrazione del capoluogo emiliano cercò allora di rispondere alla narrazione allarmista della destra attraverso un progetto collettivo incentrato sulla prevenzione e sull’analisi sociale dei fenomeni urbani. “Il Comune mise in campo un gruppo di sociologi e criminologi critici, tra cui figure come Tamar Pitch”, mi racconta Simone. “Insieme all’assessorato all’urbanistica, questo progetto pilota rappresentò un unicum nel panorama italiano. Purtroppo però naufragò rapidamente sotto la pressione crescente dell’ideologia securitaria.” Oggi la direzione sembra essere molto diversa. Sempre più spesso anche amministrazioni di centrosinistra chiedono al governo maggiori risorse per rafforzare gli strumenti tradizionali di controllo e repressione. Il sindaco di Bari e delegato alla sicurezza urbana dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, Vito Leccese, è intervenuto in Senato durante l’audizione sul decreto legge sicurezza esprimendo apprezzamento per alcune misure contenute nel provvedimento, tra cui l’incremento delle risorse per la sicurezza urbana e i fondi destinati alla videosorveglianza, sottolineando però “la necessità di rendere questi interventi stabili nel tempo”. Tra le proposte avanzate dal rappresentante dell’ANCI vi è anche l’istituzione di un Fondo nazionale da almeno 500 milioni di euro l’anno destinato al potenziamento degli organici della polizia locale, con l’obiettivo di rispondere alla crescente domanda di sicurezza nelle città.

A ben vedere di eccezioni a queste derive ne esistono molteplici, soprattutto nel Sud Italia. Nel Mezzogiorno, infatti, la lotta alla criminalità organizzata ha prodotto diverse esperienze amministrative virtuose che si sono interrogate in modo più ampio sul significato della parola sicurezza. Questo è avvenuto soprattutto nei piccoli centri, dove sindaci e intere comunità hanno cercato di costruire autonomamente strumenti di prevenzione e intervento contro fenomeni criminali di vasta portata. Tra gli esempi più interessanti c’è quello del sindaco di Bacoli, Josi Gerardo Della Ragione. Nato nel 1987,  Della Ragione governa la città flegrea da più di un decennio. Dalla riapertura dei beni confiscati alla comunità fino alla lotta all’abusivismo e alla corruzione, Bacoli sta rappresentando un modello amministrativo capace di rimettere in moto il rapporto tra istituzioni e cittadini e questo approccio innovativo ha riguardato anche il modo di intendere la sicurezza. “Quando si parla di sicurezza ci sono due livelli”, spiega il sindaco. “Il primo è quello della sicurezza immediata e visibile: il carabiniere in strada, il controllo, l’arresto di chi commette un reato. Il secondo è una sicurezza più profonda, che nasce dal miglioramento delle condizioni sociali e che riduce alla radice la necessità, per alcune persone, di compiere atti criminali. Spesso ci si ferma al primo per motivi di consenso, ma è il secondo che produce effetti duraturi sulla comunità.” 

Come nel caso di Baltimora, anche l’esperienza di Bacoli è stata resa possibile da alcune scelte politiche nazionali che hanno permesso di attivare risorse sociali su scala locale. Della Ragione individua un primo momento importante nel periodo in cui era possibile accedere al reddito di cittadinanza. “La legge permetteva di attivare i cosiddetti PUC, i Progetti Utili alla Collettività. Si trattava di supportare cittadini in difficoltà non solo attraverso un sostegno economico, ma anche attraverso attività concrete a beneficio della comunità: dal supporto alle attività amministrative al lavoro in alcuni servizi pubblici comunali.” Secondo il sindaco questi progetti hanno avuto un impatto importante dal punto di vista sociale. “In questo modo le persone non ricevevano solo un reddito, ma ritrovavano anche  la dignità sociale che talvolta sentivano di aver perduto. Noi, grazie a questo sistema, abbiamo coinvolto più di 500 nuclei familiari su circa un migliaio che percepivano il reddito di cittadinanza a Bacoli.” Un seconda fase arriva dopo la pandemia, con le risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. “Oggi a Bacoli stiamo riproponendo un modello simile attraverso i progetti GOL, Garanzia Occupabilità Lavoratori, finanziati dal PNRR. In questa fase stiamo coinvolgendo oltre cento cittadini: persone che spesso vivono difficoltà non solo economiche ma anche sociali e che oggi stanno dando una mano concreta al Comune, mentre il Comune allo stesso tempo aiuta loro.” Accanto a queste iniziative l’amministrazione ha cercato di rafforzare anche i servizi pubblici di base. “Stiamo mettendo in campo altre misure per sostenere le famiglie”, aggiunge il sindaco. “Per esempio, Bacoli fino a poco tempo fa non aveva neanche un asilo nido comunale. Tra pochi mesi ne avremo tre, con oltre 120 posti per bambini.” Si tratta di servizi completamente gratuiti, pensati per aiutare concretamente le famiglie nella vita quotidiana. “Un asilo nido pubblico permette ai genitori di lavorare, di organizzare meglio il proprio tempo e di vivere con meno stress il ruolo genitoriale. Ed è anche questo che contribuisce, in modo molto concreto, a migliorare la qualità della vita della città.”

Ma anche nei comuni del nord Italia è possibile costruire un discorso da sinistra sul tema della sicurezza. Me lo racconta Sebastiano Bergamaschi, attivista del Centro Sociale Rivolta di Marghera. Aperto nel 1995, il centro è finito sotto ai riflettori nel settembre del 2024, quando l’uccisione del giovane militante del Rivolta Giacomo “Jack” Gobbato, per mano di un cittadino moldavo senza dimora, venne rapidamente strumentalizzata dalla destra. Bergamaschi, che ha vissuto quella vicenda da vicino, racconta come il centro abbia reagito rilanciando proprio le proprie rivendicazioni sul terreno della sicurezza e così ovviando al becero populismo “Noi come Centro Sociale affrontiamo questi temi da più di dieci anni e la strumentalizzazione della destra la conosciamo bene”, spiega. “Da quando Brugnaro è diventato sindaco nel 2015, i tagli al welfare sono andati di pari passo con l’utilizzo del tema della sicurezza e del cosiddetto ‘degrado’ nel dibattito cittadino. Noi abbiamo provato a risignificare il termine ‘degrado’ raccontando come questo sia innanzitutto frutto dell’abbandono delle persone e degli spazi pubblici.” Così prende forma, ad esempio, l’occupazione di uno spazio in via Piave nel 2014, a pochi passi dalla stazione di Mestre, con l’idea di riportare vita e socialità in un luogo percepito come pericoloso dalla popolazione locale. 

Negli anni successivi quell’esperienza si allarga e porta alla nascita di una rete di comitati di quartiere chiamata “Riprendiamoci la città”. “Già alla fine del 2022 questi comitati hanno iniziato a incontrarsi per provare a costruire insieme un manifesto di rivendicazioni. Il tema centrale era proprio quello della sicurezza.” La rete che si forma è molto composita: al suo interno convivono sensibilità politiche e sociali diverse. Come racconta Bergamaschi, il punto di partenza è stato riconoscere una preoccupazione diffusa tra i cittadini che spesso, soprattutto a sinistra, veniva liquidata o delegittimata. “Quelle persone esprimevano una preoccupazione reale. Il nostro ruolo è stato molto semplice: dire che le soluzioni che offre la destra non funzionano. Altrimenti perché, dopo anni di Brugnaro, la situazione è ancora questa?” Entrando nel merito delle proposte, Bergamaschi insiste sulla necessità di affrontare il tema della sicurezza in modo concreto e allo stesso senza cedere a semplificazioni. “Bisogna mettere al centro welfare, servizi e riqualificazione urbana come strumenti fondamentali per affrontare seriamente la questione. E partire dal fatto che si tratta di un problema che riguarda una  enorme quantità di fattori diversi: dalle neurodivergenze ai problemi psichiatrici, dalle dipendenze alle marginalità legate alle traiettorie migratorie, fino al tema dell’abitare. Per affrontare questi fenomeni in modo efficace è necessario partire da ciò che già esiste, facendo leva su un ampio patrimonio di pratiche ed esperienze consolidate.” Ma perché queste soluzioni possano funzionare è necessario anche un rapporto diverso tra istituzioni e comunità. “La richiesta al comune era quella di una interlocuzione reale con la cittadinanza, con il tessuto sociale, con le reti e le realtà che lavorano quotidianamente dentro la città. Solo così può emergere una strada diversa.” La morte di Gobbato è stata il momento più difficile di questo percorso. “Quando Jack viene ucciso da una persona senza fissa dimora, tossicodipendente, che stava tentando di rapinarlo per procurarsi una dose, la situazione è stata estremamente dura”, racconta Bergamaschi. “Spesso nel dibattito pubblico si attacca la sinistra dicendo: sì, bravi con i diritti umani… ma voglio vedere se succede a te. Ciò che abbiamo fatto dopo la morte di Jack è stato  proprio questo: rispondere che sì, è successo a noi. E proprio per questo ribadiamo tutte le cose che abbiamo sempre detto sulla sicurezza.” Nasce così la mobilitazione “Riprendiamoci la notte”, che rilancia le attività del comitato,  collocando al centro la questione dell’insicurezza come prodotto dell’abbandono istituzionale. “Il messaggio era: siamo arrivati tardi. Tutte le cose che avevamo chiesto dovevano essere fatte subito e questi sono i risultati. Il bene della comunità non viene tutelato dell’amministrazione, nonostante esistano le possibilità per farlo.”

Si possono dunque costruire mobilitazioni sulla sicurezza senza brandire i forconi, così come si può discutere di ordine pubblico nei consigli comunali senza invocare le manette. Farlo, però, significa prendere sul serio alcune questioni sociali e assumersi la responsabilità di cercare soluzioni. Si tratta di uno sforzo pratico, oltre che teorico,  che una sinistra degna di questo nome deve compiere, se non vuole ridursi — ancora di più — a un ruolo marginale e ininfluente nel dibattito pubblico. 

I casi elencati in questo articolo, evidentemente, non sono definitivi, così come non sono privi di contraddizioni, errori di misura e limiti. Proprio per questo, però, rappresentano un punto di partenza. È dalle esperienze concrete che bisogna partire per sottrarre al securitarismo la pretesa di essere l’unica risposta possibile a problemi sociali complessi e profondi — problemi su cui, invece, è possibile intervenire.

Gabriel Seroussi

Gabriel Seroussi è autore e giornalista. Si occupa di rap, cultura black, società americana. Collabora con diverse riviste ed è fondatore e direttore di oltreoceano.eu.

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